venerdì 21 novembre 2014

Uno per volta





















Quel giorno Ted Hyumvitae era nervoso. Aveva preso un giorno di permesso al lavoro. Si era alzato presto. Non aveva mangiato niente, non aveva bevuto niente. Aveva fumato l'ultima sigaretta sei ore prima.
Aveva fatto la doccia, si era vestito bene ed era arrivato all'ospedale. Aveva preso il numero, 178. Erano al 43. Aveva previsto una lunga attesa, così si era portato un libro. Si era messo in piedi vicino allo sportello dell'accoglienza, e lo aveva aperto. “Confessioni di un codardo”. Il titolo gli sembrava pertinente, era nervoso da una settimana. Comunque, poteva esserci qualche ragazza, nella coda. Il libro era un vecchio trucco. Non si era scordato di dieci anni prima, in fila dal dentista. La più bella ragazza che avesse mai visto. Anche lei lo guardava, prima il suo libro e poi lui. Aveva avuto l'impressione che gli sorridesse. Ma Ted era fidanzato con Ana Certa, allora. Ed era uno serio, al punto di non essere capace a fare approcci nemmeno da single. Qualche tempo dopo, Ana lo aveva lasciato.

Il libro prometteva, ma lo distoglievano i suoni del tabellone elettronico e lo sgomento per l'assenza di sesso femminile di età compatibile. Solo signore anziane, o extracomunitarie incinte con prole già al seguito. Alla fine suonò il suo numero, pagò e si diresse al terzo piano.

Endoscopia. Era da solo. L'unico. Consegnò il suo foglio all'infermiera niente male. Si tolse la giacca, si sedette, riprese il libro e lo riaprì. Giusto in tempo per essere chiamato.
Lei lo indirizzò nella stanza in fondo a destra. Posò le sue cose su una sedia, mise il cellulare in modalità aereo. Entrò un dottorino in berretto e camice verde. Niente primario, anche se gli avevano garantito che prendendo un appuntamento per quel giorno lo avrebbe visitato lui.

Cercò subito di stabilire un'empatia. Non era a suo agio. Raccontò i suoi sintomi, e i motivi per cui il Professore gli aveva prescritto quell'esame.

Doveva fare una gastroscopia. Ci credo che era nervoso. Hai mai fatto una gastroscopia, tu? La lidocaina ti anestetizza la lingua, non il cervello. Che quindi è ben sveglio, e si accorge della violenza che subisce. Una gastroscopia è qualcosa contro natura. Come una pozza di urina alla stazione che ti risale lungo l'uccello, o uno stronzo di cane che ti entra nel culo quando gli passi vicino. O risucchiare una pozza di vomito, gustandola tutta. Vorresti incazzarti, ma incazzarti di brutto. "Che mi state facendo brutti bastardi, eh? Ora vi faccio vedere io", e ti alzi e strappi il tubo dalle mani del ragazzino col camice verde che gioca a ficcartelo in gola, e glielo fai passare da una narice all'altra. Ma non puoi. Se assecondi l'istinto che ti fa dire "Ok, lasciamo perdere, me ne vado, qualsiasi cosa io abbia non può essere peggiore di questo", durerà molto di più. In questi casi aver ricevuto un'educazione repressiva aiuta. Il tubo scivola veloce, di decimetro in decimetro. L'unica è non guardare. Sopprimere i rigurgiti. Chiudere gli occhi e concentrarsi sulla respirazione, come insegna il training autogeno.

Si avvertono delle voci. 'Ci credo che ha la sensazione di non digerire, guarda qui'. 'Prendi la pinza per la biopsia'. Le orecchie non si possono chiudere, mai. Ted aveva scelto di non confessare la verità. “Dottore, infermiera: io ho claustrofobie piccole e grandi, e questa di farsi scendere metri di tubo in gola mi sembra gigantesca”. Poi la consapevolezza di dover ripetere i primi millimetri chissà quante altre volte prima di avere successo, con sempre più paura di dover ricominciare da capo. Il tubo scende veloce, spinto dalle mani del dottorino una dopo l'altra. Respira, respira, chiudi gli occhi. Certo alzarsi e scappare non servirebbe a niente, al punto in cui siamo il tubo impiegherebbe un secolo a uscire.

I piedi scalciano il nulla. Lamenti, per quanto possibile. La mano afferra quella dell'infermiera, poi il suo camice. La mente si stupisce di quanto nella circostanza sia un gesto così poco sensuale. Come stringere un pupazzetto di dinosauro, o una figurina di Maradona. I lamenti aumentano quando l'infermiera si allontana. Da solo è più difficile. Si può tornare infantili anche da adulti.

In pochi lunghissimi minuti, forse tre come promesso in precedenza, finisce. Sul tubo, né grande né piccolo, della sezione di un mignolo, le prove tangibili dell'indigestione. Meglio farne un fagotto col bavaglino messogli sotto la bocca dall'infermiera, perché “è normale che ci sia un eccesso di salivazione, o qualche rigurgito”.

Gli spiegarono poco, in termini incomprensibili. Gli diedero un referto, ancora più oscuro. Allegarono le foto del suo stomaco. Ecco a cosa serviva il led azzurro sulla punta del tubo. A illuminare, era una specie di flash. Realizzò con stupore che aveva il buio dentro. Gli prescrissero altre analisi. Decise di farle subito, si era alzato presto ed era già a stomaco vuoto, per quanto potesse esserlo il suo capriccioso apparato digerente.
Altra fila in accettazione, altro esborso per le analisi del sangue. Altro numero, stavolta il 544. Una signora in camice bianco chiamò il 40. Per ogni persona che entrava, ne usciva un'altra reggendosi il batuffolo d'ovatta sulla vena.

“44. 44! 44!”.
Gli venne un dubbio. “Io ho il 544, sono io?”
“Era ora.”
Ted valutò distrattamente l'idea di far notare alla signora scocciata in camice bianco che era in realtà una vecchia signora cicciona scocciata in camice bianco. Ma quando t'infilano metri di tubo in gola senza poter reagire, ai soprusi  ti abitui prestissimo. Così entrò, sorridendo e scusandosi.

Un'altra signora, anche lei sovrappeso e in camice bianco ma sorridente, lesse negli occhi di Ted il bisogno di comprensione. Gli legò l'elastico sul bicipite sinistro, gli gonfiò la vena e infilò l'ago. Quando gli ficcavano cose nelle vene, Ted una volta guardava e quella dopo no. Doveva allenarsi a sopportare le cose spiacevoli. Toccava al non guardare, per fortuna. Se aveva dei limiti, quel giorno ci si era avvicinato parecchio.
L'operazione durò più del solito, gli parse. Poi riprese la sua roba, e si rivestì nel corridoio.

Una volta vestito, decise di prepararsi una sigaretta per celebrare l'uscita dall'ospedale. La cartina si ruppe, il filtrino cadeva. Il tabacco era sempre troppo o troppo poco. Il tempo aumentato gli permise di notare le persone lì intorno. C'era una vecchina coi capelli bianchi. Finissimi, e radi. Sotto aveva la testa rosa. Si teneva l'ovatta contro il braccio piegato. La accarezzava il marito, vecchietto pure lui.

Doveva essere una scena tenera. Non lo era. Ted era scapolo, desiderava una ragazza. Non una vecchietta. Se ne avesse trovata una della sua età, inevitabilmente sarebbe stata in fase calante. Qualche altro attimo di gioventù, e poi la decadenza. Le rughe. La memoria che perde colpi. Anche Ted allo specchio scorgeva le prime rughe d'espressione. Soprattutto quando sorrideva. Se non si vedevano molto era solo perché c'è così poco da ridere. Sarebbe stato più capace di gesti di tenerezza?
Forse era meglio metterci una pietra sopra.

Uscito dall'ospedale, finalmente se la accese. A un certo punto gli venne anche il singhiozzo. Decise di levarsi di mezzo tutte le incombenze che poteva. Andò in banca a pagare le bollette, e poi a fare la spesa, colla sensazione della violazione del corpo. Doveva essere qualcosa di simile a ciò che provava una donna che avesse subito uno stupro. Si vergognava del paragone, in fondo lui aveva fatto una scelta. Allora pensava a un filmato di oche che aveva visto, colle zampe inchiodate su una tavoletta e un imbuto da cui scendevano chili di granturco che facevano scoppiare il fegato in paté. Ma forse neanche quel pensiero era politicamente corretto. O alle streghe medievali, il cui stomaco veniva fatto esplodere dai litri d'acqua di un tubo che calava nella gola. Sicuramente più largo di un mignolo, e meno igienico. Niente bavaglini monouso, per i rigurgitini. Quando pensava a quelle oche, o a quelle streghe, aveva una gran voglia di fare a pugni.

