sabato 3 gennaio 2015

Radioattività













La sentiva cantare dalla camera da letto “Show must go on” mentre con il phon si asciugava i capelli. Avevano appena scopato.

Non che amasse più di tanto il termine 'scopare'. Gli sembrava riduttivo. 'Farsi una pippa' per esempio andava bene, coglieva l'istantaneità del momento. Ma 'scopare' non rendeva tutte le implicazioni dell'avere a che fare con un'altra persona.
C'era 'fare l'amore', ma non gli sembrava il caso. Primo, era perplesso sull'amore. Perplesso, non scettico. Tutti ne parlavano, ma in modi mai convincenti. Secondo, c'era di mezzo Mynah Joy. Gli era arrivata dietro, mettendogli le mani sul pacco. Ricavatane la reazione idraulica pertinente, gli si era portata avanti e gli aveva passato sulle labbra la lingua come rossetto, facendogli vedere il bianco degli occhi. Mosse tutte giuste, per carità. Ma era quello, 'fare l'amore'? Terzo: 'fare l'amore' era mainstream.

Mainstream come “Show must go on”, programmata dalle emittenti massimaliste che sentiva Mynah quando si asciugava i capelli. Si era appena fatta la doccia, e adesso toccava a stRambo. Così lo chiamava Mynah, quando si sentiva affettuosa. Lui aveva dell'eroe macho il fisico scolpito e l'inespressività; ma con fino al 1000% di stramberie in più. stRambo stava per entrare nella cabina doccia, quando da sopra il sibilo del phon la voce di Mynah era esplosa sul ritornello.

C'era qualcosa di sbagliato. Non la voce. Quella era intonata. Neanche sulla canzone poteva dire niente. Era toccante, drammatica. Forse anche troppo. A stRambo non andavano bene quelli che la strillavano sui loro phon. Diffidava dei comportamenti collettivi, ma anche delle sottoculture, dei generi alternativi, degli underground presunti tali. Come uno dovrebbe diffidare di entrambe le facce di una medaglia falsa.

In effetti, stRambo era strambo. La sua era una storia come altre. Dopo l'adolescenza aveva perso il filo per problemi dozzinali. Il suo era stato avere i brufoli. Tanti.
Che poteva fare? Si era fatto crescere i capelli, per coprire lo scempio. Portava magliette strappate, con scritti a caratteri gotici i nomi di gruppi di musica estrema, con su camicioni di flanella a quadri, sempre aperti. Roba che, come puoi immaginare, aprì una lunga stagione di scazzi familiari. Ma stRambo non è che poteva dire “Babbo, mamma: vogliate tollerate le mie folte chiome, giacché mi servono per nascondermici sotto i brufoli”. Era un duro, lui. Copione, questo sì, mainstream come pochi altri. Ma per lui era la prima volta, ed era - come dire – un atto unico. Non desiderava certo repliche. Quindi lo interpretava con passione. Si allenava nelle arti marziali. Girava sempre con le cuffie. Quando la curiosità superava la diffidenza, qualche sua compagna di classe gli chiedeva: “Cosa ascolti?”. Lui diceva cose piene di allitterazioni. “Ma a te, che musica piace?” “Metal e classica”, rispondeva.
A pensarci adesso, gli venivano i brividi. Certe volte in piena notte si alzava a sedere sul letto col fiato spezzato, e da sveglissimo ci bestemmiava su. Metal e classica. Come a dire, 'Amami porcodio, amami! Non vedi che sotto questa dura crosta di pus batte un quore tando senzibbili?'

Braccato dalle sue paranoie, si era ficcato in uno dei tanti possibili vicoli ciechi. Si era cercato le etichette meno accattivanti, e se le era impecettate addosso. 'Starà a lei, staccarmele di dosso per scoprirmi. A lei, la mia donna futura! L'Essere Perfettissimo, creatore di ogni mia felicità. Che ci vuole, a staccare qualche scritta adesiva'.

Ci voleva. Per dio, se ci voleva. Quell'Essere Perfettissimo, come vari dei Suoi colleghi, era piuttosto un Non Essere. Per anni stRambo era stato cercato solo da ciccione coi capelli viola, piene di piercing e tatuaggi, a cui una mummia bendata in garze rumorose andava bene. Aveva consumato esperienze deplorevoli senza un briciolo di divertimento, per poter vantare prede nei confronti venatori cogli altri maschi. Che lui quei cerotti se li apponesse solo per coprirsi i brufoli, non interessava a nessuna ragazza normale. Quando provavano ad avvicinarsi, a malapena ricevevano grugniti. Le stRambe tattiche ginorepellenti, suo malgrado, sembravano funzionare.

Poi un giorno i brufoli erano spariti. Nel giro di qualche mese, completamente. Ma non i dona ferentes. Non l'indotto di traumi e problemi. Le ferite erano arrivate al cuore prestissimo, e da lì non sarebbero mai più sloggiate.
Portava un taglio più moderno. Sul viso quasi non aveva segni, e quelli che c'erano lo rendevano interessante. Ora poteva mettersi quello che voleva. Odiava i vestiti firmati. Di quell'odio volpino per l'uva acerba, visto che i suoi al liceo non gli passavano quasi nulla. All'università aveva deciso di smettere con l'indigenza, e quando sosteneva un esame, poi di quella materia dava ripetizioni. Come politica non era male. Prendeva bei voti, e dopo le cose le capiva ancora meglio, e se ne giovava nei corsi successivi. I professori si stupivano della maturità della sua preparazione. Si andava facendo un bel quadro generale.

Presto la voce girò, e le ragazze iniziarono a litigarsi i suoi appunti. La sua chitarra smussò gli spigoli e si arrotondò. Acquistò addirittura una dodici corde.
Non solo gli appunti, si litigavano. StRambo non era affatto male. Il suo carattere ombroso faceva sfracelli. La faccia tagliente e il fisico scolpito da anni di karate semiagonistico mietevano vittime.

Per un po' si era comprato qualche capo di marca. 'Me lo sarò pure meritato un premio, che cazzo'. Poi aveva imparato a scegliere marche costose al punto da presenziare con loghi minimi su maglioni e jeans. Si stupiva delle attenzioni che riceveva. Era eccitato al pensiero di raccogliere qualcosa anche lui, dei frutti del giardino di cui aveva solo pestato i concimi merdosi.

Ma qualcosa non gli tornava. Le Fattrici Amorose latitavano. Le Scopatrici sulle prime lo avevano illuso, per rivelarsi alla fine come tali. Non che le disdegnasse - ok stRambo, ma fino a un certo punto. Solo che dopo la doccia cantavano canzoni mainstream a squarciagola.

A essere mainstream non erano solo canzoni. Un'estate era nei pressi del capanno sulla spiaggia del paese in cui da sempre andava in vacanza con la famiglia. Era una sera, fresca e umida. Arriva Bee Folco, che aveva appena staccato dal bar. Anche lui è un portento di etichette. La scritta catarifrangente “Dolce&Gabbana” copre quasi per intero l'acetato della tuta. “Calvin Klein”, recita l'elastico delle mutande. Scarpe da basket che avrebbero imbarazzato anche Magic Johnson. Ma ciò che è troppo è il maglione. A collo alto, con la zip. Rosa coniglietta di Playboy.
Dalla macchia mediterranea retrostante spuntano le pinne dei primi pescecani. Sono gli amici di Bee Folco, quel rosa è troppo anche per loro. Lo indicano, sghignazzano, chiedono spiegazioni. “Ma è di Baci&abbracci!”, protesta offeso Bee. Sembra stupito. Forse costoro non sanno leggere la scritta che gli campeggia glitterata sui pettorali?

Quei marchi non erano più ridicoli di quelli che marcavano stRambo nell'adolescenza insieme ai brufoli. Le etichette, scopriva stRambo, servivano a demandare gusti atrofizzati a certificazioni più autorevoli. Le persone continuavano a dipendere dall'approvazione altrui. Anche da adulte. Non avevano avuto purulenze a salvarli.

