lunedì 13 giugno 2016

FRaffo



Un sasso lanciato in aria inizia entusiasta a esplorare l'universo, ma poi la Gravità della situazione lo schianta irrimediabilmente al suolo. Questo pensava Fraffo, schiacciato dall'accelerazione terrestre sul divano a guardare Game of thrones. La si potrebbe definire un'autentica befanìa. Un tempo le giornate erano giochi continui, solenni serietà e risate sfrenate. Ora la meccanica razionale vinceva su tutto. Bollette, burocrazia, ore nel traffico e sui mezzi pubblici, rapporti torbidi tra i prezzi e le qualità; tutto travolgono. Che poi, manco si chiamava così. Fraffo. Come hai potuto essere tanto credulone da crederlo? No. Questo fu il soprannome con cui lo chiamarono tutti, dal ginnasio in poi, a causa del professor Savarese.

Costui, invece di professare serenamente i suoi Italiani, Latini, Greci, Storie e Geografie, sentiva il bisogno di farsi bello davanti alla sua classe di quattordicenni nuovi. All'appello finse di non leggere bene sul registro, e arrivato al suo nome disse “? - Maccheccescritto qui, 'Fraffo'? Come può essere? Fraffo? Chi di voi è questo Fraffo?”
Era lui, Fraffo. Era proprio lui. Si guardò intorno, ma ridacchiavano tutti. Erano troppo spensierati, non potevano essere loro. Lui era l'unico serio. Bel modo di esordire negli anni del liceo, difficilissimi. “Io sono Raffo – Fortunato Raffo”. Fu costretto a dire il suo nome, di cui si era sempre vergognato. Come gli era saltato in mente, a suo padre, di sfidare la sorte così. Vigliaccamente, per interposta persona, spedendo nel mondo il figlio infante con un carico tale, per mere ragioni di nonnismo. Gli aveva imposto il nome di suo padre. Nessuno alle medie lo chiamava Fortunato. Sempre Raffo. Erano in molti, nelle sezioni della Scuola Media Statale Elsa Morante, ad aver pensato per tutti e tre gli anni che si fosse chiamato Raffaele, o Raffaello, o roba del genere. Avrebbe preferito fare Raffo di nome, e Fortunato di cognome. Era ancora lontano anagraficamente dall'età in cui una peculiarità valorizzata può fare la tua fortuna. A quattordici anni cerchi di non offrire troppe bizzarrie al pubblico ludibrio.

Il prof. Savarese finse di aggiustarsi gli occhiali e leggere meglio. “Ah – Raffo. M'ha fregato l'iniziale”. Nel frattempo, tutti ridevano. Si giravano verso Fraffo e ridevano. Esordire nella pubertà, epoca turpe di peli e baffetti, testicoli che scendono, apparecchi fissi che fioriscono su sorrisi sciocchi, di voci sempre troppo alte e arrochite di punto in bianco, un appellativo del genere può chiuderti tutti i giochi. Fino ad allora Fraffo era sempre stato uno dei più simpatici. Aveva sviluppato presto. Era asciutto ma muscoloso, per la sua età. Le ragazzine lo guardavano, e poi ridevano. Lui si era allarmato. Poi si era accorto che quelle risatine non lo deridevano mica. Ma adesso, e per sempre, era diventato Fraffo. Savarese era un sessantenne vedovo che conosceva un sacco di trucchi. Sapeva che uno dei modi più veloci di guadagnarsi il rispetto di una scolaresca nuova era puntarne uno subito e metterlo in mezzo. Ogni anno, la notte prima del primo giorno di scuola, quasi fremeva dalla curiosità di scoprire cosa si sarebbe inventato. Ormai era piuttosto sicuro di sé. Avrebbe improvvisato. Durante l'appello, l'intuizione. Scoperto chi, da quel giorno in poi, sarebbe stato per tutti Fraffo, quasi gli dispiacque. A una prima occhiata quel Fraffo stava simpatico pure a lui. Faccetta asciutta, sveglia, occhi azzurri semicoperti da una riga di capelli scuri, sorriso aperto su una bella bocca, che si sarebbe rivelata chiusa in assenza di cose acute o spiritose da dire, e ne trovava spesso. Molto meglio se a transustanziarsi in Fraffo fosse stato quel ciccione dell'ultimo banco, dagli occhi a spillo che gli bucavano le pinguedini, sguardo torvo perché abituato a essere deriso. Incocciati, andando avanti sul registro. Gli avrebbe dato non poco filo da torcere, in un atto unico di un unico anno al liceo classico. 'Lui chi? Quale dei due avrebbe dato filo da torcere a quale altro?'', ti starai chiedendo. Capisco l'habitat da cui provieni ma cerca di essere meno didascalico. Tutti e due. Si sarebbero dati filo da torcere a vicenda. Uno col sadismo, l'altro colla refrattarietà integrale. Se non ho specificato, un motivo era da esserci. Fosse stato Incocciati a essere Fraffo, per un attimo infinitesimo l'entropia dell'universo sarebbe rimasta costante. Sarebbe stato un Fraffo perfetto. Forse ne avrebbero tratto un cartone animato, il ciccione dell'ultimo banco colla bolla al naso. O quantomeno una maschera da commedia dell'arte. Invece, per un capriccio fortuito del Destino, Fraffo lo divenne Raffo, e mai nessuno lo chiamò più così, col bel nomignolo delle scuole medie. Più tardi, a ricreazione, Fraffo attese che i più uscissero dalla classe a cercare il bidello delle pizzette, e appena gli sembrò di non essere visto, passò davanti alla cattedra e sbirciò il registro. Doveva sincerarsi. Fu Fortunato davvero: era aperto.

Quel porco di Savarese si era inventato tutto. Da nessuna parte era scritto un F.Raffo che potesse passare per refuso. Fortunato Raffo, anzi: Raffo Fortunato. Impossibile equivocare in quell'ordine. Se l'era inventato Savarese, e quell'invenzione, ancorché diabolica, era geniale. Se non fosse stato sconvolto da quel disgraziato esordio, Fraffo sarebbe stato ammirato. Sapeva riconoscere il valore di un'arguzia. Savarese aveva scommesso, e aveva vinto. Per un attimo Fraffo si stupì; perché aveva voluto sbagliare apposta, nonostante i rischi? Non temeva che qualcuno potesse accorgersi di quanto la sua burla fosse velleitaria? In fondo il registro era lì aperto, tutti i giorni, tutto l'anno. L'elenco dei nomi era sul pieghevole alla prima pagina. Chiunque avrebbe potuto vederlo. Nei mesi a venire, coll'acume potenziato dalla prima disfatta, ebbe le risposte che cercava. Savarese era uno stronzo purissimo, e la sua era una tecnica da consumato secondino. Voleva creare un paria ad arte per farsi temere. Voleva farlo con classe, per pavoneggiarsi colla classe. In più, il maiale aveva calcolato bene. La classe aveva riso, decretando irreversibilmente il vincitore e lo sconfitto. La pratica non era rivedibile. La burocrazia, e la facile distrazione dei quattordicenni, non lo prevedevano. Dalla rabbia quella notte gli esplosero sulle guance diversi brufoli. I primi di una lunga serie, che assieme al blocco in altezza dello sviluppo gli avrebbero regalato grattacapi non pochi. I travasi di bile non sono mai forieri di lucidità. Da quel giorno, più o meno consciamente, si convinse che bassa statura e brufoli non lo avrebbero mai afflitto se le Parche avessero impedito a Savarese di Fraffizzarlo, regalandogli un destino di sconsiderazioni, soprattutto femminili, che in realtà si attirò divenendo scontroso e diffidente per difesa preventiva. Fraffo decise che i professori erano nemici, e per quanto possibile gliel'avrebbe fatta pagare. Soprattutto a Savarese. Il giorno, lontanissimo, in cui sarebbe uscito dal Liceo, per Savarese sarebbe iniziato l'Orrore. E così fu; ma questa è un'altra storia.