Capì all'improvviso il motivo per cui tutto andava avanti. Gli eventi non capitano tutti insieme. In genere si riesce a tollerarli, uno per volta.

domenica 9 novembre 2014

Rinofobia















C'era una volta un tizio che non sopportava di vedersi sempre tra gli occhi il naso.
Il suo nome era Mynus Habens. 'Mynus' per gli amici, se ne avesse avuti. Il suo campo visivo variava, di volta in volta. Cose più o meno piacevoli. Ma al centro sempre la stessa. Il naso.

Poteva vederne i due lati a seconda dell'occhio che chiudeva. Quando era il sinistro vedeva il neo che aveva sul lato destro. Sul lato sinistro invece non c'era nulla di rilevante.
Queste operazioni le faceva di rado, e affannosamente. A farle troppo spesso rischiava d'impazzire. Poteva vedere varie cose, della sua faccia. I baffi. Il labbro superiore, e quello inferiore. Parlo chiaramente di un'ispezione senza specchi. La lingua. Il mento invece no. Niente mento. E la punta del naso.
Il resto del naso era solo un'ombra. Ma perenne. Era questo a essere inaccettabile. Parlavi con qualcuno, e l'ombra del tuo naso si metteva in mezzo. Guardavi un film, e la fotografia doveva fare i conti con sempre la stessa macchia sfumata, al centro della scena. Leggevi un libro, e tra le pagine c'era sempre lo stesso ectoplasma.

La fortuna era che il più delle volte non ci faceva caso. Quando ciò avveniva, non poteva tollerarlo. Non riusciva a respirare. Se era sdraiato nel suo letto, doveva tirarsi su col busto di scatto bestemmiando, e fare almeno un respiro totalmente profondo. Se non era nel suo, di letto, la cosa era più imbarazzante. Succedeva così. Il fiato gli mancava  di colpo. La riscoperta del naso gli cortocircuitava i polmoni. L'aria finiva all'istante. Era strano. Gli sembrava di ricordare che da piccolo riusciva a stare con la testa sott'acqua per più di un minuto. Non che gli piacesse molto farlo. Non aveva mai sopportato le costrizioni, fisiche o psicologiche. Postumi di un'educazione repressiva. Provava l'apnea per gareggiare cogli altri bambini, e da grande per immergersi sott'acqua quando faceva il bagno. Era come volare. La sensazione di libertà compensava la claustrofobia di avere masse d'acqua sempre più grandi tra il respiro e la sua possibilità.

Un'altra cosa che andava bene, quando il naso tornava ad imporsi alla sua attenzione, era una corsa forsennata. Uno scatto improvviso, possibilmente all'aperto. Il cuore che batteva all'impazzata e il fiato mozzato lo distraevano. Anche guardare il cielo andava bene. Verificare che c'era almeno una via d'uscita, infinitamente vasta. Quel cazzo di naso. Poteva tagliarselo, non credere che non ci avesse pensato. Ma purtroppo era sano di mente. Era chiaro che avrebbe introdotto problemi più grandi. Per esempio, la luce poteva riflettersi all'interno della cavità nasale e accecarlo col suo riverbero. Oppure, avrebbe avuto addosso gli sguardi più o meno indiscreti della gente. Hai mai visto le facce della gente? Sono brutte. Mynus ci faceva caso spesso, ma di solito si fermava prima di arrivare a pensare che tecnicamente era gente pure lui. Poteva esserci qualche crema che gli offuscasse i contorni del naso? Probabilmente no. I colori riflettono la luce, come il bianco. O come il nero la assorbono. Tinture trasparenti non sono ancora state inventate.

Il problema poteva accrescersi. Con la stessa logica, allora, poteva sicuramente vedersi le palpebre. L'interno, intendo. Non avrebbe mai visto nessun'altra palpebra dall'interno. O magari sì, se avesse adottato soluzioni da maniaco seriale. Ma era troppo normale, per infilarsi in vicoli ciechi dalle conseguenze più problematiche che vantaggiose. Per non parlare delle implicazioni etiche.
Allora faceva caso anche alle palpebre. Cercava di capirne il colore. Erano pensieri che non potevano durare più di mezzo secondo. Oltre, c'era la morte per soffocamento.

Aveva ipotizzato un color carne particolarmente rosso e sanguinolento, come quando cerchi col fazzoletto di tirarti fuori un ciglio dall'occhio. Poi si era ricordato che nessun colore si può vedere al buio. Quindi aveva accantonato il problema delle palpebre con un certo sollievo, per tornare a occuparsi di quello del naso.

Il naso era un organo che faceva senso. In tutti i sensi. Impossibile tagliarselo. 'Come farà chi ha il naso aquilino?', si domandava. Il suo era retto. Un bel naso, dicevano. Forse era fortunato chi ne aveva uno rincagnato, da pugile. Doveva essere un sollievo, poter fissare in eterno un ectoplasma di dimensioni più discrete. Forse non si vedeva per niente.
Ma anche un puntino sarebbe stato sufficiente per impazzire.

Le palpebre erano più simpatiche. Ma celavano altre insidie.
Hai presente quando ti stendi al mare, e finalmente ti rilassi? Cioè, tu vorresti rilassarti. Poi, gli occhi che hai chiuso tornano a vedere. Cellule. Maledette. Sono capelli, sembrano capelli. La lunghezza è maggiore dello spessore. In mezzo c'è un punto. Non può che essere il nucleo di quelle cellule. Se butti gli occhi in su, le cellule schizzano in alto. O in basso. O di lato. Non puoi mai spegnere il proiettore. L'unico modo di farle sparire è aprire gli occhi, e riarrotolare lo schermo. Ma certe volte continui a vederle anche controluce, e allora anche lì l'unica è alzarsi di scatto, buttarsi in acqua e sperare di finire addosso a qualche medusa.

Ma niente è insidioso quanto il naso. Ogni tanto Mynus andava allo specchio a guardarselo.
Ecco là il neo, sulla parte destra. O era la sinistra? Doveva pensare alla sua, di destra, o a quella del tizio che aveva di fronte? Quello, se si fosse distolto dal guardarlo fisso, si sarebbe girato portandosi appresso il neo sulla sinistra. Misteri troppo grandi, per venirne a capo.

Non c'era solo l'ombra del naso. Per esempio, nessuno sembrava mai far caso alla morte. La propria, intendo. Sempre quella degli altri, e solo quando non se ne potesse fare a meno. Mynus invece era assolutamente preso dalla sua morte. L'unica discrezione che lei gli usava, era non venirgli in mente in continuazione. Era meno presenzialista di certi nasi. Quando Mynus pensava alla sua morte, non riusciva a vedere altro. Perché radersi o lavarsi, perché studiare o lavorare, se non per lo stretto indispensabile? A che pro amare, odiare, indignarsi o primeggiare?

Mynus allora si guardava intorno. Non aveva mai visto nessuno tanto ignorante da ignorare una cosa così. Nessuno sembrava pensare alla propria morte. Tutti sarebbero morti. Nessuno sembrava turbato dalla comparsa nel campo visivo del proprio naso. Possibile che fossero così distratti? O sapevano qualcosa che Mynus ignorava? Qualche trucco, o qualche informazione supplementare?

Secondo Mynus, era impossibile essere così ignoranti. Della propria morte, e di quelle altrui. Troppe cose si facevano tutti i giorni, completamente falsate dal non tener conto della morte di ciascuno.
Mynus aveva una teoria. Ognuno dovrebbe aver su un numero. Chi 65, chi 21, chi 84. Metti che due si prendono colla macchina a un incrocio. Senza quel numero, è subito un gran litigare su chi abbia la precedenza. Con quei numeri, invece, 84 sarebbe molto più conciliante con 65. “Mi dispiace di essere passato proprio in quel momento” - “Ma no, cosa dice, colpa mia che non ho visto il rosso” - “Beh, poco male, tanto la macchina è vecchia, non sarà un graffio a cambiare le cose”.
Invece, tutti litigavano. Anche senza motivo. Tutti in competizione, tutti contro tutti. I furbi contro gli etici. I forti contro i deboli. I poveri contro i ricchi. Scordandosi quotidianamente le proprie morti si perdeva regolarmente la prospettiva.

Ma era meglio che il numero indicasse l'età della propria morte, o gli anni che rimanevano da vivere?
Mynus aveva riflettuto, al riguardo. Avere addosso gli anni mancanti richiedeva aggiornamenti annuali e scomodi. L'evidenza sarebbe stata inelegante. Meglio segnalare l'ultimo compleanno, lasciando agli astanti il beneficio del dubbio, a seconda di quanto uno si portasse più o meno bene gli anni.
Mynus aveva sempre un sacco di buone idee, quando non gli veniva in mente il naso. O forse era proprio il naso, colla sua impertinenza, a impedirgli di distrarsi. Di perdersi in frivolezze. Non era il caso, per esempio, di lanciarsi in avventure sentimentali. Ci pensi? “Ehy bambola, è tutta la sera che ho voglia di baciarti” - quando all'improvviso ecco frapporsi il naso. Il giorno dopo, tutti avrebbero parlato dello scatto furioso di Mynus. E a Mynus avrebbe dato fastidio.

