mercoledì 19 luglio 2017

Riti di iniziazione

















Chi ti riga la carrozzeria della macchina? Non una riga sola, pronunciata, diritta. Frutto di un parcheggio azzardato, un carico sporgente, una manovra sovrappensiero. Righe leggere, frettolose, nemmeno parallele. Come sottolineature di un presbite.
Chi sono quelli che rigano le macchine in sosta, lasciate diligentemente in fila lungo i marciapiedi da persone fiduciose del loro contesto sociale?
Ragazzini.

Prendi quei due, per esempio. Uno alto, grosso. Grasso al punto di non avere pomo di adamo. Senza l'ombra di barba. Capelli lisci, riga da una parte. Corredo genetico di padre ricco, avvocato di successo avanti cogli anni, e madre svampita, più giovane e bella, che si tiene in forma ogni mattina in palestra, facendosi di the deteinato e pasticcini gluten-free colle amiche il pomeriggio, raccogliendo fondi in serate mondane per gli orfani della nazione stuprata del momento. Genitori distratti di un pargolo ciccione, che lancia sguardi cattivi e ostenta gesti violenti, aiutato dalla sua mole, cercando di spronarsi i testicoli a secernere testosterone.

O il suo amico. Anche più alto, ma magro. Allampanato, qualsiasi cosa voglia dire. Gli occhi a palla che guardano intorno e ridono sempre. Spalle larghe, che sta pensando di irrobustire con la palestra. Fra qualche anno si accorgerà di avere un bel fisico, e ne avrà il successo conseguente. Nel frattempo è cresciuto troppo in fretta, ed è completamente scoordinato.

Hanno provato a entrare nella squadra di rugby del liceo, attratti da codici paramilitari e slogan destrorsi. Accolti con entusiasmo dall'allenatore, sempre a caccia di giovanotti nerboruti e di vittorie ininfluenti con cui riscattarsi una carriera sportiva stroncata dal valzer di un pilone sul ginocchio destro. Ma c'erano troppe controindicazioni. Fatica, sudore, allenamenti. Regole, soprattutto.


Meglio, molto meglio beccarsi il pomeriggio. Soprattutto se hai in tasca i soldi mai versati del trimestre al rugby. Dici che vai, ma hai smesso da un pezzo. Tra quelli e la paghetta settimanale di una famiglia bene c'è da stare allegri. Lo spilungone citofona al ciccione. Scendono chiavi in mano, formula distruttiva per le altre macchine. Vagano per il quartiere senza meta. Un quartiere benestante e relativamente nuovo, di commercianti arricchiti e rampanti professionisti. Gente che sfoggia benessere recente, abbronzature artificiali e mammelle ancora calde di chirurgo estetico. Figli di operai che si sono fatti il culo, ripagati dalla vergogna dei rampolli per la loro ignoranza, che hanno ereditato, elaborato e moltiplicato in nuove aridità tutte loro.

Tappe obbligate una lattina di Coca-Cola, e la rete metallica con dentro i culi di ragazzina che giocano a pallavolo nella scuola di suore. La gelateria, sebbene la panna montata su un cono non sia il massimo per sembrare cattivi. La pubertà è un affare troppo recente per resistere ai richiami della gola.

La chiave ideale non è quella lunga, stondata e ingombrante delle porte blindate. Le chiavi di casa restano appese al moschettone nel passante dei jeans. Quelle dello scooter lavorano meglio. Spigolose, angolari. Tagliano come e più del diamante. Le vernici metallizzate smettono di rilucere all'istante. Sono le migliori. Si aprono come il Mar Rosso ai piedi di Mosè, sanguinando più cromo delle pazze carrozzerie pastello anni ottanta. Gli United Colors of Benetton stanno per finire.

