lunedì 22 settembre 2014

Il peggiore amico dell'uomo
















Stavo al pc a giocare a Spider, quando nella stanza si levò un sospiro. Era il dannato sacco di pulci.

Non c'era da sbagliarsi. Coi suoi sospiri il bastardo voleva dire: 'Che inizi a fare un'altra partita, se quando sbagli fai CTRL+Z? Lo Spider di XP almeno faceva annullare solo fino all'ultimo cambio di carte, e qualche volta si poteva perdere. Con Windows 7 puoi tornare indietro fino all'inizio. Si vince sempre. C'è solo un piccolo contatore di mosse in basso a destra, a segnalare l'imbroglio'.

Il bastardo aveva ragione. Ho una percentuale di vittorie del 100%. Ma se i programmatori hanno lasciato la possibilità di annullare, perché mai non dovrei servirmene? Perché 'non vale'? Ma che vuol dire 'non vale', se nessuno ti controlla? Dovresti essere tu, a controllarti? E se sgarri che succede? Metti su peso? Ti esce il sangue? Piange Gesù?
Lo ignoravo e ricominciavo. Ma l'eco di ogni sospiro rimbalzava sull'intonaco per minuti. E quando la coda dell'eco pareva smorzarsi, ecco che ne partiva uno nuovo.


Sospirava, e basta. Sapeva che con una protesta più esplicita avrebbe ottenuto rimproveri e punizioni. Niente strattoni o suoni molesti. Solo sospiri. Insopportabili. Isolati ma regolari. Gocce dal rubinetto che impediscono di addormentarti. Se il primo sospiro potrebbe essere casuale,  il secondo e il terzo preludono a una lunga catena.
Vediamo quale catena si spezza per prima, la sua o la mia. Quale ha gli anelli più fragili.

Ignorarli è peggio. Si manifestano segni nuovi.
Sono segni di piccola taglia. La pelle invecchia più in fretta. I peli del naso e delle orecchie crescono più veloce. Gli occhi perdono più gradi del solito. Le sopracciglia diventano lunghe e si ispessiscono, come quelle dei vecchi che giocano a carte nei bar senza annullare mai.


Quell'animale lurido ti segue dappresso e non ti molla più. L'hai svezzato quando era un cucciolo inetto. L'hai cresciuto, corretto, educato. L'hai nutrito, e con le forze che ne ha tratto, ora s'impone.
Per lui giocare a Spider non è uno spasso. Sa bene che si vince sempre e si perde tempo.  Vorrà andare a pisciare sulle cose. Annusarne altre. Ringhiare contro i suoi simili e cercare di riprodursi. In società non mancherà di imbarazzarti. Le sue terapie ti faranno spendere una fortuna dallo specialista. Le sue pappe sono altezzose e costosissime. E se vai al risparmio, t'indurranno sensi di colpa. I suoi svaghi, periodici e inderogabili. Pretese assurde, per uno non autonomo come lui.

Metti un aperitivo al bar. Siedi a una tavolata di amici. All'aperto. Ti godi il clima mite, e la lista degli aperitivi. Chiaramente hai dovuto portare anche lui. Lo sciogli, e per la felicità si mette a saltellare dappertutto.
Quando vieni da una giornata di lavoro, e quell'aperitivo è il primo momento in cui provi a rilassarti, non c'è niente di più molesto di quella carogna appena sguinzagliata. Sei lì che sorseggi il tuo drink, facendolo durare il più possibile per legittimare l'occupazione del tavolo presso il gestore del bar. Cerchi di disprezzare in pace i tuoi vicini, che come te non propongono argomenti di conversazione, ma guardano la gente che passa e poi si arrendono al proprio smartphone. Come puoi impegnarti nelle tue faccende, coi suoi latrati eccitati in sottofondo? Qualcuno prova a ignorarlo. Altri tirano qualcosa lontano, nella speranza di guadagnare qualche secondo. Ma lui ritorna sempre. E non provare a tenere in mano roba vagamente commestibile. Nella migliore delle ipotesi starà lì a guardarti, sbavando sui tuoi migliori jeans. Nella più probabile, abbaierà finché non lo farai partecipare alla tua mensa.


Ma adesso basta divagare. Sono a un punto morto. Non rimane che un cambio di carte, e ho completato solo un seme. Farei prima a ricominciare, 'CTRL+Z' fino all'inizio. Ma se ricomincio io, ricomincia pure lui. Stacco gli occhi dallo schermo e lo considero. Immagino la sua faccia senza espressioni legata al guard-rail, dalla mia macchina che riparte.

“Ok bastardo”, faccio staccando indice e mignolo dai tasti M ('Suggerisci mossa')e D ('Dai carte'). “Andiamo al parco a leggere un libro”.
La sua eccitazione è palpabile ma composta. Sa bene che al minimo errore la sua passeggiata va a puttane.

Preparo guinzagli, museruola e medagliette. Pastoie, con le quali condurlo in ambiti urbani. Mi comporto bene, io. Ci tengo alle convenzioni sociali. La responsabilità per i danni causati dal suo comportamento ricade sempre su di te. E comunque devi sempre raccoglierne le stronzate, e avere con te strumenti idonei alla raccolta delle stesse.

Entriamo in macchina. Faccio partire il cd, dalla traccia che ascoltavo l'ultima volta. Shaker song, dei Manhattan Transfer. Pare gradirla. Sostiene che gli provochi orripilazioni piacevoli. Difficile dire se sia vero, ma in effetti dà i brividi anche a me. Tranne il finale, dove hanno appiccicato gli assoli più forsennati e pacchiani. Quando invece non siamo soli, se faccio partire la musica protesta. Sembra quasi che voglia concentrarsi sulla conversazione. Anche qui, non gli do torto. Se si ascolta musica bisogna alscoltare la musica. O almeno parlarne. Sennò si sta zitti, o la si spegne per parlare più comodi.



Arriviamo al parco. Scelgo una panchina e mi ci siedo. Sciolgo il bastardo e apro il libro.
Ci sono altri bastardi, coi loro accompagnatori. Non sempre educati, né i primi né i secondi. I secondi basta osservarli, e qualche dettaglio te ne svela lo spessore. Può essere l'orribile suoneria techno di un cellulare, lasciata suonare per un tempo non funzionale
da un signore di mezza età. Oppure un richiamo non lanciato al momento opportuno, o fatto senza alcuna convinzione. Io, lo ripeto, continuo a comportarmi bene. Mi preoccupo che il mio non dia fastidio a nessuno.

A questo punto tu, che hai fatto altre scelte, potresti chiedermi: ma chi te lo fa fare?

È vero. Ci sono un sacco di lati negativi. Tutti quelli che ho detto, e non solo. Però ce ne sono anche di positivi.
Ad esempio, hai un rapporto semplificato con un essere che puoi controllare quasi completamente. Può fare tutti i capricci che vuole, ma l'ultima parola spetta a te. In quali altre relazioni puoi assaporare sensazioni tanto deliziose di potere quasi totale?
Devi solo rinunciare ad alcune delle tue libertà personali, in cambio. Perché, tu ti credi libero? Ognuno decide i gradi di libertà entro cui muoversi. E poi, non ti senti mai solo.
Detta così, sembrerebbe una scelta saggia. Eppure da valutare c'è anche altro. Ti racconto un fatto.

Un vantaggio della situazione, lo saprai anche tu, è che in queste situazioni arcadiche è facile rimorchiare. Il bastardo va a caccia di prede con cui accoppiarsi. Le prede potenziali sono incuriosite dal bastardo. E si tirano appresso le loro accompagnatrici. Non sempre graziose o tali da interessarmi. Ma qualche volta sì. Si inizia a parlare, ci si siede insieme, si commentano le loro evoluzioni. A volte si concordano accoppiamenti. I loro, e non solo.
Mi alzo dalla panchina, stavolta in compagnia.

Ci mettiamo d'accordo per un aperitivo.
Si vuotano i bicchieri. “Io per stasera non ho impegni. E tu?”
“Nulla a cui non possa rinunciare”.
Sogghigno pensando che finalmente c'è riuscito, quel sacco di pulci, a farmi passare la voglia di premere CTRL+Z.

