mercoledì 25 giugno 2014

Un altro racconto di merda.

 
Nel frattempo anche nelle case più lussuose dentro i muri scorreva la merda.

So bene quello che dico: io faccio un lavoro di merda. Andò così. Fatte le scuole superiori svernavo in un'iversità scelta a caso. In 5 minuti, BANG! Fuoricorso. Al che, il fratello di una con cui uscivo all'epoca mi fa:

“So che cerchi lavoro”
“Non è vero, non ne cerco”
“Io ho da proporti un lavoro di merda”
“Sentiamo, qual è?” 
“Uno che conosco ha una ditta. Cercano gente. Si tratta di incanalare la merda lungo tubi in case di gente che paga bene”.

Perché no. Paga bene. Contenti loro, di averci nei muri la merda.
Eccomi quindi alle prese col mio lavoro di merda. Da anni. Non farmi fare conti. Non sogghignare, soprattutto. So che la merda fa ridere grandi e piccini, ma anche il lavoro che fai tu è una merda, anche se meno letterale. Ma la sua puzza la fa.

La mattina arrivo presto. Un ragazzetto slavo fa le tracce incidendo le mura col bisturi. Un tempo il ragazzetto slavo ero io. Poi sono stato promosso a Signore Italiano. Mi sono adeguato. Indosso pantaloni larghi pieni di tasche, con macchie che sembrano vernice. Alle 10.30 in punto traggo da una busta un incarto di pizza colla mortadella, una Peroni da 66 cl e il Corriere dello sport. Fino alle 10.45 non do retta a nessuno.

Così, il ragazzetto slavo lascia le sue tracce. Quando lo fa, sogghigna. Mi ricordo il perché. Nello scassare i muri della gente perbene c'è qualcosa di straordinario. La signora ti guarda col cuore strizzato, lei che quando vede sul suo pavimento un granello di polvere lo raccoglie col polpastrello dell'indice della mano destra. Vorrebbe indignarsi, ma sa bene che è ridicolo. “Signora, è la sua merda e non la mia. Io sono uno educato.” Al che, seguo le tracce del ragazzetto slavo, stendendo la rete di tubi sanguigni nei quali correrà finalmente la merda. Un attimo dopo, il ragazzetto slavo cicatrizzerà i muri con lo stucco. Se durante un party gli ospiti di quella gentile signora immaginassero la trama di liquami che li avvolge, rimarrebbero di stucco.

Una volta bisognava far passare la merda di prete nei muri di una chiesa. Quel giorno il ragazzetto slavo ha avuto il suo salario giornaliero senza battere un colpo. “Questi sono muri portanti. Ci penso io”. Quale soddisfazione nell'accanirmi contro quelle mura benedette. Naturalmente, in quel percorso di merda ho ideato piccole deviazioni. Ora passava dietro la schiena del Crocifisso. “Non si può fare diversamente. Vede? Solo qui dietro c'è un'intercapedine che si può sfondare. Ai lati abbiamo due muri ladroni in pietra, molto difficili da redimere”. Nel frattempo traevo dalla borsa dei ferri il mio schiodatore di crocifissi nuovo di zecca. Mi prendevano in giro quando l'ho acquistato, ma sapevo che non stavo buttando i miei soldi. Il prete gemeva silenziosamente, ma era ben conscio della mole di merda che produceva. Stavo per aggiungere “così il suo crocifisso avrà la schiena bella calda, visto che anche d'inverno sta a torso nudo”. Ma poi ho lasciato perdere. Non scherzo mai. Non rido mai. Perdi alla svelta la voglia di scherzare, quando il lavoro che fai è di merda.

Tu mi stai disprezzando. Sento le tue pupille indignate scorrere sulle mie riflessioni di merda, biasimando ogni volta che scrivo di merda. Merda, merda, merda!
Non è colpa mia. Hai fatto la tua scelta: detesti costipazioni e occlusioni, e abbisogni di poderosi conduttori per la tua merda. La tua, non la mia.

Quindi la merda scorre. Inarrestabile. Scalda le terga delle icone sacre e i ritratti degli antenati. S'infila dietro la dispensa, incurante delle raffinatezze che contiene. Passa per la camera da letto, osservando sonni popolati da incubi. Parte da vasi di piccolo calibro, e affluisce in grossi tubi arancioni di PVC. Da sistema linfatico diviene apparato circolatorio. Ogni casa ha le sue arterie, in cui scorre acqua pura. E le sue vene. Incrostate di merda. Io tratto la merda.

Un tempo si usavano tubi metallici, smaltati all'interno. Termoisolati. Il costo era alto; si poteva abbattere. Le plastiche diventarono sempre più sottili e porose, trattenendo nei propri alveoli particole di merda che da liquida solidificava. Questa patina ne aumentò la rugosità, quindi gli attriti. Oggi abbiamo merda meno fluente.
Gli sbalzi termici non aiutano. La coibentazione delle case di recente fabbricazione è ridicola. Caldo d'estate, freddo d'inverno. Pieghe, bolle, crepe nelle condutture. Colesterolo né buono né cattivo; semplicemente inevitabile. Hai mai visto dei muri permearsi di merda? Sembra umidità, all'inizio. Poi gli odori ti mettono il dubbio: sarà merda?

Naturalmente all'inizio tenti mille spiegazioni. “È solo che è umido. Quest'odore di chiuso svanirà aprendo le finestre una mezza giornata”. La merda è in effetti diluita, l'acqua la iuta a scorrere nei tubi. Panta rei, ti dici tu; ma non è vero. I liquidi scorrono, i solidi molto meno. Essi amano intrattenersi presso i loro stacoli. Quindi ti stazionano dietro le suppellettili, incuranti della tua repulsione bigotta.
“Senti qui, cara: sarà merda?” - “Oh, Orazio, non so dirti. Certo, sembra merda. Ma come può essere? Abbiamo rifatto l'impianto neanche ventimila anni fa, non può essersi già rotto”. Non può, soprattutto per la gravità delle conseguenze. Quella è casa tua. Il tuo porto franco, il rifugio dai tuoi lavori di merda metaforica, stolto che credi di essermi migliore. Vederlo impregnato di merda vera non è, semplicemente, un'ipotesi accettabile. Pure, è così.

La qualità si abbassa dappertutto. Dicono che sia un processo irreversibile. Un tempo si produceva con amore. Prima la funzionalità. Poi l'abbattimento del costo, l'estetica e la smaltibilità. Non di rado i prodotti avevano un indotto educativo.

A un certo punto, ecco bussare alla porta delle conomie capitalistiche il terzomondo impertinente. Che nel frattempo ha studiato, almeno un po'. Le nuove conomie nascenti. Cinesi. Indiani. Legano te, secolare lavoratore occidentale, al palo della tortura. Chiedono meno, molto meno: certe volte si accontentano di un terzo.
“Perché no?”, ridono gioviali i Cavalieri del Lavoro. Quindi licenziano, subappaltano, delocalizzano. I guasti non sono più riparabili. Bisogna rifare tutto da capo. Fino a inorridire della violenza dei colpi dati dai ragazzetti slavi sui muri delle loro case intrise di merda.

Io stesso, ligio alle tendenze del mercato, ho un disco che richiama il cliente bisognoso di concludere il suo tipico affare di merda. Trascorro le ore più liete, ascoltandolo mentre suona. “Buongiorno. Lei ha chiesto un preventivo per un merdodotto di tipo domestico. Se la casa è in costruzione, e l'impianto è da mettere in opera ex-novo, prema 1. Se l'impianto è preesistente e va ammodernato, prema 2. Lei ha premuto il tasto 2. Se la cubatura della merda prodotta mensilmente non è superiore a 0,02 metri cubi, prema 1. Se la cubatura non è superiore a 0,06 metri cubi, prema 2. Se la cubatura non oltrepassa i 0,10 metri cubi mensili, prema 3. Per quantità superiori, prema 4. Per riascoltare questo messaggio, prema 9. Per tornare al menù precedente, prema 0”.

