domenica 18 maggio 2014

Invertebrati, eusociali e no.

 













Portava un maglione in lana d'ombelico, che esaltava il profilo della sua ascella volitiva. Era basso, grasso, calvo e quarantenne. Ci si può accanire con qualcuno più di così?
Il suo nome non importava a nessuno.
È strano che sia proprio tu, a interessartene. Pare che la madre un tempo lo strillasse dalla finestra, richiamandolo a sé per cena.

Lavorava fin da ragazzino in un bar. Alla vendita dei tabacchi. Tutto il giorno lì. Sapeva la marca preferita di ciascuno, ma non porgeva mai il pacchetto finché non lo chiedevano.
Era il re, dietro il suo banco. La sua corte frettolosa blandirlo, doveva. Prendeva le giocate al totocalcio. Dispensava sfortunati gratta e vinci. Cambiava i gettoni al videopoker. Pagava per commissione multe all'erario di stato. Ma ciò che più amava erano le sigarette.
Ricordava il primo pacchetto venduto a ogni ragazzino timoroso, che adesso gliene chiedeva tossendo due-tre pacchetti al giorno. Sapeva di avere un ruolo importante nella selezione della specie.
Lui, non fumava.

La sera andava a casa. Una mansarda, ricavata nel sottotetto del palazzo del bar in cui lavorava. Casa e chiesa diresti tu, avido come sempre di metafore stantie. Mangiava quello che voleva, schifezze per lo più. Senza nessuna cura per l'igiene alimentare. Tanto, ormai. Non fumava, né beveva. Niente alcol. Solo bibite zuccherate e acqua minerale ben gasata. “Non ci si può fidare di ciò che esce da un rubinetto”, pensava in un residuo di salutismo. Poi si metteva davanti al televisore, e vedeva una serie dopo l'altra. Di tutti i tipi, ne vedeva. Soprattutto di belle. Criminali dai sentimenti nobili, eroi con un lato oscuro, fantascienza rivisitata. Quindi sapeva tutto, della vita.
Era la vita a non sapere niente di lui.

Deteneva chiaramente smodiche quantità di pornografia, amorevolmente catalogata in terabyte. Ciò che la natura non concede sa bilanciarlo con altre regalie. Gli elargiva, in ordine sparso: masturbazione, svaghi televisivi, papille gustative, un apparato evacuativo ben lubrificato, una connessione in fibra ottica. Aveva, in definitiva, la sua isola deserta. Una capanna. Da mangiare, e un arenile senza mai l'orma di piedi selvaggi.

In compenso, nella sua casa ovunque era la polvere dei secoli, in orme varie dal taglio rettangolare. Strenui comodini, valorose credenze e roici tavolini si nterponevano fra il suolo e i grani, sedotti dagli
rresistibili richiami del centro di massa della terra.

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Cosa può succedere, a uno come lui?
Con la tua fretta rovini sempre tutto. Se avevi pazienza avresti saputo senza esporti.

Infatti, il protagonista è un altro. Alto, biondo, atletico. Una sensibilità raffinatissima. Pittore, di tele e non di muri. Aveva i suoi successi fino a poco tempo fa. Ora ha trent'anni, ha litigato coi suoi galleristi per fare le cose sue come dice lui. In effetti le fa, adesso. Quadri piccoli, che in quelli grandi è pigro e si disperde. Non escono mai fuori dal suo studio. Nel frattempo, insegna Anatomia artistica all'Accademia di Belle arti. Soldi nuovi lo guadagnano ogni giorno.

La vita
con lui è stata generosa. Che dire invece della sua generosità verso la vita?
Le sue giornate sono un continuo rimandare. Gravita in terminologie avulse. Snoda manichini privi di lineamenti. Mostra reperti biologici, calchi, preparazioni in tassidermia. Quando ha tempo e non è stanco dipinge un nuovo quadro. Poi lo attacca, in uno dei rari spazi ancora vuoti della sua grande casa; e man mano che la riempie ne rivede
l'assetto e la disposizione, secondo criteri talvolta cronologici, talvolta concettuali. È sempre pronto a illustrarli, ma la sua soglia la fa varcare a pochi. È sempre in forma, ma ogni prova la pospone.