Devi sapere che, con un bastardo letamoso appresso, difficile che ti facciano entrare al ristorante. Gli altri avventori tengono alle buone maniere. Un altro punto a suo vantaggio. Sono invitato a cena, direttamente in una casa privata. Finalmente il bastardo si sdebita della mia dedizione, almeno in parte, facendomi saltare tappe obbligate.


Lei cucina bene, ma io penso ad altro. Lo penso e poi lo faccio. Seduti sul divano, all'improvviso le sfioro una guancia e le do un bacio. Perdiamo presto i vestiti.
Sembra eccitata, e questo eccita sempre anche me. Da quel bacio scendo più in basso, ne do altri in posti diversi, le vado sopra e le sono dentro. Inizio a darmi da fare.

Dopo un po', qualcosa mi distrae. È quel'aborto pulcioso. Non le basta la sua, di preda. Mi ha percepito distolto da lui, e rivuole attenzioni. Lo sento abbaiarmi nella testa.
L'altra bastarda è più educata. Resta tranquilla e al posto suo. Si vede che è abituata a lasciare in pace la padrona, quando è opportuno. Alla fine non ero poi granché, come addestratore.

Inizio a sudare. Molto. Le gocce si staccano. Rischiano di finire addosso alla mia partner. Provo a deviarle, ci riesco per un po'. Poi mi arrendo.
“Hai dei fazzoletti?”
“Prendi un asciugamano dall'armadio”.
Mi stacco, e tutto finisce.

Il problema di rimorchiare in questo modo è che poi una volta a letto vorresti stare tranquillo e lasciarti andare. Ma come si fa? Quella sporca bestia ansima anche lei. Vuole giocare. Essere della partita. Mica puoi alzarti e prenderlo a calci. Rovineresti tutto.

Prima di allevarne uno tuo, pensaci bene. Da piccoli sono carini. Curiosi, sempre allegri.
Poi a un certo punto li spereresti in grado di badare a se stessi. E invece no. Lontano da te sono perduti. Gli abbandoni sono proibiti. Non vuoi certo finire al telegiornale, nel generale
raccapriccio. E poi, come potresti separartene. Non sarebbe mica possibile. Al limite potresti sedarlo. Anche per sempre. Definitivamente.

Perché, contrariamente a quanto hai pensato finora, il miglior nemico dell'uomo è il cervello.
Non il cane.

martedì 12 agosto 2014

After Dark

















Quante parole si dicono al giorno?
Facciamo un calcolo. In un libro famoso come I promessi sposi, nella traduz. di A. Vacconi, ce ne sono 220.174. Per 550 pagine, ediz. Immondadori. 400 parole a pagina.
Quanto tempo ci vuole, per leggerne una a voce alta? Facciamo 5 minuti.
Quanto si parla in media in un giorno? Supponiamo 3 ore.
Sono 14.400 parole.
In un anno non bisestile, più di cinque milioni.

After Ego era superiore. Pur facendo una vita poco mondana, la quantità di cose che era capace di dire quando era in forma, e il numero di ore in cui poteva parlare ininterrottamente e prendendo fiato pochissime volte, raddoppiava il totale precedente.
After Ego era uno da almeno dieci milioni di parole all'anno.

Per il lavoro che faceva, doveva sempre parlare un sacco. Ma ora era in vacanza. I mesi estivi li trascorreva al mare, nel paese di origine della famiglia paterna. Cogli amici di una vita teneva banco per ore e ore, senza stancarsi mai.


Era un abitudinario. Le sue giornate erano tutte uguali. Sveglia a metà mattinata. Corsa sul bagnasciuga, o esercizi a corpo libero. Mare per tutto il giorno. Pranzo di macedonie, caffè e sigarette nel capanno da cui erano usciti i più bei dischi degli anni '80, e spuntati ogni estate i migliori gelati. Verso le sette, aperitivo analcolico cogli amici. Cena in famiglia rigorosamente alle otto. Nel paese d'origine After Ego tornava figlio anche da grande. Partita a carte cogli zii, e dalle undici in poi faceva le ore piccole al Chiosco, nella Villa Comunale.

Questo Chiosco aveva una storia. Era una costruzione, piccola e ottagonale, di parecchi anni prima. Forse dei primi del novecento. Ricovero di ragazzini durante il giorno, che quando finivano di giocare a pallone vi facevano pipì. Di sera, luogo di iniziazioni dei più grandi.
Quando After era passato allo status di Più Grande, era a disagio nel farsi passare le cannette seduto nell'antico pisciatoio. Ricordava bene il suo punto preferito, sul lato a ore 2 coll'ingresso alle spalle. S
ulle prime tendeva a evitarlo. Poi aveva pensato che ogni centimetro quadrato era stato annaffiato da chiunque, e quello era tornato il suo posto preferito. Anche per sedersi. Almeno la pipì era la sua.

Uscendo di giorno dal Chiosco, specie nelle ore più calde, eri stordito dal frinire delle cicale, e dall'odore degli aghi di pino che rosolavano al sole. Di notte invece l'umidità ti trafiggeva con aghi più gelidi.
Da ritrovo di tossici e ragazzini incontinenti, preso in gestione da tipi del posto, era diventato il riferimento diurno di colazioni, pranzi e aperitivi per famiglie vacanziere. E di notte, il centro di attrazione gravitazionale di chiunque avesse dai 20 ai 35 anni.

In una di queste sere, After Ego era in pieno delirio logorroico. Gli amici non smettevano di passargli le cannette, e lui si lasciava uscire ogni pensiero senza filtri. After era contento. Certe volte temeva di incarnare il vecchietto dei saloon, a cui si offrivano cicchetti perché ballasse. Ma a lui andava bene così. La sua lingua per ballare non aveva bisogno di schivare i colpi di una Colt.

A un certo punto, da un tavolo lontano, ecco entrare in scena Johanna Dark. Comparve da contesti meno pirotecnici della sua storica omonima. Stava con altra gente. Emanava un qualcosa. Quel qualcosa riuscì a distrarre After dai suoi conati verbali.

Lui ne cercava gli occhi. Provava per istinto a iniziare una di quelle storie di sguardi, infinite e sostitutive di storie più concrete, che intraprendeva con le ragazze che riuscivano a catturare la sua curiosità.

Ma Jo non si girava. Rideva cogli amici suoi. Poi diventava seria, e stava zitta a bere per interi minuti. E dopo un po', tornava a ridere.
Quella sera After Ego la finì così. In silenzio. Strano, pensavano gli amici
suoi. Ma alle sue stranezze si erano abituati.

Il giorno dopo After si allenò distratto. Diverse volte nel farsi la barba si sgarrò (“Che hai usato oggi, una bottiglia rotta?” - “No. Carta vetrata”). Andò al mare. Prese svogliato i suoi bagnetti, e mangiò con poco appetito la macedonia di frutta sigarette e caffè. Aperitivò silente. Cenò, perse a carte in fretta e andò a vestirsi bene per la serata. Scese al chiosco, localizzò gli amici e si sedette al tavolo. Lei non era ancora arrivata.

Lo fece un'ora dopo. Era nervosa. Sembrava turbata. A un tavolo c'erano le persone con cui era stata la sera prima. Qualcuno After lo conosceva, ma erano più piccoli di lui
di qualche anno. In un posto dove vai in vacanza fin da ragazzino qualche anno crea muri generazionali. Un altro tavolo, rispetto alla sera precedente. Ma sempre lontano.
Lei arrivò parlando nel suo cellulare, li superò senza salutare, e andò a sedersi su una panchina periferica.

Durante il giorno s'era informato. Senza far trapelare il minimo interesse. Johanna Dark era originaria del luogo pure lei, un po' più piccola di lui, e al mare ci andava in agosto. After ad agosto era stato sempre trascinato in montagna. I suoi amavano la montagna. In montagna bisognava camminare. Portare indumenti sacrileghi, quando nel resto del mondo pianeggiante fiorivano le estati. Non si prendevano bagnetti praticamente mai, anche se After aveva aperto gli occhi sott'acqua per la prima volta in Trentino, in una piscina all'aperto, a 25 anni.