Fantastico, fantastico. Quando al primo bivio telefonico premi il tasto 2, grande è l'urgenza. Tu non sai quantificarti la merda. Tenti di indovinare le dimensioni lineari di un campione mattutino, e di elevarlo al cubo, moltiplicandolo per i mattini contenuti in una mensilità; ma nel frattempo quel campioncino ostinato non sente ragioni e vuole uscire. Quindi nelle pause del mio disco favorito pronunci i peggiori improperi, augurandomi le più crudeli morti. Tu, col tuo animo candido, che poco fa ti scandalizzavi per la quantità di volte che ho scritto 'merda'. La tua indignazione è ingenua e tenerissima. Credi di avere del problema un quadro completo. Non sai che, a lavori conclusi, dal punto A di origine la tua merda verrà indirizzata in un diverso punto B.

Non ti chiedi mai, di quel punto B. Esso vegeta paziente, in qualche cantuccio dello spazio-tempo. Attende di germinarti le verdure, o il foraggio che foraggerà le tue bistecche. Ti aspetta nei mari in cui sguazzerai nelle tue rigeneranti e costosissime vacanze stive. Coverà le uova dei pesci prelibati di cui ti ciberai nei ristoranti più costosi.

Ognuno ha la sua merda. Il suo lavoro di merda. La sua vita di merda. Tu non mi faciliti le cose. Le tue sigenze sono per l'appunto solo tue. Spesso divergenti dalle mie.

Tu mi chiedi documenti, mi frapponi burocrazie, mi metti voti bassi agli esami, mi levi punti alla patente.
Mi curi le malattie svogliatamente, difendi i miei diritti per parcelle salatissime, commetti a mie spese errori giudiziari. Non mi rappresenti nelle democrazie rappresentative, storni i fondi, ascolti musica caraibica a volumi altissimi la domenica mattina. Stendi asfalti che alla prima pioggia saltano per aria, mi sbagli le previsioni meteorologiche, perdi le prenotazioni delle mie vacanze. Mi blocchi la carta di credito, aumenti i prezzi, vendi biglietti sfortunati, non inventi mai cure contro la calvizie.

Ma adesso ti frego io. Sto per brevettare un sistema di fognature wireless.




venerdì 23 maggio 2014

Puericultura.

 
















Il vero scopo delle scie chimiche era separare gl'ignoranti dagli stolti. Bastava studiare le reazioni sui social network.
Gl'ignoranti gnoravano. Continuavano a spammare le proprie attività effimere, o a postare citazioni poetiche nella speranza di rimorchiare; o quantomeno a far battute per far ridere i loro compagni.
Gli stolti nvece fremevano di sdegno e ribollivano di frustrazione. Le loro bacheche erano un coacervo di violenza solo verbale e rabbia mai espressa verso bersagli pertinenti.

Era una buona iniziativa, questa del Governo. Perlomeno funzionava. Con la Lira pesante e l'€cu il successo non era stato tanto netto. Una parte della popolazione ne era comunque infastidita. Piccola, ma chiassosa.
Anche quella volta in cui il Governo si era speso tutta la paghetta che gli passi ogni settimana per comprarsi degli aeroplanini F-35 tutti rotti. Perché protestare? Perché indignarsi?

Una volta, avrò fatto l'asilo, mi hanno dato una di quelle bellissime banconote verdi da Cinquecentolire, e mi hanno mandato al giornalaio a comprare Il Tempo e Il corriere dello sport. Questo in epoche in cui si permetteva di uscire ai regazzini senza stare a preoccuparsi della pretofilia odierna.
Insomma, come arrivo vedo un bellissimo giornaletto, tascabile ma spessissimo, dal titolo 'Gatto Silvestro pocket'. Scritto in alto - nero in campo bianco. In copertina c'era lui in persona: Gatto Silvestro. Teneva tra le zampe la gabbietta di Titti e si leccava i baffi, su sfondo tutto azzurro. Il copertinista non aveva ritenuto di dedicarsi ai particolari, dato il livello intellettuale dell'acquirente medio.
Lo guardo a lungo, e intensamente lo desidero. Ma le mie, di Cinquecento lire settimanali, erano destinate a Topolino. Non potevo saltare un numero, facevo la collezione.
Al che, quel provvidenziale giornalaio fa festoso: “Corriere dello sport e Tempo sono finiti!”. Il dado è tratto. Torno trionfante col mio doppio bottino fumettistico. Spiego a mio padre la meccanica dell'accaduto, e non mi stupisco del tutto del suo biasimo. “Potevi provare a un altro giornalaio, e comunque quei soldi non erano tuoi. Quelli tuoi li avevi avuti”. Non fa un piega. Quindi mi sequestra entrambi i giornaletti.

Prima di due ore, viene in camera e porgendoli mi dice “Puoi tenerli”.
Io faccio l'offeso, per appena due minuti. Poi li prendo, ma non sono soddisfatto. Il mio apparente successo ha un gusto amaro. Riesco a percepire il sentore dell'errore.
Capito? Elabora anche il peggio regazzino, o il Governo più monello. Anche se al momento non sembra. Questo è 1 paese a sfondo cattolico. C'è sempre il tempo per 1 ravvedimento.

Tu, popolazione sparuta e infastidita, mi ricordi quelle coppie di mezza età che non hanno mai avuto figli. I Governi, si sa, sono come bambini piccoli. Sono chiassosi e capricciosi. Pretendono da te attenzioni spesso ingiustificate. Ti salgono sui divani colle scarpe, non se le puliscono bene sullo zerbino, e fanno chiasso col pallone durante la tua pennichella pomeridiana.

Ma richiamarli in continuazione, o peggio ancora reprimerne le manifestazioni, è un sistema educativo sorpassato. Un Governo deve esprimersi, anche se in modi fastidiosi. Esso vuole capire sessei gnorante o stolto perché ama sondaggi, questionari e censimenti, che sono
i suoi giocattoli. Non devi biasimarlo perché non lo capisci: un tempo bramavi anche tu trottole e cavallucci. E poi, se reprimi 1 Governo da piccolo, ne farai 1 adulto insicuro e privo di equilibri. E 1 adulto può incasinarti molto più di quanto possa un bambino piccolo. Ad esempio, un sacco delle tue tasse serviranno a pagargli lo psicologo; e allora era meglio essere più tolleranti prima.

Non so te, ma sin da da piccoli i miei cuginetti e io ci rendevamo conto benissimo di questa differenza. Gli zii che avevano generato cuginetti erano più simpatici degli altri che invece no. Così come i miei nipotini sostengono che, fra gli amici del papà, i più simpatici siano quelli che fumano tuttinsieme certe sigarette fatte da loro.
Quindi, non ti lamentare per i centrini decentrinati sui tuoi tavoli. Il Governo ha bisogno di spazi per colorare i suoi disegni di legge. Non invidiarne i privilegi e l'inoperosità, mentre tu ti alzi tutte le mattine e affronti il traffico. Sei stato piccolo anche tu, e le pulsioni che avevi non erano tanto distanti dalle sue.

O forse no? Tu mi dici che a te qualche schiaffone te lo davano, e con questo lassismo educativo chissà dove andremo a finire?

Ti capisco. Anch'io, in effetti, a volte.
C'era questo fratellino piccolo di una mia amica. Aveva una decina di anni meno di noi, frutto evidente di precauzioni mal riuscite. Ma non se ne aveva a male, ed era l'entità più molesta che si potesse per sbaglio concepire.

Da dolescenti non ci lasciava giocare. Qualsiasi cosa facessimo, lui si metteva in mezzo. Ci rovesciava il tabellone del Monopoli. Era il più pericoloso degli Mprevisti. O
gni volta su quel grugno schifoso mi aspettavo una pioggia di schiaffi, la cui portata non riuscivo manco a immaginare visto che io non avevo fatto mai niente del genere, e pure di certe piogge m'ero inzuppato bene.

Invece niente. Non una zia, una sorella, una nonna, un padre, una madre. “No-no; non si fa”. Oppure: “Insomma, sei proprio impossibile!”, quando la cosa era proprio grossa. Era evidente che quel moccioso pestifero se ne beava. Anzi: avevo l'impressione che con provocazioni sempre più grandi e reazioni appena meno modiche questa esecrabile marionetta impazzita si tarasse il fondoscala, esplorando i limiti del suo universo conosciuto.