Non so. Non era un mondo adatto. Mynus avrebbe trovato ragionevole vivere in un posto dove un terzo degli abitanti per volta si lanciasse in scatti forsennati in direzioni varie, non appena resosi conto del naso. Un mondo in cui fosse normale sedersi e fissare il terreno senza sorprendere i passanti. Sentendoli al limite commentare “Eh, gli è venuta in mente la sua morte, chissà quando ventura”. E invece non aveva mai sentito nessuno preoccuparsi del proprio naso, se non per il punto di vista altrui. Gli occhi delle persone non rilevavano cellule, o almeno nessuno sembrava preoccuparsene. E molti si tatuavano cose sulla schiena, o in altri punti dove non se li sarebbero mai visti da soli. Che orrore. L'unica cosa che, facendo uno sforzo enorme, lui si sarebbe tatuato, era da spalla a spalla, in caratteri gotici e scarsamente leggibili.
'Fesso chi legge'.

A un certo punto, nel vivo di quei ragionamenti, il naso smise di comparirgli. Fu quando Mynus scoprì il numero che avrebbe dovuto portare lui.

domenica 26 ottobre 2014

Il problema













era avere la ragazza. Era un bel problema.
All'inizio era bello. Grembiulini rosa vs grembiulini blu. Chiarezza dei ruoli. Per Faber Quisque i primi giochi erotici colle bambine dell'asilo arrivarono presto. E definitivi, per un bel po'.
Le prime avvisaglie del problema si manifestarono dopo poco. Alle elementari.
Quando si giocava, tutto andava bene. Macchinine, robot, nascondino. Perfino a pallone. Poi in Quinta alcuni genitori avevano avuto la pensata di mettere su della musica, per BALLARE. Niente giochi in cameretta, niente giochi in cortile. Adesso si era in ballo, e bisognava BALLARE. Gli altri bambini partirono subito, come se per entrare nella fase successiva non bisognasse che accendere un interruttore. Roba di istinti, cose così. Era incredibile. 'Come potete preferire il BALLARE al giocare?', dicevano gli occhi del piccolo Faber, carichi di rimprovero silenzioso. 'Nel giocare ci si diverte. È ovvio. Dovrebbe piacere anche a voi. È sempre stato così'. La risposta degli altri bambini, un'alzata di spalle. Come a dire, ' È vero, ma che ci possiamo fare?'. 'Porco dio' avrebbe pensato Faber, se avesse assaporato già da allora il gusto illusorio del Vilipendio.

Ma lo avrebbe conosciuto. Ancora qualche anno. Successivamente si iniziò a fare più sul serio. Alle medie passavano tra i banchi sciami di bigliettini. “Ti vuoi mettere con me?”. Casella , casella No. Si suggeriva implicitamente di barrare quella di proprio gradimento. Sarà stata la veste ufficiale - chi può resistere a una burocrazia ben formulata? Sembrava funzionare. Nascevano delle coppie. Partivano i primi baci.
Qualsiasi gioco per Faber era ancora da preferirsi.

Fu forse per la sua indole altezzosa e giocherellona, che per Faber fu sempre così difficile? Quella palestra poteva aiutare. Ma perché snaturarsi, se si preferiva altro? Alla fine, interessarsi alle ragazzine poteva ancora valere una presa in giro. Si era giustificati, ancora per un po'.

Invece al liceo c'era poco da ridere. Potevi non avere i vestiti giusti. Essere basso o sovrappeso. Avere la forfora o i brufoli. Magari non avevi neanche il motorino. Che sfortuna micidiale, quando il discorso-ragazze per tutti diventava interessante. Quindi via, si tirò fuori dai giochi. Quello che gli ci voleva era un compagno di banco che avesse pescato dalla sua rosa di problemi contingenti. Meglio non gli stessi. Sarebbe stato ridicolo.

Finito il liceo, lavorò sui suoi difetti. Cercava di affrontare le cose con logica, e non emotivamente. Anche se spesso per tante cose aveva intuito. Un ottimo intuito. Ma lo relegava nella sfera del Gioco. Certi difetti svanirono da soli. Altri richiesero sforzi non indifferenti. Forza Faber, ce la puoi fare. Basta avere volontà. Il fatto è che potresti non averne. Oppure, trovandola, ti ci metti con tanta intensità che alla fine perdi di vista il quadro. Continui a concentrarti sull'aspetto fisico. O sui vestiti, ai quali negli anni si aggiungono macchine e cellulari. Ti do una dritta, se sei ancora in tempo. Se metti a punto l'aspetto fisico, poi ti cercano per l'aspetto fisico. Se investi in un'automobile, entri in concorrenza con quelli che ne hanno sempre di migliori della tua. Per non parlare dei cellulari, più dozzinali e alla portata.
Nel tempo, con la sua logica stringente, Faber capì tante cose.

Ogni tanto faceva il punto della situazione. Mica da solo. Crescendo, si era scelto degli amici. Pochi. Ma accuratamente. Avevano in comune il suo problema: non avere una ragazza. Erano stati bassi o grassi, o brufolosi, forforati, malvestiti, timidi. Certo in quelle condizioni non puoi mica frequentare gli altri. Lo capisci subito. A Faber bastò accettare un invito una volta, e ritrovarsi unico a un tavolo di sole coppie. Il primo di innumerevoli minuti interminabili lo convinse ad autoghettizzarsi per molti anni a venire.
Si prese Al Terego. Era quello con cui chiacchierava meglio. Invece di studiare e passare gli esami all'università, progettavano gruppi musicali. Vacanze. Uscite. Concerti. Ci andava a mensa, a correre al parco, a comprare vestiti. Qualche volta addirittura a frequentare le lezioni. Sperando di incontrare ragazze ben disposte. Sono tutte buone idee, non possono che aiutare. Poi, a fine serata, facevano le ore piccole nel parcheggio del mercato, per parlare. Il tema era: ma come si fa ad avere la ragazza? Come si farà mai? Avevano sempre nuove idee, trovavano un sacco di spunti. Ci riflettevano su. I metronotte li guardavano con sospetto. Ogni tanto la polizia gli chiedeva i documenti. Ne avevano ben donde, la situazione suggeriva che come minimo si stessero facendo delle gran canne. Una volta Faber li aveva sentiti dire allontanandosi “Saranno froci”.
Ma perché dovete fare i coatti? Che razza di bestie ignoranti siete? Al mio amico qui GLI È MORTO IL PADRE!”.
Nessuno dei due pronunciò mai la seconda frase, naturalmente.

Stava sempre cinque o dieci anni indietro, Faber. 'Chissà se si vede, quando cammino per strada,' pensava, 'quanto cazzo sono solo'.
Provava tutto. Corsi di lingua, balli di gruppo, villaggi turistici frequentati da single. Aveva le sembianze dell'Uomo, ahah, che ridere. Ma era piccolo, piccolissimo. Da grande voleva fare quantomeno l'Astronauta, e nel frattempo qualsiasi altra cosa faceva parte del provvisorio. Ma fare l'Astronauta dà le nausee e le vertigini, e Faber aveva lo stomaco debole. Soprattutto, voleva ancora giocare. Certe risate si facevano, con Al.
Anche da solo, Faber sognava. Sognava in continuazione. Al suo risveglio le cose restavano quelle. Un lavoro. Le vacanze. La musica. Sempre le stesse persone. 'Se almeno facessi un'altra vita', pensava, 'conoscerei nuova gente'. Poi quando capitava, era lui a essere lo stesso. Sempre 5-10 anni dietro, spesso 5-10 anni avanti. La gente lo annoiava, lui annoiava la gente. Starne lontano era più divertente.

Alla fine l'Universo sfinito decise che anche la sua ora era giunta.
Nel senso buono, intendiamoci. Aveva già avuto qualche storiella, durata poco e abbastanza. Mica era malaccio. Aveva un fisico atletico e bei capelli. Una faccia tagliente ma interessante, come sono interessanti le cose irraggiungibili. Era meglio così, perché quando cercava di farsi raggiungere da qualcuna, evidentemente gli fiorivano sul viso espressioni scoraggianti. Ma si vestiva con un certo gusto, e la sua macchina e i suoi cellulari erano sempre almeno nella media.
Nella smania di ficcarsi nelle situazioni, Faber si era iscritto a una palestra di pugilato. Iniziò quasi subito a frequentare le cene del gruppo. A una di queste, un tizio occhialuto si era portato appresso una conoscente, che andava a un altra palestra. Era un po' sovrappeso. Sembrava avere un culo sul grosso, ma aveva la vita stretta. Quindi valeva anche avere il culone. Aveva anche un viso rassicurante, era importante essere rassicurati. E delle tette enormi. Gigantic tits. Entrambi soffrivano di gigantic tits. Faber era seduto da un'altra parte, ma poi a fine serata si era messo a chiacchierare con il tizio. Dopo qualche attimo eccoli lì, loro due soli, a fumare fuori dalla pizzeria. Lei si chiamava Sue Fortune.

