venerdì 11 luglio 2014

Cefalee cosmiche.

 



















Leggo sugli strumenti che ho lavorato come uno schiavo per tutto l'anno. Zero vita sociale. Zero donne, scludendo una parentesi pur piacevole ma breve. Lavoro, psicoterapia e palestra. In tutte le permutazioni possibili. Dovrei trasferire le domiciliazioni bancarie delle mie utenze domestiche sul nuovo conto. Ma posso farlo nel pomeriggio.
Sai l'euforia di quando ti compri nuovi capi d'abbigliamento? Ci sono i saldi, ora piglio la macchina e vado a fare una passeggiata in centro.

Sotto casa lavori in corso. Sventrano la strada, per la terza volta nell'anno. Prima l'illuminazione stradale. Già non funziona più. Poi le fognature,
straripate e navigabili per le alluvioni di sei mesi fa. Adesso il gas. Si marcia a sensi alterni. A lternarli, un Playmobil in livrea rancione, con paletta rossoverde d'ordinanza e tutto il resto. Tempo di percorrenza 30 minuti, per un tratto di 2 chilometri.

Non sarà questo a scaturirmi pentimenti. Neanche gli stronzi che mandano sms dalla corsia di sorpasso ci riusciranno.
La radio scrausa della mia scrausa utilitaria salta rbitrariamente, alternando frammenti di Message in a bottle e le previsioni del traffico. La trasmissione è disturbata, visto che dei ragazzini m'hanno fregato l'antenna. Probabilmente per giocarci agli spadaccini. Per chilometri, ai bordi della tangenziale, volanti della polizia dicono “Adagio!” dai loro tabelloni elettronici. Ottimo consiglio. Senza, l'italiano rischierebbe di perdersi una macchina ferma col triangolo e il suo proprietario che parla al cellulare indossando il regolamentare gilet giallo fosforescente.


La testa inizia a pulsarmi. Dopo vari giri parcheggio lungo un marciapiede transennato. Si rischia un po', ma alternative non ci sono. E poi non si paga il parcheggio sulla fascia blu. Solo il pericolo di una multa. Mi sbrigherò.
C'è il mercato. L'odore della frutta che prende il sole nelle cassette
mi raggiunge.
Ogni negozio si è organizzato con un suo questuante personale. C'è la zingara col bicchiere di carta, il mutilato, il vecchietto dei santini. L'africano invece è peripatetico. Mi aspetta al varco colla sua borsa piena di calzettoni. N
elle mani ne ha vari campioni. Il calzettone di spugna: articolo irrinunciabile, in un'estate torrida. Io temo lui. Egli per prima cosa mi sottoporrà al suo moderno saluto tribale: schiaffetto a mani aperte, pugnetto contro pugnetto, mani che toccano il cuore e poi non ricordo più. Nel rispetto di una procedura che ignoro. Non sono all'altezza, cannerò sicuramente il timing. Ma perché mi deve far fare la figura del bianco?
“Ciao fratello, come stai?” “Bene scusa grazie devo scappare”, tenendo
la falcata costante. “Almeno un euro per un caffè”.

Mi fermo e lo guardo. “Come, per un caffè? Un caffè con questo caldo, e questo dore di frutta che va a male? Non ci credo. Tu non useresti il mio euro per un caffè”.
Lo Sguardometro registra massima intensità. Il quadrante indica “Sguardo di uomo nero che colpevolizza uno sfruttatore bianco”. Ecco perché le favole mettono in guardia i bambini dagli uomi neri.
“No fratello, hai ragione, non è per un caffè. Te lo dico, se prometti di non ridere.”
Lo prometto. “È per pagarmi gli studi. Sono iscritto a un corso privato di Laurea in Economia e Commercio di Calzettoni di spugna. Ti prego, comprami un paio di calzettoni. Non farmi andare fuori corso”.


“Non posso aiutarti: come vedi, non ho i piedi”. Infatti, aumentando la concentrazione e le conseguenti pulsazioni alla testa, mi faccio sparire i piedi. Lui abbassa gli occhi per controllare, e cambia espressione. Mi guarda e fa “Alla mia università c'è una laurea in Deambulazione Senza Piedi! Ti prego, accetta un euro per i tuoi studi. Aumenta la qualità della tua vita”.

Lui mi nsegue per un po'. Ma io,
balzando di moncherino in moncherino, scappo più lesto.

Arrivo alla meta gognata. “Il paradiso del surfista”. Io che sono ateo e ho esperienze di surfista lontane e pisodiche, entro. Il commesso mi saluta con calore. Nessuno conosce i rispettivi nomi, ma chissà perché lui crede che un tempo eravamo amici. O
gni volta che arrivo nel suo negozio abbiamo almeno un pajo di minuti di conversazione forzata, e me ne vado coi sensi di colpa se non ho preso niente. Mi guarda le scarpe. Da skateboarder. Le mie sperienze di skateboarder sono meno episodiche, ma ncor più lontane. “Dove le hai prese? Sono quelle di Halo?” “Sì. Io manco sapevo che era. Mi sono disintossicato dai videogiochi 22 anni fa. Ho capito cos'era da domande tipo questa”. Quindi ci separiamo, colla promessa che gli avrei chiesto tutto quello che mi occorreva.

Quello che mi occorreva erano alcuni capi della mia taglia. Dopo vari ngorghi ricordo che avevo una teoria. È inutile andare per saldi. Non trovi niente. Se trovi qualcosa, non cianno la taglia. E se pure ce l'hanno, era meglio pagare un prezzo pieno pur di entrare a negozio vuoto e provare le cose con calma.


Buco nell'acqua. Vado a fare la spesa. Altra faccenda che rinviavo da tempo. Negozio bio. Sono tornate le orecchiette di crusca. Yum. Aromatizzate alla prugna. Che delizia per i miei crassi ntestini. Prendo sempre le stesse cose. Orecchiette di crusca. Germe di grano. Kamut soffiato, cus-cus di kamut. Seitan fresco, the verde. Semi di zucca, certe volte. Il parcheggio è adiacente a un campo nomadi. Ne entrano alcuni, di tenera età e piccola taglia. Scalzi e semi gnudi. Ciascuno prende un ghiacciolo-bio, pagandolo con una quantità incredibile di spiccioli. Che mentre carico la spesa in macchina rivogliono da me. “Signore, che ciai degli spicci?” “Io no, e tu?” “Ciabbiamo comprato appena adesso questi ghiaccioli, non vedi?” “Io invece queste orecchiette di crusca aromatizzate alla prugna, ecc”. Per fortuna tutto si svolge a operazione ffettuata, altrimenti sarei stato bbligato all'esborso, per l'incolumità dell'utilitaria con cui mi metizzo nella popolazione.

Al supermercato incontro una che conoscevo. C'è anche il ragazzo, conoscevo anche lui. Portano all'anulare sinistro degli anelli, che indicano che il tempo almeno per qualcuno passa davvero. Chiacchieriamo bene. Scopriamo di abitare vicini. Ci promettiamo di aggiungerci su di un social network.

Tornando a casa la temperatura dell'abitacolo mi fa temere per i miei surgelati. Corro come un pazzo. Non ne posso più. Voglio tornare alla base.
Nei miei progetti si nterpone una signora. Con tanto di nserti in pura plastica. Vasti e vari. Cosa se ne troverà nella bara, quando sarà ora di ridurne la salma? Essa ttraversa fuori dalle strisce, gli occhi proni sullo smartphone, immobile in mezzo alla curva. Io che vado fortissimo decelero rudemente, e questo a lei non va giù. Stacca a fatica lo sguardo truccato e lo pone su di me. È una signora della zona Nord della città.