I culi di ragazzina sanno di essere guardati. Continuano a giocare come se niente fosse, lanciando giusto qualche risolino in più. Biasimano i teppismi che rendono famosi il ciccione e lo spilungone, eppure si lusingano dei loro sguardi. Questione di tempo e qualcuno dei giovani bacini, i più prosaici, riterranno quei riti di iniziazione sufficienti, e vi si protenderà contro. C'è sempre un'utenza, per qualsiasi prodotto. L'importante è che sia ben pubblicizzato. Questione di tempo, e il ciccione e lo spilungone avranno i loro bacini. Smack.

Lo spilungone e il ciccione camminano. Il ciccione è serio e nervoso, mentre gli occhi a palla dello spilungone ridono come sempre, ruotati qua e là dal suo collo a periscopio. “Tira la mascella in fuori”, dice il ciccione. “Perché?” “Ti fa più cattivo”. Camminano sul marciapiede tenendo il mazzo delle chiavi in mano. La più affilata tra pollice e indice, lasciata scorrere sulla fiancata delle macchine parcheggiate. Prima il ciccione, rancoroso. Poi lo spilungone, divertito da ogni graffio come fosse il primo. Procedono così, a velocità di crociera. Si fermano. Tentano una sigaretta e tossiscono, col piede sul paraurti di una macchina particolarmente sfortunata, che avrà ghirigori anche sul cofano posteriore, segni inarticolati, scritte, talvolta cazzi. La loro passione sono gli stemmi. Ne sfoggiano vari, cuciti allo zaino. I più facili da staccare sono le stelle Mercedes. Una botta sicura e via, lasciando al proprietario il problema di estrarre la vite spezzata da dentro il supporto. Conservano a casa i migliori trofei. Un Jaguar originale il ciccione, uno scudo Porsche lo spilungone. Sognano di imbattersi in una Rolls-Royce, per mettersi alla prova i riflessi. Lo Spirit of Ecstasy (questo il nome della statuetta alata, si documentano i nostri, altroché) si ritrae all'interno dell'alloggiamento, se toccato da malintenzionati. Una volta, bevendo a una fontanella, accostò una Testarossa. Il proprietario scese a comprare le sigarette. Si trattava di strapparlo e scappare, lo scatto a piedi non è tra le skill del ferrarista di mezza età. Si guardarono senza parlare. Il cavallino nitriva alla loro volta. Un anelito di libertà? Chissà. Ma vano. Il panciuto signore, a sigaretta accesa, poté dar di sprone al cavallino intonso, rimasto impastoiato sulle liste cromate del radiatore. Sai tu perché? La freschezza dell'acqua? L'indivisibilità dell'oggetto? Una forma ancestrale di rispetto per un mito nazionale, forse. Non infrequente in culture anche più primitive.

Certe volte si accaniscono sulle scritte. “CITROËN” si smonta e diventa “CITRONE”. La cosa di cui vanno più fieri è aver rimosso - erati bi - da una Maserati Biturbo. Come ridevano, quel giorno, gli occhi dello spilungone! Perfino il ciccione abbozzò un sorriso. Trovavano un senso le estati in cui i bambini più magri giocavano a pallone, mentre lui le scandiva in settimane Enigmistiche.