“Così tu fai Karate, eh? Ma combatti, anche?”
“Sì, certo. Sono fortissima.”
“Ma sparring, o proprio combattimenti?”
“Combattimenti. Guarda i segni che ho sulle tibie. Tocca.”

Faber toccò, dimenticando all'istante tutti i suoi giochi. Non trovò nessun segno. Solo pelle, liscia e chiara.
Mentre la riaccompagnava a casa, qualcosa lo turbava. Aveva a che fare con il tizio occhialuto, e la poca classe con cui gli aveva sottratto la conoscente. “Ecco, parcheggia là, che qui non si trova mai un posto” disse Sue, facendogli dimenticare l'argomento su cui ragionava.

In macchina chiacchierarono molto. Lei era stata sposata, e aveva un figlio. Di cinque anni. Sembrava ferita da un abbandono, e ogni tanto il suo odio recente per il genere maschile trapelava. Però la sua faccia era rassicurante. Le sue tibie, segnate di segni invisibili. Le sue tette, gigantiche. Parlarono e parlarono. Spesso lui riusciva a farla ridere. Aveva un umorismo basato sull'essere serio e dire cose surreali. Faber si godeva tutto quel parlare. Ne aveva, di cose da dire. Ne aveva anche da ascoltare. Anche lui aveva qualche recriminazione, nei confronti dell'altro sesso. Quel ballare prima del tempo. Quel dismettere frettoloso i grembiulini segnaletici. Ogni sillaba era un ulteriore sintonia. Ma Faber immaginava che il ruolo di esploratore di faccende più concrete sarebbe toccato a lui.

Era un problema nel problema. Aveva una gran voglia di dire, ma anche di fare e baciare. Solo che non gli era mai stato chiaro come passare al secondo quadro. Come se per prepararsi a un incontro con Mike Tyson sapesse di dover mangiare uova sode a colazione, uscire presto per almeno un ora di corsa, saltare a corda, e a un certo punto andare direttamente al metterlo al tappeto.

Così il tempo passò, e alla fine era tardi.
Ti accompagno al portone.
È tardi. Sei sicuro?”
Mi sembra di sì.
Uscirono dalla macchina, arrivarono a un incrocio.
Dobbiamo attraversare. Dammi la manina.

Lei magicamente gliela diede. Era da un po' che Faber aveva la sensazione che per superare qualsiasi tabù bastasse decidere di farlo. Si avventurarono sulle strisce pedonali, lasciate sole dalla notte silenziosa.

Ma tu, davvero avresti attraversato senza darmi la manina?
Lei lo guardò incerta.
E se io fossi scappato per la strada, e una macchina mi avesse messo sotto, che avresti fatto? Andavi da mia madre, e le dicevi” - mise le mani a coppa, stendendo le braccia avanti - “Signora scusi, lei non mi conosce, il fatto è che mi è scappato suo figlio mentre attraversavamo la strada, mi dispiace tantissimo, gliel'ho riportato, eccolo.

Lei rideva sempre più, scordandosi di quanto quella manina condivisa fosse compromettente. Lui restava serio. Finirono di attraversare quella strada geniale.
A tua discolpa va detto che hai una manina molto soddisfacente. Ti dispiace se la tengo ancora un po'?

Chiaramente, niente di questo avvenne per davvero. Arrivati sotto casa, Faber la prese nervosamente tra le braccia e la baciò.
Si baciarono sotto il portone di Sue per almeno mezz'ora, finché lei dovette salire perché era in ritardo con la baby sitter.

Insomma, sai come vanno queste cose. No?
Si misero insieme. Dopo una lunga fase di studio, Rex, il bambino di Sue aveva deciso che Faber era simpatico. Non è che si sforzasse, Faber. Semplicemente gli parlava come avrebbe parlato con chiunque gli interessasse. Lo prendeva in giro spessissimo, non gli saltava neanche in mente di dover andarci piano, e usare prudenza per il suo fresco ruolo di figlio di genitori divorziati. Ci scherzava volentieri. Ad esempio, una volta Sue lo aveva rimproverato perché si succhiava sempre il pollice. Lui era lì col muso, e Faber gli aveva spiegato che i grandi non è che smettano davvero di succhiarsi il pollice. Imparano giusto a farlo quando nessun bambino li guarda, e con gli anni diventano bravissimi. “Ecco, guarda – anzi no, non ti girare mi raccomando - ascoltami attentamente. Quel signore dietro di te se lo sta succhiando per bene, si sente quasi il rumore che fa. È convinto che tu sia concentrato sul mio discorso e per un po' non ti girerai. Forse se ti giri di scatto fai in tempo a vederlo”. Mentre Faber finiva il suo discorso, la faccina sorpresa di Rex non ce la faceva più, e si girava. “Che ti dicevo? Bravissimi. E velocissimi.”
Tempo dopo, quando Faber tornò sul discorso lui gli disse serissimo “Ma la vogliamo fare finita con questa storia del succhiarsi il pollice di nascosto?”. E Faber se ne era innamorato. Era più difficile trovare giochi all'altezza. Lui, Rex, di Faber era innamorato già da un pezzo. Sembrava un'oasi, in mezzo a tanti Grandi interessati solo a farlo coprire bene e mangiare tutto ciò che aveva nel piatto.

Quindi Faber e Sue andavano forte. Fortissimo. Almeno a cento all'ora.
Ma sai quel che si dice a scuola sulla velocità. Difficile che cento chilometri all'ora possa essere una velocità costante. Più probabile una media, o una velocità istantanea. L'informazione che il tachimetro ti restituisce solo in un dato momento. Sue e Faber toccavano picchi anche superiori. Ma era impossibile partire a cento all'ora. Per farlo, sarebbe occorsa un'accelerazione infinita. E anche con l'aiuto delle gigantic tits di Sue, se ben ricordi Faber fin dall'inizio non aveva osato condividere i suoi giochi surreali. Non tutti, almeno. Era anche impossibile arrivare mantenendo la loro velocità di crociera inalterata. Cioè, in fin dei conti quello era possibile. Bastava trovare un muro sulla propria strada, e andarcisi a schiantare contro.

Quel muro lo trovarono d'estate. Rex era in campeggio cogli scout. Faber e Sue potevano concedersi le prime vacanze da soli.
I problemi cominciarono subito. Il posto scelto era troppo lontano, se fosse successo qualcosa. O troppo vicino per staccare veramente. Troppo costoso o troppo economico. Troppo freddo o troppo caldo. Troppo montuoso o troppo pianeggiante.
La logica di Faber rimise in funzione le vecchie rotelle. C'era qualcosa che non andava. All'ennesima discussione, interruppe gli strilli di Sue bloccandola contro il muro. “Ti stai comportando irrazionalmente, renditi conto. Nessun problema è il vero problema. Tu non vuoi concederti libertà. Non vuoi regalarti e regalarci spensieratezza. Che invece è l'unica cosa che serve. Falla finita coi sensi di colpa, falla finita col farci soffrire. Va tutto bene, per com'è andata. Ora il ragazzo sta imparando a divertirsi anche da solo, ed è ora che impariamo a farlo anche noi.”

Sue non ascoltava nessuna delle frasi di Faber. Era assediata. Da una parte il muro, alto e inespugnabile. Dall'altra le braccia nervose di Faber, e una logica claustrofobica e fredda. “Lasciami stare”. “Non sopporto di essere chiusa in trappola”. “Se non mi lasci andare immediatamente sono cazzi tuoi”.

Più di una volta, scherzando ma non troppo, Sue aveva sfidato Faber a combattere. Si sentiva forte, più di quanto fosse quando l'ex marito l'aveva abbandonata con un figlio a carico. Era forte anche grazie a Faber. Da quando aveva iniziato karate sentiva di poter picchiare chiunque. Di certo era più pesante di Faber. Ancora più sicuramente, lui era più forte di lei. Non erano quei quattro calci che aveva imparato a dare ai suoi conoscenti occhialuti a poterla aiutare, a quella breve distanza. Soprattutto se intrappolata tra muro e braccia. Ed era meno forte di lui, non solo fisicamente.

In un lampo fu chiaro che colla testa non ne sarebbe uscito. Vedeva negli occhi di Sue la paura dell'animale in trappola. Contemporaneamente, sentiva la rabbia crescergli in petto. Aveva aspettato tanto. Gli anni migliori erano passati. Ora che finalmente tutto poteva andare bene, si scontravano su ostacoli di un'inesistenza insormontabile.
Era investito dalla paura bollente di Sue, che le usciva a fiotti dalle labbra carnose. Sentiva fremergli contro le gigantic tits. Focolai di calore gli scesero dal cervello al basso ventre.

Negli stessi istanti, gli istinti di Sue avevano deciso che era troppo. Le avevano fatto alzare le braccia, fra un attimo le avrebbe abbassate per provare a picchiarlo come fanno i pupazzi a molla e i bambini. Cioè dall'alto verso il basso, scoprendosi la guardia ed esponendosi a un peggio che fra bambini e pupazzi a molla per fortuna avviene raramente. I suoi impulsi le avevano fatto dimenticare ogni tecnica.