“Non si va così forte. Se c'era un bambino col pallone che attraversava la strada che facevi, lo mettevi sotto?”
“Signora. Lei non è un bambino col pallone che attraversa la strada. Lei è una signora rincoglionita che manda i messaggini stando ferma in mezzo alla curva, lontano dalle strisce”.
“Brutto pelato maleducato!”
Bel pelato maleducato, vorrà dire”, omettendo considerazioni sull'estetica delle sue chirurgie.
 

Arrivo a casa. La borsa mi guarda. Dovrei andare agli allenamenti. Ci sono andato per tre giorni consecutivi. Ci andrò per i prossimi tre, prima di partire. Sono stanco. Il caldo mi ha fiaccato, come segnalano gli ndicatori ascellari.
Metto su una pentola di ortaggi surgelati, tonno, salmone, cus-cus di kamut. Ci aggiungo cinque acciughe sott'olio, in luogo del sale. Un pizzico di alte mperature. Una spruzzata di curry e olio extra vergine di oliva. Mangio davanti al computer con sul monitor un vecchio fumetto dei Fantastici 4, in cui il Dottor Destino si allea col Teschio Rosso. Ne leggo 150 pagine, le altre 150 le leggerò un'altra volta davanti a una pentola con forse dentro la stessa cosa.

Vorrei prendere il sole. Il sole non vuol prendere me. Mi frappone una densa coltre di nubi. Mi rassegno a procedere con le operazioni on-line.

Ho tre computer. Uno per la navigazione. Uno per i progetti musicali. Poi un netbook, con cui vado a letto. La relazione più significativa degli ultimi anni. Ce n'è anche un quarto, con cui suonavo dal vivo l'anno scorso; ma se ricordi quest'anno ho lavorato come uno schiavo. Quel quarto non si tocca. Ha internet disinstallato. Forte della sua performanza musicale e del suo costo spropositato,
obsolesce sulla scrivania.
Nessuno dei tre funziona. Mi hanno piantato, tutti nsieme. Questo rende difficili le operazioni di travaso bancario che mi accingo a compiere. Quello di nternet non si connette. Lo consulto solo per leggere le password tutte diverse che uso online. Il netbook non si avvia due volte su tre, però mi svela le grazie di intenet dai suoi dieci pollici. Fa mezzo pollice per ogni finestra che tengo aperta.
Nulla va per il verso giusto. La burocrazia della nuova banca non coincide con quella dei fornitori di acqua, energia elettrica, gas, nettezza urbana, abbonamenti a riviste, telefonie mobili e fisse. Chiamo il primo numero verde. Ascolto tutte le tracce di un disco senza mai ncappare in un operatore organico. Rinuncio. Tento col secondo fornitore. Mi risponde un indiano, facendomi rimpiangere il long-playing di prima. È strano farsi parte attiva in uno scontro fra culture tanto diverse. Per adesso lui è solo uno piccolo fra i miei problemi. Se mai avessi discendenti, i suoi surclasserebbero i miei.


Provo col terzo. Qui ho un problema diverso. Ieri il numero verde mi aveva segnalato il numero di un ufficio specifico cui richiedere i dati necessari. Mi risponde uno serio, che si nnervosisce praticamente subito. Io non riesco a spiegare le mie necessità, e sto per innervosirmi anch'io. Mi trattengo, poiché reduce da una discussione col mio psicoterapeuta da cui forse non c'è soluzione. “Io ho una laurea in Contraddizioni! Lei cos'ha?” “Io insegno Fisica in un corso universitario, ma non sono laureato.” “Ecco, vede?”, mi fa con la faccia che sogghigna dalla cornetta. Non la vedo, ma la percepisco da un aumento specifico dell'entropia segnalato dagli strumenti.

Il fatto è che ha ragione lui, scoprirò più tardi, e i suoi “pfui – colleghi” del numero verde sono davvero incompetenti. Seguendo le sue colleriche indicazioni almeno un'utenza l'avrò attivata.

Il resto domani. È ora di bere il the verde propedeutico agli allenamenti, fare pipì e andare.

Durante il mio stretching si avvicina il maestro. Egli è molto solo. Certe volte alla fine non resta a farci fare sparring, perche deve scappare a Catechismo. Non “da” Catechismo, ma “a”. È arrivato quest'anno. Pensavo fosse incappato in un qualche matrimonio religioso, da cui io scampo coltivando problemi esiziali coll'altro sesso, e in secondo luogo col mio Sbattesimo. Poi, riscontrandolo allupatissimo in varie occasioni, ho capito di no. La sua deve ssere una libera scelta.

Nella sua solitudine, aggiungiamoci il mio carattere apparentemente remissivo, come mi vede si squalifica. Nel senso che fa sé squalo, e me naufrago
inerme. Io sto lì a fare i miei esercizi preparatori, sudando moltissimo e non potendo scappare. Lui mi circostanzia come la mina attorno all'ago del compasso. Finge di aumentare il proprio raggio, ma torna sempre a chiudersi su di me. Può essere il fine settimana a Praga che sta progettando, se trova qualcuno con cui andare. Oppure il ribadirmi la sua pagina Facebook, “Eh, ma io non lo uso mai”, “Vabbè! Quando ce capiti aggiungime”. Oppure, l'organizzazione della cena di fine anno. O ancora, le sue operazioni al ginocchio. “L'artra volta a lezione ce stavano 'n sacco de ragazze!”. “Me devo comprà un tàbblet, tu ce capisci?”. “Oh! Ieri una che lavora ar magazzino co me ha menato ar Capo! Nun pòi capì checcasino! È arivata la polizia! Tutti che me chiamavano pe fasse raccontà!”. Egli è molto buono, e io mi sento molto in colpa a non sopportarlo quando si squalifica in modi simili. Certe volte però m'innervosisco. Forse m'innervosisco troppe volte - dovrei rifletterci su. Quelle volte provo a dirgli mentre mi parla “Mongoloide! a voce sempre più alta, senza farmi sentire. Tanto qualsiasi cosa dica io, lui non ascolta mai.