Nello stesso paese marino aveva un conoscente, che essendocisi trasferito già da grande non aveva mai imparato a nuotare. Fatto imbarazzante, in posti in cui buona parte della giornata si svolgeva dentro l'acqua. Costui amava fare il bagno comunque, e quando i suoi amici si allontanavano dai punti in cui toccava, li seguiva dentro una grossa ciambella nera gonfiabile, di quelle in cui i bambini possono sdraiarsi dentro. Senza alcuna vergogna. Una sera ci aveva chiacchierato per un'ora e mezza. Cioè, più che altro lo aveva ascoltato parlare. Aveva raccontato a stRambo di una delle sue passioni. Si recava nei luoghi in cui erano state girate scene di film o serie televisive che gli erano piaciute. Saltava agevolmente da prodotti di qualità a soap opera da casalinghe. L'elenco era lungo, e stRambo doveva riconoscere di essersi goduto la conversazione anche grazie al fatto di aver molto fumato.

Aveva un amico, pacifista integerrimo, stregato dalle armi. Ne collezionava. Aveva spade, sciabole antiche, perfino qualche pistola. Aveva preso il porto d'armi per poterne acquistare. Era più forte di lui.
StRambo amava la gente così, sintonizzata su se stessa. Quando ne frequentava, si sentiva schermato dalle interferenze. Poteva rilassarsi ed essere frivolo, finalmente. Era un sollievo.

Nessuno cantava mai a pieni polmoni i Gong, o Bugo, o Dusty Springfield. A meno che un regista famoso li ficcasse nei suoi film, o ci rombassero sopra le macchine costose di qualche pubblicità. Allora, come diretti da un grande direttore d'orchestra, tutti gli stronzi sperduti nell'universo ne intonavano in coro i refrain.
StRambo si rallegrava di aver smesso per tempo di biasimare i prodotti del Mainstream solo in quanto mainstream. Ce n'erano alcuni niente male. Doveva ammettere di avere da sempre un debole per i Beatles. I fratelli più giovani di suo padre lo andavano a prendere all'asilo, e mentre la nonna gli cucinava il pranzo, loro sfilavano i vinili dalle copertine, che stRambo si guardava con occhi sognanti, e glieli suonavano sul giradischi. Quei capelloni primordiali di un'altra città portuale non dilapidavano i loro soldi per Baciarsi&Abbracciarsi. Spendevano ogni penny per le prime chitarrette. Per rimorchiare le ragazze, come i musicisti di tutti i tempi. Ma in ogni pezzo potevi percepirne l'intento ludico. Più che in qualsiasi altra band. Per tutte le generazioni a venire.
Eppure, alcuni li odiavano. Senza aver mai provato ad ascoltarli. StRambo era consapevole di questi meccanismi. Sapeva che tante delle sue difese immunitarie adolescenziali erano pregiudizi. Col tempo aveva imparato che a coltivare dei pregiudizi si risparmia tempo, ma solo se davanti all'evidenza si è disposti a promuoverli a postgiudizi. E intanto, cercava i suoi percorsi.
I brufoli gli avevano fatto male. Fisicamente e mentalmente. Le cicatrici continuavano a dolergli. Ma lo avevano fatto deragliare prestissimo. Quasi subito. E deragliando aveva visto che oltre i binari usuali si aprivano miliardi di possibilità. Direzioni che si potevano scegliere, e quasi sempre avrebbero portato a sbagliare strada; e sbagliarla da soli era terribile. Ma l'alternativa erano viaggi organizzati, in compagnia di altri passeggeri ignari.
Quindi aveva deragliato. Dai pub del sabato sera, dagli animatori dei villaggi turistici, dall'amore per i cani (igienicamente intollerabili, in una domotica corretta), dalla sacralità (ah ah) della vita umana. Dal cantare sfrenatamente i Queen e forse qualsiasi altra cosa.

Non c'era niente di male nel cantare i Queen. Tantomeno nell'asciugarsi i capelli. Per la perfezione dei cori, le armonizzazioni della chitarra di Brian May, l'estensione vocale di Freddy Mercury; o solo in quanto piacciono. La cosa assurda era farlo perché captati a caso da una cazzo di antenna. L'enfasi con cui li strillavano legioni di inconsapevoli era troppo imbarazzante. Se il sintonizzatore avesse còlto la hit di qualche talent show del momento, per Mynah sarebbe stata la stessa identica cosa.

Nei cinque minuti della doccia, si maturò una reazione. In accappatoio stRambo entrò in camera, spense la radio, intimò con gli occhi a Mynah di spegnere il phon, e parlò.

“Sì scusami, te ne devi andare”.

stRambò, bloody stRàmboooo!!!”, cantò Mynah su una base immaginaria degli U2. Sorrideva.

“Non è solo perché ho da fare, è che non funziona così”.

Mynah si fece più seria, e imitando al meglio possibile una bambina inglese sibilò “Hey – stRambo – leave us kids alone!”.

“Non riesco a sintonizzarmi – è solo che non riesco a sintonizzarmi. Non ho antenne, o la mia non prende che disturbi. Sono completamente tagliato fuori”.

Shine on you crazy stRambooo”.

“Lo vedi? È inutile. Ίο ϝωρρει λα τυα τηστα, κυαλορα τυ νε αββια  υνα”.
Nel frattempo Mynah, lacrime agli occhi, cominciava a rivestirsi.

“ЛЕ ТУЕ ПАРОЛЕ СТОНАТЕ МИ РИСУЛТАНО ТОТАЛМЕНТЕ ИНКОМПРЕНСИБИЛИ!”

“مَسَاءُ الخَيْرِ ".

“暂时再见”.

E singhiozzando “Voglio – stRàaaaambo!” sulle note Battesimali di Anna, Mynah se ne andò, coi capelli ancora umidi. Lasciando l'oggetto del suo - amore? -  a vomitare gli effetti delle radioazioni sulla moquette.


domenica 21 dicembre 2014

Allusioni ottiche




















La gente fa battute che non fanno ridere. Eppure ride.

Dice sempre le stesse cose. Sostiene opinioni di seconda mano, con enfasi da programma televisivo. Vive vite, in effetti, più difficili da mandare giù di qualsiasi fiction.
Crede di avere dei problemi, e invece ne ha altri. Desidera cose contrastanti e inarrivabili. Non asseconda i propri interessi. Anzi, se li lascia atrofizzare da suggerimenti esterni, generatori di profitto altrui. Da qualche parte deve nascondersi qualcuno, struttura o individuo, che di tali marionette muove i fili.

Questo la gente lo sa benissimo. Mica la freghi, la gente. Tu organizzagli una fila alle poste il sabato mattina, o un convoglio ferroviario bello pieno, con l'aria condizionata che non funziona. Vedrai quante gliene dice, ai suoi burattinai. Ma dopo lo sfogo dimentica l'azione. Le scie chimiche hanno inibito i centri nervosi. Decenni di irrorazioni hanno prodotto frutti ormai maturi. 

I cartelloni pubblicitari sfoggiano seni perfetti, carnagioni abbronzate, mandibole quadrate. La gente cerca invano questi dettagli nel proprio partner. Nei teleschermi sfilano magrezze impossibili. Sulle riviste i cronografi scandiscono il loro tempo senza sconti, e le macchine sfrecciano patinate di pagina in pagina. I vestiti sono costumi di scena. I cellulari, l'unico mondo che valga la pena abitare.

I grandi valori li hanno accaparrati da tempo. Non ce n'è più uno libero. L'ultimo se l'è preso quel partito politico che, per una brutta storia di tangenti, ha dovuto cambiare nome per penitenza.

I politici basano le campagne elettorali sulla lotta alla piccola criminalità e sulla paura dello straniero. Una volta al potere, lucrano su campi nomadi e centri di prima accoglienza. I controllori stampano biglietti falsi. I lavori pubblici durano e costano dieci volte tanto, ingrassando cortigiani al limite del malavitoso. I terremoti generano indotti illeciti. Come pure le alluvioni, cui viene sempre assegnato un nome.  Per gratitudine, con tenerezza.

La gente invidia chi sta meglio. Controllori e politici. Chiunque sia più forte, più potente, più ricco, più bello, più pronto nelle risposte. Ma le scottanti rivelazioni dei giornali scandalistici ne rivelano le miserie, e tutto si ridimensiona. D'altra parte nessuno sta mai troppo bene. C'è sempre qualcuno più in alto, da invidiare. E se manca, c'è il rischio di capitombolare verso il basso. Rispuntano i sorrisi, ci si sente migliori. Si torna a votarli, abbracciando faziosità di stampo calcistico ereditate da  amici e parenti. Senza notare che almeno i tifosi hanno azioni da commentare, belle giocate e preziosismi tecnici, gol realizzati o errori arbitrali che non li hanno assegnati. Ai votanti per scaldarsi bastano le tribune elettorali.