Da più grandi, il Monopolio che aveva su di me quella mia amica passò oltre.
La pubertà aveva ridisegnato gli equilibri. Lei adesso era detentrice di FREGNA,
traendo da ciò superpoteri nuovi. Era femmina, eppure mi cagava. Mi telefonava a casa, addirittura. Quello su cui adesso in equilibrio precario camminavo era un filo talmente sottile che per non rischiare di spezzarlo non osavo nemmeno farmici le seghe. Chiacchieravamo per delle ore. Sembrava provarne anche piacere. Certe volte rideva anche di brutto. Boh.
Quel pezzo di merda di scimmia
madornale ascoltava le nostre conversazioni su un'altra linea. Mandava a memoria le mie sternazioni più goffe, e al rivedermi le virgolettava tutte davanti ai genitori.

Io ti capisco. Anch'io a volte vorrei prendere il Governo a calcioni nel sedere facendogli salire le scale quattro a quattro. E, arrivati al quinto piano, arrampicarlo sulla terrazza condominiale, appendermelo per le orecchie tra le mani, stancarmele dondolandolo sul vuoto sottostante, guardarmelo negli occhi e dirgli: “Tu adesso cambi, capito? Non rompi più i coglioni. Mai più. Perché altrimenti io tornerò qua con le tue recchie, e col tuo moto ondulatorio metterò a prova più dura le mie maldestre dita di pianista”.

Non vergognarti di quello che provi. Avrai avuto anche tu, le tue suore alle Lementari. Colle loro cure-Ludovico, hanno provato a estirparti la cattiveria e i bassi istinti. Ora che sei grande, non negarli più. Essi esistono. Non è ignorandoli che ti migliori. Cerca piuttosto di tollerare. Se non di amare, addirittura.
Ama il Governo, ora ch'è piccolo: da grande lui saprà ricompensarti.

Quel regazzino orribile è cresciuto. L'ho incontrato nella metro, tempo fa.
Mi dice che è chirurgo. Nel suo praticantato, il professore gli ha preso le mani e gliele ha messe sul cuore aperto del paziente addormentato. V
iene un brivido, pensando a cosa poteva combinare la scimmia non ammaestrata di una volta. “Non affonderai mai il bisturi, se hai paura di toccare. Ecco, premi bene e guarda: non succede niente”.

Hai capito? Incredibile, non è vero?
Calmo, maturo, equilibrato. Piacevole a tratti, addirittura. Giusto un tantino un po' prolisso.
Pensa come mi avrebbe operato male, trovandomi a sterno sollevato su di un tavolo peratorio, se lo avessi davvero scosso per le recchie.
Non ti piacerebbe che anche i più immaturi fra i Governi ti effettuino 1 giorno perazioni favorevoli?

Stempera il tuo odio con le riserve giuste. I Governi, poverini, hanno la mortalità infantile più elevata. Non credere che i paesi che ne detengono il primato siano i soliti, i più esotici. L'Africa sub sahariana. L'Asia occidentale. L'America latina. Sorprenditi pensando che certe città europee sono non da meno. La disoccupazione galoppante. Il debito pubblico. La sanità privata.
 
Non so se è tempo perso, questo in cui ti spiego. Più ci penso, più mi sembri uno di quei cittadini insofferenti e di mezza età che non ha mai avuto un Governo. O se ce lo ha vuto, gli è morto fin da piccolo.

domenica 18 maggio 2014

Invertebrati, eusociali e no.

 













Portava un maglione in lana d'ombelico, che esaltava il profilo della sua ascella volitiva. Era basso, grasso, calvo e quarantenne. Ci si può accanire con qualcuno più di così?
Il suo nome non importava a nessuno.
È strano che sia proprio tu, a interessartene. Pare che la madre un tempo lo strillasse dalla finestra, richiamandolo a sé per cena.

Lavorava fin da ragazzino in un bar. Alla vendita dei tabacchi. Tutto il giorno lì. Sapeva la marca preferita di ciascuno, ma non porgeva mai il pacchetto finché non lo chiedevano.
Era il re, dietro il suo banco. La sua corte frettolosa blandirlo, doveva. Prendeva le giocate al totocalcio. Dispensava sfortunati gratta e vinci. Cambiava i gettoni al videopoker. Pagava per commissione multe all'erario di stato. Ma ciò che più amava erano le sigarette.
Ricordava il primo pacchetto venduto a ogni ragazzino timoroso, che adesso gliene chiedeva tossendo due-tre pacchetti al giorno. Sapeva di avere un ruolo importante nella selezione della specie.
Lui, non fumava.

La sera andava a casa. Una mansarda, ricavata nel sottotetto del palazzo del bar in cui lavorava. Casa e chiesa diresti tu, avido come sempre di metafore stantie. Mangiava quello che voleva, schifezze per lo più. Senza nessuna cura per l'igiene alimentare. Tanto, ormai. Non fumava, né beveva. Niente alcol. Solo bibite zuccherate e acqua minerale ben gasata. “Non ci si può fidare di ciò che esce da un rubinetto”, pensava in un residuo di salutismo. Poi si metteva davanti al televisore, e vedeva una serie dopo l'altra. Di tutti i tipi, ne vedeva. Soprattutto di belle. Criminali dai sentimenti nobili, eroi con un lato oscuro, fantascienza rivisitata. Quindi sapeva tutto, della vita.
Era la vita a non sapere niente di lui.

Deteneva chiaramente smodiche quantità di pornografia, amorevolmente catalogata in terabyte. Ciò che la natura non concede sa bilanciarlo con altre regalie. Gli elargiva, in ordine sparso: masturbazione, svaghi televisivi, papille gustative, un apparato evacuativo ben lubrificato, una connessione in fibra ottica. Aveva, in definitiva, la sua isola deserta. Una capanna. Da mangiare, e un arenile senza mai l'orma di piedi selvaggi.

In compenso, nella sua casa ovunque era la polvere dei secoli, in orme varie dal taglio rettangolare. Strenui comodini, valorose credenze e roici tavolini si nterponevano fra il suolo e i grani, sedotti dagli
rresistibili richiami del centro di massa della terra.

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Cosa può succedere, a uno come lui?
Con la tua fretta rovini sempre tutto. Se avevi pazienza avresti saputo senza esporti.

Infatti, il protagonista è un altro. Alto, biondo, atletico. Una sensibilità raffinatissima. Pittore, di tele e non di muri. Aveva i suoi successi fino a poco tempo fa. Ora ha trent'anni, ha litigato coi suoi galleristi per fare le cose sue come dice lui. In effetti le fa, adesso. Quadri piccoli, che in quelli grandi è pigro e si disperde. Non escono mai fuori dal suo studio. Nel frattempo, insegna Anatomia artistica all'Accademia di Belle arti. Soldi nuovi lo guadagnano ogni giorno.

La vita
con lui è stata generosa. Che dire invece della sua generosità verso la vita?
Le sue giornate sono un continuo rimandare. Gravita in terminologie avulse. Snoda manichini privi di lineamenti. Mostra reperti biologici, calchi, preparazioni in tassidermia. Quando ha tempo e non è stanco dipinge un nuovo quadro. Poi lo attacca, in uno dei rari spazi ancora vuoti della sua grande casa; e man mano che la riempie ne rivede
l'assetto e la disposizione, secondo criteri talvolta cronologici, talvolta concettuali. È sempre pronto a illustrarli, ma la sua soglia la fa varcare a pochi. È sempre in forma, ma ogni prova la pospone.

Ma soprattutto, le donne. Ne ha provate molte, poi le ha restituite. Anche per più volte l'hanno fatto loro. C'è da dire che gli piacciono molto. Ma dopo averle provate - e
anche più spesso prima – non ricorda più perché non stia da solo. E solo torna. All'inizio è triste, accusa somatizzazioni varie. Poi gli torna l'euforia. Quasi del tutto impertinente, a ben vedere.
La sua recriminazione è: non se ne trova una che mi piaccia, non solo fisicamente, ma soprattutto come mia compagna di giochi imprescindibile.

Ora ti faccio un esempio di un usuale tuo scambio di battute.

“Ciao! Come stai?”
Bene grazie, e tu?”
"Io ho i cani, da portare la mattina"
"Sì, ma oggi c'è l'arcobaleno"
“Speriamo che prevalga il buon senso”.