Stavolta l'argomento è serio. “Na svorta, Vincè. Mò me scrivo a na facoltà universitaria. Me danno na Laura, capito come? Posso fa er Maestro sur serio. Certo ce sò materie, c'è Biologia, c'è Sport, c'è Fisica! Pure Fisica! Capito come? Io che ciò a Terzamedia! Però poi posso fà er Maestro a Tempio Pieno, basta cor magazzino. Na Laurea! Certo devo studià” ecc.

~~~

“Basta così, tenente. Mi ridia il casco, quest'atmosfera pestilenziale mi ha fatto venire il mal di testa. Torniamo alla nave”.

“L'avevo avvertita, Capitano. La composizione dell'aria era respirabile senza conseguenze pericolose, purché per tempi non prolungati. E i rapporti mettevano in guardia dal permanere...”

“Ho detto basta. Avvii la procedura di rientro immediatamente. Io lo sapevo, me lo sentivo, che questo pianeta schifoso non era adatto alla vita”.

mercoledì 25 giugno 2014

Un altro racconto di merda.

 
Nel frattempo anche nelle case più lussuose dentro i muri scorreva la merda.

So bene quello che dico: io faccio un lavoro di merda. Andò così. Fatte le scuole superiori svernavo in un'iversità scelta a caso. In 5 minuti, BANG! Fuoricorso. Al che, il fratello di una con cui uscivo all'epoca mi fa:

“So che cerchi lavoro”
“Non è vero, non ne cerco”
“Io ho da proporti un lavoro di merda”
“Sentiamo, qual è?” 
“Uno che conosco ha una ditta. Cercano gente. Si tratta di incanalare la merda lungo tubi in case di gente che paga bene”.

Perché no. Paga bene. Contenti loro, di averci nei muri la merda.
Eccomi quindi alle prese col mio lavoro di merda. Da anni. Non farmi fare conti. Non sogghignare, soprattutto. So che la merda fa ridere grandi e piccini, ma anche il lavoro che fai tu è una merda, anche se meno letterale. Ma la sua puzza la fa.

La mattina arrivo presto. Un ragazzetto slavo fa le tracce incidendo le mura col bisturi. Un tempo il ragazzetto slavo ero io. Poi sono stato promosso a Signore Italiano. Mi sono adeguato. Indosso pantaloni larghi pieni di tasche, con macchie che sembrano vernice. Alle 10.30 in punto traggo da una busta un incarto di pizza colla mortadella, una Peroni da 66 cl e il Corriere dello sport. Fino alle 10.45 non do retta a nessuno.

Così, il ragazzetto slavo lascia le sue tracce. Quando lo fa, sogghigna. Mi ricordo il perché. Nello scassare i muri della gente perbene c'è qualcosa di straordinario. La signora ti guarda col cuore strizzato, lei che quando vede sul suo pavimento un granello di polvere lo raccoglie col polpastrello dell'indice della mano destra. Vorrebbe indignarsi, ma sa bene che è ridicolo. “Signora, è la sua merda e non la mia. Io sono uno educato.” Al che, seguo le tracce del ragazzetto slavo, stendendo la rete di tubi sanguigni nei quali correrà finalmente la merda. Un attimo dopo, il ragazzetto slavo cicatrizzerà i muri con lo stucco. Se durante un party gli ospiti di quella gentile signora immaginassero la trama di liquami che li avvolge, rimarrebbero di stucco.

Una volta bisognava far passare la merda di prete nei muri di una chiesa. Quel giorno il ragazzetto slavo ha avuto il suo salario giornaliero senza battere un colpo. “Questi sono muri portanti. Ci penso io”. Quale soddisfazione nell'accanirmi contro quelle mura benedette. Naturalmente, in quel percorso di merda ho ideato piccole deviazioni. Ora passava dietro la schiena del Crocifisso. “Non si può fare diversamente. Vede? Solo qui dietro c'è un'intercapedine che si può sfondare. Ai lati abbiamo due muri ladroni in pietra, molto difficili da redimere”. Nel frattempo traevo dalla borsa dei ferri il mio schiodatore di crocifissi nuovo di zecca. Mi prendevano in giro quando l'ho acquistato, ma sapevo che non stavo buttando i miei soldi. Il prete gemeva silenziosamente, ma era ben conscio della mole di merda che produceva. Stavo per aggiungere “così il suo crocifisso avrà la schiena bella calda, visto che anche d'inverno sta a torso nudo”. Ma poi ho lasciato perdere. Non scherzo mai. Non rido mai. Perdi alla svelta la voglia di scherzare, quando il lavoro che fai è di merda.

Tu mi stai disprezzando. Sento le tue pupille indignate scorrere sulle mie riflessioni di merda, biasimando ogni volta che scrivo di merda. Merda, merda, merda!
Non è colpa mia. Hai fatto la tua scelta: detesti costipazioni e occlusioni, e abbisogni di poderosi conduttori per la tua merda. La tua, non la mia.

Quindi la merda scorre. Inarrestabile. Scalda le terga delle icone sacre e i ritratti degli antenati. S'infila dietro la dispensa, incurante delle raffinatezze che contiene. Passa per la camera da letto, osservando sonni popolati da incubi. Parte da vasi di piccolo calibro, e affluisce in grossi tubi arancioni di PVC. Da sistema linfatico diviene apparato circolatorio. Ogni casa ha le sue arterie, in cui scorre acqua pura. E le sue vene. Incrostate di merda. Io tratto la merda.

Un tempo si usavano tubi metallici, smaltati all'interno. Termoisolati. Il costo era alto; si poteva abbattere. Le plastiche diventarono sempre più sottili e porose, trattenendo nei propri alveoli particole di merda che da liquida solidificava. Questa patina ne aumentò la rugosità, quindi gli attriti. Oggi abbiamo merda meno fluente.
Gli sbalzi termici non aiutano. La coibentazione delle case di recente fabbricazione è ridicola. Caldo d'estate, freddo d'inverno. Pieghe, bolle, crepe nelle condutture. Colesterolo né buono né cattivo; semplicemente inevitabile. Hai mai visto dei muri permearsi di merda? Sembra umidità, all'inizio. Poi gli odori ti mettono il dubbio: sarà merda?

Naturalmente all'inizio tenti mille spiegazioni. “È solo che è umido. Quest'odore di chiuso svanirà aprendo le finestre una mezza giornata”. La merda è in effetti diluita, l'acqua la iuta a scorrere nei tubi. Panta rei, ti dici tu; ma non è vero. I liquidi scorrono, i solidi molto meno. Essi amano intrattenersi presso i loro stacoli. Quindi ti stazionano dietro le suppellettili, incuranti della tua repulsione bigotta.
“Senti qui, cara: sarà merda?” - “Oh, Orazio, non so dirti. Certo, sembra merda. Ma come può essere? Abbiamo rifatto l'impianto neanche ventimila anni fa, non può essersi già rotto”. Non può, soprattutto per la gravità delle conseguenze. Quella è casa tua. Il tuo porto franco, il rifugio dai tuoi lavori di merda metaforica, stolto che credi di essermi migliore. Vederlo impregnato di merda vera non è, semplicemente, un'ipotesi accettabile. Pure, è così.

La qualità si abbassa dappertutto. Dicono che sia un processo irreversibile. Un tempo si produceva con amore. Prima la funzionalità. Poi l'abbattimento del costo, l'estetica e la smaltibilità. Non di rado i prodotti avevano un indotto educativo.

A un certo punto, ecco bussare alla porta delle conomie capitalistiche il terzomondo impertinente. Che nel frattempo ha studiato, almeno un po'. Le nuove conomie nascenti. Cinesi. Indiani. Legano te, secolare lavoratore occidentale, al palo della tortura. Chiedono meno, molto meno: certe volte si accontentano di un terzo.
“Perché no?”, ridono gioviali i Cavalieri del Lavoro. Quindi licenziano, subappaltano, delocalizzano. I guasti non sono più riparabili. Bisogna rifare tutto da capo. Fino a inorridire della violenza dei colpi dati dai ragazzetti slavi sui muri delle loro case intrise di merda.