In più Johanna aveva un fidanzato
storico. Egli era in lite cogli intraprendenti imprenditori del Chiosco. Così anche Johanna l'aveva sempre evitato. Si diceva che fra i due si fosse incrinato qualcosa, quell'estate. Ed eccola là, su quella panchina periferica. Lei, il suo cellulare e una bottiglia.

Ci sono muscoli involontari, nelle orecchie. Stapedi, si chiamano. Responsabili dell'aumento dell'acuità uditiva. Quando in una conversazione vuoi concentrarti su un parlante specifico, si tendono come i tiranti di un tamburo. Automaticamente.
Quella sera After Ego riusciva a controllarli. Nonostante la distanza, di intellegibile captò un “No!”, e un “ma porca puttana,” seguiti da frasi meno chiare.
Poi il cellulare si staccò dalla sorgente di quelle emanazioni così magnetiche. Finì in una borsa, e a godere il privilegio della vicinanza toccò alla bottiglia.

Di alcune persone non si vede mai il coraggio. Poi magari, dopo anni di remissioni, di fronte a un sopruso anche minore all'improvviso reagiscono mandando l'imprudente k.o.

After Ego era famoso per la sua inconcludenza con le ragazze. Quando andava all'università, per anni interi era stato capace di arrivare in orario, lui così poco puntuale, nelle lezioni frequentate dalla Ragazzina Dai Capelli Rossi. Anzi, arrivava 10 minuti prima. Si piazzava sulle scalette che portavano alle aule, e fumava una Chesterfield light (prima di aver scoperto che era meglio il tabacco sciolto). La guardava arrivare, e abbassava lo sguardo per primo. La tattica pareva funzionare. Un giorno lei era scesa a testa bassa, mentre l'amica guardandolo fisso a un certo punto disse “Lui?”.
Tutto il resto di quella Ragazzina era diventata più rosso dei suoi capelli
rossi.

Addirittura studiava. In sala lettura, chiaramente. Si diceva che la Ragazzina Dai Capelli Rossi ogni tanto vi apparisse pure lei.
In una delle sue pause frequenti era uscito per un mocaccino al distributore. Rientrato, l'aveva scorta sistemarsi le cose nel posto affianco al suo. Il suo cuore impazzito aveva preteso che riuscisse subito. Non nei suoi intenti, ma da quel sacro luogo di studio. Egli aveva con sé il suo pacchetto di Chesterfield light e l'accendino. I pochi spicci che aveva, gli erano già valsi i favori della macchina del caffè. Niente telefono, portafogli, chiavi della macchina.
Rimase nei corridoi, digiuno di vettovaglie e
amori per tutto il giorno. A sera, dopo averla vista uscire da lontano, poté ritirare le sue cose, e tornarsene a casa.

Un'altra volta, a fine luglio, era in città a preparare l'ultimo esame. Avendone scoperto sul foglio delle prenotazioni il numero di casa, le aveva fatto diverse telefonate mute.
Alla fine s'era rassegnato.

Come in trance agonistica, After s'alzo. Sentiva i commenti mordaci degli amici, che all'improvviso sapevano il perché delle domande durante il giorno.
Andò verso la periferia, e si sedette sulla panchina.

Lei aveva gli occhi gonfi e beveva. Lui le porse una delle due sigarette che aveva confezionato. Lei allora lo guardò.

Un'altra informazione carpita in mattinata era che gli occhi di Johanna Dark spaccavano i culi.
Tanti, negli anni, ne avevano spaccati. A 11-12 anni After si appassionò alla pesca dei granchi. Si portava appresso il fratello e le cugine più piccole, e se ne andava al molo in bicicletta. Dopo pranzo non si poteva andare al mare. Il sole bruciava, ed era un pericolo per le pelli delicate degl'infanti. Stranamente il divieto non valeva per posti altrettanto solatii. Sul molo il sole picchiava. Picchiava di brutto. Quei ragazzini riuscivano comunque a starci sotto, chini sugli scogli. Fino alle quattro, quando i divieti balneari si sbloccavano.


Per la pesca del granchio ci volevano: un secchiello, e un coltello appuntito.
Arrivando al molo in bicicletta passavi accanto a un'incannucciata. Colla parte tagliente del coltello tagliavi la tua canna. Una volta giunti, cercavi una lenza. Non troppo aggrovigliata. I  pescatori ne lasciavano sempre in quantità. Poi, colla punta, staccavi una patella. Buttavi via la conchiglia e la infilzavi in un bastoncino corto, che legavi al terminale della lenza. La facevi calare lentamente vicino alla tua preda. Il granchio, se non scappava, iniziava a interessarsi. Aspettavi che la attaccasse colle chele, e quando era attaccato lo tiravi su. A quel punto entrava in gioco il secchiello.


Il gioco finì l'estate dopo. Un signore a pancia nuda, da sotto il suo berretto da pescatore, disse loro: “Quanti ne avete presi. Che bravi! Ma poi, che ci fate?”
In effetti, mica sapevano quale fosse il fine ultimo delle ore spese nella pesca al granchio. Dev'essere così che finisce la maggior parte dei giochi infantili. Scoprendo che non hanno altro scopo che il divertimento contingente.

“Poi li ributtiamo in acqua”.
“Ma no! Guardate qua. Dovete prenderli” - ne prese uno - “, levargli le zampe” - sfogliandolo come la margherita dell'innamorato - “, staccargli la corazza” - sollevandola, asportandogli ad esempio gli occhi - “ e poi sentite quanto è buono.”

Quello, per i ragazzini, fu l'ultimo giorno di pesca. Per After specialmente. Da quel giorno non poté più toccare un invertebrato. Già i granchi li faceva liberare dal fratellino più piccolo, visto che a lui facevano impressione.



Ma non è dei granchi e degli orrori conseguenti che parla questa storia.
Fra l'incannucciata e il molo c'era un tratto scoglioso. Fin da ragazzino After lo guardava con curiosità. Era una specie di rimessaggio. Ti ricordi cosa spaccavano, gli occhi di Johanna Dark? I culi. Spaccavano i culi. Su quel tratto scoglioso, di anno in anno più coperti dalla salsedine, After ne aveva notato i primi pezzi. Nessuno li spostava, o ne rubava. Se n'era chiesto l'origine. Ora che i mezzi culi erano una distesa sterminata, quell'origine la conosceva. Gli strati di salsedine ne decretavano l'età meglio del carbonio 14.

E adesso quegli occhi guardavano lui.
Truccatissimi. Johanna era Dark. Ad After
sulle donne non piacevano i trucchi. Ma pur truccati, quegli occhi potevano fare sfracelli. Anche su di lui.

Come reagiresti se, mentre ti lasci col ragazzo, ti si siede accanto uno che non hai mai visto, e con intenzione evidente ti porge la più inopportuna fra le sigarette?

Johanna Dark, sdegnata, fece per alzarsi.
After Ego, che già dirigendosi verso quei luoghi aveva superato sé stesso, veniva da una serie di possibilità che avevano attraversato diverse ere geologiche.

Anni prima, sarebbe stata l'ennesima storia di sguardi inconcludenti.

Anni dopo, all'ennesimo incrocio di sguardi, sarebbe andato e le avrebbe detto “Non pensi che in un paese civile dovrebbe esserci una legge per cui se due persone si guardano negli occhi per la decima volta in una sera verrebbe d'obbligo almeno un caffè?”

Invece, alla contrazione di ogni muscolo elevatore, la mano sinistra di After si spostò sulla spalla di lei in tempi infinitesimi, impedendole l'alzata. Lei ricadde sulla panchina, e prima che le sue ghiandole iniziassero a secernere i sacri ormoni dello sdegno, l'indice destro di After fu davanti al naso del suo padrone. Poi, indice e occhi si sollevarono a indicare un buco tra i pini.

Johanna Dark si trovò a seguire quegli occhi, il dito e il suo stupore, verso il punto indirizzato. E in alto, nel varco tra i pini, c'era la luna.