Faber le afferrò i palmi con una mano. La bloccò, intrecciando le dita con le sue. Lei aveva le braccia forti, e l'avere ufficialmente aperto i combattimenti le conferiva forze nuove.
In un attimo, Faber le prese il culone con l'altra mano. Lo strinse a sé, salendo sulla vita. Gli occhi di Sue persero il terrore animale, in favore di un nuovo stupore.
Lui le avvicinò le labbra alla bocca. Se l'avesse fatto prima, i denti di Sue gliele avrebbero lacerate. Le premette contro le sue, infilandole dentro la lingua. Nel frattempo le dita della mano libera le scivolavano nelle mutandine. Poteva sentire la forza nelle braccia di Sue illanguidirsi, e sciogliersi verso il basso. Stringendola a sé, le infilò tutto l'indice nel buco del culo. Se ti stessi chiedendo se stavolta fece veramente una cosa del genere, la risposta è sì. Lo fece sul serio. Tutto il dannato indice su per quel bel culone.

Fu la più bella scopata della loro vita. Un combattimento così cruento che il letto rischiava di essere un tatami troppo fragile. Lottarono contro paure, mostri, passato e futuro. Esistevano solo loro, in un presente eterno. Animali selvaggi. Piangevano e ridevano, si sbranavano e si baciavano. Attimi dopo, Faber si sarebbe stupito di quanto per un momento era stato labile il loro equilibrio. Come ricordandosi di un orrido altissimo su cui era stato così incosciente da affacciarsi. Gli venivano i brividi al pensiero che potevano finire sui giornali locali in cronaca nera.
Riteneva ancora impossibile poterne uscire ragionandoci su. Aveva avuto una buona intuizione. Tutto qui. Ripensò alle volte che aveva affrontato le cose colla testa, invece della pancia. Gli sembrò di aver odorato cogli occhi, o ascoltato col naso. In quelle circostanze, aveva avuto sempre ragione lui. Tranne le volte in cui aveva torto. Ma farlo notare non era servito a niente. Mai, in nessun caso.
Sarebbe riuscito d'ora in avanti a osservarsi i problemi da altre angolazioni? Ad abbandonare la logica sequenziale? È possibile accogliere l'impulso innaturale di spostarsi il punto di vista dal centro degli occhi?

Mentre guidava andando in vacanza, Sue cantava le canzoni che passavano alla radio.
Il Problema era passato a uno stadio più avanzato. Decise, d'ora in poi, di fidarsi di più del suo istinto. 





lunedì 13 ottobre 2014

Sic Transit Gloria Mundi



Quella sera Algernon Transit non aveva alcuna voglia di uscire.

Algernon “Sick” Transit, lo chiamavano. Per via del suo atteggiamento. Sempre scettico. Nauseato, a tratti. Di solito sopportava di tutto. Traffico, rumori, la gente che gli parlava a sei centimetri dalla faccia. Ma quando qualcosa non gli andava, se ne stava lì, col ghigno sulla faccia. Una smorfia sarcastica, non poteva trattenerla. Era più forte di lui. La bocca sorrideva, più a sinistra che a destra, ma le sopracciglia erano cattive. Alte ai lati, basse al centro. Non sono bravo a disegnare, ma era qualcosa del genere:

>:)

Questa storia però non parla di soprannomi. Non farmi andare fuori tema, se sei rimasto indietro potevi stare più attento. Il vero fatto era che a Sick, quella sera, proprio non andava di uscire. Ma aveva un amico, Stan Kodelay. Buon chitarrista jazz ma per la musica che suonava faceva un uso bislacco di alcuni effetti. Regolava tempi di ritardo sempre troppo lunghi.
In quel periodo Stan era single pure lui. Aveva lasciato la sua ultima fiamma, poiché stanco di ley. Come in altre sere voleva trascinare Sick a bere, rimorchiare e suonare al Tuttigiuperterra. Le jam session che si tenevano il martedì sera al Tuttigiuperterra erano teatrino di duelli sanguinosi. I più grandi pistoleri del jazz cittadino si sfidavano a chi riusciva a suonare più note nell'unità di tempo. Purché in tonalità giusta.

Classica situazione in cui Sick sfoderava il suo ghigno. Ma sguainarlo per tutto quel tempo gli avrebbe procurato crampi orribili. Il ghigno gli usciva dalla fondina solo in situazioni in cui Sick capitava senza volerlo. Alla lunga gli stancava i muscoli del volto. Potendo, preferiva rilassarseli a casa. Da solo.

Ma era single anche lui, e da troppo poco.  Aveva ricominciato a bere. Per non riprendere il vizio, si buttava su roba di cui non andava matto. Prima andava a birra e whisky. Ora nella dispensa aveva solo il vino in cartone che usava per cucinare, o gli alcolici dolciastri che gli aveva lasciato la sua ex. E comunque, erano due sere che finiva a ubriacarsi da solo.
Gloria Mundy lo aveva lasciato. Gli aveva detto che non c'era più complicità. Niente passione. Sick trovava incredibile che si potesse notificare una cosa simile, e subito dopo lasciare. Era vero che non era come prima. Lo vedeva anche lui. Ma cazzo, parliamone.

O forse no. C'era poco da parlare. Aveva sempre pensato che se fosse stato lui a lasciare Gloria, lei si sarebbe disperata. Suicidata, forse. Avrebbe commesso sicuramente qualche sciocchezza.
Dopo la prima e definitiva discussione, aveva cominciato a fumare. Non lo aveva mai fatto. Sick le aveva detto “No. Non farmi diventare quello che ti ha fatto cominciare a fumare!”, e si era messo a piangere.
Anni dopo si sarebbe stupito di aver pianto per una cosa così. Non erano mica fatti suoi. E poi avrebbe concluso: mai piangere davanti una donna. Sarebbe bello poterlo fare, a volte. Ma poi diventi irrimediabilmente Quello che ha pianto.
Era arrivato per secondo. Stava pensando da un pezzo che era meglio se si lasciavano. Ma era stato lui quello che era stato lasciato. 'La prossima volta sarò più pronto di riflessi', pensava Sick. Poi beveva. Vini da supermercato, o superalcolici dolciastri da femmina.

Chissenefrega, pensò. Andiamo allo zoo a vedere le scimmie.

~~~

Il musicista è un animale invidiato, da chi non lo conosce. Vive divertendosi, al punto di essere il primo a non venire considerato nei pagamenti. Non ha ferie né malattie. Non avrà mai una pensione. Passa le notti nei posti dove la gente per entrare paga. Ha almeno un paio di bevute gratis. Sta per due ore su un palco, sovrasta la gente da un metro di altezza. La gente lo guarda per tutto il tempo, pensando che per quel dislivello di un metro ci sarà pure un motivo. Quando lo incontra al bancone del bar vuole irradiarsi della sua luce. Si presenta, dice un nome, “ehi, oggi eri in forma!”, e questo è l'unico contributo che dia alla conversazione. Poi sta lì, aspettandosi che da quel metro scaturisca una conversazione brillante. Il musicista è stanco, la mattina si è svegliato presto. Il che è grave, per un musicista. Ha caricato dei suoi strumenti un furgone scassato, si è fatto sei ore di autostrada, sette se contiamo un paio di soste all'autogrill, e poi è arrivato. Il locale sta in mezzo alla campagna. Scarica il furgone, solleva gli strumenti a un metro d'altezza. Strumenti pesanti. Viene rimproverato per il ritardo. Dovrà fare un sound check frettoloso. Mangiare di corsa. Correre dalla pizzeria al locale, due punti diversi della stessa enorme campagna, convivendo col Terribile Segreto del Musicista.

Il musicista ha paura. Si caga sotto prima di salire sul palco. Quel metro lo espone a delle responsabilità. Regredisce allo stato animale. Impaurito, avrà lo stimolo di svuotarsi gli intestini. Lo farebbe in albergo, ma non c'è tempo. I cessi dei locali sono orribili. La porta non si chiude, non c'è tavoletta. Per non parlare di letture concilianti. Niente sapone e carta igienica, ma ha i suoi fazzolettini.
Certe volte la tratterrà anche se sembra impossibile, e lo stimolo sparirà tra il secondo e il terzo pezzo. Altre volte durante una pausa correrà nei camerini, e per la tensione vomiterà nel lavandino.
Finito il concerto, dovrà chinarsi sul pavimento sconnesso. Strecciare cavi, impregnarsi di polvere. La polvere nel buio dei locali non si vede mai. Ma le dita e le mani, e la faccia quando te la tocchi, quelle vedono anche al buio.

Smontati gli strumenti scenderà in sala. Andrà al bancone. Sentirà nomi, dimenticandoli all'istante. Ne deluderà i proprietari colla sua estraneità. Li imbarazzerà coi suoi silenzi alcolici.  Quando decide di parlarti da un metro più in basso, anche la fica migliore del mondo non vale un cazzo.

Altre volte, tutto sommato un cazzo lo vale.

Alla fine, quando l'ultimo ubriaco avrà deciso che è tardi anche per lui, potrà attraversare la sala cogli strumenti e caricare il furgone. Cercare l'albergo su una cartina non aggiornata, quando nelle campagne buie fioriscono nuove rotatorie a ogni primavera. Contarne le stelle, sempre troppo poche. Svegliarne il portiere, esserne maledetto, riceverne chiavi di stanze a volte sbagliate. Farsi una canna guardando nel piccolo televisore della sua stanza pentole in vendita e telefoni erotici. Cadere stremato nel sonno, svegliarsi prestissimo perché la stanza si lascia alle dieci, farlo ancora più presto se vuol fare colazione gratis. Viaggiare, mangiare male per risparmiare, arrivare, scaricare, accatastare in sala gli strumenti. Tornare alla sua settimana di multe non pagate, bollette inevase, solleciti di pagamento, lezioni di musica per arrotondare. Suonare di sabato, a capodanno, a ferragosto e in generale d'estate, guastando rapporti con le compagne che fanno lavori d'ufficio, mangiandosi il fegato con le bizzarrie di quelle che fanno anche loro una vita on the road.

Sentirsi dire: “Beato te, che giri il mondo. Chissà quanti posti vedi, quanta gente conosci”.

Sick aveva suonato per anni. Tastiere, fiati, backing vocals. Non suona più. Adesso compone. Quello gli dà gioia. Un gioco solitario in modi e tempi, che non dipende da altri e non lo annoia mai. Si è comprato una macchina piccola apposta, perché non c'entrassero gli strumenti. Poi, in qualche momento di debolezza, ha scoperto che entravano pure lì. Nani e ballerine l'hanno stancato da un pezzo, e il Tuttigiuperterra pullulava di entrambi.

Ma poi vide il vino in cartone e i liquori dolciastri.