Io stesso, ligio alle tendenze del mercato, ho un disco che richiama il cliente bisognoso di concludere il suo tipico affare di merda. Trascorro le ore più liete, ascoltandolo mentre suona. “Buongiorno. Lei ha chiesto un preventivo per un merdodotto di tipo domestico. Se la casa è in costruzione, e l'impianto è da mettere in opera ex-novo, prema 1. Se l'impianto è preesistente e va ammodernato, prema 2. Lei ha premuto il tasto 2. Se la cubatura della merda prodotta mensilmente non è superiore a 0,02 metri cubi, prema 1. Se la cubatura non è superiore a 0,06 metri cubi, prema 2. Se la cubatura non oltrepassa i 0,10 metri cubi mensili, prema 3. Per quantità superiori, prema 4. Per riascoltare questo messaggio, prema 9. Per tornare al menù precedente, prema 0”.

Fantastico, fantastico. Quando al primo bivio telefonico premi il tasto 2, grande è l'urgenza. Tu non sai quantificarti la merda. Tenti di indovinare le dimensioni lineari di un campione mattutino, e di elevarlo al cubo, moltiplicandolo per i mattini contenuti in una mensilità; ma nel frattempo quel campioncino ostinato non sente ragioni e vuole uscire. Quindi nelle pause del mio disco favorito pronunci i peggiori improperi, augurandomi le più crudeli morti. Tu, col tuo animo candido, che poco fa ti scandalizzavi per la quantità di volte che ho scritto 'merda'. La tua indignazione è ingenua e tenerissima. Credi di avere del problema un quadro completo. Non sai che, a lavori conclusi, dal punto A di origine la tua merda verrà indirizzata in un diverso punto B.

Non ti chiedi mai, di quel punto B. Esso vegeta paziente, in qualche cantuccio dello spazio-tempo. Attende di germinarti le verdure, o il foraggio che foraggerà le tue bistecche. Ti aspetta nei mari in cui sguazzerai nelle tue rigeneranti e costosissime vacanze stive. Coverà le uova dei pesci prelibati di cui ti ciberai nei ristoranti più costosi.

Ognuno ha la sua merda. Il suo lavoro di merda. La sua vita di merda. Tu non mi faciliti le cose. Le tue sigenze sono per l'appunto solo tue. Spesso divergenti dalle mie.

Tu mi chiedi documenti, mi frapponi burocrazie, mi metti voti bassi agli esami, mi levi punti alla patente.
Mi curi le malattie svogliatamente, difendi i miei diritti per parcelle salatissime, commetti a mie spese errori giudiziari. Non mi rappresenti nelle democrazie rappresentative, storni i fondi, ascolti musica caraibica a volumi altissimi la domenica mattina. Stendi asfalti che alla prima pioggia saltano per aria, mi sbagli le previsioni meteorologiche, perdi le prenotazioni delle mie vacanze. Mi blocchi la carta di credito, aumenti i prezzi, vendi biglietti sfortunati, non inventi mai cure contro la calvizie.

Ma adesso ti frego io. Sto per brevettare un sistema di fognature wireless.




domenica 22 giugno 2014

Che vita sarebbe senza Budella.




















La ragazzina tirò fuori una banconota da 500 £ike nuova fiammante e pagò il suo Calippo alla carne.
L'uomo in carriera tirò giù il finestrino della sua macchina sportiva e fece alla signora carica di buste della spesa: “Come mai in mezzo alla strada? Il marciapiede era troppo ruvido?”
La mamma si alzò di scatto dalla tavola e urlò al bambino “Ti sei sporcato un'altra volta! Non ne posso più! Lavo in continuazione e non ve ne frega niente! Sei il mio peggior fallimento!”.
Era una giornata bellissima, nella Città.

Fuori della Città non so. La gente aveva sempre lo stesso umore. Sicuramente c'era benessere. s'era scoperta una cura per quasi tutte le malattie, e poteva pure esserci il sole. Ma una giornata ha il bisogno di sentirsi apprezzata, per sentirsi bellissima.

Erano apprezzate, le giornate fuori dalla Città? Si percepiva allegria? Questo è un argomento da pprofondire.
Ci sono varie cose che danno allegria. Il benessere. La salute. L'amore. Lavorare un numero di ore congruo. Cioè poche, diresti tu. Ma io so che per esperienza che anche un'ora di lavoro al giorno può rivelarsi una grossa seccatura. Andiamo in ordine.

Di benessere ce n'era a buttar via. Il progresso aveva provvisto ai bisogni di ciascuno. Questo voleva dire innanzitutto che non si spendevano più quantità di denaro pazzesche né i talenti dei migliori scrittori, registi e compositori di jingle, per produrre pubblicità che generassero desideri inesauribili. Un bel progresso, non trovi? Ognuno desiderava il giusto. Cose cioè che, oltre a essere ragionevoli, si potevano avere.

La salute era una condizione normale per chiunque. Era incredibile che nel passato un'entità evoluta come l'Uomo si lasciasse mettere in scacco da organismi unicellulari. Che le loro mutazioni potessero essere più veloci dei tempi di reazione degli ngegni degli scienziati. Che si consumassero alimenti cancerogeni, pieni di conservanti e pesticidi. Che si nquinassero le falde acquifere. Che si riuscisse a bucare perfino una cosa impalpabile come l'ozono.

L'amore era poi una formalità. Dalla nascita ogni ndividuo compilava questionari in cui ogni personalità era registrata con tutte le sue voluzioni. Un confronto informatico combinava gli accoppiamenti più soddisfacenti per i singoli e più fruttuosi  per la collettività. Guarda caso, gli abbinamenti duravano. Il divorzio sembrava da tempo una faccenda mitologica. Tutti avevano ricevuto amore da una famiglia unita. Tutti erano pronti a darne ai figli nella stessa misura.

Per finire, il lavoro. Esso è noioso, o peggio alienante. Ma solo quando ti aliena o ti annoia. Se hai mai assaporato un'occupazione che ti piace, sai benissimo che non puoi preferirgli alcuna vacanza. Anzi, dover mangiare e dormire e qualsiasi altra normale incombenza del quotidiano ti sembrano d'un tratto una strana bizzarria. Peraltro necessaria, quindi superabile.
C'erano dei test, a iutare le persone a valutare le proprie attitudini. Coltivandole, raggiungevano la personale soddisfazione e l'eccellenza. E quando uno realizza se stesso, costituisce uno spettacolo sempre interessante e non manca mai di clientela.
Il lavoro era l'ultimo dei problemi.

A questo punto sicuramente sarai propenso a credere che sì, doveva percepirsi allegria anche fuori della Città. Che anche là fuori doveva essere una bellissima giornata.
Lo vedrai tra poco. Nel frattempo, cerca di capire come era stato possibile raggiungere risultati simili.

Già nei tempi antichi, alcuni avevano difficoltà a vedere il Telegiornale. Specie i bambini.
Passavano durante il pranzo certe scene. Terremoti, alluvioni, calamità. Guerre stellari e non, bombardamenti, vittime morte e vive tra le macerie. Occhi di altri bambini magrissimi e piccolissimi erano pieni di mosche mentre guardavano nella telecamera, e nessuno pensava mai a scacciarle via.
L'Empatia non nasceva da uno sforzo intellettuale, ma era parte del corredo genetico della specie.

Non c'era da preoccuparsi. Bastava seguire l'esempio dei Grandi. Girarsi verso di loro, e constatare l'urgenza di mettere in tavola le vivande prima che si raffreddassero. L'importanza di non fare briciole e di finire quello che c'era nel piatto. Altrimenti lo si sarebbe ritrovato il giorno dopo.
Altre malattie infantili erano state combattute e debellate coi vaccini. Per l'Empatia non c'era bisogno di cure specifiche. Anche perché quei telegiornali non duravano molto, ed era facile distrarsi da una programmazione tanto spiacevole, specie quando tra poco iniziavano i cartoni animati.