Fatti salvi alcuni campioni di mimetismo, e alcune uova deposte in nidiate non pertinenti, in natura l'unico animale che pensa per tutto il giorno a camuffarsi è la gente. Maschera la propria autenticità e le proprie voglie, perché è très chic. Vive nell'adulterio del proprio sé, e chiama 'bestie' esseri colpevoli di vivere serenamente i propri bisogni. Nasconde la fame, sorvola sulla sazietà, glissa sul desiderio di copulare ma in realtà non pensa ad altro. Sonda le debolezze del prossimo con pseudoumorismi gratuiti, per ingranare frettolose marce indietro davanti a una mala parata. Copre zanne e ritrae artigli, negando con sdegno ogni istinto aggressivo. Invece di sfogarlo per pochi attimi e poi rilassarsi, lo cela nelle contraffazioni nei social network, lasciandolo trapelare a ogni istante.

Chi va a vedere mostre, guarda film o legge libri, lo fa per moda. Gli intellettuali consultano oroscopi. Si sopporta la periodicità degli scioperi. Ci si lascia addomesticare dalla serialità di sport recitati. Siti di e-commerce e catene di santantonio violano le caselle di posta. Le orecchie si abituano ad avere rumore per sottofondo, mentre in TV scorrono caroselli di adesivi per dentiera. All'ora di cena, naturalmente.

I cervelli vanno in poltiglia. Si vive un breve momento di forma. Ineccepibile, lo si riconosce a posteriori dalle foto. Prima e dopo ci si piscia addosso, si articolano male le parole, si ride quando si dovrebbe piangere e si piange quando sarebbe opportuno ridere. La piena maturazione è stata un attimo. Una breve stagione di bellezza, vigore mentale, funzionalità fisica, e rien ne va plus. L'unico culmine a cui si arriva e da cui ci si allontana con due salite, entrambe impervie e interminabili, ma a ben vedere cortissime, il cui demiurgo sarà senz'altro un Maestro delle allusioni ottiche.

Forse più coscienza aiuterebbe. Ma non troppa, che un eccesso di lucidità potrebbe rivelarsi fatale.
Quindi tutto funziona alla perfezione.

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“Bene bene bene”, esclamò Mangiafuoco, sfregandosi le mani. “Ancora un po' di esercizio e il mio teatrino mi renderà un bel mucchio di quattrini. È la volta buona che riesco a emigrare da 'sto mortorio di Iperuranio”.



domenica 7 dicembre 2014

Graziarcà















Da sempre i porci non apprezzano le perle. Ma è pure vero che nessuna perla del porco ha mai capito granché.
Se ne sta lì, mentre il porco le avvicina l'unto delle setole e una gamma di odori poco buoni. Il porco arriccia il naso a punto interrogativo, sordo alle striature luccicanti e refrattario a ogni perfezione geometrica. La perla è incapace di cogliere i processi e le elaborazioni di una creatura tanto goffa nella sua mole. Ma come non esserlo, colla vita che cerca di tenerti le zampe impastoiate.

In realtà, demonizzare la carne di porco per la sua presunta insalubrità è da integralisti religiosi, e quanto meno da poco informati. Dal punto di vista strettamente calorico, la differenza con altre carni è minima. Inoltre la carne suina batte quella bovina per ciò che concerne l'apporto proteico, è povera di tessuti connettivi e quindi più digeribile rispetto ad altri tipi di carni, ed è ricca di vitamine del gruppo B. Parlo naturalmente di arista, e non di salsicce.
Se poi ne esaminiamo la vita interiore, il porco è un animale pieno di curiosità, e la sua indifferenza di fronte agli effimeri valori di certa bigiotteria non può che risultare simpatica.

Fatti dire. Tu spesso ti lasci trasportare dai giudizi comuni. Le perle sono preziose per antonomasia, e tu ti rifai al suo pensiero senza nemmeno chiederti chi questa Antonomasia sia.

Non come gli abitanti della piccola comunità di cui ti vado a parlare. La popolazione di Graziarcà, ridente paesino abbarbicato sulla Costa Selvaggia, inaccessibile a certo turismo di massa, era consapevole e fiera delle sue peculiarità. C'era solo una strada per arrivarvi. Una provinciale ripida e tutta curve, che si arrampicava su una scogliera a picco per poi gettare sul mare altre vertiginose sinuosità. Chi vi si avventurava ci rimetteva lo stomaco, e per l'impetuosità delle correnti arrivarci dal mare non era consigliato.
Ma una volta giunti, la baia era bagnata da acque tranquille, e protetta dai venti dalle alte rocce che la circondavano. Per godertela dovevi scegliere di restarci, o come i suoi abitanti, esserci nato.

Le rocce la isolavano non solo dalle invasioni dei bagnanti della domenica. I cellulari non prendevano bene, e per molto tempo Graziarcà non era stata raggiunta dalla fibra ottica.
Probabilmente per questo certe usanze della rete non vi avevano attecchito. Nessun graziarcàno ostentava luoghi comuni sui propri profili nei social network. Se qualcuno avesse mai pubblicato il video di una canzone o una poesia, puoi star certo che l'avrebbe fatto per un moto sincero della sua anima. Ciò comunque avveniva raramente. Forse mai. E non per grettezza d'animo. I graziarcàni amavano la letteratura, la musica e le arti in generale. Si dice che a Graziarcà per anni avessero vissuto Hemingway, Dalì e Picasso. Ed è vero. Come tanti altri avventori occasionali che poi vi si stabilivano, erano affascinati dalla bellezza incontaminata del luogo, e dall'autenticità della popolazione.

Ti racconto una cosa. Prendi ad esempio Peter Familias.
Da bambino Peter era sul cicciottello. Non giocava a pallone quasi mai, e quando lo faceva non era bravo per niente. Non lo prendevano in giro perché come tanti altri cicciottelli della sua risma era simpatico.
Come tutti, anche Peter tifava per una qualche squadra di calcio. Una domenica pomeriggio, Peter era a casa sua che giocava a ping pong con Ricciolettus e il fratello di Ricciolettus, Svalutatus. Uno più piccolo di un anno rispetto a Peter, l'altro di un anno più grande. Entrambi tifosi della stessa squadra locale, che aveva appena giocato contro la squadra di Peter, battendola.
Peter aveva sentito sostenere in TV che ciò era avvenuto per un gol in sospetto fuorigioco. Quando Ricciolettus e Svalutatus si presentarono con i loro sorrisi beffardi e le racchette in mano, lui per giustificare la propria disfatta riferì quella tesi immediatamente, e con calore.
Dopo un po' che Peter insisteva, Ricciolettus fu colto dal dubbio. “Aspetta un attimo. Ma tu sai cosa vuol dire fuorigioco?”

Svalutatus già rideva apertamente. Peter fu frastornato dall'evidenza. Si pentì subito, della sua ignoranza e della sua imprudenza. Ma non poteva ammetterlo così facilmente. Si dice che i porci, oltre che curiosi, siano animali intelligenti. Nel giro di due – tre secondi, Peter rispose con la più abile delle risposte che si potessero trovare in un frangente così breve.

“È fuorigioco quando l'arbitro fischia, e tu segni dopo che ha fischiato”.
Svalutatus si fece serio, e disse al fratello “In un certo senso ha ragione”.
Ricciolettus non gli badò. “Aspetta; ma perché ha fischiato il fuorigioco? Quand'è che si commette un fuorigioco, e perché?”

Successero due cose. Entrambe impossibili, o almeno inconsuete, in posti irretiti fin dalla prima ora dal virus letale dell'ADSL. La prima, Peter disse immediatamente “Non lo so”.
La seconda fu ancora più tipica di quei luoghi. Ricciolettus illustrò al cupo Peter, mimandoli con le dita sul tavolo verde, i misteri del fuorigioco. Peter non se ne perse una virgola, e decise nel frattempo di non sostenere mai più cose di cui non avesse una conoscenza sicura.
In altri consorzi umani, un Peter forse non avrebbe ammesso mai. E soprattutto, un Ricciolettus si sarebbe beato in risa di scherno, senza minimamente preoccuparsi di promuovere crescite intellettuali in un avversario sbruffone e sconfitto.