~~~

“Cos'è quella faccia? Dai men, che stasera si tromba!”, e a Sick spuntò il primo di una lunga serie.
La verità era uscita fuori per la prima volta in vacanza. Avrà avuto vent'anni, era al mare in campeggio. Suonavano intorno al falò, girava una canna. “Ma tu, qual è il vero motivo per cui hai voluto iniziare a suonare?”. Grazie al primo inquisito che ruppe l'omertà, la verità uscì fuori condivisa da tutti. La presenza delle ragazze scomparve per un attimo, insieme agli imbarazzi conseguenti. Era una rivelazione. Strana e affascinante. Avevano tutti cominciato per rimorchiare le ragazze. Poi Sick aveva continuato la sua indagine, e quando conosceva musicisti nuovi gli faceva la stessa domanda. Finora avevano risposto tutti così. Anche quelli di nome, di fuori città. Neri, bianchi, tutti. Poi evidentemente la cosa gli piaciuta, e avevano continuato. Non tutti continuano. Alcuni si iscrivono in palestra. Per tenere duro, in entrambe le cose, devi avere passione.

Il Tuttigiuperterra era pieno di fumo, di pistoleri con la chitarra nella fondina e la cartucciera piena di plettri, corde di ricambio, ance e bacchette. C'era anche qualche figa, attenta. Per un attimo Sick rise anche dalla parte destra della faccia. Chissà come sarebbe stato, se avessero dovuto essere le fighe a esibirsi per il mondo. A beccarsi come polli in un gallaio, con i maschi a scegliere. Decise che sarebbe stato palloso anche così, e rilassò la guancia destra.

Ma quando vide la gente che c'era gli cadde anche la sinistra. C'era Pope, cantante sassofonista. Detto così per la sua mole, e per il vezzo di portare uno zuccotto sul cranio pelato. “Habemus Pope!”, disse Stan. Di rimando Pope gli impartì il gesto con cui benediceva usualmente il pubblico alla fine delle sue esecuzioni.
C'era Monk, ma non la falangetta del suo indice destro. L'aveva persa da piccolo, per il solletichino sul polpastrello che gli dava un frullatore. Ma era un pianista rigoroso e scarno, quasi come Thelonius. Sick non lo trovava male. Era un solitario pure lui. C'era Red, batterista pazzo, che tamburellava nervosamente le bacchette sui tavolini. C'era Emy Kranja, un tempo cercatissima come cantante e come donna. Iniziava a essere attempata. Per conservare la voce parlava pianissimo. La teneva dentro una sciarpetta di seta, nonostante facesse caldo parecchio. Dentro la borsetta un campionario di medicinali tradizionali e omeopatici. Propoli, erisimo, le famose acciughe sott'olio, crocifissi e corni portafortuna. Se qualcuno le avesse detto che uno spuntino di prepuzi infantili a metà concerto faceva bene, puoi star certo che ci avresti trovato anche quelli. “Ciao Emy,” disse Stan baciandola sulle labbra, “come stai?”. “Ma hai visto che schifo, tutto questo fumo?”, rispose Emy senza ascoltare, sforzandosi di tossire. “Come fa la gente a ridursi così? Come faccio io a cantare stasera? Col cavolo che salgo sul palco, ci tengo alle mie corde vocali”. Diceva sempre così, bisbigliando con un filo di voce. Nel chiasso Sick non sentiva niente, ma le labbra le si erano mosse nel solito modo. Poi ogni sera saliva, e cantava mica male.

Ma soprattutto c'era Square. Detto Square per la sua forma quadrata. Alto neanche un metro e settanta per novanta chili, Square non aveva collo. O, se da qualche parte lo aveva, doveva essere molto largo e molto corto. Da qualsiasi punto lo guardassi vedevi un quadrato. Un quadrato di faccia, da dietro e di profilo. Aveva capelli folti che teneva cortissimi. Gli crescevano perpendicolari al cranio. Più volte Sick aveva pensato a che fantastici spazzolini da denti potevano uscire da quelle setole.

Sick invece era più alto, non eccezionalmente alto, ed era un fascio di nervi. Soprattutto quando incrociava Square. Quei due erano antitetici, come uomini e musicisti. Tanto prolisso il primo quanto ermetico il secondo. Quando suonava, Square produceva una densità di note che faceva venire il mal di testa. Impressionanti perché nonostante la velocità non ce n'era mai una fuori scala. Sick invece, quando suonava, suonava pochissimo. Sentiva le correnti, i contrappunti degli strumenti, i controcanti. Dove mancava una nota nell'armonia, a quella pensava lui.
Tutti sapevano che i due non si amavano molto. Qualcuno ricordava che avevano un gruppo insieme, una volta. Era durata poco. Scarsa compatibilità. Caricavano il furgone lasciando la chitarra acustica in cima. Appena passato il casello, qualcuno la estraeva e attaccavano i Beatles o Beach boys. Il cantante faceva la voce guida. Qualcuno armonizzava alla terza sopra, la più immediata tra le parti armoniche. Sick, per niente sick in quelle circostanze, faceva miracoli di equilibrismo. Si gettava tra quinte e settime, le parti più nascoste, quelle che nessuno si filava mai. Sembrava polifonico.
Square non prendeva parte al gioco. Non era un gregario, voleva essere protagonista. Contrastava cercando di attaccare discorso, e siccome quelle volte se lo filavano poco, li faceva smettere per telefonare, o per rivendicare pisciate all'autogrill.

Ma in pochi conoscevano il vero motivo del loro scarso affetto. Storie di pezzi comuni, depositati di nascosto da Square a suo nome. Comuni fino a un certo punto, c'era più la mano di Sick. Quando gli chiedevano perché non se la fosse presa più di tanto, Sick rispondeva che mica gli aveva fregato la capacità di farne degli altri. E poi, chiunque li avesse ascoltati con le orecchie aperte, avrebbe immaginato che l'autore non poteva essere quel notevole mitragliere.

~~~

Era pieno di gente,e si sentirono subito tutti gli occhi addosso. Quelli degli altri erano abituati al fumo e alla penombra, i loro no. C'era già chi suonava. Ci davano dentro. Solita formula, un breve esposizione del tema, poi assoli interminabili. Sax o tromba per primi, poi chitarra, piano, contrabbasso e infine batteria. Capivi quanto l'interlocutore fosse smaliziato da vari fattori. Per esempio, l'assolo non poteva durare troppo. Non c'era un limite preciso, ma se lo sforavi facevi sapere a tutti quanto tenevi al loro giudizio, e non sarebbe stato tenero. Potevi ostentare la tua tecnica, ma solo a tratti. Saresti caduto nello stesso errore. Dovevi approfittare dei brevi momenti in cui ti lanciavi, per far vedere in pochi secondi che eri veloce più di chiunque altro.

L'aria era torbida, ma il fumo ne era la minima parte. C'era sudore, per il caldo e la tensione.
Sick ricordava l'atmosfera dei saggi nelle scuole dove aveva studiato. L'allievo strumentista guardava attentamente il collega X che suonava. Se andava bene girava lo sguardo, e diceva tristemente “ È forte, X”. Se invece per un colpo di fortuna usciva una stecca, o una nota sporca o stonata, non tratteneva un risolino che significava 'Lo dicevo, io'. Erano stati ben ammaestrati dai loro maestri, sempre sprezzanti a lezione verso i colleghi, quando i nomi di quelli non fossero palesemente più grandi dei loro. Non si vedevano mai ai concerti degli altri. Solo le jam.

La cosa peggiore erano gli yeah. Almeno gli studenti non osavano. Era un tripudio di yeah, specie quella sera. Li emetteva il protagonista dell'assolo, oppure gli altri sul palco che lo guardavano sorridendo, come a dire 'Sentite questo quanto è forte, non a caso suona con me'.

Era tremendo stare a sentire per quante ore avessero provato frasi fatte in tutte le tonalità, nelle loro camerette di ragazzini, e con che orgoglio ne sfoggiassero adesso il campionario migliore. Se c'era una cosa brutta, pensava Sick, quella è la musica.
Ma non aveva ancora visto niente, perché per il prossimo pezzo stava salendo Square.