Niente lune bellissime, quella sera. Era una luna acquosa. Sfumata. Non tagliente come un'unghia, né piena o colorata. Ma annacquava le radiazioni nocive del cellulare, ancora caldo nella borsa. E le voci lontane dei nottambuli. All'improvviso Johanna vedeva come il verde dei pini, i bagliori lunari, l'azzurro del cielo e il bianco delle nuvole, erano tutti dello stesso colore scuro. La luna e i suoi capricci millenari ne filtravano ogni resistenza cromatica. Si trovò tra le labbra la sigaretta rifiutata. Intanto il tempo, sorpreso, tratteneva il fiato.

La mano destra di After – ricordi dov'era? - dalla spalla sinistra di Jo passò a carezzarle la testa. Leggera, senza pressioni di nessun tipo.
Nessuno sa dire con certezza quanto passò. Probabilmente il tempo di combustione delle due sigarette. Poi, After Ego si alzò, le sorrise e tornò al tavolo a riscuotere il suo pegno di derisioni invidiose dagli amici.

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Il giorno dopo, quando After era al mare, si verificò il secondo fatto strano.
Verso le 18, Johanna fece la sua comparsa.

Da informazioni raccolte, al mare Johanna non ci andava mai. La sua carnagione dark era troppo chiara per i raggi di un sole mediterraneo.
Era un evento, quello. Si fermò al capanno, sotto la veranda. Telecomandato, After si alzò. Fiorivano d'intorno le argute telecronache degli amici. Completamente sordo, gli stapedi stavolta non servivano più a niente, le fu vicino. Lei lo guardava senza sapere cosa. Lui riutilizzò il suo indice d'ascolto, vittorioso la sera prima.

Drizzatosi all'inizio ancora sul naso, stavolta indicava delle amache, astutamente stese dai gestori del capanno. Sdraiati, si sdraiarono la seconda coppia di sigarette. Guardando il mare, fino al tramonto. Poi si alzarono e andarono a cena dalle famiglie rispettive.
Si erano guardati negli occhi solo al loro incontro.

La terza sera toccava ad After, fare il primo passo. Ma quella sera Johanna non si vide.
Nelle ere precedenti sarebbe stata disperazione. 'Sono stato un pazzo a non baciarla. Quel dito lurido. Nel culo, me lo sono messo. Eccomi qua ad aver sprecato la vita. Con lei ripartita? riaccoppiata al ragazzo? Spero che la mia morte arrivi presto e male'.
Nell'era attuale, After non pensò niente. Proprio a niente.


La sera dopo lo videro passeggiare per il paese, dopo cena. Nell'incontrarla alzò il dito, e stette a vedere la sua risposta. Fu quella giusta. Lei lo prese e se lo verticalizzò sul naso.
Si sorrisero. After la prese per mano, e s'incamminarono.

Aveva questa casa sfitta. Era quella in cui viveva colla famiglia anni prima. L'avevano lasciata per una più grande, più sul mare.
Le case estive hanno tutte un loro fascino. Dentro di loro il tempo passa più lento. Ci ritrovi, inalterata e mai sostituita, la mattonella segnata dai graffi delle tue macchinette. La polvere ricopre i giornaletti che vendevano le bancarelle al mare, comprati anni e anni fa, riletti ogni estate.
Entrarono e non accesero la luce. Nessuno a casa sua aveva il cuore di affittarla e vederla profanare da estranei. Quindi avevano staccato ogni utenza, e non c'era corrente elettrica. Se ci fosse stata, avrebbero visto le loro impronte nella polvere.

Nella sua vecchia cameretta invece la polvere non c'era. After era stato là nel pomeriggio, saltando il mare e i bagnetti conseguenti, per pulire. Aveva sbattuto il materasso e cambiato le lenzuola. Aveva aperto le finestre e lasciato chiuse le persiane, ma in modo che dai buchi filtrasse la luce.
Che in effetti, questo faceva. Filtrava. Nelle ultime notti la luna aveva avuto modo di crescere. Era quasi piena, adesso. Raggi di luce pallida indicavano il letto dove fecero l'amore per la prima volta.
Non si erano detti ancora una parola.

~~~


Se ne dissero tante, tempo dopo. Raramente a sproposito. Erano capaci di parlare ore e ore. Ad esempio, nel commentare un film. Ma prima stavano zitti per un bel pezzo. Se c'era da piangere, le lacrime gli facevano a gara sulla faccia. Se c'era da ridere ridevano, ripensando a certe scene, a testa bassa o guardandosi negli occhi.

Delle volte, insoddisfatti dai canali di comunicazione consueti, si facevano un disegno. Lei era bravissima. Lui molto meno. Però qualcosa si capiva sempre. Una mattina lei gli aveva fatto trovare perfino un acquerello. Lui andava meglio con la musica. Si metteva ad arrangiare e a registrarsi le idee, e gliele faceva trovare in un apposito supporto sul cuscino. Anche lei ogni tanto apriva il piano, e con un vecchio mangianastri registrava. Cose buffe, ma non prive di senso.

Dopo il buio - non so dirti se felici e contenti, vicini o lontani - vissero, alla fine.


domenica 3 agosto 2014

Tempo scaduto.















Le puttane gratis sono le più dispendiose e le meno soddisfacenti. Questo finora mi ha illustrato la vita. E allora perché?
Perché non fare il gran salto monetario, nel senso. Riserve morali non ne ho.

Non certo con quelle per strada. Minorenni sfruttate e ricattate, probabili ricettacoli di germi, poco igieniche sicuramente. Una sera, avrò avuto vent'anni, ne ho vista una. Tutta smanacciata da una specie di rospo dell'Est, sceso da chissà quale tir o impalcatura di tubi, almeno loro Innocenti. Puzzava di birra. Si appoggiavano sulla colonnina di un benzinaio chiuso, lungo un viale a scorrimento veloce della città.
L'avevo notata in attesa, già mentre cercavo parcheggio. Solita procedura. 'Anvedi che' – 'ah, ma è na' – 'poraccia'. Ancora non sapevo quanto. Ero con una, gratis ma non puttana. Scendendo dalla macchina le passiamo vicino. Vaghi sensi di colpa da uomo,
potenziale puttaniere. Poi smarrimento. Cosa augurare a quella ragazzina? Che il rospo non si fosse mai fermato? Che passasse tutta la notte in attesa di altri rospi? Che a un certo punto da una carrozza trainata da una pariglia di cavalli bianchi scendesse un principe azzurro, per farle il culo? E perché io e la mia amica, poco più grandi di lei, invece andavamo a vedere un concerto d'estate, e poi al mare domani, e chissà se quella notte dormivamo insieme? Cosa non andava bene, nel posto e nell'epoca in cui era nata? Che si poteva fare, per raddrizzare le cose?
Votare il meno peggio? 

È terribile quando hai domande buone, ma non le risposte. È ancora peggio quando hai entrambe, ma ti comporti come se invece no. Quelle che ricevono a casa non sono sfruttate. Lo sostengono Internet e alcuni conoscenti, supportati da informazioni di prima mano. Spesso sono donne, straniere e non, che arrotondano così. Lavori di merda ce ne sono tanti. Forse ancora più subdoli, nella loro normalità.

Insomma. Ero reduce da un rapporto logorante. E gratis. Soprusi piccoli e grandi. Soprattutto medi. Anche nel sesso. Non mi sentivo libero di chiedere quello che volevo, o darlo. Nella migliore delle ipotesi ricevevo nervosismi. Anche risate, una volta.


Ci pensavo da un po'. Giocavo spesso a pallone con questo mio amico. Se ne forniva da 15 anni. Ci andava di media un paio di volte al mese. 12 mesi per 15 anni: fa 360 puttane. Sulle centomila le prime, 50/70 euro le più recenti. Tranne qualche sfizio occasionale da 250.
Contando anche solo 50 € per tutte quante, ha speso sui diciottomila euro. Senza valutare abitini sexy e gadget acquistati, che mi assicurava costituiti solo da manette di vari tipi.

Probabilmente era vero. A pallone non era uno particolarmente falloso.
Cifre comunque da capogiro, per le ripetizioni di matematica con cui campo al momento.

Ma nel frattempo, qual era stata la mia contabilità di puttaniere gratis?
Almeno un paio di uscite serali alla settimana. Cene o concerti. Spesso pagate da me. Diciamo 70 euro. La benzina, sempre la mia. Mettiamo un pieno alla settimana: 60 euro. Questo esige una puttana gratis. Storce anche la bocca, se la macchina in questione è un'utilitaria di 6 anni. Vacanze costose, anche in posti che non m'interessano. Regalini e regaloni.
Alla luce di questo bilancio non mi sento più tanto virtuoso. Tantomeno furbo.

In realtà, molte delle sue puttane erano da considerarsi con ripetizione. Più che le cifre mi interessavano percentuali e sociologie. Le sue erano queste:


35% dalla russa con cui si trovava a meraviglia
25% da una colombiana di poco inferiore
10% da un'altra colombiana, cugina della precedente, da non buttarsi via neppure lei
  5% altre quattro: una brasiliana
palestrata e plastificata, una milf sessantenne che gli ricordava la professoressa di matematica, una mulatta dal seno enorme e naturale e l'unica asiatica che avesse mai trovato a non dare fregature
  5% un'altra decina di professioniste, per un solo paio di volte
20% botta secca senza tornare, o perché si era trovato male (diversa dalle foto o con decine di anni o di chili in più – frettolosa o insofferente dopo aver percepito salario – tatuaggi terrificanti – grossi nei in posti primari – cicatrice del seno rifatto in bella vista – poca igiene – alito non buono) o perché costavano £iradiddio.

L'ultimo 20%, calcolato sui 360 appuntamenti totali, ammontava a 72 signorine. O signoracce, piuttosto. Questo intristiva lui e preoccupava me. Quanto bisognava spendere, di tempo e soprattutto soldi, per trovarne una buona?
Lui di davvero buone ne aveva trovate 3 su 90. Inoltre, da forum o discorsi con altri avventori, e per la sua stessa esperienza, dichiarava che almeno per le prime 10 volte i nervosismi fanno combinare poco.