Altre volte staccavano le antenne dai tetti di due macchine, e le incrociavano sfidandosi. “In guardia, fellone!”, “In guardia, marrano!”. Del tutto ignari dei codici cavallereschi da cui quei termini derivavano, non dissimili dagli altri più etici, penali, civili, e da tutti gli altri dogmi che avrebbero volentieri fatto a pezzi. Incuranti del disagio in cui sarebbero incorsi i proprietari delle autovetture. Piacerebbe anche a te rinchiudere questi pseudoteppistelli figli di papà nel riformatorio di una città degradata? L'unico reality cui varrebbe la pena di assistere. Se tu fossi una vecchietta, una di quelle che prendono il the (perché le vecchiette prendono il the e non lo bevono, semplicemente?), con la tua vocetta flebile diresti: “Ma perché questi ragazzoni si comportano così?”. Io ti risponderei che il ciccione prima credeva. Poi, data la sua pinguedine, ha dubitato. Prima faceva il bene per non far piangere Gesù; adesso fa il contrario per sortire proprio quell'effetto. Troverà un giorno, tra i due estremi, il suo equilibrio? Capirà che il bene, proprio e altrui, è sempre la scelta più conveniente per sé e per tutti? Mai lo sapremo, se con la tua voce contraffatta continui a farmi divagare così. Allo spilungone il teppismo è capitato per caso, finendo al ginnasio nello stesso banco del ciccione. Altri ragazzini amano invece i trattori, o i dinosauri. Nel frattempo, ai malcapitati in età scolare di questa terra si continua a dare in risposta un Congresso di Vienna (1814), il coefficiente angolare di qualche retta o una perifrastica. Come a un vecchio cane un osso.

Quel pomeriggio di primavera inoltrata le occasioni mancavano. Faceva caldo, e i culi di ragazzina aspettavano ore più fresche per sfidarsi. Le macchine parcheggiate erano dozzinali. I pedoni mancavano, rendendo la trasgressione del graffio meno elettrizzante. Troviamo i due, curvi sul dorso di una FIAT Panda. Uno stacca lettere col coltellino. L'altro gliele tiene e gliele passa alla bisogna. In genere il braccio è lo spilungone, il ciccione è la mente. Quella volta no, il ciccione fa entrambe le cose. Consulta le sue tessere. Calcola, permuta, anagramma; e alla fine, fattosi passare l'attaccatutto dallo spilungone, si risolve per un FinTa. Niente di che. Ordinaria amministrazione. Ma anche un cabalista mediocre sa che variare l'Ordine delle lettere può essere pericoloso. Ecco staccarsi dall'orizzonte una sagoma.

Conoscevo uno convinto che il termine che designasse un tipo di uomo basso e magrolino fosse fruscello. Questa persona, nella sua esilità, del fruscello era l'archetipo. Alla distanza si rivelò spiacevole; ma nel lapsus era stata toccata dalla luce. Certi termini equivoci possono rivelarsi migliori dell'originale. Quella erre infilata nel mezzo ci stava divinamente, un tremolio che dava meglio l'idea della magrezza. Non sarebbe bellissimo fermare tutto e dire “Alt! Siamo in presenza di una parola migliore; occorre subito una riforma del vocabolario”?

La sagoma apparteneva ad un ragazzetto già uscito, anche se di poco, dalla pubertà. Il ragazzetto, oltre che esile, era basso. Confrontato ai due, uno corpulento, l'altro allampanato, sembrava una popolazione ridotta di un quarto. Era chiaramente il guidatore della Panda. Addirittura il proprietario, forse. L'abbigliamento non tradiva un grande potere d'acquisto. Se la FIAT Panda apparteneva a lui, doveva aver firmato molte cambiali per possederla.

Potremmo, io e te, continuare con l'osservazione del ragazzetto. La camminata spavalda, la testa alta per darsi sembianze di cui la bassa statura necessitava, tradivano un'appartenenza ai ceti inferiori. Sai quelle comitive di ragazzetti che fumano presto, sputano in terra, a cavalcioni del motorino su marciapiedi che non sai se percorrere sperando di non essere notato, o abbandonare attraversando la strada, rischiando i dileggi conseguenti?