~~~

Tutti si stupirono, quando videro entrare Sick. Erano anni che non si vedeva a una jam. Ancora di più, dall'ultima a cui aveva preso parte suonando. Lui, dopo i minimi saluti obbligati, tirò dritto e andò al bancone.
Stan vi era già giunto. Parlava con Red. “Ehi men, guarda un po' chi ho portato! Lo riconosci, quest'orso? Sembra un miracolo, eh? Cosa prendi Sick, brutto stronzone? Il primo giro è mio”.
Sick guardò dietro al barista. Niente vino in cartone, niente liquori Gloriosi.
“Dammi una birra – anzi no. Whisky. Doppio, senza ghiaccio. Per favore”.
Nel frattempo Red, con le bacchette nella tasca di dietro dei jeans, non si perdeva d'animo. Batteva le dita sul banco. E balbettava. Red balbettava da morire. Non glie ne fregava niente, e doveva finire ogni parola che gli fosse venuta in mente. “S-s-s-sono il p-p-p-prossimo, s-s-tasera mi s-s-s-s-ento in forma”, e giù un altro fill cogli indici”.
Sick guardava il bicchiere vuoto. Suonavano Desafinado quando fra capo e collo gli arrivò una gragnuola di note.

'Non è possibile. Non è neanche partito il tema. Non si fa così, non su Desafinado. È una bossanova, che cazzo'. E poi, “Cosa prendete per il secondo giro? Ho bisogno di un secondo giro. Subito.”
“Brutto bastardo, così mi piaci! Un whisky anche per me, ma con ghiaccio! Stasera ti faccio scopare, pazzo di un Transit, vedrai se non ti faccio scopare”.

Quanto a scopare, Sick non era il tipo da farlo a tre giorni dalla rottura con Gloria. Per i suoi lutti aveva tempi di elaborazione piuttosto lunghi. Ma qualsiasi suono mascherasse quelle raffiche di plettro, anche la voce di Stan foriera di scopate, gli andava bene.
Si fece riempire il bicchiere, non doppio stavolta. Sentiva che ne avrebbe avuto ancora bisogno, e decise di andarci piano.
Guardava il suo drink. Sentiva raffiche di sibilanti e plosive scandite dal roscio, ma non fulminanti come le note di Square. Immaginava il suo amico Stan che fingeva di ascoltarlo, mentre scansionava la clientela del Tuttigiuperterra in cerca di ragazze.
Che serata di merda.

Poi avvenne qualcosa.

~~~

Le note dalla chitarra si fermarono di botto. Sick si girò, fu più forte di lui.
Square lo guardava. S'era piazzato sotto un riflettore, e mimava il suo ghigno. Era strano per Sick vedere il suo ghigno su una faccia quadrata. Non era male, doveva ammettere. Tutti guardavano Square, e guardavano lui. Nessuno poteva non accorgersi di quella presa in giro, perché adesso Square suonava pochissimo. Qualche nota ogni tanto. Giusto le tensioni armoniche. Qualche settima più, una nona, una quinta bemolle. Quel figlio di puttana era bravo, aveva orecchio. Riusciva a imitare lo stile di Sick perfettamente. Ma i tempi che sceglieva erano assurdi e caricaturali.
Qualcuno faceva finta di niente, alcuni ridacchiavano. Altri, non tanti ma neanche pochi, ridevano apertamente. Sick era uno che non dava molta confidenza, e in genere per sembrare altezzoso basta molto meno.

Lui non poté trattenere un suo ghigno, buffo in quel momento perché era anche per quello che si rideva di lui. Ma che fare? Sorrise, tornò a girarsi verso il banco, e scordando che era il giro di Red ordinò il terzo drink. Doppio.

~~~

Desafinado finì, e ci furono applausi. Chi voleva rimanere neutrale diede qualche colpetto alle mani. Gli amici di Square le batterono rumorosamente, fischiando e schiamazzando. Gli amici di Sick, semplicemente non c'erano. Ne altrove, né lì. L'amicizia era una cosa troppo più grande di lui. Si era accontentato di Gloria, era quello il suo quotidiano. Fino a tre giorni fa. Non c'era passione.

Square scese dal palco, trionfatore. Square scolò il doppio whisky e si girò verso Stan.
“È a causa tua che sta merda succede. Prestami la chitarra”.
“Ma – tu suoni il piano, non la chitarra”.
“Appunto”.

Andarono alla custodia. “Trattamela bene. Attento alla cinta, quando la infili tieni il jack con la mano che va un po' lento, devo portarla dal liutaio. Ti servono plettri?” “No, niente plettri” “Occhio a non dare colpi fuori dal battipenna, accidenti sei sicuro? Cosa vuoi fare? Lascia perdere, dai, è solo un coglione, finiamola lì”.

Sick non rispose. Si limitò a tenere il jack con la mano mentre si infilava la chitarra semiacustica di Stan, come richiesto. Si diresse verso il palco, era il turno di Red. Non era il solo a s-s-s-sentirsi in forma.

~~~

Erano tutti molto attenti. 
Non è strano, quando ogni svago costa non poco. Sick mise il cavo nell'ampli e guardò Red.
Gli disse: “Summertime”. Lui annuì, e staccò i 4.


Assieme al levare del 3 si levò una cascata furiose di note.

Stan aveva ragione, Sick non suonava la chitarra. Tranne un paio di anni fa. Per qualche mese, in una delle crisi con Gloria si era messo a studiare le parti di Joao Gilberto, chitarra e voce. Aveva imparato quasi subito, a suonare e cantare andando a tempo. Mica facile, con Joao. Lo ascolti cantare con una naturalezza illusoria, ma è pieno di controtempi infernali. Eppure non gli veniva male. Poi la crisi era passata. Si erano goduti le ultime passioni e la chitarra era rimasta lì. Gli erano pure venuti i calli sui polpastrelli. Ma quella era una classica, con le corde più grosse di ferro e quelle fine di nylon. Sick aveva provato solo una volta un'acustica, e solo un'altra l'elettrica. Quelle cazzo di corde metalliche così fini. Come poteva la gente decidere di premere con tutte le forze le proprie dita su lame tanto taglienti? Vaffanculo alle chitarre, elettriche e acustiche. E vaffanculo anche alla classica. Per un po' aveva ancora Gloria da mietere.

Ma quello che stava suonando adesso, quello era conati satanici. Sick si era ricordato le sue scarne esperienze metal da adolescente, finite presto perché con tastiere e fiati da quelle parti non vai lontano. Durante qualche prova aveva scrutato il chitarrista alle prese col tapping, e ora faceva quello.
Teneva premuta una corda coll'indice della mano sinistra, e con la destra batteva i successivi tasti come neanche la segretaria più esperta sulla sua telescrivente.
Su una ballad, poi. Summertime. La più sputtanata. La meno facile da eseguire ancora, dicendo qualcosa. Il suo indice sinistro premeva sempre la nota giusta. Anche il destro se ne allontanava non male, raggiungendo ogni volta l'intervallo migliore. Le regole armoniche erano rispettate. Nessuno poteva dire niente.

Stavolta le risate erano più forti, e più condivise. Quando senti o vedi qualcosa di strano, qualcosa che sfugge alla tua rigidità mentale, quando c'è qualcosa che non arrivi del tutto a comprendere, invece di restare perplesso ti viene da ridere. In quell'esecuzione non c'era nulla di comprensibile. E certo, nessuno aveva mai eseguito Summertime così. Nemmeno i dinosauri del rock progressivo negli anni '70, avevano mai pensato di farla in tapping.

Square era serissimo, ma a Sick non bastava. Si sfilò la chitarra, stavolta violando i consigli di Stan sulla precarietà del connettore. La imbracciò come un mitra. La puntò su un bersaglio che da ovunque lo si guardasse era quadrato. E iniziò a sparare. Raffiche di note, tapping furibondi che però erano puliti. Come facevano i chitarristi a innescare i feedback? Ma certo. Sempre di faccia al quadrato, proseguì il tapping col medio della sinistra, di poco più lento, e si rivolse  all'ampli. Partirono i primi fischioni. Tripudi di feedback, loop, Larsen. Sempre guardando Square.

Nel frattempo gli altri esecutori non osavano staccargli gli occhi di dosso. Nessuno più ricordava di dovere il suo assolo alla gente. Erano gli unici a restare seri. Cercavano di capire cosa dovevano suonare. Gli altri ridevano, chi più chi meno, perfino gli amici di Square. Era una cosa più grande di tutti loro.
Square si vide perso, e alzò verso Sick il dito medio della mano destra. Vistosamente.

Sbagliando di brutto. Non ebbe il buon senso di farlo a metà di un chorus, o di un bridge. Mancava poco alla fine, ed ebbe buon gioco Sick a chiamare il finale al roscio batterista, che nel frattempo si divertiva come il pazzo che era. Sarebbe poi sceso, sibilando a chiunque “C-c-c-che fissa! Ma q-q-q-q-qualcuno ha ripreso? La jam più g-g-g-g-gajarda della storia del T-t-t-tuttigiuperterra!”

Dopo appena qualche secondo dall'alzata di dito di Square la coda del finale era sfumata. E Sick poggiava la chitarra sul suo stand, si baciava il palmo della mano destra, soffiava il suo bacio alla volta di Square, e rimaneva a guardarlo col suo ghigno famoso.
Un clamoroso successo. Applausi scroscianti. La gente voleva offrirgli da bere, si erano divertiti tutti. Grandi pacche sulle spalle e dappertutto, “Ehi, fate attenzione! Dice Stan, solo sul battipenna”, e se ci avesse fatto caso, varie delle ragazze presenti lo guardavano con occhi nuovi.

Raggiunse Stan e gli restituì la chitarra. Ma il suo amico non fece in tempo a parlargli di quegli sguardi, poiché Square si avvicinava a grandi passi.