Game of thrones era una delle sue serie preferite. La migliore, forse. A pari merito con altre poche. Perché? Fondamentalmente è un fantasy; e lui, aggiungerei giustamente, odiava il fantasy. Quando gliene parlavano già ne sentiva la puzza, di pallosissime mitologie celtiche, e l'accenno alla presenza di draghi (Draghi! alle porte del Terzo Millennio) pareva averci messo un pietrone su, senza lanciarlo in aria manco. Poi le persone aumentano, e con loro i consigli ferenti. “Bellissimo”, dicono. Si lasciò cogliere dall'urgenza. C'era “un $acco di $e$$o”, dissero le zeppole di Cardaroli da sotto una permanente roscia nel banco dietro. Il $e$$o era sì esplicito, ma soprattutto affascinante nella sua Gravità. C'era pure altro. Il vero fascino lo esercitava la rappresentazione del Sopruso. All'epoca della narrazione – quale epoca poi, anche se c'era un che di medievale – chi aveva un potere poteva esercitarlo senza farsi scrupoli. Violenze, stupri, mutilazioni se ne aveva voglia. Era una catena. C'era sempre qualcuno più forte di te, da temere. E, a darti un barlume di speranza, anche qualcuno più debole. Ti soppesavano per la sacca di monete che portavi alla cintura, da cui però pendeva anche la spada. Le cicatrici che sfoggiavi potevano salvarti, attestando la tua condizione di sopravvissuto. La cosa più importante era essere sveglio.

Che c'era di diverso dalle epoche odierne? La sopraffazione era sparita, quella fisica. Lasciando il passo a quella pecuniaria. Qualunque cosa fosse fonte di profitto era imprescindibile. Curatori fallimentari che tagliano salari e personale. Forza lavoro terzomondista che preme, a costi bassissimi. Cinquantenni con famiglia disoccupati all'improvviso. Nessuna speranza di malattie o pensioni da riscuotere. Ragazzine che per pochi spicci si filmano le tette; e sessantenni con prole e mogli, spesso più d'una, che ricaricano loro i cellulari. Lavori pubblici per incamerare tangenti in progressione geometrica. Governanti che spingono l'aratro solo nelle loro campagne elettorali. Intere dialettiche sanguinose, del tutto prive di contenuti. 
Il sasso giojoso ch'era Fraffo un tempo aveva esaurito le sue traiettorie esplorative anni luce fa. Vinto dalla mezza età e dalle mortali attrazioni della Terra natia, s'era schiantato sul divano e guardava Game of Thrones.

'Il mio pesce rosso', pensava Fraffo. 'Come può essere tanto crudele da bandirmi dal suo mondo cristallizzato?'

lunedì 23 maggio 2016

Village People















La donzelletta vien dalla campagna. E il donzelletto? Donde viene, colui? Possibile che la Scuola, nonostante le majuscole di cui si fregi, ci abbia infuso una Scienza tanto inesatta?

Potrebbe essere. Il mio compagno di banco del V ginnasio anni dopo mi ha detto che la cosa di me che lo aveva più impressionato è che quasi ogni giorno con la punta del mio compasso scavavo il pavimento. E sì che di cose strane ne facevo. Una volta, durante Italiano, avevo disegnato sul muro coll'Uniposca verde i bracci di una svastica. Più per desiderio di trasgressione, che per reale convinzione ideologica. Interrogato dal posto (la prof. di Italiano interrogava dal posto) se ne accorse e disse: “Mò la cancelli”. Lo feci, colla gomma da cancellare, in piedi dietro al mio banco, mentre le propinavo informazioni di seconda mano sui Sabati di chissà quale villaggio, e altre di prima che nel frattempo sbirciavo sull'Antologia.

Però in effetti colla punta del compasso ero riuscito a rimuovere una o forse più mattonelle, e iniziavo a scavare verso il piano sottostante, per poi mascherare il work in progress rimettendole a posto come nel film La grande fuga. Non so di preciso cosa avessi in mente, né cosa ci facessi con un compasso al liceo classico. Ma ricordo bene l'anelito di libertà che mi muoveva.

E ci credo. Voglio vedere se non scappi anche tu dinanzi a un corpo docente che t'ingabbia l'adolescenza in un parallelepipedo 10x10x4, cercando di ficcarti nelle cervellae i suoi dogmi incontestabili mentre fuori fioriscono primavere, fumetti e giochi elettronici. A ben pensare, non erano aoristi ed equazioni di secondo grado a essere intollerabili, quanto piuttosto l'indifferenza scolastica ai miei veri interessi. Anche all'epoca leggevo parecchio. Non solo fumetti. Certe volte anche i libri su cui dalla prima ora mi facevano il terzo grado. Lo facevo con gusto, ma quando dovevo farlo “per casa” diventava insopportabile. A pensarci adesso non è manco strano. Spero per te che tu abbia l'astuzia di amare i Pink Floyd, o Andreapazienza, o Breaking bad. Se ti obbligassero a passare i pomeriggi a memorizzare recensioni scritte al riguardo su fanzine ciclostilate o forum di esaltati, senza neanche esaminarne gli episodi, ecco che questi diventerebbero i tristi passatempi di un torturato. Per esempio avevo trovato interessanti, curiosando fra i libri di mia madre, le peripezie di Zeno Cosini. Quel suo fissare scadenze improcrastinabili al vizio preferito, le Sigarette. Ancora ero distante dai miei tabagismi, ma indulgevo spesso ai dolciumi e alle loro lusinghe, tentando vanamente di resistervi. M'aveva stupito come anche tanti anni prima (quasi sessanta, eternità per un adolescente) fosse assodata la dinamica del fallimento. Invece, chiamato a riferire le opinioni che Montale, Freud e Joyce avevano su Svevo, la mia vocazione all'omertà si rivelava totale.

La Scuola spegneva interruttori, pretendendo di accendere al loro posto i suoi. Pretesa effimera e controproducente, come quando provo a convincere la mia ragazza, mio fratello o i miei amici a guardare le mie serie preferite insistendo fino allo sfinimento come mio solito. Molto meglio, e più astuto, buttare là un accenno. Incuriosire con un dettaglio. Insinuare una suggestione, come insegna l'ipnosi. Funziona di più, specie se fatto su cervici implumi. Un giorno sarei arrivato da solo a voler approfondire i miei interessi, e a indagare ossessivamente in librerie, negozi di dischi, e successivamente Internet. Sarebbe bello se fosse la Scuola a dare strumenti al riguardo. Soprattutto critici. Ma questo è un problema minore.

Il problema vero, secondo me, è la didattica della Vergogna. Mi spiego.
Dopo attenta riflessione, ho concluso che disegnare i bracci delle svastiche sui muri non mi piace. Così come non mi piace scherzare sul lutto di una persona cara, o fare lo sgambetto a una vecchietta. Nemmeno per far ridere i miei compagni, per quanto farlo sia sempre molto importante. C'è chi non ama questo genere di cose perché non sta bene. Altri perché sennò Gesù piange. Io non le faccio perché non appartengono al mio codice, e se le facessi me ne vergognerei. Proverei vergogna anche se fossi sicuro che quello sgambetto, quella battuta, quei bracci non mi vedesse farli nessuno. Cosa mi portò a disegnare una svastica tanto grossa? Se ci penso oggi, più che avvampare per la semiotica del gesto, me ne stupiscono le motivazioni. Non avevo maturato abbastanza Vergogna. E meno male che quella professoressa d'Italiano, invece di convocare genitori, preside e giornali scandalistici ebbe l'arguzia di capire di aver di fronte un quattordicenne ciccione che cercava di ritagliarsi uno suo spazio di giullare, visto che gli altri erano già presi.