A Graziarcà la vita funzionava così.
“E quegli occhiali dove li hai comprati, al beauty free?”
“Carino quel maglione. Lo fanno anche da uomo?”
Se un ragazzo aveva l'alito cattivo e in operazioni di corteggiamento si avvicinava troppo, puoi star certo che la ragazza glielo faceva notare. Se un'altra ragazza insisteva a portare leggins con un fisico che non se lo poteva permettere, ne veniva informata senza mezzi termini. Senza sarcasmi gratuiti, ma con umorismi non meno sferzanti. Solo i turisti, risparmiavano. E non per un calcolo bieco, per catturarsene la benevolenza. Giusto perché, poverini, li vedevano così ansiosi, così legati alle loro apparenze precarie. Alle loro convenzioni sociali rassicuranti. Se hai mai sentito parlare di te una compagna delle medie in gita scolastica, che pensava che non potessi accorgertene, sai cosa intendo. Le graziarcàne te lo avrebbero detto in faccia. Una medicina peggiore del male, penseresti.
Non lo so. Sta di fatto che l'albo degli psicologi a Graziarcà non contava alcun iscritto. I graziarcàni crescevano migliorandosi da subito, per tutto ciò che si poteva migliorare.

C'è chi sostiene che così si perdono livelli di complessità. Che per certi versi frenano, per altri danno spessori e inventive conseguenti. Il Galateo serve. L'etichetta è segno di rispetto sociale.
Non so neanche questo. Certo a Graziarcà sono tutti sempre molto accoglienti ed educati. Puoi organizzare una cena sulla tua terrazza, e dopo un paio d'ore stupirti di quanti sconosciuti siano saliti e si siano seduti al tuo tavolo, portando chi una bottiglia di vino, chi la sua chitarra. Puoi passeggiare senza una meta, senza pianificare incontri con persone a te conosciute. Ti capita di parlare con gente molto più vecchia o più giovane di te. Senza sentirne il peso, colla sensazione di chiacchierare coi compagni di una vita. Hemingway, Picasso, Dalì. È difficile mantenere i tuoi equilibri, quando hai successo. Tutti lodano ogni tuo intervento, e tu perdi i riferimenti. Avere intorno qualcuno che ti riveli le tue sciocchezze è impagabile, soprattutto se privo di perfidia e voglia di sopraffazione. Godere di opinioni non artefatte è un vero toccasana.
E tu, davvero ti interessi a cose pallose come una perla?



venerdì 21 novembre 2014

Uno per volta





















Quel giorno Ted Hyumvitae era nervoso. Aveva preso un giorno di permesso al lavoro. Si era alzato presto. Non aveva mangiato niente, non aveva bevuto niente. Aveva fumato l'ultima sigaretta sei ore prima.
Aveva fatto la doccia, si era vestito bene ed era arrivato all'ospedale. Aveva preso il numero, 178. Erano al 43. Aveva previsto una lunga attesa, così si era portato un libro. Si era messo in piedi vicino allo sportello dell'accoglienza, e lo aveva aperto. “Confessioni di un codardo”. Il titolo gli sembrava pertinente, era nervoso da una settimana. Comunque, poteva esserci qualche ragazza, nella coda. Il libro era un vecchio trucco. Non si era scordato di dieci anni prima, in fila dal dentista. La più bella ragazza che avesse mai visto. Anche lei lo guardava, prima il suo libro e poi lui. Aveva avuto l'impressione che gli sorridesse. Ma Ted era fidanzato con Ana Certa, allora. Ed era uno serio, al punto di non essere capace a fare approcci nemmeno da single. Qualche tempo dopo, Ana lo aveva lasciato.

Il libro prometteva, ma lo distoglievano i suoni del tabellone elettronico e lo sgomento per l'assenza di sesso femminile di età compatibile. Solo signore anziane, o extracomunitarie incinte con prole già al seguito. Alla fine suonò il suo numero, pagò e si diresse al terzo piano.

Endoscopia. Era da solo. L'unico. Consegnò il suo foglio all'infermiera niente male. Si tolse la giacca, si sedette, riprese il libro e lo riaprì. Giusto in tempo per essere chiamato.
Lei lo indirizzò nella stanza in fondo a destra. Posò le sue cose su una sedia, mise il cellulare in modalità aereo. Entrò un dottorino in berretto e camice verde. Niente primario, anche se gli avevano garantito che prendendo un appuntamento per quel giorno lo avrebbe visitato lui.

Cercò subito di stabilire un'empatia. Non era a suo agio. Raccontò i suoi sintomi, e i motivi per cui il Professore gli aveva prescritto quell'esame.

Doveva fare una gastroscopia. Ci credo che era nervoso. Hai mai fatto una gastroscopia, tu? La lidocaina ti anestetizza la lingua, non il cervello. Che quindi è ben sveglio, e si accorge della violenza che subisce. Una gastroscopia è qualcosa contro natura. Come una pozza di urina alla stazione che ti risale lungo l'uccello, o uno stronzo di cane che ti entra nel culo quando gli passi vicino. O risucchiare una pozza di vomito, gustandola tutta. Vorresti incazzarti, ma incazzarti di brutto. "Che mi state facendo brutti bastardi, eh? Ora vi faccio vedere io", e ti alzi e strappi il tubo dalle mani del ragazzino col camice verde che gioca a ficcartelo in gola, e glielo fai passare da una narice all'altra. Ma non puoi. Se assecondi l'istinto che ti fa dire "Ok, lasciamo perdere, me ne vado, qualsiasi cosa io abbia non può essere peggiore di questo", durerà molto di più. In questi casi aver ricevuto un'educazione repressiva aiuta. Il tubo scivola veloce, di decimetro in decimetro. L'unica è non guardare. Sopprimere i rigurgiti. Chiudere gli occhi e concentrarsi sulla respirazione, come insegna il training autogeno.

Si avvertono delle voci. 'Ci credo che ha la sensazione di non digerire, guarda qui'. 'Prendi la pinza per la biopsia'. Le orecchie non si possono chiudere, mai. Ted aveva scelto di non confessare la verità. “Dottore, infermiera: io ho claustrofobie piccole e grandi, e questa di farsi scendere metri di tubo in gola mi sembra gigantesca”. Poi la consapevolezza di dover ripetere i primi millimetri chissà quante altre volte prima di avere successo, con sempre più paura di dover ricominciare da capo. Il tubo scende veloce, spinto dalle mani del dottorino una dopo l'altra. Respira, respira, chiudi gli occhi. Certo alzarsi e scappare non servirebbe a niente, al punto in cui siamo il tubo impiegherebbe un secolo a uscire.

I piedi scalciano il nulla. Lamenti, per quanto possibile. La mano afferra quella dell'infermiera, poi il suo camice. La mente si stupisce di quanto nella circostanza sia un gesto così poco sensuale. Come stringere un pupazzetto di dinosauro, o una figurina di Maradona. I lamenti aumentano quando l'infermiera si allontana. Da solo è più difficile. Si può tornare infantili anche da adulti.

In pochi lunghissimi minuti, forse tre come promesso in precedenza, finisce. Sul tubo, né grande né piccolo, della sezione di un mignolo, le prove tangibili dell'indigestione. Meglio farne un fagotto col bavaglino messogli sotto la bocca dall'infermiera, perché “è normale che ci sia un eccesso di salivazione, o qualche rigurgito”.

Gli spiegarono poco, in termini incomprensibili. Gli diedero un referto, ancora più oscuro. Allegarono le foto del suo stomaco. Ecco a cosa serviva il led azzurro sulla punta del tubo. A illuminare, era una specie di flash. Realizzò con stupore che aveva il buio dentro. Gli prescrissero altre analisi. Decise di farle subito, si era alzato presto ed era già a stomaco vuoto, per quanto potesse esserlo il suo capriccioso apparato digerente.
Altra fila in accettazione, altro esborso per le analisi del sangue. Altro numero, stavolta il 544. Una signora in camice bianco chiamò il 40. Per ogni persona che entrava, ne usciva un'altra reggendosi il batuffolo d'ovatta sulla vena.