Se è così, sarebbe meglio saltarne qualcheduna, e prenderlo piuttosto per il bavero. Ammesso che 'bavero' sia una parola ancora in voga. E a brutto muso dirgli “Guarda, non è tanto che se non cerchi è impossibile che trovi. Quanto il fatto che la zuppa Campbell, più che alla massaia che dovrebbe degustarla, piace al critico che badi all'etichetta. Ora, se tu curi allo spasimo la pettinatura e il tuo vestire, e l'artisticità di ogni tua natomia, getti le reti in un mare il cui pesce non ti piace. Se invece tentassi la battuta a cui vorresti una risposta a tono, forse potresti finalmente udirla”.

Ma fai bene a tirar dritto. Subito vedresti uscirgli rabbia, da uno sguardo ficcante o una mandibola contratta. La rabbia
stessa che da sempre di nascondere ha premura.
Ti farebbe, non del tutto dominandosi, “Ma se ogni volta che lo faccio scappano, o non ridono, o se ridono si stancano!”
Sarebbe vano rispiegargli la faccenda della zuppa. È più facile che il cibo l'affamato se lo cerchi nei secchioni, che dietro la Guernica.

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Ma lascialo invece andare al mare. Perché lì si svolgerà la nostra storia.

È al mare che nei giorni feriali vanno i privilegiati dell'industria del lavoro. Quelli che contano il tempo in anni accademici. Lo scelgono come luogo di ritrovi. Con un libro che esprima i loro gusti, sofisticati ma leggeri, non temono alcuna solitudine. Anche lui stenderà il telo sulla spiaggia, sdraiandosi non lontano dalla sua preda potenziale. Si tufferà quando avrà caldo. Nuoterà, e tornerà a prendere il sole. Poi all'ora di pranzo la raggiungerà sotto l'ombra del bancone, e la soppeserà. La composizione percentuale della sua pelle sarà sempre troppo tatuata. L'inflessione, troppo provinciale. Troppo rientranti, le ginocchia.
E mentre l'esame non porta ad alcun esito, nell'istante di un colpo di tosse vedrà seduta al tavolo l'allegra famigliola del suo tabaccaio. Quello stesso che gli aveva venduto il suo primo pacchetto adolescente.

Lo vedrà attorniato dal chiasso dei figlioli, mentre la moglie li chiamerà all'ordine. Lei sì, ben preparata. Avrebbe saputo tutte le risposte. Li vedrà tornare all'ombrellone, poco distante dal suo osservatorio mimetico. Guarderà il sedere del più piccolo, trainato dal papà per le caviglie, tracciare una pista di palline. Li vedrà scavare tunnel, innalzare ponti, progettare curve paraboliche, piantare bandierine; in una gara che chiaramente il padre vincerà. Poi sarà un tripudio ornamentale di telline sui castelli, di schizzi entrando in acqua, di Algidi cornetti.
Vedrà la figlia media
in acqua coi braccioli, mentre il più grande proverà a battere le gambe sostenuto dalle braccia paterne. Li seguirà con lo sguardo nella familiare, mentre in preda allo stupore affronterà il tramonto scartando il secondo pacchetto della giornata.


Fallo andare al mare, e imparerà da solo. O forse no.
'Favole anche migliori illustrano la sorte della cicala inetta al calcolo', si limiterà a pensare.

domenica 11 maggio 2014

Selfie-control.




















Tutto cominciò quando un'ordinanza governativa proibì i Selfie. Fu la guerra.

D'altronde, come agire diversamente? La gente non lavorava più. I pedoni sbattevano l'uno addosso all'altro, sui marciapiedi. A ogni incrocio un incidente.
Duck face, kissy face, chicken-ass face con cui ammiccavano ragazzine acerbe e  ventenni colla barba. Generavano invidie. Suscitavano indignazione. Altri ragazzini e ragazzine erano meno sicuri della condivisibilità del proprio aspetto. Comitati di genitori si preoccupavano. Torme di professoresse avevano bloccata la didattica.

I selfie nascevano da un'autocelebrazione narcisistica, e finivano al suo opposto. Ansia di affermazione, in un'epoca in cui esprimere sé stessi pareva impossibile. Ricerca di conferme e rassicurazioni, dietro l'alibi di un'espressione buffa. “Io sono qui, e tu no”. In vacanza. A una festa. Ai tropici, quando d'inverno i colleghi lavoravano. Potresti pensare che si autoritraessero solo fisici palestrati e carnagioni abbronzate. Invece no. I rotoli di ciccia non scoraggiavano. L'importante era esserci, si vedesse pure il braccio cadente a reggere il cellulare.

Un tempo su pellicola si centellinavano gli scatti. Le digitali invece intasavano ogni chilobyte. L'autoscatto esisteva fin dal primo dagherrotipo; ma ora v'era accesso a ogni singolo fotogramma del quotidiano, anche il più insulso.

Le prime Società di Morigeratezza sorsero spontanteamente nella primavera del 2019, in ogni comune provvisto di fibra ottica. Alcuni movimenti si costituirono in organizzazioni nazionali, influenzando coi loro voti la politica. Da tempo del Selfie si faceva un uso eccessivo, con seguenze spesso devastanti a livello sociale. Il Selfie era responsabile del 25% della miseria, del 37% della masturbazione, del 45,8% della nascita di bambini deformi, del 25% delle malattie mentali, del 19,5% dei divorzi e del 50% dei crimini commessi nel Paese.
All'inizio del XXI secolo s'insinuò la percezione che l'uso di selfie portasse a negligenze sul lavoro, all'assenteismo, allo spendere i soldi in smartphone e non in altri beni generati dal sistema produttivo. Fra i nomi eccellenti che in questo periodo si dichiararono favorevoli alla proibizione totale ricordiamo S. Laurel, O. Hardy, S. Riina, L. Bobbitt e Platinette, i quali finanziarono la Morigeratezza versando enormi quantità di denaro.

Con tali fondi a disposizione, molte Associazioni ottennero grande visibilità. Il loro apporto fu determinante per l'approvazione dell'Emendamento “Selfie-control” del 2020, che prevedeva la “proibizione di ogni produzione e utilizzo, anche moderato, di qualsiasi ripresa statica e dinamica di sé”. Il Senatore V. Luxuria, primo firmatario della legge, dichiarò all'indomani dell'entrata in vigore: "I profili umili presto apparterranno al passato. I server resteranno vuoti. Tutti gli uomini cammineranno di nuovo eretti, tutte le donne e tutti i bambini sorrideranno gli uni agli altri, e non gli uni degli altri. Le porte dell'inferno si sono chiuse per sempre". Gli smartphone furono allora dotati di
sensori di inclinazione e app obbligatorie, che in caso di nfrazione disattivavano il sistema operativo.

La sera del 15 gennaio, data dell'entrata in vigore del provvedimento, migliaia di ultimi scatti si riversarono nella rete. Già alle 00.45 del 16 gennaio tre bande armate assaltarono treni in tre posti diversi, rapinandoli dei carichi di telefonini di vecchia generazione destinati alle discariche differenziali. Si inaugurò così una lunga era di contrabbandi e mercato nero. Le conseguenze della proibizione, logiche a pensarci prima, furono infatti la comparsa di spositivi adulterati, dalle missioni nocive in quanto non soggetti a controlli di qualità. I prezzi salirono alle stelle, controllati da trafficanti coalizzati in cartelli. La polizia veniva sistematicamente corrotta.

L'ordinanza non sortì alcun effetto. I selfie erano uploadati su server di nazioni neutrali, praticamente irrintracciabili. Gli IP dinamici facevano perdere il sonno alle Polizie Telematiche. Il provvedimento, che sulle prime si limitava a punire trafficanti e faccendieri, si estese agli utenti civili. Fu promulgato lo “0-bit” Act. Ragazzini e ragazzine in tenera età, casalinghe disperate e incensurati pater familias si ritrovarono incriminati, e finirono in carcere. Nelle province gli amichetti di una vita erano separati da madri apprensive, che ammonivano i figlioletti a non giocare più con quei monelli, data la loro inclinazione criminale. Agli ultimi non restavano che i margini della società, e un nuovo mondo di frequentazioni illecite.

Frequentazioni che infatti prosperavano. I
n un attimo fu la Guerra. Lo stato di New York dichiarò guerra alla Libera Repubblica di Frosinone, importante crocevia di tutti gl'ingegneri elettronici disoccupati del Mezzogiorno d'Italia. Protetta dai colli che circondano la valle del Sacco, gli abitanti resistettero a ogni tentativo di assedio. Fu istituito il Passaporto Cangiante, in pratica vecchie cornici elettroniche abilitate dagli hacker ciociari all'autoscatto, cui doveva prestarsi il richiedente del permesso di transito e circolazione.