La Vergogna è più o meno lo stesso motivo per cui non pubblico sulle bacheche citazioni ad effetto. O non m'indigno per le scie chimiche, poiché mi sembra che neanche i due terzi di Ingegneria in cui sono incappato bastino a esser certi della loro pervicacia o nocività. Soprattutto quando la pigrizia mi limiti all'imprescindibile la voglia di informarmi sulle cose. Mi chiedo come chi abbia meno basi tecniche, o anche più spesso nessuna, non sia colto da sane incertezze. In questi casi, detenere una Vergogna vuol dire godere di un meccanismo di autocontrollo incomparabile.
È Vergogna anche ciò che mi spinge a separare l'umido dall'indifferenziato, anche se nessuno si accorgerebbe se non lo facessi.
È Vergogna anche ciò che manca a chi parla a voce alta al cellulare, nella metro piena, a mezzo metro dalle mie orecchie, mentre tento di leggere un libro. O che fa esibire vacuità nei Reality, stonature nei Talent, congiuntivi sbagliati o impudenze giuridiche nelle tribune elettorali. La Vergogna Mancante fa dimenticare ogni cosa, pur di affermare il proprio diritto alla visibilità. Come osservò acutamente Il Riccioletto: se durante un Interrail tu tenessi dall'inizio alla fine un comportamento irreprensibile, nessuno ti si filerebbe; mentre se in ostello ti scolassi ogni sera una bottiglia di whisky gettandola poi dalla finestra e rumoreggiando per tutta la notte, ecco che mille orifizi ti si schiuderebbero innanzi.

Tu che sei così pedante, di certo penserai: perché la Vergogna, che tanto vai decantando, non ti fa allora tacere dello svàstico sbracciarti di un tempo? Perché gli errori sono uno strumento didattico insostituibile. Per te e per gli altri. Ti racconto una cosa.


Una volta ho visto un'intervista di Pennacchi. Pennacchi è quello colla scoppola blu, che scrive sempre lo stesso libro su un fascista che poi diventa comunista ma alla fine era un anarchico. Mi piace molto, Pennacchi. In quell'intervista raccontava delle lotte sindacali che faceva da operaio, visibilmente compiaciuto delle botte che davano ai portavoce dei padroni della fabbrica in cui lavorava, invece di contrattarci. Bravo! Bell'esempio che dà a sua figlia, tuonò dal pubblico una voce di donna. Lui, senza scomporsi e continuando a fissare negli occhi l'intervistatore, disse “Sono questi gli esempi che per l'appunto le vorrò dare. Errori, elaborati e ammessi. Affinché sappia che la vita è imparare dagli errori. E non, per cercare di evitarli, rinunciare a vivere”. O qualcosa del genere. Da allora Pennacchi mi piace ancora di più, e non vedo l'ora che escano nuove puntate delle avventure del suo Fasciocomunàrchico nei migliori negozi di giocattoli. Provo inoltre un fortissimo desiderio di procreare, e finalmente vuotare il sacco. Ce ne sarebbero ancora di magnifiche, nei vergognosi lunedì del mio Villaggio.


lunedì 16 maggio 2016

Assertività

E niente, non è che ogni volta succedano cose eclatanti. La solita routine. Lavoro, palestra, libri, serie tv; sonno – poco – e si ricomincia. Ritmi spersonalizzanti. Ma c'è sempre un granello di sabbia, a oliare l'ingranaggio.
Nel caso in questione, un cartello. Al collo di una donna texturizzata dalle rughe, seduta per terra tutti i giorni alla fermata della metro.
“HO-FAME”.

Sempre la stessa scritta. Majuscola. Con un trattino in mezzo, su un cartone grigio a vernice rossa. Tremolante. Per la scarsa dimestichezza col pennello, o con la scrittura in generale? Chissà che emozione, nello scriverla. L'esordio nella produttività. Due parole e la loro magia, inflazionate pozioni del senso di colpa occidentale. Su quale monte sinai saranno state rivelate? Da chi, poi? Un mendicante più esperto? Si sarà fatto pagare, per il suo suggerimento? E quanto? E come?

Un giorno mi chiedevo: perché non far leva su bambini o anziani a casa, opportunamente denutriti. Perché non indicare lo scenario di provenienza, causa di buchi allo stomaco così puntuali. O magari, produrre uno stato di salute inabilitante al lavoro. Per non disperdere il contenuto? Un copywriter  e un prete approverebbero. La sintesi è potenza.

Il giorno dopo mi venivano in mente altri questuanti. La famiglia barbuta al capolinea. Nonno barbuto. Padre barbuto. Mamma barbuta, prole barbuta. Tutti dimentichi della loro stampella, legata allo zaino, mentre corrono dal treno regionale per non perdere la coincidenza colla metro, da cui sciamare poi in ogni zona del centro. Gli amputati, seccati dal dover chiedere esplicitamente un obolo nonostante l'evidenza dei loro moncherini. L'africano, che saluta colla mano ogni passante per meritarsi la parcella. Di costui mi ha sempre stupito l'originalità. Perché quella donna non parlava, non guardava, non si allacciava un bimbo in spalla, non recitava copioni? Una supponenza quasi fastidiosa. Sono in tanti ad avere fame. A guadagnarsi la pagnotta, molti meno.

Poi, c'era il cartello. Su un altro avevo letto: “OPERATO DI PIEDI – POCHI SPICI PER MANGEAR”. Trapelava una vicissitudine. Al suo latore avevano evidentemente diagnosticato I Piedi. Eppure eccoli lì, normalmente deambulanti. L'esotismo di quel mangear faceva pensare alla succulenza di manghi e cocchi, consumati in un capanno sulla spiaggia. 'Ho fame'. Tutti i giorni. Un po' pochino, non trovi? Non è originale granché. Dov'è l'empatia, dove l'affabulazione, dov'è il dramma? Un messaggio in bottiglia si perde, in un mare di altri naufraghi.

Altri giorni fantasticavo su come sarebbe stato uscire dalla stazione con scritto “PERCHÉ-NON-PROVI-A-MANGIARE”. Oppure, “IO-ANCORA-NO-FORSE-PIU'-TARDI”, o ancora “QUESTO-È-VERME-SOLITARIO”. So che non è carino, ma ci vuole poco a impermalirsi, se stai sempre in ritardo. E poi che vuoi, ridere delle cose mi è sempre sembrato il modo migliore per non impazzire. D'altronde poteva aver ragione lei, la texturizzata. Non c'è niente di male a informare il mondo sulle proprie condizioni. In fondo lei mica chiedeva niente. Uno poteva scriversi su “CHE-SONNO”. Un barista, “ALTRI-10-CAFFÉ-E-IMPAZZISCO”. "PORTO-MUTANDINE-DI-PIZZO-SOTTO-QUESTI-ABITI-DA-MARINAIO". O magari, una signora: “STO-TRATTENENDO-UNA-SCUREGGIA-FORTISSIMA-PERCHÉ-MI-VERGOGNO”. Sarebbe bello, essere così didascalici. Siamo o non siamo nella società dell'apparire?

A un certo punto, l'intuizione.
Io non ho cartelli. Troppa personalità. Anche se ne portassi uno, il più delle volte non saprei cosa scriverci. Non so neanche cosa mi va di mangiare la sera. Non mi chiedo mai niente; è tecnicamente impossibile che io trovi risposte. Io non mi cago mai. Quella donna, invece. Il suo problema l'ha ben capito: HA-FAME. Io il mio ancora no.
È assurdo sfrecciarle davanti con aria di superiorità. Faccio un uso smodato dei miei doveri. Mi dico a voce alta 'Devo dimagrire'. 'Devo pulire casa'. 'Devo dormire di più'. 'Devo cercare di essere più puntuale'. Mai un Vorrei, neanche per educazione, neanche per sbaglio. Maschero i miei disappunti. Sono accondiscendente finché reggo, poi giudico, critico, aggredisco. E scompaio: puff. Non riesco a credere di avere diritti.