~~~

Era furioso. Strano come riusciva ad attraversare il locale, planando sul suo quadrato di base. Cuscinetti d'aria, probabilmente, o campi magnetici. Le sue intenzioni erano evidenti: venire alle mani.

“Senti un po' furbone, che voleva dire quella cazzata?”
In realtà Sick non aveva fatto niente di male. Il suo dito medio aveva solo picchiato una corda, senza mai alzarsi all'indirizzo di qualcuno. La sua imitazione era venuta per seconda. Aveva pure baciato, addirittura. Ma è strano come gli attaccabrighe quando sconfitti perdano completamente ogni stile, ammesso che ne abbiano. A iniziare era stato Square. Se ne poteva rendere conto anche un bambino. Cubico, sferico, cilindrico o di qualsiasi altro forma.

“Ognuno è libero di vederci dentro quello che vuole”, gli uscì dal ghigno.
“Io dentro il tuo stomaco ci vedo un bel pugno”, fece Square, e iniziò a caricarlo a testa bassa.

~~~

Quando sai che stai per ricevere un colpo, puoi delineare diverse strategie. Accoglierlo, irrigidendo i muscoli. Pianti i piedi per terra, contrai ogni fibra e offri all'urto un fronte compatto. Stupendo l'avversario con la tua rocciosità. Oppure accompagnarlo, spostandoti nella stessa direzione e sciogliendoti, come predicano le arti marziali.
Quando invece non te lo aspetti, le conseguenze sono varie. Rischi di farti spostare il baricentro dalle scarpe. Barcollare o peggio andare a terra, esponendoti ai colpi successivi e perdendo ogni possibilità di replica (parlo di scontri fuori dal ring e dalle regole conseguenti). Oppure, se il colpo è portato al viso, senti il cervello sciacquare nella scatola cranica, vedi per qualche secondo un lampo di luce gialla, e poi ti spegni.

Una carica di Square non era da sottovalutarsi. Era massiccio, largo di collo, torace, gambe e braccia. Non si capiva se fossero muscoli o grasso. Probabilmente tutti e due. Andava fiero del suo soprannome. Se l'era fatto aerografare sui flight-case dei suoi strumenti.
Sick ragionò quale colpo portare. Un calcio frontale, piegando il busto indietro e cercando col tacco il ventre molle del interlocutore, aprendogli la guardia per proseguire l'attacco. Troppo lungo e faticoso, nonché idea poco funzionale per un cubo che si proietta il baricentro nel vasto quadrato di base. Uno schiaffone, un bello schiaffone d'altri tempi. Poco nocivo ma molto umiliante. Subito scartato perché non risolutivo. Non voleva perdere troppo del suo tempo, specie per una nullità tale.

Oppure un montante.
Montante al mento. 'Montante al mento', pensò Sick. Senti che assonanza. Questa, è musica.

Quando aveva smesso col suo ultimo gruppo, qualche anno prima, Sick aveva iniziato a frequentare una palestra. All'inizio kickboxing, poi pugilato classico. Gli sembrava più armonioso, e lui teneva alle armonie. Con tutto quel mulinare di arti gli incontri di kick gli sembravano una partita a scopa in cui ogni tanto qualcuno faceva uno scacco al re. Però ogni tanto ne frequentava gli allenamenti, perché trovava la preparazione fisica più completa.
All'inizio era una reazione alle cautele pianistiche. Come l'aver comprato una macchina piccola apposta per non ritrovarci gli strumenti. Godeva nel picchiare il sacco, ricordando uno dei suoi insegnanti di piano che aveva rinunciato alla moto poiché tirare i freni poteva causargli tendiniti. Si era anche fatto male a una nocca, e per due anni aveva potuto solo fare “vuoto”, cioè figure allo specchio o contro la sua ombra. Poi uno specialista gli aveva detto che era solo un nervo lesionato che sarebbe rimasto tale, e aveva ripreso. Aveva rimediato in compenso un naso rotto. Un colpo sfortunato durante lo sparring, una guantata di striscio. A detta di tutti, prima Sick aveva un bel naso. Ma c'erano due vantaggi. Alcuni lo valutano, ne riconoscono le cause e lasciano perdere. Gli altri ti vedono secco e basta, e ti sottovalutano perché pesi venti chili di meno. Fra questi c'era Square, che veniva alla carica come un rinoceronte.

Frequentando la palestra, e la gente che conteneva, Sick aveva imparato che in una rissa farsi sotto faccia a faccia come i ragazzini o gli attori nei film era da stupidi. Il minimo che rischiavi era una testata sul naso, o una ginocchiata al basso ventre. Molto meglio alzare le braccia, a mani aperte e sguardo di lato come a dire “lasciamo perdere”. Piede e spalla sinistra avanti e il resto dietro, per caricare il tronco. All'improvviso, se decidevi di andare avanti, il tronco ruotava e la mano destra partiva. Un braccio anche grosso peserà dieci chili, un tronco che ruota molto di più. Se poi ci aggiungi quasi un quintale che ti viene d'incontro, l'impatto sarà devastante.

Per un montante conviene tenere le gambe leggermente piegate, e alzarle durante la rotazione. Il pugno parte dal basso, e trova il mento dell'avversario a breve distanza. Fra i colpi da ko, il gancio è il più vistoso e il più potente. Il montante è più discreto, gentile, direi quasi rispettoso. Ma se portato bene non lascia scampo.

Square andò Tuttogiuperterra. Lungo disteso.

~~~

Sick si girò verso il banco, e stavolta ordinò una Coca cola. Non aveva strumenti suoi da riporre, e non voleva star lì a farsi coinvolgere dagli sviluppi.
Bevve la Coca cola e fece per andarsene. Stan lo seguì, la serata era rovinata.

Nel corridoio che portava all'uscita andavano contro corrente. La gente che era uscita tornava dentro a vedere, voci dicevano che c'era stata una rissa. “Hanno mandato lungo Square”. “Come si fa a mandare lungo uno Square?”. “Magari casca su un altro lato, ed esce un  numero diverso”, rideva qualcuno.
Però una di quelle facce era preoccupata. Era di una donna. Gloria.

Si incrociarono per un attimo. Gli occhi di lei erano astiosi e preoccupati. Per la possibile reazione di Sick, nel rivederla. E anche per altro.
Lui se ne rese conto quando lei lo oltrepassò, arrivò al bancone, si chinò e prese le setole di Square tra le mani.
Le accarezzava affettuosamente, “Amore, come stai?”
'Amore'.

Così passò via Gloria dal mondo. Guardando la scena, Sick rise. Ecco qual era la sua nuova passione: la geometria tridimensionale. Non poteva crederci, né alla scena che vedeva, né a quanto poco gliene importasse.
Anche perché non aveva tempo da perdere. La serata non era ancora finita, e se faceva in tempo poteva portarsi appresso Stan in un altro locale, salire sul palco e improvvisare altre performance.

Doveva solo decidere come. Se andare a un concerto di metallari coi vestiti larghi da rapper, o a una serata hip-hop a rappare in growl coi jeans di pelle del metallaro.
C'era ancora così tanta Gloria da rimuovere, nel mondo.


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