“44. 44! 44!”.
Gli venne un dubbio. “Io ho il 544, sono io?”
“Era ora.”
Ted valutò distrattamente l'idea di far notare alla signora scocciata in camice bianco che era in realtà una vecchia signora cicciona scocciata in camice bianco. Ma quando t'infilano metri di tubo in gola senza poter reagire, ai soprusi  ti abitui prestissimo. Così entrò, sorridendo e scusandosi.

Un'altra signora, anche lei sovrappeso e in camice bianco ma sorridente, lesse negli occhi di Ted il bisogno di comprensione. Gli legò l'elastico sul bicipite sinistro, gli gonfiò la vena e infilò l'ago. Quando gli ficcavano cose nelle vene, Ted una volta guardava e quella dopo no. Doveva allenarsi a sopportare le cose spiacevoli. Toccava al non guardare, per fortuna. Se aveva dei limiti, quel giorno ci si era avvicinato parecchio.
L'operazione durò più del solito, gli parse. Poi riprese la sua roba, e si rivestì nel corridoio.

Una volta vestito, decise di prepararsi una sigaretta per celebrare l'uscita dall'ospedale. La cartina si ruppe, il filtrino cadeva. Il tabacco era sempre troppo o troppo poco. Il tempo aumentato gli permise di notare le persone lì intorno. C'era una vecchina coi capelli bianchi. Finissimi, e radi. Sotto aveva la testa rosa. Si teneva l'ovatta contro il braccio piegato. La accarezzava il marito, vecchietto pure lui.

Doveva essere una scena tenera. Non lo era. Ted era scapolo, desiderava una ragazza. Non una vecchietta. Se ne avesse trovata una della sua età, inevitabilmente sarebbe stata in fase calante. Qualche altro attimo di gioventù, e poi la decadenza. Le rughe. La memoria che perde colpi. Anche Ted allo specchio scorgeva le prime rughe d'espressione. Soprattutto quando sorrideva. Se non si vedevano molto era solo perché c'è così poco da ridere. Sarebbe stato più capace di gesti di tenerezza?
Forse era meglio metterci una pietra sopra.

Uscito dall'ospedale, finalmente se la accese. A un certo punto gli venne anche il singhiozzo. Decise di levarsi di mezzo tutte le incombenze che poteva. Andò in banca a pagare le bollette, e poi a fare la spesa, colla sensazione della violazione del corpo. Doveva essere qualcosa di simile a ciò che provava una donna che avesse subito uno stupro. Si vergognava del paragone, in fondo lui aveva fatto una scelta. Allora pensava a un filmato di oche che aveva visto, colle zampe inchiodate su una tavoletta e un imbuto da cui scendevano chili di granturco che facevano scoppiare il fegato in paté. Ma forse neanche quel pensiero era politicamente corretto. O alle streghe medievali, il cui stomaco veniva fatto esplodere dai litri d'acqua di un tubo che calava nella gola. Sicuramente più largo di un mignolo, e meno igienico. Niente bavaglini monouso, per i rigurgitini. Quando pensava a quelle oche, o a quelle streghe, aveva una gran voglia di fare a pugni.

Capì all'improvviso il motivo per cui tutto andava avanti. Gli eventi non capitano tutti insieme. In genere si riesce a tollerarli, uno per volta.

domenica 9 novembre 2014

Rinofobia















C'era una volta un tizio che non sopportava di vedersi sempre tra gli occhi il naso.
Il suo nome era Mynus Habens. 'Mynus' per gli amici, se ne avesse avuti. Il suo campo visivo variava, di volta in volta. Cose più o meno piacevoli. Ma al centro sempre la stessa. Il naso.

Poteva vederne i due lati a seconda dell'occhio che chiudeva. Quando era il sinistro vedeva il neo che aveva sul lato destro. Sul lato sinistro invece non c'era nulla di rilevante.
Queste operazioni le faceva di rado, e affannosamente. A farle troppo spesso rischiava d'impazzire. Poteva vedere varie cose, della sua faccia. I baffi. Il labbro superiore, e quello inferiore. Parlo chiaramente di un'ispezione senza specchi. La lingua. Il mento invece no. Niente mento. E la punta del naso.
Il resto del naso era solo un'ombra. Ma perenne. Era questo a essere inaccettabile. Parlavi con qualcuno, e l'ombra del tuo naso si metteva in mezzo. Guardavi un film, e la fotografia doveva fare i conti con sempre la stessa macchia sfumata, al centro della scena. Leggevi un libro, e tra le pagine c'era sempre lo stesso ectoplasma.

La fortuna era che il più delle volte non ci faceva caso. Quando ciò avveniva, non poteva tollerarlo. Non riusciva a respirare. Se era sdraiato nel suo letto, doveva tirarsi su col busto di scatto bestemmiando, e fare almeno un respiro totalmente profondo. Se non era nel suo, di letto, la cosa era più imbarazzante. Succedeva così. Il fiato gli mancava  di colpo. La riscoperta del naso gli cortocircuitava i polmoni. L'aria finiva all'istante. Era strano. Gli sembrava di ricordare che da piccolo riusciva a stare con la testa sott'acqua per più di un minuto. Non che gli piacesse molto farlo. Non aveva mai sopportato le costrizioni, fisiche o psicologiche. Postumi di un'educazione repressiva. Provava l'apnea per gareggiare cogli altri bambini, e da grande per immergersi sott'acqua quando faceva il bagno. Era come volare. La sensazione di libertà compensava la claustrofobia di avere masse d'acqua sempre più grandi tra il respiro e la sua possibilità.

Un'altra cosa che andava bene, quando il naso tornava ad imporsi alla sua attenzione, era una corsa forsennata. Uno scatto improvviso, possibilmente all'aperto. Il cuore che batteva all'impazzata e il fiato mozzato lo distraevano. Anche guardare il cielo andava bene. Verificare che c'era almeno una via d'uscita, infinitamente vasta. Quel cazzo di naso. Poteva tagliarselo, non credere che non ci avesse pensato. Ma purtroppo era sano di mente. Era chiaro che avrebbe introdotto problemi più grandi. Per esempio, la luce poteva riflettersi all'interno della cavità nasale e accecarlo col suo riverbero. Oppure, avrebbe avuto addosso gli sguardi più o meno indiscreti della gente. Hai mai visto le facce della gente? Sono brutte. Mynus ci faceva caso spesso, ma di solito si fermava prima di arrivare a pensare che tecnicamente era gente pure lui. Poteva esserci qualche crema che gli offuscasse i contorni del naso? Probabilmente no. I colori riflettono la luce, come il bianco. O come il nero la assorbono. Tinture trasparenti non sono ancora state inventate.

Il problema poteva accrescersi. Con la stessa logica, allora, poteva sicuramente vedersi le palpebre. L'interno, intendo. Non avrebbe mai visto nessun'altra palpebra dall'interno. O magari sì, se avesse adottato soluzioni da maniaco seriale. Ma era troppo normale, per infilarsi in vicoli ciechi dalle conseguenze più problematiche che vantaggiose. Per non parlare delle implicazioni etiche.
Allora faceva caso anche alle palpebre. Cercava di capirne il colore. Erano pensieri che non potevano durare più di mezzo secondo. Oltre, c'era la morte per soffocamento.

Aveva ipotizzato un color carne particolarmente rosso e sanguinolento, come quando cerchi col fazzoletto di tirarti fuori un ciglio dall'occhio. Poi si era ricordato che nessun colore si può vedere al buio. Quindi aveva accantonato il problema delle palpebre con un certo sollievo, per tornare a occuparsi di quello del naso.

Il naso era un organo che faceva senso. In tutti i sensi. Impossibile tagliarselo. 'Come farà chi ha il naso aquilino?', si domandava. Il suo era retto. Un bel naso, dicevano. Forse era fortunato chi ne aveva uno rincagnato, da pugile. Doveva essere un sollievo, poter fissare in eterno un ectoplasma di dimensioni più discrete. Forse non si vedeva per niente.
Ma anche un puntino sarebbe stato sufficiente per impazzire.