Ma adesso basta. Eccomi qui, su una panchina. Sul rettangolo di plexiglass che indosso sopra la mia camicia migliore ho fatto incidere: “Vorrei tanto fare l'amore”, scartando tutta una serie di asserzioni più prosaiche (“FATEMI-SCOPARE”, “ME-MANCA-L'INTINTA”, “VOJO FICCA' ”, acrilico su cartone ondulato, 2016). Conto di risolvere a breve i grandi nodi della vita. Vedo già spuntare i primi sorrisi.



lunedì 9 maggio 2016

I poveri sono cattivi

Agli albori del Terzo Millennio, la parte fortunata della gente s'è ritrovata a giocare a Snake. Per strada, a letto, sulla tazza del cesso, in tram. In ogni momento della giornata cercava spasmodicamente di allungarsi il serpente. Pixel su pixel. Un lavoro certosino. Una tenacia commovente. Non avere un serpente all'altezza dei record altrui era intollerabile.

Il resto dell'umanità aveva la fortuna degradante in vari livelli. Poco al di sotto c'erano quelli che non potevano permettersi i modelli più in voga. Coll'ora sul display, per chi non ama perdere il suo tempo. Con suoneria programmabile, indice di un ego prorompente. Costoro si accontentavano di cellulari impersonali, limitandosi a telefonarci o a digitarvi sms. Rinunciando alle linee morbide. Sportelletti apribili e antenne telescopiche erano i bastoni tra le loro ruote.

Poi venivano quelli che potevano permettersi sempre meno, fino a niente del tutto. Ma non voglio intristirti, o peggio annoiarti, con prospettive tanto lontane dalla tua condizione di lettore informatizzato.

Non ci siamo ancora presentati, io e te. Né lo faremo mai. Quando leggo, solo una cosa mi spalla più delle descrizioni o delle trascrizioni di canzoni e poesie: memorizzare tutti quei nomi. È una pretesa assurda. Così, siccome quando posso cerco di essere uno coerente, non ti dirò come mi chiamo finché non sarà assolutamente necessario. Quindi, mai. Meglio dirti piuttosto cosa ne pensassi di tutto quel fare a chi ciaveva il serpente più lungo.

A me Snake faceva cagare. Peggio di Pacman, per dire, ovvero il gioco dove non succede niente. Anzi, una cosa sola succede: trovi la pillola che per un tempo limitato ti fa mangiare i mostriciattoli. Allora li insegui, e al loro lampeggiare, se l'ingordigia ti prende la mano, scade l'effetto, quelli si girano e ti fanno il culo. A Snake una pillola c'era. Era il viagra del tuo serpente. Gli faceva guadagnare millimetri. Sei tanto avido di millimetri, tu? Con tutti quei millimetri poi negli spazi ti ci rigiravi a fatica. E alla fine, come a Pacman, morivi sempre per lo stesso motivo: eccesso di velocità.

Tu invece ti ci divertivi, a Snake? Secondo me, no. Era più la smania - di' la verità - di mostrarti al passo coi tempi, e certificare il tuo potere di acquisto. Dovevi trovare le due cose davvero importanti, per perdere tante ore a giocare a un giochetto così di merda. Io mi stupivo. Di te e di me. Mi facevi sentire strano. Mi tagliavi fuori dalle vostre ssserpentine, quando fuori ci stavate voi. Ma la vostra forza erano i numeri, ed eravate tanti. Gli altri schifavano Snake perché non se lo potevano permettere. Si vedeva che era per quello, perché invece di stupirsi del successo di un gioco tanto scemo provavano odio, astio, livore, alito pesante e mal di fegato. Il rifiuto del povero, che si percepisce maledetto dalla divinità. Come diceva il Vasco vero: col conto in banca in rosso ti si restringono i metri quadri della cella. Eri disposto a farti il culo, ammazzarti di straordinari, consegnare migliaia di pizze il sabato sera, distribuire miliardi di volantini, per racimolare le tre-quattro centinaja di migliaja di vecchie £ire che ti acquistavano il consenso sociale, l'accesso ai salotti buoni, l'ostracismo degli insegnanti e l'approvazione dei compagnucci più fighi, la simpatia dei colleghi, l'ammirazione dei figli. Eri disposto pure a passare le ore giocando a quel gioco del cazzo. Io no.

Non lo so. Io ci vedevo dell'autismo. Tutta quest'attenzione alla longitudine rettilinea - mi dicevo - non distoglierà da altre cose non meno importanti, quali ad esempio il Ricordarsi di andare a messa, o il Votare per il Partito Preso? Porcatroja, il consenso sociale è roba forte. Fortissima. Ammetto di aver indossato jeans aderenti e portato felpe arrotolate in vita negli anni ottanta, comprato nei Novanta pantaloni larghissimi e col cavallo basso con su la scritta delle mutande, solo per averne una parte. Ammetto persino di essermi annodato maglioncini sopra al collo della camicia, una volta o due. Come un Ragazzo della III C o un odierno parvenu della politica. Ma a quel cazzo di giochetto io non ci giocavo. Mi faceva schifo. Vedevo indebitarsi gente che il Trentatrédieci non se lo poteva permettere. Pagarlo a rate. La ricchezza degli uni genera la povertà degli altri. Il meno povero, in una società di poveri, assume la dignità di ricco. Nella logica americana del loser e del winner (quanto stanno avanti, quelli là), il diseredato ha un ruolo e un utilizzo. È un monito a non fallire. Su di un pianeta ostile, che ti obbliga a uscire da sotto al piumone nel cuore di una notte invernale per spendere 18 ore in preda al traffico e all'alienazione lavorativa, anche il barbone che dorme nel piscio ha una funzione stimolante.

Così progettai un piano. Lavorare il meno possibile. Limitare i consumi emulativi. Turarsi di cera le orecchie contro le sirene pubblicitarie. Essere l'anello debole delle catene di santantonio. Si parla a mensa dell'ultimo modello di tablet? Io sono quello non aggiornato e poco divertente. Si commentano le promiscuità televisive dei ragazzi del Grande Fratello? Mi dispiace, non conosco i nomi. All'improvviso hanno tutti la reflex digitale? Se mai mi servirà, me la farò prestare da mio fratello. C'è la corsa all'oro dell'ultima versione informatica? Io la deprimo col mio downgrading, lavoro meglio su una piattaforma vecchia e stabile che su una aggiornata ma piena di bug. E costosa, per di più. Non mi presto a turni massacranti. Non mi piego a lobotomie lavorative. Mi piange il cuore per chi non può scegliere, come invece posso fare io.
Arf arf, era un bel piano. Fino a stasera.

21:30. House of cards, chapter 43. Colpi di scena pazzeschi. Insalatona di rucola, tofu, avocado, tonno. Poco più di 3 €cu per un'abbuffata proteico-multivitaminica.


Squilla il telefono. Sullo schermo un numero che pare uscito da un dado sferico. Telepromozioni. Lasciar suonare? Chissà per quanto. Decido di rispondere. Nonostante il momento topico e l'ora, cercherò di essere educato. Questi poveracci non trovano di meglio, devono campare pure loro. Le compagnie per cui lavorano li buttano in prima linea, a far guerra di trincea contro un nemico altrettanto pidocchioso. Siamo carne da macello, che secca su rami marci, in un autunno eterno e imperturbabile.

Buongiorno signore, sono MarGello di Telecom, è lei l'intestatario del contratto di telefonia fissa?”. 'Sì, 'MarGello', penso io. La voce è quella di Apu Nahasapeemapetilon, un'ottava sopra la normale estensione europea.

“Sì guardi, non mi interessa nessuna offerta”.

Come fa a dirlo? AnGh'io a 5 anni pensavo che non mi piaGevano le melanzane, poi le ho assaggiate ed erano buonissime” (ride).

(Trasalisco) “Sì, ma io vorrei non essere disturbato, tanto meno a quest'ora. Le sembra normale chiamare alle dieci di sera? Magari stavo dormendo perché domani mi dovevo svegliare prestissimo per andare a lavorare”.