Si era pensato a tutto. Privata di stimoli, nell'adolescenza l'Empatia iniziava a ridursi, sparendo del tutto nella pubertà. D'altronde non era che un residuo di egocentrismo infantile. Una volta sviluppati caratteri sessuali e forme di pensiero logico, l'individuo non mancava di nserirsi negli schemi sociali appropriati. Gli scienziati ritenevano che quel calarsi nei panni del prossimo non fosse che una bizzarria, dovuta alle secrezioni di qualche ghiandola destinata a trofizzarsi nell'età adulta.
Un errore più grave di pretendere che attorno alla Terra giri l Sole.

All'inizio era facile cambiare canale, o aspettare la fine del Telegiornale. Ma collo sviluppo delle telecomunicazioni e dei mass-media, con Internet e i social network, con l'informazione che rendeva possibile conoscere in tempo reale e con dovizia di particolari le realtà più agghiaccianti dell'intero pianeta, quelle ghiandole ancestrali ripresero a funzionare come sincronizzate da un nefasto rologio.

Al vedere foto e video e nel leggere i resoconti, la gente, anche in età dulta, inorridiva. Per i maltrattamenti agli animali. Per gli stupri consumati in alcune civiltà patriarcali. Per ogni torto o sopruso antimeritocratico, per ogni forma di corruzione pubblica e privata, per tutte le violenze e le faziosità praticate. Apprezzava poesie, condivideva i propri pensieri, tesseva ragnatele destinate a catturare tutti come moschini.

Ben presto per il capitalista fu impossibile capitalizzare, e capitolò. Non poteva eseguire uno sfruttamento, un sopruso, un licenziamento, che subito era investito da bordate di commenti negativi. Sei mai stato investito da bordate di commenti negativi, tu? Come fremi nel rastrellare un numero anche siguo di £ike, così saresti sopraffatto da bordate di commenti negativi. Chi ne riceveva era pronto a cambiare
il proprio atteggiamento all'istante.

Nonostante l'abitudine alle accelerazioni del progresso, fu incredibile la velocità con cui la società si trasformò. Perfino nei paesi più caldi e latini era impensabile
gettare in terra una cartaccia, o passare col rosso, o – del tutto inconcepibile – scavalcare una fila. Era invece una gara a iutarsi l'un l'altro. A comprendere e a capirsi. Una gara all'ascolto non valutativo, a ignorare il proprio tornaconto, cui partecipavano l'artigiano e il mecenate, il politico e il vigile urbano, il prete di campagna e il poeta. In breve, il bene comune fu raggiunto.

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E mentre si raggiungeva il bene comune, mentre ci si rallegrava dei risultati intermedi, sopravveniva una malinconia imprevedibile.
Era un dubbio, un piccolo disagio. Da una parte s'imparava un'onnipotenza nuova. Lavorando insieme s'erano sconfitte pidemie, risolti conflitti secolari, allargate le prospettive sino all'inverosimile. Dall'altra la nuova onnipotenza rendeva inaccettabile ogni limite. Soprattutto quando, nel frattempo, la ghiandola dell'Empatia tornava a dare nuovi frutti.

Da un atteggiamento di reciproca comprensione che escludesse manifestazioni affettive, l'Empatia era degenerata in Simpatia. Non puoi pretendere che un adulto, acquisendo all'improvviso un'inedita percezione sensoriale, riesca a gestire la propria vita con sapevolezza. L'adulto elaborava queste nuove sensazioni con una capacità mentale già formata, ben diversa da quella di un bambino. I dubbi temporanei del secondo diventavano nel primo filosofie complete.

La situazione collassò. Dalla capacità di rappresentarsi le mozioni e le sigenze di un'altra persona senza necessariamente condividerle, si passò al percepirle in prima persona. Il dolore era contagioso, anche quando ne mancavano le cause oggettive.

La soluzione più ovvia era impegnarsi ancora. “Lavorerò di più”. Anche le sintomatologie più innocue vennero spazzate via. Non si aveva più memoria di un raffreddore o di un banale mal di testa. Le aiuole non venivano calpestate più, come qualsiasi altra creatura vivente. Ed era quello il punto.
La vita. La morte. Alla prima forse sì, ma alla seconda non si trovò mai cura.

La gente moriva. Tardissimo, ma moriva. In condizioni eccellenti, coi tessuti lisci e spianati come nessun lifting prima. Ma moriva. La morte di uno era la morte di tutti. Le rare volte che moriva qualcuno, tutti gli altri rimanevano paralizzati. Un mare di esperienze se ne andava per sempre. Una collezione inestimabile di sensazioni. Un tesoro incommensurabile di ricordi. Non c'era modo di rimediare.
Quando sul giornale appariva la notizia di un decesso, foss'anche dall'altra parte del pianeta, tutto il mondo tratteneva il fiato. La terra non girava più, e i venti si fermavano imbarazzatissimi.

Intendiamoci. Si erano compiuti progressi meravigliosi. Nessuno tendeva più a ffermare la propria esistenza parlando sugli autobus a voce alta nel proprio cellulare. Chiunque si sentiva parte del sentire comune, dando colpi di pialla a una sedia in una falegnameria per impedirle di tritticare, o isolando il gene che predisponeva al cancro nel laboratorio di un'iversità. Ma alla morte continuava a non esserci rimedio.

Se tu non capisci è perché grazie all'atrofia della tua ghiandola hai stabilito che essere empatici va bene, ma dare l'anima per gli altri no. Tu ti salvi cercando di valutare di volta in volta se il tuo interlocutore meriti uno sforzo empatico da parte tua o se stia pretendendo simpatia, compassione, pietà ad ogni costo. E in tal caso tendi a tagliare corto. Questione di sopravvivenza.

Ottimo. “Tagliare corto”. Alle stesse conclusioni arrivarono alcuni. Ne rabbrividirono. Asportare a dulti e neonati la ghiandola dell'Empatia significava lobotomizzare la società del benessere. Tornare a epoche primitive in cui per ignorare la Morte occorreva competere tutti i giorni coi propri simili. Farsi gazzella nel proprio branco, che quando vede la leonessa inseguire un altro esemplare, ricomincia a brucare la sua erba.

Ma non c'era ltro modo. Fu per questo che, coll'approvazione comune si diede il via alla sperimentazione, e vennero tracciate le fondamenta della Città.

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I migliori architetti progettavano, i più grandi ngegneri calcolavano, i più esperti carpentieri costruivano. Chirurghi capaci si preparavano a sportare la ghiandola dell'Empatia da un campione scelto di volontari. Si erano presentati in un numero cospicuo, sia detto in onore di quella popolazione sfortunata e triste. Sapevano che il rischio era quello di regredire alla barbarie, tornando allo stato animale. Fare solo i propri interessi; che paurosa ristrettezza di vedute.

Dotarono la Città di ogni comodità. Costruirono scuole e ospedali, infrastrutture e servizi. Enormi biblioteche furono stipate di tutto il Sapere disponibile. Per la prima volta da tempi immemorabili furono edificate carceri, stazioni di polizia, caserme e tribunali. Nella speranza che, se non l'empatia, almeno un barlume di senso logico riuscisse a limitarne l'utilizzo.

Sul perimetro innalzarono alte mura. Telecamere a controllare, personale qualificato a osservare. Campi energetici a rinforzo. Si sarebbe stati bene, nella Città. Ma nella natura umana il gusto per l'esplorazione e l'avventura non è asportabile, in alcun modo. Nessuno ne parlava pertamente, ma era palpabile il timore che privati del controllo ghiandolare quegli eroici volontari potessero diventare pericolosi. Non solo per sé.