Le palpebre erano più simpatiche. Ma celavano altre insidie.
Hai presente quando ti stendi al mare, e finalmente ti rilassi? Cioè, tu vorresti rilassarti. Poi, gli occhi che hai chiuso tornano a vedere. Cellule. Maledette. Sono capelli, sembrano capelli. La lunghezza è maggiore dello spessore. In mezzo c'è un punto. Non può che essere il nucleo di quelle cellule. Se butti gli occhi in su, le cellule schizzano in alto. O in basso. O di lato. Non puoi mai spegnere il proiettore. L'unico modo di farle sparire è aprire gli occhi, e riarrotolare lo schermo. Ma certe volte continui a vederle anche controluce, e allora anche lì l'unica è alzarsi di scatto, buttarsi in acqua e sperare di finire addosso a qualche medusa.

Ma niente è insidioso quanto il naso. Ogni tanto Mynus andava allo specchio a guardarselo.
Ecco là il neo, sulla parte destra. O era la sinistra? Doveva pensare alla sua, di destra, o a quella del tizio che aveva di fronte? Quello, se si fosse distolto dal guardarlo fisso, si sarebbe girato portandosi appresso il neo sulla sinistra. Misteri troppo grandi, per venirne a capo.

Non c'era solo l'ombra del naso. Per esempio, nessuno sembrava mai far caso alla morte. La propria, intendo. Sempre quella degli altri, e solo quando non se ne potesse fare a meno. Mynus invece era assolutamente preso dalla sua morte. L'unica discrezione che lei gli usava, era non venirgli in mente in continuazione. Era meno presenzialista di certi nasi. Quando Mynus pensava alla sua morte, non riusciva a vedere altro. Perché radersi o lavarsi, perché studiare o lavorare, se non per lo stretto indispensabile? A che pro amare, odiare, indignarsi o primeggiare?

Mynus allora si guardava intorno. Non aveva mai visto nessuno tanto ignorante da ignorare una cosa così. Nessuno sembrava pensare alla propria morte. Tutti sarebbero morti. Nessuno sembrava turbato dalla comparsa nel campo visivo del proprio naso. Possibile che fossero così distratti? O sapevano qualcosa che Mynus ignorava? Qualche trucco, o qualche informazione supplementare?

Secondo Mynus, era impossibile essere così ignoranti. Della propria morte, e di quelle altrui. Troppe cose si facevano tutti i giorni, completamente falsate dal non tener conto della morte di ciascuno.
Mynus aveva una teoria. Ognuno dovrebbe aver su un numero. Chi 65, chi 21, chi 84. Metti che due si prendono colla macchina a un incrocio. Senza quel numero, è subito un gran litigare su chi abbia la precedenza. Con quei numeri, invece, 84 sarebbe molto più conciliante con 65. “Mi dispiace di essere passato proprio in quel momento” - “Ma no, cosa dice, colpa mia che non ho visto il rosso” - “Beh, poco male, tanto la macchina è vecchia, non sarà un graffio a cambiare le cose”.
Invece, tutti litigavano. Anche senza motivo. Tutti in competizione, tutti contro tutti. I furbi contro gli etici. I forti contro i deboli. I poveri contro i ricchi. Scordandosi quotidianamente le proprie morti si perdeva regolarmente la prospettiva.

Ma era meglio che il numero indicasse l'età della propria morte, o gli anni che rimanevano da vivere?
Mynus aveva riflettuto, al riguardo. Avere addosso gli anni mancanti richiedeva aggiornamenti annuali e scomodi. L'evidenza sarebbe stata inelegante. Meglio segnalare l'ultimo compleanno, lasciando agli astanti il beneficio del dubbio, a seconda di quanto uno si portasse più o meno bene gli anni.
Mynus aveva sempre un sacco di buone idee, quando non gli veniva in mente il naso. O forse era proprio il naso, colla sua impertinenza, a impedirgli di distrarsi. Di perdersi in frivolezze. Non era il caso, per esempio, di lanciarsi in avventure sentimentali. Ci pensi? “Ehy bambola, è tutta la sera che ho voglia di baciarti” - quando all'improvviso ecco frapporsi il naso. Il giorno dopo, tutti avrebbero parlato dello scatto furioso di Mynus. E a Mynus avrebbe dato fastidio.

Non so. Non era un mondo adatto. Mynus avrebbe trovato ragionevole vivere in un posto dove un terzo degli abitanti per volta si lanciasse in scatti forsennati in direzioni varie, non appena resosi conto del naso. Un mondo in cui fosse normale sedersi e fissare il terreno senza sorprendere i passanti. Sentendoli al limite commentare “Eh, gli è venuta in mente la sua morte, chissà quando ventura”. E invece non aveva mai sentito nessuno preoccuparsi del proprio naso, se non per il punto di vista altrui. Gli occhi delle persone non rilevavano cellule, o almeno nessuno sembrava preoccuparsene. E molti si tatuavano cose sulla schiena, o in altri punti dove non se li sarebbero mai visti da soli. Che orrore. L'unica cosa che, facendo uno sforzo enorme, lui si sarebbe tatuato, era da spalla a spalla, in caratteri gotici e scarsamente leggibili.
'Fesso chi legge'.

A un certo punto, nel vivo di quei ragionamenti, il naso smise di comparirgli. Fu quando Mynus scoprì il numero che avrebbe dovuto portare lui.

domenica 26 ottobre 2014

Il problema













era avere la ragazza. Era un bel problema.
All'inizio era bello. Grembiulini rosa vs grembiulini blu. Chiarezza dei ruoli. Per Faber Quisque i primi giochi erotici colle bambine dell'asilo arrivarono presto. E definitivi, per un bel po'.
Le prime avvisaglie del problema si manifestarono dopo poco. Alle elementari.
Quando si giocava, tutto andava bene. Macchinine, robot, nascondino. Perfino a pallone. Poi in Quinta alcuni genitori avevano avuto la pensata di mettere su della musica, per BALLARE. Niente giochi in cameretta, niente giochi in cortile. Adesso si era in ballo, e bisognava BALLARE. Gli altri bambini partirono subito, come se per entrare nella fase successiva non bisognasse che accendere un interruttore. Roba di istinti, cose così. Era incredibile. 'Come potete preferire il BALLARE al giocare?', dicevano gli occhi del piccolo Faber, carichi di rimprovero silenzioso. 'Nel giocare ci si diverte. È ovvio. Dovrebbe piacere anche a voi. È sempre stato così'. La risposta degli altri bambini, un'alzata di spalle. Come a dire, ' È vero, ma che ci possiamo fare?'. 'Porco dio' avrebbe pensato Faber, se avesse assaporato già da allora il gusto illusorio del Vilipendio.

Ma lo avrebbe conosciuto. Ancora qualche anno. Successivamente si iniziò a fare più sul serio. Alle medie passavano tra i banchi sciami di bigliettini. “Ti vuoi mettere con me?”. Casella , casella No. Si suggeriva implicitamente di barrare quella di proprio gradimento. Sarà stata la veste ufficiale - chi può resistere a una burocrazia ben formulata? Sembrava funzionare. Nascevano delle coppie. Partivano i primi baci.
Qualsiasi gioco per Faber era ancora da preferirsi.

Fu forse per la sua indole altezzosa e giocherellona, che per Faber fu sempre così difficile? Quella palestra poteva aiutare. Ma perché snaturarsi, se si preferiva altro? Alla fine, interessarsi alle ragazzine poteva ancora valere una presa in giro. Si era giustificati, ancora per un po'.

Invece al liceo c'era poco da ridere. Potevi non avere i vestiti giusti. Essere basso o sovrappeso. Avere la forfora o i brufoli. Magari non avevi neanche il motorino. Che sfortuna micidiale, quando il discorso-ragazze per tutti diventava interessante. Quindi via, si tirò fuori dai giochi. Quello che gli ci voleva era un compagno di banco che avesse pescato dalla sua rosa di problemi contingenti. Meglio non gli stessi. Sarebbe stato ridicolo.