Di certo era meglio che a osservare andasse avanti il ciccione. Avrebbe notato un setto nasale storto, indice di pratiche pugilistiche non banali. Ad avanzare era un buon peso mosca dilettante, dove il diletto escludeva professionismi e non abilità. Non gli si sarebbe parato davanti, tronfio della sua mole, subito imitato dal compare spilungone. Non avrebbe iniziato la frase “Checciai da guarda'”, arrivata neanche ai due terzi. Ma siamo ottimisti, io e te. Anche capendo, si sarebbe sentito al sicuro dietro il numero doppio. Se pure avesse provato a fuggire, il fruscello lo avrebbe raggiunto agilmente, e avrebbe subìto la stessa sorte. Non avrebbe tentato i pugni dell'inesperto, da sopra a sotto come in un film di Bud Spencer. Solo lì quei pugni possono andare. Un pugno, per funzionare, non può limitarsi al peso di un braccio, che per quanto ciccione varrà dieci chili. Deve partire dal terreno, ampliarsi nella rotazione del tronco, e caricarsi della massa non del solo fruscello (che tende a zero), ma dell'intero pianeta (che rispetto a mfruscello tende a infinito). Nella circostanza, dopo una schivata appena accennata, l'intero pianeta finisce nel fegato del ciccione, che si piega su se stesso, raggiunto da altri colpi su mento e tempie, perdendo all'istante i sensi. “E lo spilungone? Che fa? Non interviene?”, dici allora tu. Lo spilungone, come ogni altro fessacchiotto inetto alla vita, scappa via e guarda tutta la scena da dietro un angolo. D'altronde al ragazzetto non interessava, vedendolo come un qualsiasi elemento del paesaggio. Per quanto ne sapeva lui, a lavorare di temperino sulla carrozzeria era stato il ciccione.

Cosa provi ora tu? Ti facevano rabbia, i due giovani mentecatti? E ora che sembrano vedersela brutta? Iniziano a farti pena? Strano come la vita sia povera di toni netti, e ricca invece di sfumature. Non è vero?

Quello che vide lo spilungone, lo tenne per sé. Mai lo raccontò ad alcuno. Né a chiedere ragguagli ulteriori fu il ciccione. Che, dal momento che te l'ho praticamente rivelato, rimase vivo. Quando riprese i sensi aveva i calzoni calati, con fuori le palline non ancora del tutto scese e il pene, anche lui cicciottello. Sentiva del caldo colargli sull'inguine, e quel caldo era sangue. Ci mise un po' a capire cosa gli era successo. Una volta a casa, pulendosi la ferita, fu in grado di ricostruire.


Vedeva allo specchio, incise sul pube, delle lettere. Era difficile decifrarle, sia guardandole dall'alto capovolte, sia riflesse al contrario dallo specchio. “IИPOT”, riuscì a capire poi. La I era alla sua destra, e la T sotto l'ombelico. Come se ne mancassero altre. Come erano state incise? La cicatrice non andò mai via del tutto. Difficile che il solco fosse frutto di una chiave. Lo spilungone aveva visto il ragazzetto metterglisi sopra a cavalcioni, tenendogli le braccia tra le gambe per bloccarlo se fosse rinvenuto. Cosa che non fu. Aveva tirato fuori dalle tasche un taglierino, con cui che ne sai, magari sballava bancali al supermercato. Le aveva incise con quello, profonde e sottili. Non c'erano curve. La O era un rombo, e la curva della P erano due segmenti, come il segno 'maggiore di' nelle disequazioni. La N era rovesciata a specchio. A lungo si chiese se per scarsa dimestichezza con la scrittura, o a perfido rimando alla FInZioNe subìta. Dannata Enigmistica. Era chiaro ciò che mancava al marchio d'infamia: un ente. Ma neanche una mancanza tanto ontologica toglieva senso. Eppure su quello non indugiava, almeno coscientemente. Ad opera chiusa, pure la seconda N sarebbe stata invertita? Riusciva a riflettere solo sui significanti e sulla loro grafia; il significato gli restò per sempre subliminale. Tatuando una vita intera di potenze sessuali potenzialmente dissipate.