I volontari erano adulti. Maschi e femmine. L'operazione non era rischiosa, neanche per sone anziane. La chirurgia e la medicina in genere avevano raggiunto lo stato dell'arte. Ma far vivere a un vecchio gli ultimi anni di vita senza Empatia sarebbe stata una utentica crudeltà.
Bambini, manco a parlarne. Nessuno se ne sarebbe assunto la responsabilità. E poi, si sperava che la vita empatica precedente negli adulti avrebbe lasciato della civiltà ricordi almeno razionali.

Squadre di psicologi studiavano il caso. Si prevedevano il deterioramento, se non l'arresto, dell'apprendimento sociale. La tendenza a utilizzare l'azione fisica. Passività e dipendenze. Regressione a modi di pensare infantili. La fine dell'immaginazione, un pensiero incapace di fantasie, l'utilitarismo sopra ogni cosa. Eccessiva rigidità morale, aspirazioni irrealistiche e il ritorno al conformismo sociale. Solo fare illazioni dava i brividi. Si era sicuri che tutto ciò fosse preferibile alla paura della Morte, propria e altrui?

Ebbene sì. Lo si era senz'altro. Per questo le ruspe continuarono a scavare, e i cantieri a funzionare. Non oso pensare a quali reality show ne avrebbero tratto in epoche passate. La speranza era che la rimozione della ghiandola dell'Empatia fosse una difesa straordinariamente forte contro il dolore psichico. L'unica cura possibile per i traumi provocati dalla Morte.

Avevano provato con soluzioni meno radicali, ma senza risultati. La psicologia e la psichiatria non riuscivano a indirizzare l'intelligenza emotiva delle persone verso preoccupazioni più produttive. Nel corso dell'evoluzione, in un mondo in continua competizione, il mettersi nei panni dell'altro per sapere cosa pensi e come reagirebbe aveva costituito un fattore di sopravvivenza importantissimo, nel consorzio umano. Ma se un lupo indulgesse a istinti cavallereschi verso il suo branco, non si ciberebbe mai. Se non vi lottasse per riprodursi, indebolirebbe la specie. Se fosse consapevole del desiderio di vivere della preda, morrebbe di fame.
Nei secoli non erano mancate curiose diramazioni panteistiche: alcuni avevano iniziato a ttribuire un'anima praticamente a tutto. Ma non divagare. Adesso, con l'Empatia portata alle sue streme conseguenze, l'orrore della Morte sovrastava ogni cosa.

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Da quando le selezioni di volontari erano state annunciate, file normi di candidati attendevano il proprio turno. Il numero di persone che riuscivano a tollerare l'idea della Morte propria e altrui era esiguo. Pur di esserne capaci, la maggior parte era disposta a rinunciare alla ghiandola dell'Empatia. E non perché la si ritenesse rinunciabile, anzi era l'unica garanzia di civiltà che nella Storia avesse funzionato.


Oltre ai parametri di età, con cui si scartavano bambini e anziani, e oltre alla parità percentuale dei sessi, affinché si potesse perpetrare quella nuova specie disgraziata di nsensibili, il criterio più probante era la paura della Morte. Doveva essere più bassa possibile. I candidati erano sottoposti alla visione di filmati. Funerali, agonie, di congiunti e stranei. Scene insopportabili per la maggior parte degli accorsi, anche quando non particolarmente strazianti. Più bassa era la reazione, più forte la probabilità che la motivazione fosse senso civico e non timore, e che essi fossero capaci di comportamenti sociali anche una volta privati dell'Empatia.

La notte prima dell'intervento risolutivo, gli addii coi congiunti erano strazianti. Non per la distanza fisica che avrebbe separato il ricoverato dai suoi cari, quanto per quella mentale. Le prime volte era concesso dare un estremo saluto dopo l'intervento. Ma la cicatrice sul collo. Gli sguardi, diversi e rilassati. I sorrisi. Tutto tradiva un distacco nuovo. Osservarlo, era terrorizzante.
Non fu così traumatico, il distacco dai congiunti.

Ecco perché non devi stupirti per gli strani gelati succhiati dalla ragazzina. “Il gustolungo e adultero per diventare grande”, diceva la pubblicità. Neanche se il ragazzo getta la cicca dal finestrino dell'automobile, la signora gli fa “Bella roba. Voglio vedere se a casa tua facevi una cosa del genere”, e lui le risponde “ A casa mia no, a casa tua sì”.
 
Lasciamo quindi che la storia abbia il suo corso, e vedremo come andrà a finire.
Ma per quanto ci si fosse sforzati a prevedere l'esito dell'esperimento, ogni modellizzazione presenta lacune e difetti. Essa non può mai, e dico mai, competere colla realtà fisica che tenta di rappresentare. Erano stati tentati i migliori modelli statistici, elaborati dai massimi esperti. Ma – non so se
dal liceo te lo ricordi – un sistema che ammetta un numero imprecisato di equazioni in quantità troppo vaste di ncognite non era risolvibile neanche da quelli bravi. Incompatibile, si diceva. Quindi non ho idea di cosa potrà succedere.

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Anche perché una questione mi distoglie. Se nel tuo salone fosse racchiuso una scimmia di grosse dimensioni in una gabbia dalle sbarre di carta, riusciresti a dormire? Le mura erano alte, spesse e inespugnabili. Da entrambi i lati. Le telecamere coprivano ogni centimetro di campo visivo. Giorno e notte. Ma le tecnologie con cui erano state costruite erano accessibili da entrambi i lati. E tu prima concordavi su un fatto. Non è l'empatia, né tantomeno la sua riduzione, che può frenare la curiosità e il gusto per l'esplorazione insiti nell'animo umano.

Mi chiedo quando inizieranno a lzarsi i primi elicotteri.

venerdì 23 maggio 2014

Puericultura.

 
















Il vero scopo delle scie chimiche era separare gl'ignoranti dagli stolti. Bastava studiare le reazioni sui social network.
Gl'ignoranti gnoravano. Continuavano a spammare le proprie attività effimere, o a postare citazioni poetiche nella speranza di rimorchiare; o quantomeno a far battute per far ridere i loro compagni.
Gli stolti nvece fremevano di sdegno e ribollivano di frustrazione. Le loro bacheche erano un coacervo di violenza solo verbale e rabbia mai espressa verso bersagli pertinenti.

Era una buona iniziativa, questa del Governo. Perlomeno funzionava. Con la Lira pesante e l'€cu il successo non era stato tanto netto. Una parte della popolazione ne era comunque infastidita. Piccola, ma chiassosa.
Anche quella volta in cui il Governo si era speso tutta la paghetta che gli passi ogni settimana per comprarsi degli aeroplanini F-35 tutti rotti. Perché protestare? Perché indignarsi?

Una volta, avrò fatto l'asilo, mi hanno dato una di quelle bellissime banconote verdi da Cinquecentolire, e mi hanno mandato al giornalaio a comprare Il Tempo e Il corriere dello sport. Questo in epoche in cui si permetteva di uscire ai regazzini senza stare a preoccuparsi della pretofilia odierna.
Insomma, come arrivo vedo un bellissimo giornaletto, tascabile ma spessissimo, dal titolo 'Gatto Silvestro pocket'. Scritto in alto - nero in campo bianco. In copertina c'era lui in persona: Gatto Silvestro. Teneva tra le zampe la gabbietta di Titti e si leccava i baffi, su sfondo tutto azzurro. Il copertinista non aveva ritenuto di dedicarsi ai particolari, dato il livello intellettuale dell'acquirente medio.