Io invece andrò a dormire tardissimo, perGhé sto lavorando già!

“E il suo lavoro è disturbarmi senza problemi? Io col mio cerco di non disturbare mai nessuno”.

Beato lei Ghe può scegliere, signore”. Ride. L'unico indiano buono è quello morto, diceva il gen. Custer, o chi per lui. Non c'è niente da fare. Costui è più forte di me.

“Senta - io non vorrei essere disturbato, né a quest'ora né mai. Per nessun motivo. Tantomeno per offerte pubblicitarie”.

Mi dispiaGe, ma Guesto non è possibile”.

“Co – come, 'Non è possibile'? Che vuol dire? Che potete rompermi i coglioni come vi pare e non ci posso fare niente?!”, urlo col battito cardiaco impazzito, “Sì sì, non è possibile!” fa allegro lui, mentre capisco che il 7mo Cavalleggeri non arriverà mai e attacco in preda al panico.

Il mio sacrificio sarà vano. Vincerà lui, perché più determinato. Vuole sopravvivere, sopravvivermi. Non gli basta sussistere. Vuole surclassarmi. Avere gadget tecnologici più avanzati dei miei. Non vede l'ora che siano i miei figli a telefonare in ore assurde ai suoi, per tentare di vendergli servizi costosissimi e inadempienti. Figli che nel frattempo, a suon di contratti stipulati per esasperazione, avrà mandato a studiare nelle migliori - e private - università. Neanche se l'immagina, la portata della mia disfatta, visto che i suoi magari adesso berciano perché vogliono l'ultimo modello di Playstation, mentre i miei manco esistono, né esisteranno mai. Alle ragazze non piacciono le insalatone casalinghe, né opere di bene in luogo di un'erogazione regolare di fiori.

Tutta la mia lucidità mi ha ingannato. Mi ha evitato errori marchiani, stati del cazzo sui social network. Retorica, banalità, luoghi comuni e fonti non verificate. Non abbastanza per non sbagliare lavoro, matrimonio, vita. O quantomeno, finire nella parte giusta dell'umanità. Quella ricca e beata, pacifica e rispettosa, la cui malizia maggiore è quella di accedere alle piattaforme multimediali da passeggio di ultimo grido, e rinfacciarti il suo record a Snake.

sabato 5 marzo 2016

L'uomo delle stelle

L'uomo viene dalle stelle. Da quali, dico io. Non è importante, dice la rivista da parrucchiera, da sopra il tavolino basso della parrucchiera.
Mi stanco e usciamo. Non stiamo per l'appunto ruotando attorno a una di quelle stelle anche in questo momento? E soprattutto, viene dalle stelle anche l'uomo che da dietro il suo parabrezza mostra il pisello a mia moglie?


"Gliele faccio vedere io, le stelle".
"Che?", fa lei, e poi "Lascia perdere, andiamo via. È un povero stronzo".

Anch'io sono un povero stronzo. Perché le voci nella testa dell'extraterrestre non gliel'hanno fatto notare? Perché le voci giuste parlano solo a me?
Ho i miei pensieri anch'io. Preoccupazioni. Cattiva digestione. Alito pesante. Le malattie degli incassatori. Ho bisogno di guarire.

Lo sta facendo perché sono un piccoletto? Non sono un gigante, ok. Possibile che se lo permetta per quello?
Non m'interessa. Problemi suoi. Non ha una donna, si eccita così, esibendosi con quelle degli altri, magari mostrandolo solo a quelle dei piccoletti, per mettere sotto loro.
Non so se ho ragione. Non amo fare a botte, ma a scuola ogni tanto capitava che qualcuno provasse a farsi bello mettendo sotto me.
Dopo le prime volte, in cui lo stupore non mi aiutava a evitarlo, ho capito che dovevo reagire con determinazione. I bulli non si aspettano reazioni. La loro assicurazione sulla vita è l'aspetto terrificante. Un bel cazzotto, un calcio negli stinchi girandosi di scatto, meglio ancora nelle parti basse, una pietra raccolta da terra rischiano di ficcargli nella testa oltre un po' di dolore il buon senso. Rischi di prenderle, e prenderle bene. Ma la prossima volta sarai diventato uno che reagisce, e i bulli cercheranno prede più facili altrove. Le voci si spargono presto. Se decidi di menar le mani, non farti frenare dall'indole mite, o dai buoni consigli.

Che nel frattempo arrivano. In genere lascio perdere, almeno quando c'è il margine di farlo. 'Ma no, non diceva a te'. 'Non intendeva dire quello'. 'E' solo un coglione'.
Ma stavolta no. L'ho visto bene. L'ha visto bene lei. Non l'avesse visto, avrei potuto scegliere di tirar dritto. E poi, mi ha visto bene anche lui. Dritto negli occhi ci ha guardato, prima lei, poi me. Come se provasse interesse proprio a provocarmi.

Quasi mi calmo. Non mi va di mettere le mie mani addosso a uno che si esalta sessualmente in questi modi. Uno normale valuta di doversi poi impegnare in combattimento. Forse è proprio quello, a eccitarlo. M'avrà scelto piccoletto per coltivare la sua perversione, prima uno piccoletto, poi uno più grosso e finalmente uno forte davvero, quando avrà la pelle coriacea abbastanza per sopportar bene le botte. Non ho nessun interesse a darne di buone. L'idea che le mie nocche incontrino i suoi zigomi, prima imprescindibile, inizia a darmi il voltastomaco. Ma ho una cattiva digestione, e alito pesante. Non può finire così.

Come fa a essere tanto beato, però? Possibile che abbia un fucile? Che sia il mio nuovo capo, al lavoro? O il maestro delle elementari di mio figlio? Come può ridere in quel modo, così sereno, senza retrogusti di realismo. Così spensierato ride solo un bambino. Da grande ogni sorriso ti esce strozzato. Almeno un po'. Non ci credi? Prova a confrontare le tue foto d'infanzia con quelle attuali, se ne hai coraggio. Ride così un adolescente coi compagni di scuola, al più, quando il chiasso gli sale imprescindibile nel vagone della metro che ti porta al lavoro. Squassandoti il cervello, che cerca solo di leggere il libro del tuo vicino da sotto la sua ascella poco profumata. Questo prima che la vita gliele ricacci in gola, quelle risate imberbi, in forma di brufoli e forfora e niente motorino, e altre primizie ben più delicate di quelle che verranno in seguito. Forse non conviene reagire. Rischi le pallottole, le coltellate. Una volta in Sardegna si guidava d'estate, ma la macchina davanti ci rallentava. Finalmente dopo un tornante sembra possibile superarlo. Nel farlo, io, seduto sul sedile del passeggero, decido di guardarlo malissimo dal finestrino aperto per il gran caldo.
Apre il finestrino, l'autoctono. "Che problema hai". "No niente", faccio io. Non era neanche spaventoso a guardarsi, forse era persino più piccoletto di me.
Interrompiamo il sorpasso. Mentre sono in preda ai miei pensieri peggiori, cerca di distogliermi invano dal silenzio un "Ma, hai visto?", serissimo, detto da non so quale dei miei amici. "Che cosa?". "La pistola - aveva una pistola poggiata sul finestrino".
Dopo un po', mentre gli altri ancora commentano l'accaduto, "Che coatto demmerda", "A fa i duri cor pezzo sò boni tutti", io realizzo. Realizzo che la mia vigliaccheria per fortuna non è stata colta. Che culo. Che culo pazzesco. Evviva le pistole, evviva la violenza, evviva i coatti e i pezzi ferentes, che nella circostanza mi hanno salvato. Senza di loro, non avrei avuto derisioni. Solo silenzio, imbarazzato e irreversibile. Tanto assordante che dell'accaduto non si sarebbe neppure sparsa voce. Quella volta non avevo neanche valutato la possibilità di una reazione. Poi ho capito il perché. Era il modo lento in cui aveva abbassato il finestrino, mentre noi gli rimanevamo affiancati per guardarlo male. Il modo in cui ci aveva guardato, prima me, poi in un'occhiata unica tutti gli altri.