~~~

Il resoconto poteva finire qui. Ma se tu necessitassi di un oncologo, per costi e fallimenti sarebbe possibile compilare percentuali analoghe. Quanti metodi Di Belli, quante limonate mattutine bicarbonate e calde, quante chemioterapie invasive inutilmente, quanti aliti cattivi prima di trovarne uno buono? Questo è un approccio emotivo e non scientifico. Inoltre, la mia fonte mi informa che per le puttane a pagamento esistono siti internet e ricchi forum di utenti che recensiscono. Per gli oncologi no.


Quindi vado.
Straordinario. Un vero sottobosco. Ce ne sono per tutte le tasche, e io piano piano mi faccio uno know-how.
Gli acronimi sono incomprensibili, più che in altri settori merceologici. Lentamente li imparo.

B&S
Esca e Cambio (Bait and Switch). Persona diversa dalle foto.

BBJ 
Orale scoperto (Bareback BlowJob); oppure

OWO
Oral WithOut.

BLS
Ball Licking and Sucking.

CIM 
Cum In Mouth.

Extraball
Una in più, come nei flipper.

FK 
French Kiss.

GFE 
Come con la tua ragazza (GirlFriend Experience).

HM 
Vettura di molti chilometri (High Mileage).
 
Incall 
Riceve.

Outcall 
Accorre.

LTR
Fino al mattino dopo (Long Time Rate).

PSE 
PornStar Experience.

rose
Valuta in corso (es. 50 rose = 50 €).

TGTBT 
Too Good To Be True.

TUMA 
Tongue Up My Ass.
       
Poi i migliori:

RAI 1 
Lato A.

RAI 2 
Lato B, di ricezione non sempre garantita.

VU 
Velocità Urbana = 50 km/h = 50€.

E io che mi ritenevo un pornologo.
 

Ok, le informazioni ci sono. Il bilancio economico torna. La convenienza scientifica pure. Cosa rimane?
Igiene. Malattie. Essere beccato sul pianerottolo da uno a cui do ripetizioni. O peggio ancora dalla madre. Poter tronfiamente dire “Ah-ah! Io non ho mai pagato 1 donna”, ma è già chiaro quanto ciò sia ingenuo.

Pagare cash è una faccenda schietta. “Qual è il costo di questa merce?”
“X euro”
“Spiacente. Il prezzo che sono disposto a pagare è Y ≤ X. Per importi maggiori la transazione non andrà a buon fine”
“A Y potrei proporti quest'altro prodotto”
“Ok. L'esito della contrattazione mi soddisfa”.

Sbagliare regalie e scoprirlo da musi storti è meno soddisfacente e ben più disonesto. Al diavolo l'igiene, al  massimo scarterò le BBJ. Non le bacerei mica volentieri, ammesso che consentano il FK. Non temo pianerottoli. Ne sceglierò in aree poco battute della città. In fondo le mie magre scolaresche mi vivono quasi tutte in zona.


Quindi consulto. Scarto candidate, copioincollo le papabili. Nelle sottocartelle del mio computer si viene a creare il file “cash”. Presto giunge l'ora di telefonare; però rimando. Ma due notti con dentro lo stesso sogno pieno di sensi di colpa catto-borghesi mi sbloccano. Nel digitare il primo numero sulla tastiera del cellulare, il cuore mi batte. È come tuffarsi, o approcciare una ragazza. Mentre stai per proiettarti il baricentro oltre la confort-zone, ti senti guardato da tutto il mondo. Lui invece continua a farsi come sempre gli affari suoi. Chi senti borbottare è quello che ti hanno ficcato o ti sei ficcato da solo nella testa.

I numeri sono spesso irraggiungibili. O sono in pieno esercizio, oppure hanno cambiato città. Sono in tour, come loro amano dire. Tendo a scartare le linee più movimentate, preferirei non dovermi mettere in fila. Quando suona libero mi ausculto tremare dentro e fuori. Mi risponde la prima. La mia voce malferma s'informa su costi e orari, ma si scorda di chiedere l'indirizzo. Per la vergogna non richiamo, e vado oltre.

C'è questa russa che dalle foto è incredibile. Mi faccio condizionare dal mio terzino, che con la sua si è trovato bene: una vera GFE. Alla fine della telefonata chiedo “Ma le foto che ho visto, sei davvero te?” “Ahah, certo!”. Mi faccio scappare un “Madonna, ma allora sei proprio bella”, di cui mi vergogno
immediatamente.