Lo spilungone aveva vissuto la scena come in sogno. Avrebbe potuto strillare, chiedere aiuto. Come negli incubi senza voce, era rimasto zitto. Più che per paura, perché affascinato dalla scena. Lo stesso fascino per cui imitava i graffiti metalmeccanici dell'amico ciccione. Sapeva che a metà dell'opera il ragazzetto s'era rialzato perché disturbato da alcuni lontani passanti. Schivando il sangue colante, gli aveva frugato nelle tasche; trovando i soldi del rugby era stato rimborsato, e aveva lasciato perdere. Anche il ciccione, una volta cosciente, a tasche alleggerite lo aveva capito. Oltre all'incisione beffarda, il danno. Alzandosi il ragazzetto gli aveva sputato. Ecco spiegato il sangue diluito di certi punti. Aveva raccolto le lettere mancanti, abbandonate per terra dallo spilungone, e sulla sua FinTa se n'era andato.

Tu, che nelle favole della tua infanzia coglievi sempre un insegnamento, vorresti sapere qual è il senso di tutto questo? Cosa imparare da questa storia? Non so. Né mai conosceremo la reazione dei malcapitati. Si saranno incattiviti ulteriormente? Avranno lasciato perdere certe finzioni da duri? Saranno diventati più accorti nel delinquere, o solo più vigliacchi? L'omissione di soccorso avrà sciupato questa bella amicizia? E le carriere che ci aspetteremmo dai rampolli di famiglie bene come le loro, ne risentiranno?

L'adolescenza è un'età inquieta. E anche il resto non scherza. Uno cerca. Cerca di fare quello che ritiene giusto in quel momento, e che magari per altri può essere sbagliato. La morale è oggettiva per alcuni, soggettiva per altri. Poteva evitarsi, una cosa così? Il lanciatore di sassi dal cavalcavia di prima dei telegiornali l'ha fatta franca, e solo lui conosce il brivido che gli percorre la schiena al sentire invocare la pena di morte per i suoi poveri - perché no? - successori. Ora ha una cattedra universitaria, o è in ospedale a salvare vite, mentre loro completano la loro formazione affettiva in un carcere. Nella vita sei già fortunato se hai fatto in tempo a trovare non dico risposte giuste, ma almeno le domande. Potremmo continuare a infilare luoghi comuni per ore, che è poi la risposta che sceglie la persona di buon senso.

E io, che sembro saperla tanto lunga, quali riti di iniziazione mi sarò inflitto per uscire dall'adolescenza? Che cazzate avrò fatto? Meno o più gravi di queste? M'avrà detto anche peggio, o sarò stato più fortunato?

E te?

lunedì 6 marzo 2017

L'insonnia della ragione




















Mangiare s'è mangiato, bevuto s'è bevuto, di fare l'amore manco a parlarne. In quella domenica piovosa di dopopranzi, l'unica era mettersi a leggere un giornaletto. Ma non uno di quelli che aveva letto diecimila volte. Pur piovendo, decise di andarsene a comprare uno nuovo.
Sulla porta si fermò. Fece a sua moglie: “Oh. Io esco per l'appunto a comprarmi un giornaletto nuovo. Serve niente?”
“No”, disse lei. E poi: “Visto che piove, porta fuori il geranio”.
'Geranio. Maledizione', pensò lui, 'Ha rovinato tutto'. Ora per tutto il tempo avrebbe avuto in mente come ultima parola geranio.

Ma che vuol dire. Cosa vuole, da dove viene. Senti che parola: ge-ra-ni-o. Suonava detta per la prima volta nell'universo. Le parole lo fanno spesso. Più le scandisci nella testa, più suonano assurde e incomprensibili. Per un pezzo. Poi, quando si stancano, perdono il loro potere per sempre, e se riprovi a sillabare quella parola, la stessa che prima ti paralizzava i ragionamenti, la trovi scarica. Ma intanto oggi andava così. In balia di un geranio.