Lo guardo a lungo, e intensamente lo desidero. Ma le mie, di Cinquecento lire settimanali, erano destinate a Topolino. Non potevo saltare un numero, facevo la collezione.
Al che, quel provvidenziale giornalaio fa festoso: “Corriere dello sport e Tempo sono finiti!”. Il dado è tratto. Torno trionfante col mio doppio bottino fumettistico. Spiego a mio padre la meccanica dell'accaduto, e non mi stupisco del tutto del suo biasimo. “Potevi provare a un altro giornalaio, e comunque quei soldi non erano tuoi. Quelli tuoi li avevi avuti”. Non fa un piega. Quindi mi sequestra entrambi i giornaletti.

Prima di due ore, viene in camera e porgendoli mi dice “Puoi tenerli”.
Io faccio l'offeso, per appena due minuti. Poi li prendo, ma non sono soddisfatto. Il mio apparente successo ha un gusto amaro. Riesco a percepire il sentore dell'errore.
Capito? Elabora anche il peggio regazzino, o il Governo più monello. Anche se al momento non sembra. Questo è 1 paese a sfondo cattolico. C'è sempre il tempo per 1 ravvedimento.

Tu, popolazione sparuta e infastidita, mi ricordi quelle coppie di mezza età che non hanno mai avuto figli. I Governi, si sa, sono come bambini piccoli. Sono chiassosi e capricciosi. Pretendono da te attenzioni spesso ingiustificate. Ti salgono sui divani colle scarpe, non se le puliscono bene sullo zerbino, e fanno chiasso col pallone durante la tua pennichella pomeridiana.

Ma richiamarli in continuazione, o peggio ancora reprimerne le manifestazioni, è un sistema educativo sorpassato. Un Governo deve esprimersi, anche se in modi fastidiosi. Esso vuole capire sessei gnorante o stolto perché ama sondaggi, questionari e censimenti, che sono
i suoi giocattoli. Non devi biasimarlo perché non lo capisci: un tempo bramavi anche tu trottole e cavallucci. E poi, se reprimi 1 Governo da piccolo, ne farai 1 adulto insicuro e privo di equilibri. E 1 adulto può incasinarti molto più di quanto possa un bambino piccolo. Ad esempio, un sacco delle tue tasse serviranno a pagargli lo psicologo; e allora era meglio essere più tolleranti prima.

Non so te, ma sin da da piccoli i miei cuginetti e io ci rendevamo conto benissimo di questa differenza. Gli zii che avevano generato cuginetti erano più simpatici degli altri che invece no. Così come i miei nipotini sostengono che, fra gli amici del papà, i più simpatici siano quelli che fumano tuttinsieme certe sigarette fatte da loro.
Quindi, non ti lamentare per i centrini decentrinati sui tuoi tavoli. Il Governo ha bisogno di spazi per colorare i suoi disegni di legge. Non invidiarne i privilegi e l'inoperosità, mentre tu ti alzi tutte le mattine e affronti il traffico. Sei stato piccolo anche tu, e le pulsioni che avevi non erano tanto distanti dalle sue.

O forse no? Tu mi dici che a te qualche schiaffone te lo davano, e con questo lassismo educativo chissà dove andremo a finire?

Ti capisco. Anch'io, in effetti, a volte.
C'era questo fratellino piccolo di una mia amica. Aveva una decina di anni meno di noi, frutto evidente di precauzioni mal riuscite. Ma non se ne aveva a male, ed era l'entità più molesta che si potesse per sbaglio concepire.

Da dolescenti non ci lasciava giocare. Qualsiasi cosa facessimo, lui si metteva in mezzo. Ci rovesciava il tabellone del Monopoli. Era il più pericoloso degli Mprevisti. O
gni volta su quel grugno schifoso mi aspettavo una pioggia di schiaffi, la cui portata non riuscivo manco a immaginare visto che io non avevo fatto mai niente del genere, e pure di certe piogge m'ero inzuppato bene.

Invece niente. Non una zia, una sorella, una nonna, un padre, una madre. “No-no; non si fa”. Oppure: “Insomma, sei proprio impossibile!”, quando la cosa era proprio grossa. Era evidente che quel moccioso pestifero se ne beava. Anzi: avevo l'impressione che con provocazioni sempre più grandi e reazioni appena meno modiche questa esecrabile marionetta impazzita si tarasse il fondoscala, esplorando i limiti del suo universo conosciuto.

Da più grandi, il Monopolio che aveva su di me quella mia amica passò oltre.
La pubertà aveva ridisegnato gli equilibri. Lei adesso era detentrice di FREGNA,
traendo da ciò superpoteri nuovi. Era femmina, eppure mi cagava. Mi telefonava a casa, addirittura. Quello su cui adesso in equilibrio precario camminavo era un filo talmente sottile che per non rischiare di spezzarlo non osavo nemmeno farmici le seghe. Chiacchieravamo per delle ore. Sembrava provarne anche piacere. Certe volte rideva anche di brutto. Boh.
Quel pezzo di merda di scimmia
madornale ascoltava le nostre conversazioni su un'altra linea. Mandava a memoria le mie sternazioni più goffe, e al rivedermi le virgolettava tutte davanti ai genitori.

Io ti capisco. Anch'io a volte vorrei prendere il Governo a calcioni nel sedere facendogli salire le scale quattro a quattro. E, arrivati al quinto piano, arrampicarlo sulla terrazza condominiale, appendermelo per le orecchie tra le mani, stancarmele dondolandolo sul vuoto sottostante, guardarmelo negli occhi e dirgli: “Tu adesso cambi, capito? Non rompi più i coglioni. Mai più. Perché altrimenti io tornerò qua con le tue recchie, e col tuo moto ondulatorio metterò a prova più dura le mie maldestre dita di pianista”.

Non vergognarti di quello che provi. Avrai avuto anche tu, le tue suore alle Lementari. Colle loro cure-Ludovico, hanno provato a estirparti la cattiveria e i bassi istinti. Ora che sei grande, non negarli più. Essi esistono. Non è ignorandoli che ti migliori. Cerca piuttosto di tollerare. Se non di amare, addirittura.
Ama il Governo, ora ch'è piccolo: da grande lui saprà ricompensarti.

Quel regazzino orribile è cresciuto. L'ho incontrato nella metro, tempo fa.
Mi dice che è chirurgo. Nel suo praticantato, il professore gli ha preso le mani e gliele ha messe sul cuore aperto del paziente addormentato. V
iene un brivido, pensando a cosa poteva combinare la scimmia non ammaestrata di una volta. “Non affonderai mai il bisturi, se hai paura di toccare. Ecco, premi bene e guarda: non succede niente”.

Hai capito? Incredibile, non è vero?
Calmo, maturo, equilibrato. Piacevole a tratti, addirittura. Giusto un tantino un po' prolisso.
Pensa come mi avrebbe operato male, trovandomi a sterno sollevato su di un tavolo peratorio, se lo avessi davvero scosso per le recchie.
Non ti piacerebbe che anche i più immaturi fra i Governi ti effettuino 1 giorno perazioni favorevoli?

Stempera il tuo odio con le riserve giuste. I Governi, poverini, hanno la mortalità infantile più elevata. Non credere che i paesi che ne detengono il primato siano i soliti, i più esotici. L'Africa sub sahariana. L'Asia occidentale. L'America latina. Sorprenditi pensando che certe città europee sono non da meno. La disoccupazione galoppante. Il debito pubblico. La sanità privata.
 
Non so se è tempo perso, questo in cui ti spiego. Più ci penso, più mi sembri uno di quei cittadini insofferenti e di mezza età che non ha mai avuto un Governo. O se ce lo ha vuto, gli è morto fin da piccolo.

domenica 18 maggio 2014

Invertebrati, eusociali e no.

 













Portava un maglione in lana d'ombelico, che esaltava il profilo della sua ascella volitiva. Era basso, grasso, calvo e quarantenne. Ci si può accanire con qualcuno più di così?
Il suo nome non importava a nessuno.