Voglio essere il primo. Mi riprometto di andare il giorno dopo per le 13.00, all'inizio della sua alacre giornata lavorativa. L'ultima che frequentavo gratis iniziava a sbraitarmi contro dalle sette del mattino.


~~~

Il giorno dopo mi alzo presto. Mi
lavo i denti, mi faccio bene la barba e la doccia. Voglio essere irresistibile. Per strappare un prezzo vantaggioso, ma soprattutto per sentirmi apprezzato, per una volta.

Mi reco in zona. Accentuo le spiegazzature del Tuttocittà, la mia utilitaria di sei anni non ha navigatore. Aria condizionata alta, per non arrivare sudato. Scelgo un parcheggio lontano dalle case. Qualsiasi pedone sembra giudicarmi, come quando da adolescente facevo incetta di giornaletti pornografici. Perfino la giornalaia che li vendeva.


Faccio il numero, e lei assurdamente risponde. Ha una voce molto dolce, l'ho scelta anche per questo. Mi dice che può, però alle tre. 'Porca troia!', penso. Ma mi pento di pensare così di una così dolce. Certo, che vuol dire 'alle tre'? Che devo raccattare quanto percorso manco da 1, ma da 2 avventori precedenti? Che fastidio. Però ieri mi ha detto che in queste mattine è alle prese con un trasloco, forse è questo ciò che la impegnerà fino alle tre.

La paura è scomparsa. Resta solo la voglia. Una voglia furiosa, assoluta, che non ammette deroghe. Io oggi andrò da una puttana cash. Sguaino il cellulare. Utilitario e di sei anni anch'esso. Dal suo mini-display mi metto a cercare sui siti ormai noti, maledicendomi per non avere dietro il file “cash”. La navigazione è estenuante, e io metto in moto la macchina per cercarmi una spremuta di pompelmo. Chiamo un paio di professioniste promettenti, ma hanno iniziato a praticare dalla mattina presto, e a me le orme di animali selvaggi mi confondono. Anche se oggi potrei diventarne uno anch'io.
Fra una cosa e l'altra si fanno le tre.

Torno al vecchio parcheggio. C'è ancora. Richiamo. Mi chiede di sentirci quando starò davanti al civico per darmi informazioni più precise. Rosico a bestia. Cosa penserà la gente di uno che chiama al cellulare davanti a quel laido palazzo? Il mio travestimento di cappelli con visiera e grossi occhiali neri non basterà. Decido di fingere la telefonata da ben prima di arrivare.


Da indicazioni telefoniche imparo che da una fontanella pubblica parte un vialetto. Lo devo percorrere, fino all'ultimo portoncino. Ne vedo vari, nel frattempo. Ognuno è corredato da finestre a tenda scura. Per dio, questo è l'antro del piacere. La voce nel telefono è superata in volume da quella dietro la porta. Che si apre.

Gambe nude. Quaranta e passa anni. Chioma bionda. Canottiera rossa trasparente e reggicalze dello stesso colore. Tacchi alti, almeno loro. Il resto non supera il metro e sessanta.
Questa è l'unica informazione che combacia. La persona in questione non è quella delle foto. Sono incappato in un chiaro caso di B&S.


Ma non fa niente. Sembra dolcissima, come la voce con cui parlavo. Gli occhi mi sorridono da dietro  fessure strette. Ha le fossette. Proprio il tipo protettivo di cui hanno bisogno le mie gambe tremolanti.
Entro, ed è più scuro. Ci baciamo su entrambe le guance. Mi fa sempre strano baciarsi sulle guance con una che non ho mai visto. Ma lei non è come le altre: lei è cash.
 

Al proposito le chiedo “Quanto ti devo dare per una chiacchierata, un po' di carezze e fare l'amore? L'orale non mi interessa particolarmente”. “Una cosa tranquilla, 50 euro”. Prendo il portafogli, lei bisbiglia un “non fa niente...”. Lascio comunque la banconota in anticipo e sul comodino, come si addice a un vero gentiluomo.

Devo andare al bagno, trattengo da tempo una pisciata incommensurabile. Mi dà della carta da un rotolo grandissimo. Urino e mi lavo uccelli e mani. Torno dentro. La banconota non c'è più.

“Senti. È la prima volta. Mi tremano le gambe. Mi devi aiutare tu.”
Apre appena le fessure, meno stupita di quanto mi aspetto. Non ho da preoccuparmi, secondo lei. Certo non ho mai trovato facilità di comunicazione ed empatie simili, nel gratis.
Si sdraia sul letto matrimoniale, e mi dice di spogliarmi.

Dice bene, lei. Mostrarmi nudo è sempre stato un dramma. Ma lei non è una qualsiasi. Lei è cash. Quindi vado.
D'altronde sono in forma, e nonostante gli acquazzoni dei giorni scorsi ho una discreta abbronzatura. Mi spoglio e la raggiungo. Non mi sembra colpita dalla mia muscolatura. Eppure, oh!


“Mmm, sei dotato”. Una buona cosa, se non lo dicesse probabilmente anche a chi ce l'ha concavo anziché convesso. Ci sdraiamo. Io sul fianco destro e lei sul sinistro. Inizio a carezzarle una coscia. Faccio scorrere le unghie sulla pelle, delicatamente. “Sei bella, sposiamoci”, mento. Ma la trovo bellissima, lei è cash. Cerco di baciarla in bocca, ma è un modello che non supporta il FK. Più tardi, a causa di quel buco spaziotemporale dalle 13.00 alle 15.00, me ne rallegrerò.
Non demordendo, le lecco un lobo e il collo. Ma la mia barba la pizzica, e teme che ciò le arrossisca la pelle. A suo modo è timida. Ciò mi mette a mio agio. “Non leccarmi così, o poi dovrò farmi una doccia”. Questo m'insegna che sul lavoro tende a non farsene.


“Come ti piace?”, faccio io e non lei. Le spiego che mi eccita vedere la mia partner eccitarsi. Che mi piace essere guardato negli occhi, e vederle spesso la lingua in bella mostra. Me la concede per un attimo sulla mia, e mi guarda negli occhi per un tempo ancor più breve. Sembra veramente timida, il che non mi dispiace.
“Tu sopra e io sotto, si sente di più”. Sarà vero? Non l'ho mai capito bene, dalle mie gratis.
“Però salimi sopra
tu per un attimo”.

Lei allora prende qualcosa da una ciotola sul comodino, che mi era sembrata contenere decine di bustine di tè, e m'infila in un secondo il preservativo. 'Ah! Ecco cosa', penso io in uno dei miei caratteristici lampi di genio.
Nonostante i miei input ci va di bocca. Non mi è mai piaciuto particolarmente. Specie col preservativo. Poi ti sembra di baciare un tubetto di Crystal Ball.


Però si ricorda di iniziare a starmi su. Non mi calza fino in fondo, solo il primo tratto. Non piace granché a nessuno dei due. “Adesso stammi sopra tu”, e si sdraia di schiena.
Me lo prende e se lo infila. Mi piace quando non sono io a dover trovare il buco. Ehi! È bella stretta! Davvero incredibile, l'universo cash. Così inizio a darci dentro.

Ho un amoreggiare movimentato. Una volta
ho ritrovato il letto a mezzo metro dalla parete su cui poggiava. Anche questo oscilla parecchio. Mi distrae sbattendo contro il muro. Avrei preferito una struttura più massiccia. Vado lento e poi veloce. A un certo punto, molto veloce. Mi tengo su a palmi aperti e poi a pugni chiusi, cavalcando in un attimo ogni corrente parlamentare. Lei risponde poco, ma si lubrifica completamente. Questo mi conforta, spingendomi a far bene.

Le poggio l'addome sulla pancia. Infilo le braccia sotto le sue, e prendendola per le spalle me la spingo contro. Mi piace sentire le pance sudate, e i buffi rumori che fanno. Specie la mia, dura e tagliente, su una ben più morbida. C'è un ventilatore sul comodino. Anche lui fa il suo lavoro. Tutto lavora per il bene comune.

L'entropia per una volta cresce poco. Mi stacco dalla sua pancia rotonda e mi metto in ginocchio da lei senza sfilarlo. Le prendo le gambe e me le schiaccio sul petto. Cosce sode sugli addominali, asciutti e sudati al tempo stesso. Buona intuizione. La mia parte sensibile le tocca il finisterrae. Mi sento in forma.

Le sise girano per i miei colpi. M
oto antiorario quella a destra, mentre l'altra a sinistra va al contrario. La frequenza della rotazione segue la mia velocità.