Deve essere misurato, il mio gesto? Calma e sicura, la mia reazione?
No. Non c'è da parlare o minacciare. Stavolta l'offesa è chiara, nonché grave. Non si può chiedere di ribadirla, per aprire il contenzioso. Non c'è da studiare strategie, 'Ora mentre continuo a guardarlo gli passo davanti e - ', 'Corro verso la maniglia e lo tiro fuori dall'abitacolo, prendendolo dai capelli - no, troppo donna isterica - dalla camicia diciamo, che ridicolo in quel maglioncino a V colla camicia a righine dello stesso colore'. No. Devo essere istintivo nel procedere, istintivo nel colpire, perché non di moltissimo ma è più grosso di me. Se mi metto a razionalizzare, le prendo. Devo abbandonarmi all'istinto, l'istinto atavico, quello più puro. Che se ha permesso che il mio DNA si perpetrasse, avrà saputo trarre d'impaccio i miei antenati in più di una situazione.

L'istinto atavico mi dice di staccarmi dalla presa della mano di lei, che fiutando la mia reazione s'è serrata. Non troppo stretta però, perché il suo, d'atavico istinto, le suggerisce di osservare se posso essere un inseminatore all'altezza delle sue aspettative. Le proli inette delle antenate sue non si erano mica difese da sole.
Quindi mi stacco e vado. A passo determinato, svelto poco meno di una corsa, verso la vettura. Ok. Non cedere alla tentazione di razionalizzare. Una volta d'estate avevo le prove col gruppo in cui suonavo all'epoca. Avevamo giocato a pallone tutto il giorno. Dietro alla saletta c'era un circolo sportivo, abbandonato da qualche mese. La sera avevamo provato. Poi avevamo caricato gli strumenti in macchina. Io avevo lasciato la sicura aperta della mia, giusto per salire un attimo a casa del bassista a salutare. Ma avevamo deciso di restare a mangiare gli avanzi del frigo tutti insieme, e vederci un film. I film erano diventati due, e le lancette le sei del mattino. Stanchi e stremati ci fumavamo l'ultima in finestra, quando ho visto due, carichi dei miei strumenti, in fondo alla strada. Tanti strumenti, e costosissimi. Col gruppo va bene, suoniamo un sacco, vengono sotto i primi agenti a chiedere esclusive. Non avrei potuto mai ricomprarli e continuare, se non mi fossi accorto. Sudato e sporco mi getto all'inseguimento urlando, e quando sto per raggiungerli realizzo di dover passare alle percosse. Mi accorgo che sbollito il pericolo non ne ho più voglia. Razionalizzo. I due si girano timorosi a guardarmi. Una coppia di tossici, un po' più grandi di me, invecchiati male. Posano borse e tastiere per terra. Lei non parla, raro che una femmina rischi le botte. "Me sto pure a cacà sotto" dice lui. Si abbassa i pantaloni e spruzza il marciapiede di gialla diarrea onirica. Poi si girano e se ne vanno, mentre io guardo le mie cose, con vicina la merda, prima di rientrarle in macchina. Quella volta il Kharma aveva impedito una violenza ai danni di due poveracci a cui le stelle avevano voltato le spalle da tempo. Stavolta no. Non è più il caso. Razionalìzzati sto cazzo, che ce l'ha pure più grosso del mio quel pezzo di merda, merita la tua violenza cieca. Aprirai poi la portiera, e se chiusa a chiave non so. Spaccherai il vetro con una gomitata o un calcio, e lo prenderai per il collo e lo tirerai fuori o non riuscendoci cercherai di strangolarlo.


Obbedisco, obbedisco a ogni passo di più. Funziona. Monta la rabbia. Il cervello passa le consegne all'amigdala, non ci prova neanche a dire la sua, per quanto la vede incazzata. Ecco la maniglia, finalmente. Quasi stendo la mano.

Una donna esce dalla farmacia. Guarda nella  macchina. Vede la scena.
"Cristiano! Cosa fai?! Fermati! Smettila immediatamente!!". Butta la busta e la borsa in macchina e inizia ad alzargli la zip.
Poi cerca per strada con chi scusarsi. Io, che nel frattempo sarei il più vicino, distolgo lo sguardo al volo. Il mio provocatore non è orientale, ma ha gli occhi a mandorla. Le guance piene e paonazze. Guarda me e guarda la madre. O la sorella maggiore, vai a sapere. Ride felice. Ecco di chi m'ero scordato: c'era un'altra categoria che sapeva ridere così.
Tiro dritto, decidendo all'istante di ostentare fretta, molta fretta. Devo ricordarmi di cambiare occhiali.
A beccarsi le scuse è mia moglie. "Ma no, non si preoccupi, non fa niente". Mi guarda lontanissimo. Si sforza di non ridere.
Non so se farlo io. O preferire guardarmi le gastriti crescere rigogliose nei loro giardini di primavera.
A suo modo veniva dalle stelle anche Cristiano. Non da una buona, perlomeno.

sabato 27 febbraio 2016

Tutti i colori dell'Autogrill




















'Hai finito di lamentarti per ogni cosa?', mi dice mia madre nella testa mentre sbuccio le mele. Lei non si lamentava mai, quando mi faceva la macedonia a colazione.

Qual era il suo segreto? Il nero della frutta. Il bianco delle fragole. I semi da rimuovere. I torsoli, la buccia. Il costo. La deperibilità. Una barretta di Mars costerebbe un quinto. Il suo incarto, semplicissimo da rimuovere.

Ma io devo dimagrire. Dimagrire, dimagrire, dimagrire. Caffè, quattro sigarette e vacuazione. È strano come la puzza della merda altrui disgusti e la tua ti rassicuri. T'incuriosisca, a tratti. Dev'esserci una lezione nascosta da qualche parte, ma non mi va di cercare.
Poi allenamenti. Tiro di boxe. Al ritorno, insalata con tofu e avocado. Niente olio. Imbustata. Già pulita. Costi pazzeschi. Praticamente, è importante che la pelle aderisca in rilievi e avvallamenti sugli addominali, da sotto la maglietta. Anche se non ci sono occasioni sociali per esibirla, la pelle, data la stagione poco marittima. Però però: come farne a meno?

Che poi è una ricerca, tutta una ricerca. Ho fatto un calcolo. In un anno di privazioni, i mesi di standard soddisfacente saranno sì e no due. Anche qualora siano compatibili con una spiaggia, andandoci al mare non succede mai niente. Però, alle prime piogge, non si può mancare all'appuntamento colle pubblicità fotoscioppate. Anche se non si gireranno mai, loro, a dirmi 'Uau! Complimenti'.

Esco di casa e salgo in macchina. Accendo la radio, anzi no. È certo che il politico dia in escandescenze dopo qualche minuto del suo comizio, o che Vasco Rossi sul ritornello s'incazzi. Non ho bisogno di sperimentarlo ulteriormente.

Dice il tabellone dalla tangenziale: “Al Comune, vota A. Màmmeta!”
Promette di chiudere i campi nomadi, come assicurano gli esponenti di tutti i punti cardinali governativi. I ROM saranno espulsi, e potremo camminare sicuri sul nostro bel suolo italiano. Peccato che la maggior parte dei ROM abbia cittadinanza italiana anch'essa, e la probabilità che ciò si verifichi sia pari a quella di espatriare A. Angela, o A. Vespucci, o A. Vitali.
Di certo l'ipotesi solletica qualsiasi altro italiano, fatti salvi quelli degli schieramenti più sinistri, che i ROM se li affratellano a parole purché da sopra le decine di metri quadri dei loro terrazzi sui centri storici. Il Destro, il Centrodestro, il Centrosinistro, vanno in solluchero quando hanno conferma della bontà della prossima loro scelta elettorale, come se la rimozione sicura di quell'hardware sia un'esclusiva dei propri beniamini politici.