Iniziarono i primi bombardamenti di una violenta guerra asimmetrica. La popolazione civile rispondeva con atti di guerriglia
. Il costo in vite umane, insopportabile. L'opinione pubblica fu scossa dall'esecuzione di un infante di 3 mesi, colpevole di essersi maldestramente appoggiato al tasto sul bordo del cellulare lasciato in giro da un genitore irresponsabile, azionando su di sé la fotocamera. “Il massacro degl'innocentie”, intitolarono i mass-media.

La verità era che chi non rinunciava ai selfie, nonostante l'entrata in vigore del proibizionismo, poteva tranquillamente averne ancora. Sorsero club esclusivi a ogni angolo. Un nome amico e la giusta parola d'ordine aprivano porte segrete. Il selfie-addicted vedeva schiudersi un mondo proibito di gangster violenti e pupe discinte ben disposte a ccoglierlo, purché non lesinasse sulle mance. Gli Ava-bar, li chiamavano. I cittadini spendevano per i propri loschi affari molto più tempo e rischi sociali di prima.
Il consumo di una droga profondamente radicata nella società, improvvisamente proibito da una legge, aumentò l'interesse per i selfie. Prodotti
e distribuiti adesso per canali clandestini, trasformando gli ava-bar in catacombe contemporanee, in cui gli adepti ricevevano la loro iniziazione criminale.
Il Governo capì presto la portata dell'errore. La rinuncia alla tassazione dei selfie aveva fatto perdere svariati miliardi l'anno. Ben presto vennero istituite nuove tasse, che colpivano i contribuenti
più ricchi.

I grossi finanziatori del proibizionismo aprirono gli occhi. Essi avevano sostenuto la crociata anti-selfie per il timore delle perdite di tempo sul posto di lavoro. Dovevano ammettere di aver fallito. Fra i primi a farsi indietro, H. Lecter, L. Barbareschi e F. Indovino.

Anche la moglie di quest'ultimo in un'occasione pubblica ebbe a dire "Non vogliamo che i nostri ragazzi crescano nell'atmosfera degli Ava-bar. Prima del proibizionismo i miei figli non avevano il permesso per i selfie, ora ne trovano ovunque”.
Venne applaudita da tutti i parlamentari. Molti di costoro, avendo raggiunto la carica con l'appoggio delle Società di Morigeratezza, non osavano parlare contro la proibizione. Abbracciarono così il fronte antiproibizionista colossi quali la Nestlé, la Monsanto e la G. Rana.

Alle ore 17.27 (ora di Frosinone) di martedì 5 dicembre 2033, si sancì la fine dell'Emendamento “Selfie-control” e dello “0-bit” Act: milioni di civili poterono ritrarsi in orge di selfie collettivi e regolarmente tassati, facendo impennare le entrate del Governo. Con il rifiorire dell'industria dei selfie vennero anche creati circa un milione di posti di lavoro.

Tredici anni di lotte fratricide. Migliaia di affiliati a bande criminali legate al mercato nero del selfie, che da un giorno all'altro
videro andare in fumo un business di miliardi. Ciononostante grazie al “Selfie-control” si radicarono nel tessuto urbano, perfezionando l'arte della corruzione di funzionari e dell'infiltrazione mafiosa. Per poi nvestire i capitali acquisiti attraverso estorsione in azioni legali e società offshore. Evolvendosi in un feroce darwinismo criminale.

Sono soli, i soggetti dei selfie. Anche i loro oggetti sono soli. Lasciamo che le solitudini si parlino tra loro. Tacendosi così, semplicemente.

sabato 23 novembre 2013

Corsi del Cazzo e fulmini Gioviali.




















1.

Il problema è quando il maschio non sa liberarsi dalla schiavitù dei pornelli”, disse Special Guest mentre guidava la sua utilitaria.

Stava argomentato per l'ennesima volta la sua idea. Che doveva salvarlo da una vita piena di vuoti. A scoltarlo, anche questa volta Kitty, la donna per cui da sempre spasimava. Kitty si era maledetta appena partiti, a bordo di quel rottame di cui si vergognava.
Fuori, il potenziale osservatore. Col suo carico di sottostima per una, pure notevole, che doveva avere qualche rogna se si faceva scarrozzare da uno così, dentro una macchina così.
Dentro, il solito interminabile discorso.

Tanto per farti un quadro. Special era uno che da piccolo era convinto che la sua era la lingua universale. Andava pure bene, che a scuola gliene facessero studiare altre. Doveva essere una specie di gioco. Messaggi cifrati, o i codici segreti.
Solo una volta, stupito dal suo stesso dubbio, chiese alla maestra “Ma lingua più importante di tutte è la nostra, non è vero?”. E alla sua risposta perplessa (“Beh, è molto importante, se pensi solo a tutti quei poeti, musicisti, i grandi uomini che abbiamo avuto nel passato...”), si annoiò subito pensando che quella manco aveva capito cosa le avesse chiesto. Se la gente che aveva intorno era così rimbambita, certo non poteva sbagliarsi lui.

Era da una mezz'ora che Special parlava e parlava.
La sua idea riguardava il successo. Il benessere economico. L'indipendenza dai fastidi quotidiani. Il poter smettere finalmente di fare un lavoro in cui riusciva piuttosto bene; ma che a suo dire non gli dava abbastanza voglia di alzarsi dal letto la mattina.

Special era uno psicologo. Uno psicologo del lavoro. Lavorava per una multinazionale farmaceutica. Nelle valutazioni attitudinali dei candidati, tra i suoi colleghi era il migliore.
Non gli sfuggiva nulla. Tensioni dietro i sorrisi di facciata, irritabilità latenti. Sfiducia di sé, incapacità relazionali. Il suo forte era cogliere il giusto equilibrio tra una sana voglia di emergere, foriera di produttività, e il non essere capace di tirare colpi bassi, cosa buona e giusta a prescindere, e particolarmente apprezzata dai suoi capi.
I neoassunti che segnalava s'infilavano nei tasselli vuoti del personale come ingranaggi da sempre esistiti. Special era stimato dai suoi superiori, ammirato e imitato dai suoi colleghi. Adorato da quelli nuovi.
Lui lo sapeva, e ne era contento. Aveva un buono stipendio, poteva permettersi ciò che desiderava (non un'auto migliore, evidentemente). E quando ai party gli chiedevano cosa facesse, aveva una risposta buona e pronta all'uso.

Ma la sua vita era quella? dare buone risposte? e buone per chi? Certo non per lui.
Lui erano anni, forse da quando era ragazzo, che aveva un sogno da realizzare.
Parlarne era il suo modo di realizzarlo. Parlarne a Kitty e cercare di coinvolgerla nel suo progetto era poi il massimo del divertimento.

Ogni tanto lei provava a distrarlo dalle sue ossessioni cicliche, con qualsiasi trovata. Ma Special non deviava mai.
Ho un tumore”, improvvisava lei, stizzita.
Molti ne hanno uno”, rispondeva lui, sicuro del suo umorismo.

Ma che cazzo dici”, rispondeva Kitty 'Sync' Hulah.



2.


Kitty 'Sync'. Il soprannome se l'era guadagnato in sala doppiaggio. Sincronizzazioni audio/video. Turni interminabili.
Quel 'Sync' aveva fatto presa subito, e non solo per questioni professionali. Kitty era una sincronizzata con la realtà. Una coi piedi per terra. Capiva al volo le cose, riconosceva a naso i millantatori. Sentiva a pelle se la volevi fregare, o se una situazione era più grande di lei.

Per questo aveva colto le incongruenze di Special fin dall'inizio. Che invece era un dissociato, uno colla vita quotidiana da una parte e le aspirazioni dall'altra. Uno così, Kitty non se lo sarebbe mai cagato. Ma in qualche modo, con i suoi entusiasmi, Special la stupiva sempre. Precari e innumerevoli, ma sempre tutti intensi. E veri. Non lo fossero stati, Kitty se ne sarebbe accorta. Lei di solito ne provava pochi, di veri entusiasmi.
Quindi non riusciva a tagliare i rapporti completamente.