Perché non girano solidalmente? Verso orario per entrambe, o antiorario? Sarebbe lo stesso, il verso, nell'emisfero australe? È il caso o no che io ne parli con lei, in questi frangenti? Lo sarebbe, se fossimo in un contesto di puttane gratis? O addirittura con la propria ragazza?
 

Se non se ne andava prima del tempo, magari potevo chiederlo a mia moglie.


Tesoro, hai problemi?
Ora che ci penso, vado avanti da un po'. Del cash sto per varcare le colonne d'Ercole.
“No no, che problemi. Potevo venire un sacco di volte”. Mi diverto molto. Per l'entusiasmo decido di leccare quello che ho intorno, e di forse pulito le trovo i malleoli.

Lecco e succhio, succhio e lecco e sono a posto. Lei lo prende tra due dita e lo leva con cautela, stando attenta che non si sfili il preservativo. Non vorrà mischiare le razze. Corre in bagno, indicandomi la carta. Io me lo levo e ne faccio una pallottola, con cui centro il cestino al primo colpo. Dum-de-dum. La vita è bella, e il suo costo è basso.

Mi andrebbe di chiacchierare sdraiati. Abbracci e carezze. Dalla sua espressione mutata capisco che non è il caso, e dovrò rivestirmi in fretta. Mi disoriento. Forse era questa, la speranza del Gratis.

Afferra alcuni tra i telefoni che giacciono su un tavolo. Prima non li avevo notati. Si infila un auricolare e risponde a una suoneria muta. Parte in italiano, ma da un “Da” in poi parla in una lingua che non è più la mia.


Io mi rassegno e mi vesto. Occhialoni neri di nuovo, visiera ben calcata sulla fronte e sono fuori. Naturalmente, traggo dalle tasche gli ingredienti per confezionarmi un'ottima sigaretta. Percorro il vialetto, arrivo alla fontanella e poi alla macchina. La mia utilitaria di 6 anni mi ha atteso fino all'ultimo, come farà certa gente a denigrarla. Metto in moto e m'incammino.

La sigaretta è buonissima. Ho la lingua strana. Mi ricordo di aver leccato. Un pensiero mi trafigge. E se le stesse zone in precedenza le avessero scelte dei portatori di mustacchi? Ho dei fazzoletti di carta. Non si può leccare un fazzoletto di carta. Ci sputo dentro quello che posso.
 

Quasi a casa c'è un camioncino scoperto, guidato da un rumeno. Vuole sbucare da una traversa tagliandomi la strada. Gli suono e lo guardo. Male e negli occhi. Lui abbassa lo sguardo e frena.
Dev'essere questo, ciò di cui parlano. Come si chiama? testosterone.

venerdì 11 luglio 2014

Cefalee cosmiche.

 



















Leggo sugli strumenti che ho lavorato come uno schiavo per tutto l'anno. Zero vita sociale. Zero donne, scludendo una parentesi pur piacevole ma breve. Lavoro, psicoterapia e palestra. In tutte le permutazioni possibili. Dovrei trasferire le domiciliazioni bancarie delle mie utenze domestiche sul nuovo conto. Ma posso farlo nel pomeriggio.
Sai l'euforia di quando ti compri nuovi capi d'abbigliamento? Ci sono i saldi, ora piglio la macchina e vado a fare una passeggiata in centro.

Sotto casa lavori in corso. Sventrano la strada, per la terza volta nell'anno. Prima l'illuminazione stradale. Già non funziona più. Poi le fognature,
straripate e navigabili per le alluvioni di sei mesi fa. Adesso il gas. Si marcia a sensi alterni. A lternarli, un Playmobil in livrea rancione, con paletta rossoverde d'ordinanza e tutto il resto. Tempo di percorrenza 30 minuti, per un tratto di 2 chilometri.

Non sarà questo a scaturirmi pentimenti. Neanche gli stronzi che mandano sms dalla corsia di sorpasso ci riusciranno.
La radio scrausa della mia scrausa utilitaria salta rbitrariamente, alternando frammenti di Message in a bottle e le previsioni del traffico. La trasmissione è disturbata, visto che dei ragazzini m'hanno fregato l'antenna. Probabilmente per giocarci agli spadaccini. Per chilometri, ai bordi della tangenziale, volanti della polizia dicono “Adagio!” dai loro tabelloni elettronici. Ottimo consiglio. Senza, l'italiano rischierebbe di perdersi una macchina ferma col triangolo e il suo proprietario che parla al cellulare indossando il regolamentare gilet giallo fosforescente.


La testa inizia a pulsarmi. Dopo vari giri parcheggio lungo un marciapiede transennato. Si rischia un po', ma alternative non ci sono. E poi non si paga il parcheggio sulla fascia blu. Solo il pericolo di una multa. Mi sbrigherò.
C'è il mercato. L'odore della frutta che prende il sole nelle cassette
mi raggiunge.
Ogni negozio si è organizzato con un suo questuante personale. C'è la zingara col bicchiere di carta, il mutilato, il vecchietto dei santini. L'africano invece è peripatetico. Mi aspetta al varco colla sua borsa piena di calzettoni. N
elle mani ne ha vari campioni. Il calzettone di spugna: articolo irrinunciabile, in un'estate torrida. Io temo lui. Egli per prima cosa mi sottoporrà al suo moderno saluto tribale: schiaffetto a mani aperte, pugnetto contro pugnetto, mani che toccano il cuore e poi non ricordo più. Nel rispetto di una procedura che ignoro. Non sono all'altezza, cannerò sicuramente il timing. Ma perché mi deve far fare la figura del bianco?
“Ciao fratello, come stai?” “Bene scusa grazie devo scappare”, tenendo
la falcata costante. “Almeno un euro per un caffè”.

Mi fermo e lo guardo. “Come, per un caffè? Un caffè con questo caldo, e questo dore di frutta che va a male? Non ci credo. Tu non useresti il mio euro per un caffè”.
Lo Sguardometro registra massima intensità. Il quadrante indica “Sguardo di uomo nero che colpevolizza uno sfruttatore bianco”. Ecco perché le favole mettono in guardia i bambini dagli uomi neri.
“No fratello, hai ragione, non è per un caffè. Te lo dico, se prometti di non ridere.”
Lo prometto. “È per pagarmi gli studi. Sono iscritto a un corso privato di Laurea in Economia e Commercio di Calzettoni di spugna. Ti prego, comprami un paio di calzettoni. Non farmi andare fuori corso”.


“Non posso aiutarti: come vedi, non ho i piedi”. Infatti, aumentando la concentrazione e le conseguenti pulsazioni alla testa, mi faccio sparire i piedi. Lui abbassa gli occhi per controllare, e cambia espressione. Mi guarda e fa “Alla mia università c'è una laurea in Deambulazione Senza Piedi! Ti prego, accetta un euro per i tuoi studi. Aumenta la qualità della tua vita”.

Lui mi nsegue per un po'. Ma io,
balzando di moncherino in moncherino, scappo più lesto.

Arrivo alla meta gognata. “Il paradiso del surfista”. Io che sono ateo e ho esperienze di surfista lontane e pisodiche, entro. Il commesso mi saluta con calore. Nessuno conosce i rispettivi nomi, ma chissà perché lui crede che un tempo eravamo amici. O
gni volta che arrivo nel suo negozio abbiamo almeno un pajo di minuti di conversazione forzata, e me ne vado coi sensi di colpa se non ho preso niente. Mi guarda le scarpe. Da skateboarder. Le mie sperienze di skateboarder sono meno episodiche, ma ncor più lontane. “Dove le hai prese? Sono quelle di Halo?” “Sì. Io manco sapevo che era. Mi sono disintossicato dai videogiochi 22 anni fa. Ho capito cos'era da domande tipo questa”. Quindi ci separiamo, colla promessa che gli avrei chiesto tutto quello che mi occorreva.

Quello che mi occorreva erano alcuni capi della mia taglia. Dopo vari ngorghi ricordo che avevo una teoria. È inutile andare per saldi. Non trovi niente. Se trovi qualcosa, non cianno la taglia. E se pure ce l'hanno, era meglio pagare un prezzo pieno pur di entrare a negozio vuoto e provare le cose con calma.