Ma soprattutto, le donne. Ne ha provate molte, poi le ha restituite. Anche per più volte l'hanno fatto loro. C'è da dire che gli piacciono molto. Ma dopo averle provate - e
anche più spesso prima – non ricorda più perché non stia da solo. E solo torna. All'inizio è triste, accusa somatizzazioni varie. Poi gli torna l'euforia. Quasi del tutto impertinente, a ben vedere.
La sua recriminazione è: non se ne trova una che mi piaccia, non solo fisicamente, ma soprattutto come mia compagna di giochi imprescindibile.

Ora ti faccio un esempio di un usuale tuo scambio di battute.

“Ciao! Come stai?”
Bene grazie, e tu?”
"Io ho i cani, da portare la mattina"
"Sì, ma oggi c'è l'arcobaleno"
“Speriamo che prevalga il buon senso”.


Se è così, sarebbe meglio saltarne qualcheduna, e prenderlo piuttosto per il bavero. Ammesso che 'bavero' sia una parola ancora in voga. E a brutto muso dirgli “Guarda, non è tanto che se non cerchi è impossibile che trovi. Quanto il fatto che la zuppa Campbell, più che alla massaia che dovrebbe degustarla, piace al critico che badi all'etichetta. Ora, se tu curi allo spasimo la pettinatura e il tuo vestire, e l'artisticità di ogni tua natomia, getti le reti in un mare il cui pesce non ti piace. Se invece tentassi la battuta a cui vorresti una risposta a tono, forse potresti finalmente udirla”.

Ma fai bene a tirar dritto. Subito vedresti uscirgli rabbia, da uno sguardo ficcante o una mandibola contratta. La rabbia
stessa che da sempre di nascondere ha premura.
Ti farebbe, non del tutto dominandosi, “Ma se ogni volta che lo faccio scappano, o non ridono, o se ridono si stancano!”
Sarebbe vano rispiegargli la faccenda della zuppa. È più facile che il cibo l'affamato se lo cerchi nei secchioni, che dietro la Guernica.

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Ma lascialo invece andare al mare. Perché lì si svolgerà la nostra storia.

È al mare che nei giorni feriali vanno i privilegiati dell'industria del lavoro. Quelli che contano il tempo in anni accademici. Lo scelgono come luogo di ritrovi. Con un libro che esprima i loro gusti, sofisticati ma leggeri, non temono alcuna solitudine. Anche lui stenderà il telo sulla spiaggia, sdraiandosi non lontano dalla sua preda potenziale. Si tufferà quando avrà caldo. Nuoterà, e tornerà a prendere il sole. Poi all'ora di pranzo la raggiungerà sotto l'ombra del bancone, e la soppeserà. La composizione percentuale della sua pelle sarà sempre troppo tatuata. L'inflessione, troppo provinciale. Troppo rientranti, le ginocchia.
E mentre l'esame non porta ad alcun esito, nell'istante di un colpo di tosse vedrà seduta al tavolo l'allegra famigliola del suo tabaccaio. Quello stesso che gli aveva venduto il suo primo pacchetto adolescente.

Lo vedrà attorniato dal chiasso dei figlioli, mentre la moglie li chiamerà all'ordine. Lei sì, ben preparata. Avrebbe saputo tutte le risposte. Li vedrà tornare all'ombrellone, poco distante dal suo osservatorio mimetico. Guarderà il sedere del più piccolo, trainato dal papà per le caviglie, tracciare una pista di palline. Li vedrà scavare tunnel, innalzare ponti, progettare curve paraboliche, piantare bandierine; in una gara che chiaramente il padre vincerà. Poi sarà un tripudio ornamentale di telline sui castelli, di schizzi entrando in acqua, di Algidi cornetti.
Vedrà la figlia media
in acqua coi braccioli, mentre il più grande proverà a battere le gambe sostenuto dalle braccia paterne. Li seguirà con lo sguardo nella familiare, mentre in preda allo stupore affronterà il tramonto scartando il secondo pacchetto della giornata.


Fallo andare al mare, e imparerà da solo. O forse no.
'Favole anche migliori illustrano la sorte della cicala inetta al calcolo', si limiterà a pensare.

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