Finito il liceo, lavorò sui suoi difetti. Cercava di affrontare le cose con logica, e non emotivamente. Anche se spesso per tante cose aveva intuito. Un ottimo intuito. Ma lo relegava nella sfera del Gioco. Certi difetti svanirono da soli. Altri richiesero sforzi non indifferenti. Forza Faber, ce la puoi fare. Basta avere volontà. Il fatto è che potresti non averne. Oppure, trovandola, ti ci metti con tanta intensità che alla fine perdi di vista il quadro. Continui a concentrarti sull'aspetto fisico. O sui vestiti, ai quali negli anni si aggiungono macchine e cellulari. Ti do una dritta, se sei ancora in tempo. Se metti a punto l'aspetto fisico, poi ti cercano per l'aspetto fisico. Se investi in un'automobile, entri in concorrenza con quelli che ne hanno sempre di migliori della tua. Per non parlare dei cellulari, più dozzinali e alla portata.
Nel tempo, con la sua logica stringente, Faber capì tante cose.

Ogni tanto faceva il punto della situazione. Mica da solo. Crescendo, si era scelto degli amici. Pochi. Ma accuratamente. Avevano in comune il suo problema: non avere una ragazza. Erano stati bassi o grassi, o brufolosi, forforati, malvestiti, timidi. Certo in quelle condizioni non puoi mica frequentare gli altri. Lo capisci subito. A Faber bastò accettare un invito una volta, e ritrovarsi unico a un tavolo di sole coppie. Il primo di innumerevoli minuti interminabili lo convinse ad autoghettizzarsi per molti anni a venire.
Si prese Al Terego. Era quello con cui chiacchierava meglio. Invece di studiare e passare gli esami all'università, progettavano gruppi musicali. Vacanze. Uscite. Concerti. Ci andava a mensa, a correre al parco, a comprare vestiti. Qualche volta addirittura a frequentare le lezioni. Sperando di incontrare ragazze ben disposte. Sono tutte buone idee, non possono che aiutare. Poi, a fine serata, facevano le ore piccole nel parcheggio del mercato, per parlare. Il tema era: ma come si fa ad avere la ragazza? Come si farà mai? Avevano sempre nuove idee, trovavano un sacco di spunti. Ci riflettevano su. I metronotte li guardavano con sospetto. Ogni tanto la polizia gli chiedeva i documenti. Ne avevano ben donde, la situazione suggeriva che come minimo si stessero facendo delle gran canne. Una volta Faber li aveva sentiti dire allontanandosi “Saranno froci”.
Ma perché dovete fare i coatti? Che razza di bestie ignoranti siete? Al mio amico qui GLI È MORTO IL PADRE!”.
Nessuno dei due pronunciò mai la seconda frase, naturalmente.

Stava sempre cinque o dieci anni indietro, Faber. 'Chissà se si vede, quando cammino per strada,' pensava, 'quanto cazzo sono solo'.
Provava tutto. Corsi di lingua, balli di gruppo, villaggi turistici frequentati da single. Aveva le sembianze dell'Uomo, ahah, che ridere. Ma era piccolo, piccolissimo. Da grande voleva fare quantomeno l'Astronauta, e nel frattempo qualsiasi altra cosa faceva parte del provvisorio. Ma fare l'Astronauta dà le nausee e le vertigini, e Faber aveva lo stomaco debole. Soprattutto, voleva ancora giocare. Certe risate si facevano, con Al.
Anche da solo, Faber sognava. Sognava in continuazione. Al suo risveglio le cose restavano quelle. Un lavoro. Le vacanze. La musica. Sempre le stesse persone. 'Se almeno facessi un'altra vita', pensava, 'conoscerei nuova gente'. Poi quando capitava, era lui a essere lo stesso. Sempre 5-10 anni dietro, spesso 5-10 anni avanti. La gente lo annoiava, lui annoiava la gente. Starne lontano era più divertente.

Alla fine l'Universo sfinito decise che anche la sua ora era giunta.
Nel senso buono, intendiamoci. Aveva già avuto qualche storiella, durata poco e abbastanza. Mica era malaccio. Aveva un fisico atletico e bei capelli. Una faccia tagliente ma interessante, come sono interessanti le cose irraggiungibili. Era meglio così, perché quando cercava di farsi raggiungere da qualcuna, evidentemente gli fiorivano sul viso espressioni scoraggianti. Ma si vestiva con un certo gusto, e la sua macchina e i suoi cellulari erano sempre almeno nella media.
Nella smania di ficcarsi nelle situazioni, Faber si era iscritto a una palestra di pugilato. Iniziò quasi subito a frequentare le cene del gruppo. A una di queste, un tizio occhialuto si era portato appresso una conoscente, che andava a un altra palestra. Era un po' sovrappeso. Sembrava avere un culo sul grosso, ma aveva la vita stretta. Quindi valeva anche avere il culone. Aveva anche un viso rassicurante, era importante essere rassicurati. E delle tette enormi. Gigantic tits. Entrambi soffrivano di gigantic tits. Faber era seduto da un'altra parte, ma poi a fine serata si era messo a chiacchierare con il tizio. Dopo qualche attimo eccoli lì, loro due soli, a fumare fuori dalla pizzeria. Lei si chiamava Sue Fortune.

“Così tu fai Karate, eh? Ma combatti, anche?”
“Sì, certo. Sono fortissima.”
“Ma sparring, o proprio combattimenti?”
“Combattimenti. Guarda i segni che ho sulle tibie. Tocca.”

Faber toccò, dimenticando all'istante tutti i suoi giochi. Non trovò nessun segno. Solo pelle, liscia e chiara.
Mentre la riaccompagnava a casa, qualcosa lo turbava. Aveva a che fare con il tizio occhialuto, e la poca classe con cui gli aveva sottratto la conoscente. “Ecco, parcheggia là, che qui non si trova mai un posto” disse Sue, facendogli dimenticare l'argomento su cui ragionava.

In macchina chiacchierarono molto. Lei era stata sposata, e aveva un figlio. Di cinque anni. Sembrava ferita da un abbandono, e ogni tanto il suo odio recente per il genere maschile trapelava. Però la sua faccia era rassicurante. Le sue tibie, segnate di segni invisibili. Le sue tette, gigantiche. Parlarono e parlarono. Spesso lui riusciva a farla ridere. Aveva un umorismo basato sull'essere serio e dire cose surreali. Faber si godeva tutto quel parlare. Ne aveva, di cose da dire. Ne aveva anche da ascoltare. Anche lui aveva qualche recriminazione, nei confronti dell'altro sesso. Quel ballare prima del tempo. Quel dismettere frettoloso i grembiulini segnaletici. Ogni sillaba era un ulteriore sintonia. Ma Faber immaginava che il ruolo di esploratore di faccende più concrete sarebbe toccato a lui.

Era un problema nel problema. Aveva una gran voglia di dire, ma anche di fare e baciare. Solo che non gli era mai stato chiaro come passare al secondo quadro. Come se per prepararsi a un incontro con Mike Tyson sapesse di dover mangiare uova sode a colazione, uscire presto per almeno un ora di corsa, saltare a corda, e a un certo punto andare direttamente al metterlo al tappeto.

Così il tempo passò, e alla fine era tardi.
Ti accompagno al portone.
È tardi. Sei sicuro?”
Mi sembra di sì.
Uscirono dalla macchina, arrivarono a un incrocio.
Dobbiamo attraversare. Dammi la manina.

Lei magicamente gliela diede. Era da un po' che Faber aveva la sensazione che per superare qualsiasi tabù bastasse decidere di farlo. Si avventurarono sulle strisce pedonali, lasciate sole dalla notte silenziosa.

Ma tu, davvero avresti attraversato senza darmi la manina?
Lei lo guardò incerta.
E se io fossi scappato per la strada, e una macchina mi avesse messo sotto, che avresti fatto? Andavi da mia madre, e le dicevi” - mise le mani a coppa, stendendo le braccia avanti - “Signora scusi, lei non mi conosce, il fatto è che mi è scappato suo figlio mentre attraversavamo la strada, mi dispiace tantissimo, gliel'ho riportato, eccolo.

Lei rideva sempre più, scordandosi di quanto quella manina condivisa fosse compromettente. Lui restava serio. Finirono di attraversare quella strada geniale.
A tua discolpa va detto che hai una manina molto soddisfacente. Ti dispiace se la tengo ancora un po'?

Chiaramente, niente di questo avvenne per davvero. Arrivati sotto casa, Faber la prese nervosamente tra le braccia e la baciò.
Si baciarono sotto il portone di Sue per almeno mezz'ora, finché lei dovette salire perché era in ritardo con la baby sitter.