Sicuramente il bestione di mezza età che prova a centrarmi da dietro i baffi arleidevidsoniani apprezza, stando al tintinnio dei guantini che gli pendono dalla cavezza d'oro che porta al collo, sopra la celtica. Ma non c'è verso. Gli sfuggo saltellando, e ogni tanto gli porto i miei saluti con un gancio al fegato. Potrei incattivirlo, e a guardarlo non converrebbe. È uno col core demmerda quattro volte il normale. Un performantissimo quad-core. Ma per avere paura della morte bisogna prima essere vivi. Comunque poi gli batterò il guanto sul suo, e sorridendo di circostanza lo ringrazierò per la sparringpartnership. Più tardi, dalle docce uscirà l'eco di un suo acuto “Ahò, vorrei avé 'r cazzo de Paoletti e i sòrdi de Ciuffini!”. 'Ciò implica la tua penuria di entrambi', potrei fargli notare, ma non lo faccio. La mia è una forma di silenzio – assenzio.


Torno a casa. Vado di corsa, ma perché? Rendermi conto mi mette di malumore. C'è il sole dopo pranzo, e io cerco di contrastare portando a spasso il bicipite testé tonificato. Sarà caffè ai tavolini del bar sotto casa, con le due sigarette conseguenti. Scendo.
È un bar di nuova gestione, ammodernato. Bonificato. Adesso i vecchietti e le loro carte da gioco non sono ben visti, e i dipendenti hanno i cartellini con su il nome.
Ho un'ispirazione. Che gelato sia. Gelato sì, ma ipocalorico, alla frutta.
Leggo sul petto dell'inserviente, appena sotto delle sue sopracciglia a gabbiano, 'Gèssico'.

'Gessico. Ma checcazzo di nome è?', faccio perplesso io.
Tradotto simultaneo nella lingua usata convenzionalmente in questo genere di conversazioni, suona:
“Mi fai 1 cono da Treccinquanta, per favore?”

'Gessico! Il maschio di Gessica! Come Debboro di Debbora, coll'Acca o senza' mi fa lui sorridente. Che invece si dice:
”Checcimettiamo?”

'Al gusto di quella', indicando una più in fondo, intenta a dire cose nel trasduttore microfonico del cellulare. Ovvero:
“Cocco, limone e fragoline di bosco”.

“Ecco qua”, detto allo stesso modo in entrambi questi idiomi strambi.

È vero. È al gusto di quella. Ma io, come faccio a saperlo se non la conosco?
Questa cosa mi mette ancor più di malumore, e a nulla vale il suo (di lei) 'Vuoi controllare?', che le riempie il telefono di un “Mò esco checcè 1 che mi fissa da mezz'ora”.

Cui ribatto prontamente.
'Taci, stolta. Non sai che il poterlo fare mi fa perdere interesse?', che curiosamente si pronuncia non emettendo suono alcuno se non quello dei passi uscenti dal negozio per lasciarla lì a meditare sui suoi errori esiziali.

La giornata non decolla. Mi soffio il naso in continuazione, devo pulirmi sempre il culo – sempre, non salto un giorno. Non ho i Like su Facebook che vorrei. Nessuno si accorge di me, mai o quasi mai. Eppure – oh, dico! Eppure. Non mi sembro da buttar via. Ma anche i ravioli al tartufo o la lasagna non sono più buoni, se non c'è nessuno ad assaggiarli. Da qui il successo del Piacersi, nelle reti sociali. E forse io sono più una trippa alla romana, che manco mi piace. Corro e ricorro ai soliti sbagli, non fisso mete degne di nota, non focalizzo desideri reali. Anelo a routine di mera sussistenza, inasprita da traguardi precari o irraggiungibili, quando ciò che realmente vorrei sono le strisce di sole filtrate dalle persiane, le pennichelle da nonna la domenica pomeriggio, cogli zii ancora giovani che sentono le partite di calcio dal salone o il rumore della Formula Uno.

Per fortuna, in coda ai gelati poco dietro di me c'è Sturzo. Sturzo è il mio compagno di banco del liceo. Un altro esiliato. Facevamo sempre sega insieme. Andavamo a casa di Bocca, che andava a un'altra scuola e i genitori uscivano presto per andare al lavoro. Tutti andavano, tutti andavamo. Dove, poi. Lui poteva dormire tutta la mattina, e invece andavamo noi e lo svegliavamo. Gli portavamo delle merendine rubate al supermercato per ammansirlo, e tre lattine di cocacola per tutti. Poi giocavamo al calcio del Commodore 64 per tutto il giorno, e io perdevo sempre. È tanto che non lo vedo, Sturzo.

Altre volte, tornando da scuola o fingendo di farlo, giocavamo che Sturzo era handicappato e io il suo accompagnatore. Quindi lui poteva fare quello che gli pareva, e io dovevo scusarmene cogli astanti. Quelli erano i ruoli. Io non sono mai stato buono a fare quello che mi pare, lui un po' più di me. Ho invece sempre avuto un certo talento a scusarmi per qualsiasi cosa. La volta migliore è stata alla Standa del Prima di Berlusconi. In genere ci limitavamo lui a correre in lungo e in largo e io a scusarmene colla gente. Invece quella volta si soffiò il naso in una pelliccia addosso a un manichino, lasciandoci sopra una quantità incredibile di muco giallo tendente al marrone, lasciandomi schifato e affascinato al punto da scordarmi di scusarmene col manichino.

“Ciao Sturzo!”
“Ciao”. 'Famo outing?', nel senso di “Ci mettiamo fuori?”
“Daje”.

Andiamo ai tavolini. Come vicini famigliole, un prete, e poco più in là quella di prima. Oh beh. I porci non apprezzano le perle, ma anche loro dei porci non hanno mai capito granché. Qualunque cosa ciò significhi.

“Bella Stù, meno male che t'ho beccato a tte, stavo popo nero, sai sti wichend che aspetti tutta la settimana e c'è pure il sole, ma al dunque non sai che fartene”.
“Ma ti ricordi quando sparavamo colla cerbottana ai palazzi vicini, e tiravamo le buste d'acqua a quelli di sotto, o di quella volta alla Standa” - “e che, 'n me ricordo” - 

'Quale manina è stata?', dice il prete senza alzare gli occhi dallo schermo del suo i-Ped.

Noi sussultiamo e ci giriamo, gementi e piangenti in questa valle di lacrime. Possibile che siamo stati beccati così stupidamente, dopo tanti anni? Ma certi reati non cadevano in prescrizione? Ma non si stringono le cose quando le lavi, e non si allargano quando le usi?
Che spettacolo affascinante. Che teatrino imprevedibile. Se solo uno prende la briga di fermarsi le cervella, e ammirare il panorama. Ricordarsene è difficile, perché sono ore che viaggi. Ore tutte uguali. Ore di giorni, mesi di anni. Molto più facile fermarsi al Lauto Grill, dove t'incanti a vedere girare a fuoco lento pacchi di caramelle gommose, scaffali di dischi da classifica, copertine di libri da casalinga, cogli altri viaggiatori, vecchi e giovani, belli e brutti.
Mercanzie stracolorate, meravigliose e terribili nel loro insieme, poco attraenti se prese una per una.

sabato 13 febbraio 2016

Millennium bugs


Già per voi, nati nel secolo scorso, non dev'essere stato facile abituarsi a quello nuovo. Pensa per noi che siamo del vecchio millennio.

Ah, il Vecchio Millennio. Sembrano passati secoli, ma io ancora me lo ricordo.
Le Crociate. La peste nera. La scoperta dell'America. Il Rinascimento. Le Eresie. La rivoluzione industriale. L'Illuminismo. L'esplosione demografica. Il capitalismo - il comunismo, arf arf, che ridere! Noi del millennio passato usciamo indenni da due guerre mondiali e dalle bombe atomiche; abbiamo fatto la rivoluzione informatica e conquistato lo Spazio.
E voi, pischellanze neomillenarie? checciavete? Il bosone di Higgs?