Special Guest d'altra parte vedeva in Kitty una ragazza bellissima – pazzesco quant'era bella – ma troppo appiattita sulla realtà. Questo lo faceva dubitare che avesse la fantasia che invece cercava in una donna. Però era affascinato dalle sue capacità sincroniche.
Lei vedeva e ascoltava, e infallibilmente valutava. Lui si rendeva conto delle cose solo molto dopo che erano successe, e continuava a rimuginarci su per anni, a volte. Perdendone altre nel quotidiano, e alimentando la sua incapacità di vivere il presente.
'Se solo avessi quella sua dote, quella concretezza ottusa ma indispensabile, e in qualche modo geniale. Potrei risparmiare un mucchio di tempo. Allora davvero non mi fermerebbe nessuno'.
Era consapevole del suo problema. Aveva letto un bel po' di quei libri motivazionali (era un lettore compulsivo e distratto). Biasimava quel ripetervi slogan, tecniche di autolavaggio del cervello per ciccioni stelle&strisce. Ma di tanto in tanto vi trovava spunti interessanti. Una volta aveva letto che bisogna iniziare a scegliere e decidere fin dalle piccole cose quotidiane. Allenamento, ci vuole. Chiedersi ogni volta 'cosa mi va di fare, adesso?'- 'cosa mi va di cucinarmi?'. Altrove dicevano che anche gli animali più piccoli e meno dotati fanno provviste per l'inverno non appena l'istinto gli dice di farlo. Quando sono sazi sotterrano il cibo, invece di rimpinzarsene come tende a fare l'uomo. Così. Senza dubitarne, o farsi distogliere dalla pigrizia.

Ciononostante egli era atterrito dalle cose concrete. A casa puliva di rado, perché la lotta contro le insidie dello sporco gli sembrava vana. Lo sporco ritornava. Ogni volta. Solo quando la situazione stava per sfuggirgli di mano veramente, si rassegnava e si metteva al lavoro. In un paio di giorni la sua casa diventava uno specchio ineccepibile. Per poi tornare nelle condizioni di prima. Di sé non sapeva pianificare un bel niente. Anche per questo, Kitty lo affascinava.

Quindi si attiravano a distanza, ma da vicino si respingevano. Poli opposti, del tutto fuori da ogni giurisprudenza magnetica. A Kitty non mancavano gli uomini. Anche a Special le donne non sarebbero mancate, se non si fosse sempre ficcato in attrazioni per storie inconciliabili con le sigenze sue e altrui, per distrazione o calcolo involontario.
Come quella che cercava di avere con Kitty da un pezzo.



3.

Intanto il monotergicristallo ballava avanti e indietro. Conoscendoti ti eri figurato di certo scenari assolati. Rettilinei americani sabbia e cactus. Tamla-Motown dalla radio.
Invece pioveva, anche se poco. Lasciata in pace dalle tue attenzioni morbose, Kitty si era finalmente addormentata.

Accortosene, Special aveva ceduto al moto ipnotico della spazzola. Sinistra, destra - pausa. Sinistra, destra - pausa. Al minimo, perché non pioveva molto. Le oscillazioni erano sonore oltre che visibili, perché producevano un rumore. Regolare e costante. Una nota che si acuiva all'andata e scendeva al ritorno.

Quindi Special, cedendo a uno dei suoi vizi, aveva iniziato a nagrammare le targhe delle automobili. Deprimendosi se non contenevano vocali, esaltandosi se ne avevano. Quando poi ce n'erano addirittura un paio, allora tutto allegro iniziava a trarne fruttuose combinazioni. Una volta, da due vocali e due consonanti, era riuscito a riscontrare un senso compiuto in dodici delle ventiquattro permutazioni semplici di una parola di quattro lettere.

Oppure, contava le linee che dividevano l'asfalto in due corsie. A gruppi di cinque. Ogni cento linee premeva più forte una delle dieci dita contro il volante. Ogni dieci dita fischiettava uno dei dodici semitoni della scala cromatica. Ogni ottava terminata aveva diritto di accendersi una sigaretta. O che so, scendere a sgranchirsi le gambe. O farsi un caffè.

Poi diventava triste, e pensava a quanto tutto quel tempo fosse stato improduttivo. Se solo avesse pianificato meglio la sua idea, invece. Ma il clima era sempre brutto. Quelle pioggerelline. Special era sicuro che se ci fosse stato il sole, allora sarebbe stato abbastanza allegro per farlo.
Se solo avesse piovuto più forte! Le spazzole non sarebbero state al minimo, con quelle pause maledette. E a velocità maggiori avrebbero esercitato suggestioni meno ipnotiche, lasciandogli nalterata la coscienza.

Inutile dire quanto a casa perdesse tempo in solitari al computer. Che ricominciava ogni volta in cerca di quello perfetto, non riuscendo mai a portarne a termine uno. Buttando così interi pomeriggi, la maggior parte dei rari momenti in cui non era al lavoro o alle prese con le incombenze della vita quotidiana.



4.


Siamo arrivati?”

Ancora no. Ben alzata! Ti metto su il caffè? o vuoi girarti dall'altra parte e dormire un altro po'? Ehi! Finalmente capita che mi ti svegli accanto! Era ora che succedesse, arf arf”.

Cretino. Non posso credere di stare a ccompagnarti. Non mi sono fatta nemmeno promettere niente, in cambio. Non riesco a ricostruire la catena di eventi che mi ha portato a una decisione tanto idiota”.

Niente catene, baby. Eri libera di decidere. È che tu sai che la mia idea vince. Anche se non lo ammetti. Non saresti qui, se fossi certa che la mia idea non vince. O quantomeno vuoi esserci per vedere come va a finire. Non puoi chiamarti fuori del tutto”.

Io non posso chiamarmi fuori perché sono fuori. E lo sono in tutti i sensi, fuori. Dovevo essere davvero fuori di testa per promettere di venire con te su questa macchina scassata, a parlare con quel tipo. Un Corso di Sesso. Una Scuola di Sesso. E allora, perché no un corso di Sonno? o di Sfamarsi? o di Pisciare? In un paese bigotto come questo, poi.”

Uau baby, ottime idee anche queste. Chi dorme più, di questi tempi? chi riesce a mangiare senza ingozzarsi, solo per sfamarsi? C'è abbastanza roba da aprirci un franchising. Ma prima, il Sesso.”

Questa è l'unica cosa su cui siamo d'accordo, io e te. Il sesso prima. Ma facendolo, e non rincorrendolo. Sperando pure di farcisi pagare. Il sesso a pagamento credi di averlo ideato tu, mentre è arrivata prima quella puttana Eva maledetta. Quanto vorrei essere rimasta a casa”.

Ti sbagli. Se fosse come dici, nessuno avrebbe problemi sessuali dalla notte dei tempi, visto che parliamo del mestiere più antico del mondo. Uno non va a prostitute per migliorare, ma per sfogarsi. E appena finito se ne va tutto vergognoso. Senza elaborare, e senza aver imparato niente. E come potrebbe? Uno non ripara alle proprie ignoranze sessuali con un compenso, nella vita reale”.

Non parlarmi di vita reale, tu. Proprio tu! Di vita reale non ne sapresti un cazzo neanche se t'avesse pisciato Elisabetta Seconda dalla sua fica Reale. La gente nella realtà scopa, scopa quando e quanto tu non arriveresti mai a immaginare, e non si masturba il cazzo e le cervella come fai tu dalla mattina alla sera”.

Ah, sì? Allora sembrerei avere una clientela a dir poco cospicua. Cara mia, se tu fossi un imprenditore non mi metteresti alla porta tanto precipitosamente, in questo caso.
Ma devi ammettere che questa è la seconda cosa su cui io e te siamo d'accordo oggi. Tutti sono interessati al sesso. Tutti sono ossessionati dal sesso. Ma quanti lo sanno fare, veramente? quanti se lo vivono con naturalezza, che poi è questo il saperlo fare?”

Kitty alzò gli occhi al cielo e sospirò. Special nel frattempo continuava.