Insomma, sai come vanno queste cose. No?
Si misero insieme. Dopo una lunga fase di studio, Rex, il bambino di Sue aveva deciso che Faber era simpatico. Non è che si sforzasse, Faber. Semplicemente gli parlava come avrebbe parlato con chiunque gli interessasse. Lo prendeva in giro spessissimo, non gli saltava neanche in mente di dover andarci piano, e usare prudenza per il suo fresco ruolo di figlio di genitori divorziati. Ci scherzava volentieri. Ad esempio, una volta Sue lo aveva rimproverato perché si succhiava sempre il pollice. Lui era lì col muso, e Faber gli aveva spiegato che i grandi non è che smettano davvero di succhiarsi il pollice. Imparano giusto a farlo quando nessun bambino li guarda, e con gli anni diventano bravissimi. “Ecco, guarda – anzi no, non ti girare mi raccomando - ascoltami attentamente. Quel signore dietro di te se lo sta succhiando per bene, si sente quasi il rumore che fa. È convinto che tu sia concentrato sul mio discorso e per un po' non ti girerai. Forse se ti giri di scatto fai in tempo a vederlo”. Mentre Faber finiva il suo discorso, la faccina sorpresa di Rex non ce la faceva più, e si girava. “Che ti dicevo? Bravissimi. E velocissimi.”
Tempo dopo, quando Faber tornò sul discorso lui gli disse serissimo “Ma la vogliamo fare finita con questa storia del succhiarsi il pollice di nascosto?”. E Faber se ne era innamorato. Era più difficile trovare giochi all'altezza. Lui, Rex, di Faber era innamorato già da un pezzo. Sembrava un'oasi, in mezzo a tanti Grandi interessati solo a farlo coprire bene e mangiare tutto ciò che aveva nel piatto.

Quindi Faber e Sue andavano forte. Fortissimo. Almeno a cento all'ora.
Ma sai quel che si dice a scuola sulla velocità. Difficile che cento chilometri all'ora possa essere una velocità costante. Più probabile una media, o una velocità istantanea. L'informazione che il tachimetro ti restituisce solo in un dato momento. Sue e Faber toccavano picchi anche superiori. Ma era impossibile partire a cento all'ora. Per farlo, sarebbe occorsa un'accelerazione infinita. E anche con l'aiuto delle gigantic tits di Sue, se ben ricordi Faber fin dall'inizio non aveva osato condividere i suoi giochi surreali. Non tutti, almeno. Era anche impossibile arrivare mantenendo la loro velocità di crociera inalterata. Cioè, in fin dei conti quello era possibile. Bastava trovare un muro sulla propria strada, e andarcisi a schiantare contro.

Quel muro lo trovarono d'estate. Rex era in campeggio cogli scout. Faber e Sue potevano concedersi le prime vacanze da soli.
I problemi cominciarono subito. Il posto scelto era troppo lontano, se fosse successo qualcosa. O troppo vicino per staccare veramente. Troppo costoso o troppo economico. Troppo freddo o troppo caldo. Troppo montuoso o troppo pianeggiante.
La logica di Faber rimise in funzione le vecchie rotelle. C'era qualcosa che non andava. All'ennesima discussione, interruppe gli strilli di Sue bloccandola contro il muro. “Ti stai comportando irrazionalmente, renditi conto. Nessun problema è il vero problema. Tu non vuoi concederti libertà. Non vuoi regalarti e regalarci spensieratezza. Che invece è l'unica cosa che serve. Falla finita coi sensi di colpa, falla finita col farci soffrire. Va tutto bene, per com'è andata. Ora il ragazzo sta imparando a divertirsi anche da solo, ed è ora che impariamo a farlo anche noi.”

Sue non ascoltava nessuna delle frasi di Faber. Era assediata. Da una parte il muro, alto e inespugnabile. Dall'altra le braccia nervose di Faber, e una logica claustrofobica e fredda. “Lasciami stare”. “Non sopporto di essere chiusa in trappola”. “Se non mi lasci andare immediatamente sono cazzi tuoi”.

Più di una volta, scherzando ma non troppo, Sue aveva sfidato Faber a combattere. Si sentiva forte, più di quanto fosse quando l'ex marito l'aveva abbandonata con un figlio a carico. Era forte anche grazie a Faber. Da quando aveva iniziato karate sentiva di poter picchiare chiunque. Di certo era più pesante di Faber. Ancora più sicuramente, lui era più forte di lei. Non erano quei quattro calci che aveva imparato a dare ai suoi conoscenti occhialuti a poterla aiutare, a quella breve distanza. Soprattutto se intrappolata tra muro e braccia. Ed era meno forte di lui, non solo fisicamente.

In un lampo fu chiaro che colla testa non ne sarebbe uscito. Vedeva negli occhi di Sue la paura dell'animale in trappola. Contemporaneamente, sentiva la rabbia crescergli in petto. Aveva aspettato tanto. Gli anni migliori erano passati. Ora che finalmente tutto poteva andare bene, si scontravano su ostacoli di un'inesistenza insormontabile.
Era investito dalla paura bollente di Sue, che le usciva a fiotti dalle labbra carnose. Sentiva fremergli contro le gigantic tits. Focolai di calore gli scesero dal cervello al basso ventre.

Negli stessi istanti, gli istinti di Sue avevano deciso che era troppo. Le avevano fatto alzare le braccia, fra un attimo le avrebbe abbassate per provare a picchiarlo come fanno i pupazzi a molla e i bambini. Cioè dall'alto verso il basso, scoprendosi la guardia ed esponendosi a un peggio che fra bambini e pupazzi a molla per fortuna avviene raramente. I suoi impulsi le avevano fatto dimenticare ogni tecnica.

Faber le afferrò i palmi con una mano. La bloccò, intrecciando le dita con le sue. Lei aveva le braccia forti, e l'avere ufficialmente aperto i combattimenti le conferiva forze nuove.
In un attimo, Faber le prese il culone con l'altra mano. Lo strinse a sé, salendo sulla vita. Gli occhi di Sue persero il terrore animale, in favore di un nuovo stupore.
Lui le avvicinò le labbra alla bocca. Se l'avesse fatto prima, i denti di Sue gliele avrebbero lacerate. Le premette contro le sue, infilandole dentro la lingua. Nel frattempo le dita della mano libera le scivolavano nelle mutandine. Poteva sentire la forza nelle braccia di Sue illanguidirsi, e sciogliersi verso il basso. Stringendola a sé, le infilò tutto l'indice nel buco del culo. Se ti stessi chiedendo se stavolta fece veramente una cosa del genere, la risposta è sì. Lo fece sul serio. Tutto il dannato indice su per quel bel culone.

Fu la più bella scopata della loro vita. Un combattimento così cruento che il letto rischiava di essere un tatami troppo fragile. Lottarono contro paure, mostri, passato e futuro. Esistevano solo loro, in un presente eterno. Animali selvaggi. Piangevano e ridevano, si sbranavano e si baciavano. Attimi dopo, Faber si sarebbe stupito di quanto per un momento era stato labile il loro equilibrio. Come ricordandosi di un orrido altissimo su cui era stato così incosciente da affacciarsi. Gli venivano i brividi al pensiero che potevano finire sui giornali locali in cronaca nera.
Riteneva ancora impossibile poterne uscire ragionandoci su. Aveva avuto una buona intuizione. Tutto qui. Ripensò alle volte che aveva affrontato le cose colla testa, invece della pancia. Gli sembrò di aver odorato cogli occhi, o ascoltato col naso. In quelle circostanze, aveva avuto sempre ragione lui. Tranne le volte in cui aveva torto. Ma farlo notare non era servito a niente. Mai, in nessun caso.
Sarebbe riuscito d'ora in avanti a osservarsi i problemi da altre angolazioni? Ad abbandonare la logica sequenziale? È possibile accogliere l'impulso innaturale di spostarsi il punto di vista dal centro degli occhi?

Mentre guidava andando in vacanza, Sue cantava le canzoni che passavano alla radio.
Il Problema era passato a uno stadio più avanzato. Decise, d'ora in poi, di fidarsi di più del suo istinto. 





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