Voi, marmaglie male educate, vi titillate colle mucche pazze, le SARS, le influenze aviarie e suine. Partorite emo. Mandate i negri alle Case Bianche, mai i bianchi alle Case Negre - razzisti. Scureggiate ancora combustibili fossili, pur disdegnandoli in società per darvi un tono. Continuate a viaggiare su vecchi aerei analogici, e vi titillate coi digitali terrestri. Tanta è la vs. noja che come vedete 4 gocce (“Tempeste d'acqua”!) gli date un nome di femmina - che fantasia, che modernità; quando i nostri avi comuni pascolavano le bestie nei Diluvi Universali. Battete monete €uropee e subito ve ne pentite. Vi amplificate gli scemi del villaggio a suon di smartphone e social network. Stolti! Noi del Vecchio Millennio siamo nauseati dalle vostre camminate whatsappanti.

Avete fatto sparì una categoria: il rivenditore di giornaletti zozzi. Che fine gli avete fatto fare? Me l'immagino a un angolo di una strada coi suoi giornaletti, tutti ripuliti, che proprio per questo non interessano più a nessuno.


Siete tutti pelati, quando pure il più fesso di noi era capellone; o al limite faceva ridere i suoi allegri compagni sfoggiando riporti che manco nelle addizioni alle elementari. Vi fanno male gli stomaci poiché fin dalla culla mangiate merda colorata dalla chimica delle E majuscole, voi che deridevate i nostri Panioli&zuccheri.

È incredibile quante parole nell'unità di tempo riusciate a digitare sulle tastiere dei vostri touch screen capacitivi, alcune delle quali anche di senso compiuto se prese singolarmente, senza mai far uso delle cervella. I correttori automatici vi raddrizzano i caratteri, e neanche tutti; ma mai le idee.

Rigettate i nostri vaccini come un complotto di vecchi babbioni, mentre v'inculate da soli i sieri positivi.
Sguazzate nelle Torri Gemelle, negli sgozzamenti kosher, nel vostro être Charlie. Ma che ne sapete dello stare tipo foglie sugli alberi autunnali? Dell'ardere sulle pire inquisitorie, delle teste rotolanti dalle ghigliottine perché le vostre possano toppare 1 suffragio universale dopo l'altro? Noi ciavevamo i Leonardi, i Cristoforicolombi, i Copernici, i Galilei. I Newton, i Bach, i Voltaire, i Rousseau. I Kant, i Beethoven, i Darwin, i Freud, gli Einstein. Gli Andreapazienza. I Beatles.
Voi replicate con Justin Bieber.

Eppoi non vi accontentate mai di niente. Noi con una invenzione ci svoltavamo tanti pomeriggi, lieti e semplici. La stampa a caratteri mobili cià regalato secoli di piacevolezze. La polvere da sparo, interminabili sterminii. La macchina a vapore – dio, com'era allegro il suono di quelle rotaje vaporizzate! Il volo umano, roba che ancora non pare vero.
Noi, nel tempo libero, ci radunavamo nelle nostre polis.
Voi sciamate come zombi nei vostri centri commerciali il sabato pomeriggio, e non uscite di casa se ciavete l'i-Phone minore di N.

Quindi, checcazzo ciavete da ridere? Da sentivve superiori, solo perché ancora vivi? Colle vite allungate, e le vecchiaje infinite che vi partono sin dalle più tenere età, cogli smogs che vi attanagliano, coi rumori delle monnezze urbane che vi squassano le periferie degradate dove dormite?

Noi eravamo giovani, voi siete vecchi. Noi, morire era un attimo. Denti che si guastavano, stomaci che si laceravano, femori che si rompevano e vualà. Ma prima eravamo vivi, di una vita scandita da cicli e riti di passaggio ben definiti. L'infanzia. L'adolescenza. I primi accoppiamenti, senza tante storie. L'ingresso nel mondo del lavoro. L'autonomia residenziale. Il matrimonio. I figli.
Voi, è tutto un rifiuto. Siete piccoli e volete crescere. Siete cresciuti, e indugiate tra la fanciullezza e la maturità, senza mai scegliere. Dipendete dai genitori fino alla loro lentissima consunzione; e quando riuscite ad andarvene di casa restate a 10 km dalla famiglia, se non sullo stesso pianerottolo. Avete un'aspettativa di vita da sballo, rasentate la centenarietà. Ma non avete tempo neppure per dormire.
Vi abbuffate di grassi idrogenati e cancerogeni edulcoranti, poi vi spossate di diete e sport per recuperare vita. Provate uno a caso dei nostri assedii medievali, per dimagrire davvero.
Nella società delle telecamere siete pervasi dall'insicurezza. Noi, quando ci avventuravamo in un bosco, manco sapevamo se saremmo tornati a casa con tutti gli arti.

Vi fotoritoccate, vi fotoritoccate. Ottenendo più cose.
La prima, la frustrazione di vedere gli altri e voi stessi incompatibili cogli standard più diffusi.
La seconda, la sparizione della Bellezza, che trova definizione dalla presenza del suo contrario.
La terza, l'autocancellazione dalla memoria futura.

Ma soprattutto, attenzione.

Avete perso l'Attenzione. Siete distratti. Da cosa, poi. Link che va di moda cliccare. Video che è necessario vedere. Inviti a eventi impossibili da raggiungere. Scrive chiunque, aforismi e massime, denunce e moralismi. O almeno copia. L'arte, finalmente, è di tutti. Ognuno disegna, suona, compone. Quantomeno fotografa, sfornella, trucca. Le dinamiche, ipercompresse, spariscono. Rapporti facili ad aversi e a perdersi. Suoni e colori brillanti e ultravivaci. Confezioni curate più dei loro contenuti, spesso insalubri, talvolta tossici. Codici e gesti che appartengono a culture vittoriose quanto lontane. Nozioni e spunti immediatamente raggiungibili, quindi poco interessanti.
Noi le cose ce le conquistavamo. Ammirare un quadro richiedeva lunghi viaggi, o l'acquisto di cataloghi costosi. Sapere chi avesse suonato su un disco era difficilissimo, se non era scritto nei crediti. Conoscere il liceo frequentato da David Gilmour era impossibile, senza un lavoro di ricerca di mesi (grazie Ricciolé). Era comodo? No davvero. Ma almeno, le tue energie le riservavi a ciò che conta, per te stesso soprattutto, scoprendo e sviluppando un gusto personale, senza finire invischiato nei milioni di visualizzazioni decerebranti dell'ennesimo burattinaio patinato.

La sovrabbondanza dell'informazione genera noja. Noja semantica. Inesattezze. Contraffazioni più o meno palesi. Complottismi consolatori e autoindulgenti. Credete negli extraterrestri (a che pro, poi) e consultate oroscopi, finendo per arricchire imbonitori più assurdi dei nostri peggiori stregoni.

Noi del Millennio passato non vi capiamo. Non ci adattiamo. Vi disprezziamo. Ed è per questo che la nostra ora è giunta.
Ricordo ancora le cassandre dei millenni scorsi. Si decantava l'arte della Scrittura, come farmaco della memoria e fonte di conoscenza divulgata. Sarebbe stata sapienza apparente, ribattevano loro. Possedendo e leggendo cose scritte avremmo creduto di conoscerle. Ma senza elaborazione, senza insegnamento, ci saremmo trasformati in portatori di opinioni, invece che sapienti.

Esageravano? O è successo davvero?
Non lo sappiamo. Noi alla fine l'abbiamo trovato, un nostro modo.
Se l'accelerazione non ci schiacciasse nelle tombe, se l'attrito non consumasse le nostre spoglie, saremmo curiosi di vedere il vostro.



Paperblog