Guarda quel cartellone pubblicitario. E quell'altro. Se non c'è una modella mezza nuda, c'è la chiave per ottenerla. Una macchina di lusso. Gioielli. Centri estetici. La gente è in balìa della pornografia. Molti vanno a mignotte, sempre più a transessuali. Tutti hanno in mente il sesso, e quasi solo questo. Guarda quel tizio della macchina di fianco. Pensa che quel suo taglio di capelli gli aumenti le probabilità di fare del sesso, ah ah! Poverino. Guarda quella cicciona coi leggins che attraversa la strada! Crede che strizzarsi i lardi gli attiri qualcuno, e magari andrà pure a finire così. Ma nessuno dei due ha negli occhi quello che realmente pensa. Hanno imparato fin da piccoli a darsi un contegno. A nascondere più di ogni altra cosa la ferocia con cui prima del cibo vorrebbero procacciarsi gli orgasmi. Ma nessuno lo fa. Nessuno salta addosso a nessuno, perché non si può. Proprio in un paese bigotto come questo, l'idea funzionerebbe.

Non se ne parla. Mai. È un indice per valutare quanto sia un problema grave. Tutti parlano di qualsiasi sciocchezza, la vena del proibito ha esaurito il suo oro da tempo. Il futuro è nel taciuto. Non si sa più toccare, non si sa più manipolare, non si sa più concedere il proprio tempo. Le gambe della donna stanno lì a ostacolare l'azione, e nessuno osa divaricarle. Ci si bacia meccanici. Ci si lecca distratti. Finché non è ora dell'atto. Che diventa la sublimazione dei problemi. Con questo corso noi intercettiamo l'esigenza primaria del secolo. Nessuno più dovrà spaventarsi della propria erezione”.



5.

L'ufficio marketing dovrà badare a ciò che fa. Il prodotto venderà da sé, le campagne pubblicitarie dovranno ricalcare il silenzio che sugella l'argomento. Basta un accenno, tutti capiranno. Questa è l'unica cosa rimasta segreta, colpevolmente. Qualsiasi parola esplicita al riguardo sarebbe immediatamente bandita dall'attenzione. Pills, viagra, penis. Siamo allenati a cestinare l'interlocutore, qualora ne faccia menzione. Un firewall mentale, che gira e va da sé. No. Parte la pubblicità, e stavolta al terzo secondo di silenzio tutti capiranno. Tutto è stato detto, tranne l'innominabile.

Pensaci su, solo per un attimo. Guarda dal finestrino, guarda la gente. Molta di quella che vedi ha in questo momento un'erezione. Blanda, magari. Oppure, se è una donna, di certo nel quotidiano coglie spunti che le irrorano l'intercoscia. Basta uno stimolo minimo per pensare al sesso, ammesso che non ci si stia pensando già.
Eppure, quando si arriva al dunque, quegli umori, quelle erezioni si bloccano. Una volta espletabili, si sorprendono di loro stesse e s'imbarazzano. Non sanno, o non ricordano più, come si prosegue.
Quando il problema capita a te, sembra impossibile che possa riguardare anche qualcun altro. Non riesci a crederci. Il tuo vicino non sembra mai badare alla qualità della sua erezione, nel quotidiano.

Pensa a questo spot.

Siamo in ufficio, e tu sei il Direttore.
Osservi quel tecnico alle prese col distributore del caffè. Guardi la sua espressione. Si concentra sull'ugello, bada alla consonante, non equivocare. Guarda! ora invece è rivolto alla tua segretaria. Le parla. Sorridono. Vedi forse ombre sul suo volto? Credi che riuscirebbe così disinvolto se avesse fatto cilecca, ieri notte? No-no: egli funziona. Beve quando ha sete, si copre quando ha freddo. Scopa - pardon - quando deve. Hai mai visto quanti preservativi lasciati sull'asfalto? Gente che non sta tanto a creare condizioni, che non si cura di atmosfere. Parte e arriva.
Ma sai qual è il trucco? Lo sai?

Io lo so. Io l'ho capito. Ci sono riuscito, perché ho avuto coraggio, e sono andato fino in fondo. Andare fino in fondo, da soli senza alcuna costrizione, fa paura. Io l'ho fatto, e adesso sarò ricco, com'è giusto. Vuoi farmi compagnia?

Torna a guardare quel torello che fa forza sul suo cacciavite. Guardalo, guardalo portare quei baffoni da pornodivo anni '70. Sai in questo momento cosa gli frulla per la testa? Te lo dico io, perché io l'ho capito. Lui guarda la tua segretaria, la vede andare via. Poi si gira verso la parete a vetri del tuo ufficio e guarda te. Che hai le iniziali ricamate sulla camicia, e la cravatta allentata. Hai in mano un foglio, lo leggi da sopra gli occhiali. Premi un pulsante: ecco che arriva lei, la tua segretaria. Sorride professionale, ti ascolta. Annota ogni cosa che hai detto. Si congeda, e nel girarsi infila per te la sua camminata migliore. Si chiude la porta alle spalle malvolentieri.

Sai cos'ha in testa quel povero manutentore dei caffé? Vorrebbe avere il tuo potere. La tua sicurezza. Le tue possibilità. Guardalo, sei il suo dio. Di certo ritiene giusto che il fortunato sia tu. Tu, che hai i mezzi per portarla chissà dove. Tu, che le farai sentire raffinate selezioni musicali, amplificate allo stato dell'arte dal lettore della tua fuoriserie.

Sai cos'hai tu invece in testa? Solo invidia per quell'ottuso montatore, che non si farebbe i tuoi problemi.
Tu, che invece approfitti del tuo carisma per non sbattertela sulla scrivania, e non scopartela a sangue. Perché non sai se riusciresti. Se verresti dopo pochi secondi. O se magari, dopo troppi minuti inizieresti a sudare incontrollato, e a deconcentrarti. Non potresti accettare di perdertelo così, il tuo carisma. Con le risatine che ne conseguirebbero talvolta nei corridoi, e spesso solo nella tua testa.

E così via. Tutti si invidiano, nessuno si gode. Mal comune, nessun gaudio. Nessuno che rompa la catena del silenzio che ho scoperto io. Io l'ho scoperta, e ora te la porgo. Vuoi essere tu a sfruttarla con me? Un Corso di Erezione. Docenti scelti. Personale qualificato. Manuali accessibili, esercizi progressivi. Per tenere a bada l'Ignoto ci vuole un metodo.”



6.

Arrivati a questo punto, ammettiamolo, ti sei perso.

Addentrato in tecnicismi e questioni di marketing, presto è sopraggiunta la noia. Ed è un peccato. Perché ti sei perso le espressioni e il gesticolare di Special. Che sarà tenero e buffo, ma quando s'infervora riesce a ffascinare perfino una tosta come Kitty.
Ma tu non c'eri, e ormai sei distratto. E adesso ti frulla in mente solo un idea.

Ma sti due hanno mai scopato, oppure no?

Il che dimostra, se necessario, la bontà dell'intuizione di Special Guest. Tu pensi solo al sesso. Tutti pensano sempre al sesso.

Quanto a quei due, solo uno sprovveduto come te potrebbe chiedersi se tra Kitty e Special fosse successo mai qualcosa. Si erano baciati, una volta. Sulle labbra. Era capitato che Kitty avesse una disillusione. L'ennesimo tizio l'aveva ottenuta, sparendo subito dopo. Il che continua a dimostrare che perfino una come Kitty, che si ritiene al di sopra di facili lusinghe, di fronte alle proprie debolezze è nel sesso che ha i suoi punti più vulnerabili.

Baciandosi, immediatamente avevano avuto la sensazione di una cosa strana. Colla velocità delle comunicazioni elettriche, lei aveva provato quel vago turbamento, soporifero e innaturale, di quando appena adolescente s'era baciata con un cugino più grande.
Special aveva ricordato il primo bacio ricevuto in bocca, che una diciannovenne gli aveva somministrato esasperata dai suoi titubamenti di mberbe ventiquattrenne.
La cosa che lo aveva stupito di più era che le loro bocche, le labbra e le lingue, avevano praticamente la stessa temperatura.

Nessuno dei due ci aveva mai riprovato, né desiderava davvero riprovarci. Ciò non toglie che Special nutrisse una gelosia, inconsapevole ma intensa, per le storie di letto di Kitty. E che Kitty lo stesse accompagnando al primo appuntamento con il ricco proprietario di una struttura didattica, interessato a lanciare nuovi corsi alternativi. Protestava su tutto ma su quella macchina c'era, e lo stava accompagnando.

Ma tu scuotiti; e torniamo alle arringhe di Special, che tanto stanno per finire.



7.