Buco nell'acqua. Vado a fare la spesa. Altra faccenda che rinviavo da tempo. Negozio bio. Sono tornate le orecchiette di crusca. Yum. Aromatizzate alla prugna. Che delizia per i miei crassi ntestini. Prendo sempre le stesse cose. Orecchiette di crusca. Germe di grano. Kamut soffiato, cus-cus di kamut. Seitan fresco, the verde. Semi di zucca, certe volte. Il parcheggio è adiacente a un campo nomadi. Ne entrano alcuni, di tenera età e piccola taglia. Scalzi e semi gnudi. Ciascuno prende un ghiacciolo-bio, pagandolo con una quantità incredibile di spiccioli. Che mentre carico la spesa in macchina rivogliono da me. “Signore, che ciai degli spicci?” “Io no, e tu?” “Ciabbiamo comprato appena adesso questi ghiaccioli, non vedi?” “Io invece queste orecchiette di crusca aromatizzate alla prugna, ecc”. Per fortuna tutto si svolge a operazione ffettuata, altrimenti sarei stato bbligato all'esborso, per l'incolumità dell'utilitaria con cui mi metizzo nella popolazione.

Al supermercato incontro una che conoscevo. C'è anche il ragazzo, conoscevo anche lui. Portano all'anulare sinistro degli anelli, che indicano che il tempo almeno per qualcuno passa davvero. Chiacchieriamo bene. Scopriamo di abitare vicini. Ci promettiamo di aggiungerci su di un social network.

Tornando a casa la temperatura dell'abitacolo mi fa temere per i miei surgelati. Corro come un pazzo. Non ne posso più. Voglio tornare alla base.
Nei miei progetti si nterpone una signora. Con tanto di nserti in pura plastica. Vasti e vari. Cosa se ne troverà nella bara, quando sarà ora di ridurne la salma? Essa ttraversa fuori dalle strisce, gli occhi proni sullo smartphone, immobile in mezzo alla curva. Io che vado fortissimo decelero rudemente, e questo a lei non va giù. Stacca a fatica lo sguardo truccato e lo pone su di me. È una signora della zona Nord della città.


“Non si va così forte. Se c'era un bambino col pallone che attraversava la strada che facevi, lo mettevi sotto?”
“Signora. Lei non è un bambino col pallone che attraversa la strada. Lei è una signora rincoglionita che manda i messaggini stando ferma in mezzo alla curva, lontano dalle strisce”.
“Brutto pelato maleducato!”
Bel pelato maleducato, vorrà dire”, omettendo considerazioni sull'estetica delle sue chirurgie.
 

Arrivo a casa. La borsa mi guarda. Dovrei andare agli allenamenti. Ci sono andato per tre giorni consecutivi. Ci andrò per i prossimi tre, prima di partire. Sono stanco. Il caldo mi ha fiaccato, come segnalano gli ndicatori ascellari.
Metto su una pentola di ortaggi surgelati, tonno, salmone, cus-cus di kamut. Ci aggiungo cinque acciughe sott'olio, in luogo del sale. Un pizzico di alte mperature. Una spruzzata di curry e olio extra vergine di oliva. Mangio davanti al computer con sul monitor un vecchio fumetto dei Fantastici 4, in cui il Dottor Destino si allea col Teschio Rosso. Ne leggo 150 pagine, le altre 150 le leggerò un'altra volta davanti a una pentola con forse dentro la stessa cosa.

Vorrei prendere il sole. Il sole non vuol prendere me. Mi frappone una densa coltre di nubi. Mi rassegno a procedere con le operazioni on-line.

Ho tre computer. Uno per la navigazione. Uno per i progetti musicali. Poi un netbook, con cui vado a letto. La relazione più significativa degli ultimi anni. Ce n'è anche un quarto, con cui suonavo dal vivo l'anno scorso; ma se ricordi quest'anno ho lavorato come uno schiavo. Quel quarto non si tocca. Ha internet disinstallato. Forte della sua performanza musicale e del suo costo spropositato,
obsolesce sulla scrivania.
Nessuno dei tre funziona. Mi hanno piantato, tutti nsieme. Questo rende difficili le operazioni di travaso bancario che mi accingo a compiere. Quello di nternet non si connette. Lo consulto solo per leggere le password tutte diverse che uso online. Il netbook non si avvia due volte su tre, però mi svela le grazie di intenet dai suoi dieci pollici. Fa mezzo pollice per ogni finestra che tengo aperta.
Nulla va per il verso giusto. La burocrazia della nuova banca non coincide con quella dei fornitori di acqua, energia elettrica, gas, nettezza urbana, abbonamenti a riviste, telefonie mobili e fisse. Chiamo il primo numero verde. Ascolto tutte le tracce di un disco senza mai ncappare in un operatore organico. Rinuncio. Tento col secondo fornitore. Mi risponde un indiano, facendomi rimpiangere il long-playing di prima. È strano farsi parte attiva in uno scontro fra culture tanto diverse. Per adesso lui è solo uno piccolo fra i miei problemi. Se mai avessi discendenti, i suoi surclasserebbero i miei.


Provo col terzo. Qui ho un problema diverso. Ieri il numero verde mi aveva segnalato il numero di un ufficio specifico cui richiedere i dati necessari. Mi risponde uno serio, che si nnervosisce praticamente subito. Io non riesco a spiegare le mie necessità, e sto per innervosirmi anch'io. Mi trattengo, poiché reduce da una discussione col mio psicoterapeuta da cui forse non c'è soluzione. “Io ho una laurea in Contraddizioni! Lei cos'ha?” “Io insegno Fisica in un corso universitario, ma non sono laureato.” “Ecco, vede?”, mi fa con la faccia che sogghigna dalla cornetta. Non la vedo, ma la percepisco da un aumento specifico dell'entropia segnalato dagli strumenti.

Il fatto è che ha ragione lui, scoprirò più tardi, e i suoi “pfui – colleghi” del numero verde sono davvero incompetenti. Seguendo le sue colleriche indicazioni almeno un'utenza l'avrò attivata.

Il resto domani. È ora di bere il the verde propedeutico agli allenamenti, fare pipì e andare.

Durante il mio stretching si avvicina il maestro. Egli è molto solo. Certe volte alla fine non resta a farci fare sparring, perche deve scappare a Catechismo. Non “da” Catechismo, ma “a”. È arrivato quest'anno. Pensavo fosse incappato in un qualche matrimonio religioso, da cui io scampo coltivando problemi esiziali coll'altro sesso, e in secondo luogo col mio Sbattesimo. Poi, riscontrandolo allupatissimo in varie occasioni, ho capito di no. La sua deve ssere una libera scelta.

Nella sua solitudine, aggiungiamoci il mio carattere apparentemente remissivo, come mi vede si squalifica. Nel senso che fa sé squalo, e me naufrago
inerme. Io sto lì a fare i miei esercizi preparatori, sudando moltissimo e non potendo scappare. Lui mi circostanzia come la mina attorno all'ago del compasso. Finge di aumentare il proprio raggio, ma torna sempre a chiudersi su di me. Può essere il fine settimana a Praga che sta progettando, se trova qualcuno con cui andare. Oppure il ribadirmi la sua pagina Facebook, “Eh, ma io non lo uso mai”, “Vabbè! Quando ce capiti aggiungime”. Oppure, l'organizzazione della cena di fine anno. O ancora, le sue operazioni al ginocchio. “L'artra volta a lezione ce stavano 'n sacco de ragazze!”. “Me devo comprà un tàbblet, tu ce capisci?”. “Oh! Ieri una che lavora ar magazzino co me ha menato ar Capo! Nun pòi capì checcasino! È arivata la polizia! Tutti che me chiamavano pe fasse raccontà!”. Egli è molto buono, e io mi sento molto in colpa a non sopportarlo quando si squalifica in modi simili. Certe volte però m'innervosisco. Forse m'innervosisco troppe volte - dovrei rifletterci su. Quelle volte provo a dirgli mentre mi parla “Mongoloide! a voce sempre più alta, senza farmi sentire. Tanto qualsiasi cosa dica io, lui non ascolta mai.

Stavolta l'argomento è serio. “Na svorta, Vincè. Mò me scrivo a na facoltà universitaria. Me danno na Laura, capito come? Posso fa er Maestro sur serio. Certo ce sò materie, c'è Biologia, c'è Sport, c'è Fisica! Pure Fisica! Capito come? Io che ciò a Terzamedia! Però poi posso fà er Maestro a Tempio Pieno, basta cor magazzino. Na Laurea! Certo devo studià” ecc.

~~~

“Basta così, tenente. Mi ridia il casco, quest'atmosfera pestilenziale mi ha fatto venire il mal di testa. Torniamo alla nave”.

“L'avevo avvertita, Capitano. La composizione dell'aria era respirabile senza conseguenze pericolose, purché per tempi non prolungati. E i rapporti mettevano in guardia dal permanere...”

“Ho detto basta. Avvii la procedura di rientro immediatamente. Io lo sapevo, me lo sentivo, che questo pianeta schifoso non era adatto alla vita”.

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