È strano che sia proprio tu, a interessartene. Pare che la madre un tempo lo strillasse dalla finestra, richiamandolo a sé per cena.

Lavorava fin da ragazzino in un bar. Alla vendita dei tabacchi. Tutto il giorno lì. Sapeva la marca preferita di ciascuno, ma non porgeva mai il pacchetto finché non lo chiedevano.
Era il re, dietro il suo banco. La sua corte frettolosa blandirlo, doveva. Prendeva le giocate al totocalcio. Dispensava sfortunati gratta e vinci. Cambiava i gettoni al videopoker. Pagava per commissione multe all'erario di stato. Ma ciò che più amava erano le sigarette.
Ricordava il primo pacchetto venduto a ogni ragazzino timoroso, che adesso gliene chiedeva tossendo due-tre pacchetti al giorno. Sapeva di avere un ruolo importante nella selezione della specie.
Lui, non fumava.

La sera andava a casa. Una mansarda, ricavata nel sottotetto del palazzo del bar in cui lavorava. Casa e chiesa diresti tu, avido come sempre di metafore stantie. Mangiava quello che voleva, schifezze per lo più. Senza nessuna cura per l'igiene alimentare. Tanto, ormai. Non fumava, né beveva. Niente alcol. Solo bibite zuccherate e acqua minerale ben gasata. “Non ci si può fidare di ciò che esce da un rubinetto”, pensava in un residuo di salutismo. Poi si metteva davanti al televisore, e vedeva una serie dopo l'altra. Di tutti i tipi, ne vedeva. Soprattutto di belle. Criminali dai sentimenti nobili, eroi con un lato oscuro, fantascienza rivisitata. Quindi sapeva tutto, della vita.
Era la vita a non sapere niente di lui.

Deteneva chiaramente smodiche quantità di pornografia, amorevolmente catalogata in terabyte. Ciò che la natura non concede sa bilanciarlo con altre regalie. Gli elargiva, in ordine sparso: masturbazione, svaghi televisivi, papille gustative, un apparato evacuativo ben lubrificato, una connessione in fibra ottica. Aveva, in definitiva, la sua isola deserta. Una capanna. Da mangiare, e un arenile senza mai l'orma di piedi selvaggi.

In compenso, nella sua casa ovunque era la polvere dei secoli, in orme varie dal taglio rettangolare. Strenui comodini, valorose credenze e roici tavolini si nterponevano fra il suolo e i grani, sedotti dagli
rresistibili richiami del centro di massa della terra.

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Cosa può succedere, a uno come lui?
Con la tua fretta rovini sempre tutto. Se avevi pazienza avresti saputo senza esporti.

Infatti, il protagonista è un altro. Alto, biondo, atletico. Una sensibilità raffinatissima. Pittore, di tele e non di muri. Aveva i suoi successi fino a poco tempo fa. Ora ha trent'anni, ha litigato coi suoi galleristi per fare le cose sue come dice lui. In effetti le fa, adesso. Quadri piccoli, che in quelli grandi è pigro e si disperde. Non escono mai fuori dal suo studio. Nel frattempo, insegna Anatomia artistica all'Accademia di Belle arti. Soldi nuovi lo guadagnano ogni giorno.

La vita
con lui è stata generosa. Che dire invece della sua generosità verso la vita?
Le sue giornate sono un continuo rimandare. Gravita in terminologie avulse. Snoda manichini privi di lineamenti. Mostra reperti biologici, calchi, preparazioni in tassidermia. Quando ha tempo e non è stanco dipinge un nuovo quadro. Poi lo attacca, in uno dei rari spazi ancora vuoti della sua grande casa; e man mano che la riempie ne rivede
l'assetto e la disposizione, secondo criteri talvolta cronologici, talvolta concettuali. È sempre pronto a illustrarli, ma la sua soglia la fa varcare a pochi. È sempre in forma, ma ogni prova la pospone.

Ma soprattutto, le donne. Ne ha provate molte, poi le ha restituite. Anche per più volte l'hanno fatto loro. C'è da dire che gli piacciono molto. Ma dopo averle provate - e
anche più spesso prima – non ricorda più perché non stia da solo. E solo torna. All'inizio è triste, accusa somatizzazioni varie. Poi gli torna l'euforia. Quasi del tutto impertinente, a ben vedere.
La sua recriminazione è: non se ne trova una che mi piaccia, non solo fisicamente, ma soprattutto come mia compagna di giochi imprescindibile.

Ora ti faccio un esempio di un usuale tuo scambio di battute.

“Ciao! Come stai?”
Bene grazie, e tu?”
"Io ho i cani, da portare la mattina"
"Sì, ma oggi c'è l'arcobaleno"
“Speriamo che prevalga il buon senso”.


Se è così, sarebbe meglio saltarne qualcheduna, e prenderlo piuttosto per il bavero. Ammesso che 'bavero' sia una parola ancora in voga. E a brutto muso dirgli “Guarda, non è tanto che se non cerchi è impossibile che trovi. Quanto il fatto che la zuppa Campbell, più che alla massaia che dovrebbe degustarla, piace al critico che badi all'etichetta. Ora, se tu curi allo spasimo la pettinatura e il tuo vestire, e l'artisticità di ogni tua natomia, getti le reti in un mare il cui pesce non ti piace. Se invece tentassi la battuta a cui vorresti una risposta a tono, forse potresti finalmente udirla”.

Ma fai bene a tirar dritto. Subito vedresti uscirgli rabbia, da uno sguardo ficcante o una mandibola contratta. La rabbia
stessa che da sempre di nascondere ha premura.
Ti farebbe, non del tutto dominandosi, “Ma se ogni volta che lo faccio scappano, o non ridono, o se ridono si stancano!”
Sarebbe vano rispiegargli la faccenda della zuppa. È più facile che il cibo l'affamato se lo cerchi nei secchioni, che dietro la Guernica.

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Ma lascialo invece andare al mare. Perché lì si svolgerà la nostra storia.

È al mare che nei giorni feriali vanno i privilegiati dell'industria del lavoro. Quelli che contano il tempo in anni accademici. Lo scelgono come luogo di ritrovi. Con un libro che esprima i loro gusti, sofisticati ma leggeri, non temono alcuna solitudine. Anche lui stenderà il telo sulla spiaggia, sdraiandosi non lontano dalla sua preda potenziale. Si tufferà quando avrà caldo. Nuoterà, e tornerà a prendere il sole. Poi all'ora di pranzo la raggiungerà sotto l'ombra del bancone, e la soppeserà. La composizione percentuale della sua pelle sarà sempre troppo tatuata. L'inflessione, troppo provinciale. Troppo rientranti, le ginocchia.
E mentre l'esame non porta ad alcun esito, nell'istante di un colpo di tosse vedrà seduta al tavolo l'allegra famigliola del suo tabaccaio. Quello stesso che gli aveva venduto il suo primo pacchetto adolescente.

Lo vedrà attorniato dal chiasso dei figlioli, mentre la moglie li chiamerà all'ordine. Lei sì, ben preparata. Avrebbe saputo tutte le risposte. Li vedrà tornare all'ombrellone, poco distante dal suo osservatorio mimetico. Guarderà il sedere del più piccolo, trainato dal papà per le caviglie, tracciare una pista di palline. Li vedrà scavare tunnel, innalzare ponti, progettare curve paraboliche, piantare bandierine; in una gara che chiaramente il padre vincerà. Poi sarà un tripudio ornamentale di telline sui castelli, di schizzi entrando in acqua, di Algidi cornetti.
Vedrà la figlia media
in acqua coi braccioli, mentre il più grande proverà a battere le gambe sostenuto dalle braccia paterne. Li seguirà con lo sguardo nella familiare, mentre in preda allo stupore affronterà il tramonto scartando il secondo pacchetto della giornata.


Fallo andare al mare, e imparerà da solo. O forse no.
'Favole anche migliori illustrano la sorte della cicala inetta al calcolo', si limiterà a pensare.
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