Ho già pronta la campagna pubblicitaria. Stampiamo flyer, compriamo spazi sui giornali, nell'etere secondi preziosi. Su sfondo nero, o dal silenzio, una sola voce, una sola scritta.

eRection day

Poi, la data e il luogo dell'incontro. Hostess all'accoglienza, docenti tra i 40-50. Giovanili, ma rassicuranti nelle loro competenze professionali. Niente camici bianchi, il nostro non è un problema idraulico. La medicina viene bandita, qui s'insegna Socialità. Il corpo femminile, o maschile, da boia che era, si fa complice. Ci si sorride, si ritrovano spazi. Ci si interrompe per giocare. Si riprende sintonizzandosi. La ricezione migliora di volta in volta. Ecco che lo stato della propria erezione preoccupa quanto la pieghevolezza del proprio gomito. Si reimpara il Gesto. Ci si accorge che imparare a nuotare o andare in bicicletta era stato di gran lunga più difficile. Si assegnano compiti per casa, alla portata di tutti. Il traguardo finale, la scioltezza completa, viene procrastinato a un lungo apprendistato. E fruttuoso, per l'alunno e per la struttura didattica. Il tempo dell'erezione è posposto. Adesso, nell'immediato, non c'è pericolo.

All'iscrizione si riceve un tesserino. Sopra, i simboli della segretezza massonica. Un profumo al posto dell'astrolabio. Una guêpière in luogo del compasso. Mostrato, esso rivela appartenenza al Progresso. Ispira affidabilità. Apre le porte del piacere e della socialità. In una parola: rassicura. Chi lo esibisce tiene al suo benessere, e a quello altrui. S'impegna a fondo per conseguire la piacevolezza. Offre prospettive. Non può ricevere dinieghi. Non se si ha classe. In breve, si crea un'appartenenza, previo esborso di una ragionevole quota sociale. Noi dobbiamo solo essere lì a raccoglierla.

È l'idea del secolo. Cos'altro dovrebbe finanziare, un imprenditore? corsi di chitarra? 'Chitarra'. Non è assurdo? come se uno, in tempi come questi, avesse altrettanta urgenza di - che ridere - 'Studiare Chitarra'. Oppure, perché no, 'Dipanare Tendopoli', o 'Aguzzare Triangoli'.
Improbabile. Torniamo pure a scuola, ma facciamolo con la maturità e, aggiungerei, la leggerezza dell'età adulta. Senza pagelle, quadri, promozioni o bocciature, e ricevimenti dei genitori.”

Kitty è posseduta da due emozioni, lancinanti nella loro contraddizione.
Da un lato, ritrovarsi affascinata dalle argomentazioni e dalla dialettica di Special.
Dall'altro, saperne bene le pigrizie, e le inconcludenze conseguenti.
Decide di uscirne, nel seguente modo.

Comunque, ammesso che tu abbia ragione, non sei il solo che mediti sciocchezze tanto spettacolari.
Shangai per esempio è già in trattative con un tizio, pieno di soldi, che gli sarebbe socio alla pari; e per lo stesso scopo. Me lo ha detto ieri sera.”



8.


Ma – come? Quando l'hai visto, Shangai?”

Questo ribattè tremando Special, reciso dalla sua dialettica come mai gli era capitato. Per temporeggiare dinanzi alla disfatta con una domanda che non c'entrava niente. O almeno così credeva, per adesso.

Special era più che sicuro di non essersi mai fatto sfuggire nulla, del suo progetto. Non ne aveva mai detto niente a nessuno. Se non a Kitty.
Come pure, era abbastanza certo che lei non ne avesse parlato in giro. Non era tipa da spifferare qualcosa a qualcuno, Kitty. Mica per lealtà nei suoi confronti. Quanto piuttosto perché lei era una che si faceva sempre gli affari suoi. Tanto meno l'avrebbe detto a uno come Shangai. Non che ne avessero mai parlato, ma Special era sicuro che Kitty non avesse alcuna considerazione delle capacità intellettive di Shangai. Mentre sentiva che, per quanto lei deridesse lui ogni volta che poteva, ne stimasse l'acume e le intuizioni, pur non perdendo occasione per deriderne le inadempienze.

Questo Shangai. Non puoi avere un quadro, se non sai chi era Shangai.

Shangai era uno. Grosso e lento, poco pulito e sempre brutto. Spesso insieme a Special e Kitty, non si poteva dire di quale dei due fosse davvero amico. D'altronde, erano amici Kitty e Special?
Amici. Che grossa parola.

Fatto sta che Shangai era lì, a molti dei loro convegni. Si andava a un concerto, e Shangai era presente. A cena fuori, e Shangai c'era. Faceva freddo o pioveva o si era stanchi, quindi non andava di uscire e si optava per un filmetto. Tra gli spettatori, anche Shangai.
Che spesso si addormentava, a riprova di quanto con loro si entusiasmasse. Si addormentava proprio di brutto, iniziando sonoramente a russare.

Sulle prime, Special e Kitty si sorprendevano, e si giravano verso quel russare. Poi si guardavano e sorridevano. Erano quasi carini quei due, quando si sorridevano così. Sembravano complici. Poi capirono che dovevano fare un passo.

Special si alzò, e mise con cautela la sua sigaretta accesa fra le dita di Shangai, che nel frattempo dormivano ignare sul bracciolo della poltrona.
Kitty, che non era tipo da non raccogliere una sfida, prese il largo cappello da diva eccessiva di Hollywood con cui girava in quel periodo, e con delicatezza glielo adagiò sulla testa.
Special, eccitato, andò all'armadio. Ne trasse un mazzo di carte da poker e ne trasse tre jack, che posizionò a ventaglio tra le dita della mano senza sigarette.
Kitty si guardò intorno e poi corse in bagno. Ne tornò con vecchia rivista femminile e gliela mise con prudenza sulle gambe, aperta su una doppiapagina che parlava di ciclismi e menopause.

Quello che da allora divenne Shangai, non si svegliava. Il gioco era aggiungere un pezzo alla volta. Perde chi causa il risveglio del tabellone.

Da quel giorno si smise di uscire. Erano sempre stanchi, o fuori minacciava di piovere, o c'era un film che ancora non avevano visto. Anche quando era un brutto film – anzi, soprattutto se era un brutto film, immancabilmente dopo la prima mezz'ora iniziava una nuova mano.
La prima, nessuno più sa chi la perse. L'avevano vinta entrambi. Poco importava chi dei due ne avesse causato la fine – coincidente con una pupilla che si muoveva nell'occhio appena aperto, e dalla bocca un infastidito “rrhRrcoddìo”.



9.

Ieri sera, ci siamo visti”.

Non può essere! Ieri si doveva vedere con una che puntava da un sacco di tempo, e che pareva che finalmente gliela desse, e che era inutile che mi diceva come si chiamava perché tanto non la conoscevo”.

A questo punto, Kitty era esasperata. Dalle ingenuità di Special, e dall'evidenza oramai conclamata della sua debolezza.

E invece a quanto pare la conoscevi! E comunque quello è cretino pure più di te, ma almeno quando decide di fare una cosa la fa; e quando quella cosa la vuole da una, ci va e glielo fa capire.
Tu parli la tua vita, e non la vivi! Preferisci astrarre perfezioni, piuttosto che rischiare di vivertele sul serio. Il pensiero di qualcosa in meno di ciò che solo riesci a immaginare ti paralizza. E quindi, torno a chiedermi: perché sto in questa bagnarola ad accompagnare a fare una cosa inutile un inconcludente come te?!”

Special, a questo punto, è morto. Inutile andare avanti. Quando uno muore, muore. Così, di botto: Zot. Come un fulmine Gioviale. Così piace al Fato, quando decide di recidere uno di quei fili lì. Le Porche si chiamavano, quelle vecchie orribili al Ginnasio.
Un interruttore spento, che apre il circuito e blocca le correnti. Un rubinetto chiuso, che le acque le spezza più naturale e comprovabile di mille divinità polverose e vendicative.
La morte è l'improvviso nulla. Lo zero al denominatore che rende infinita ogni infima vita che di stargli a numeratore abbia disgrazia.

Muore Special e muore il racconto. Muore il lettore e muore il narrante.
Perché quello che sembri non aver capito pienamente, è che Special Guest ero io.
E Kitty 'Sync' Hulah, invece eri tu.

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