Da ragazzo un'estate non aveva chiuso occhio per un canditi pronunciato in tenda da qualcuno come ultima parola. Canditi. Candy la crocerossina animata, Candy la lavatrice, Mariomagnotta, mignotte candide, micosi infettive, funghi, boleti, amanite muscarie, ovuli buoni e cattivi. Lavagne ingessate da secchioni dell'immondizia. Puzze e rumori che non fanno dormire. Bersagli di settimane enigmistiche. Canditi scanditi, cantati, andati, anditi, diti. Echi che gli spolpavano la scatola cranica dall'interno. Tutti in una sola testa. Con questa cagnara, chi dorme più? Poi si era addormentato, e al mattino canditi era tornata parola morta, foriera solo di carie e pinguedini (pinguedini – vivono solo al Polo Sud? controllare). E quando leggeva un libro? Controllava subito la prima e l'ultima parola. Le aveva trovate coincidenti una volta sola. NelLa collina dei conigli (o sulLa collina dei conigli?). La parola era Primule (primule! senti quest'altra, da sballarci). La coincidenza, ipnotica tanto da occultare trame, contenuti e stile. Stupefacente il rischio corso dall'autore per indugiare a quell'innocente marachella (marachella, sigh).

L'Ultima Parola, ne converrai, ha una responsabilità enorme. Insostenibile. È impossibile farla franca e dormire, se l'ultima parola detta è appena desueta o poco pertinente colla condizione di addormentarsi. L'ideale sarebbe un avverbio, un pronome impersonale, se non un sensatissimo buonanotte. Ma geranio? È subito insonnia. Per non parlare dell'ultima parola detta da una ex, nella litigata definitiva. Spera di essere emotivamente preso e inafferrarla, rinviando l'elaborazione del lutto di mesi per un chiavidicasa, o peggio un mammone.

Per tutta la passeggiata rischiava di avere nella testa geranio, a risuonargli. Manco a dire che poteva provare a dirne altre. Salutare il portiere, chiacchierare con il barista, chiedere l'ora alla fermata dell'autobus. Rischiava ultime parole anche peggiori. E se al ritorno sua moglie fosse morta? L'ultima parola della sua vita sarebbe stata geranio. Vale la pena vivere una vita intera per finire a dire un'ultima parola così? Esiste una parola che giustifichi una vita? Non una, in tutto il dizionario. Geranio. L'ultima parola mai pronunciata da una persona, e in particolare da sua moglie. Sentì spuntare una lacrima. 'Perché-e-e?!' si ululava nella mente, simulando l'eco della vignetta in cui era disegnato tanto male. Gerani del cazzo. E la sua, di parola ultimissima, quale sarebbe stata? 'Eredità' (Ë-řę-D-tÀh!)? 'Bicchieredacqua' (H2O's glass)? 'Soffocando'?

Di certo ne avrebbe avuta una. Perché non zero, o due? Capì che questa nuova domanda poteva farlo impazzire. Provò a distrarsi col giornaletto che stava per comprare. Chissà quale, con pubblicizzato in quarta di copertina chissà cosa. Ma non ci cascò. Se attraversando la strada un'automobile gli avesse esploso i sovrappensieri, l'ultima parola a rimbombargli nei cranii sarebbe stata lei: geranio. Che sciocchezza madornale. Al suo capezzale nessuno avrebbe immaginato che la causa del suo stato vegetativo, della sua morte innaturale, sarebbe stata un geranio. Nessun patologo ne avrebbe scritto su nessun referto. Nessun biografo su nessuna enciclopedia. Nessuna generazione sarebbe stata ammonita a sufficienza.

Guàrdati dunque dal geranio, incauto lettore. Dalle propaggini letali, dalle fronde ammaliatrici. Quanto a lui, sapeva che sarebbe finita così. I gerani hanno bisogno di star fuori a lungo. Aveva concesso a sua moglie di tenerne uno dietro promessa che se ne sarebbe occupata lei. Pure, eccolo qui. A scegliere per forza l'ascensore e le claustrofobie conseguenti. Provaci tu a trascinare al guinzaglio un vaso per le scale, con l'attrito che ne consegue. Goditi la fragilità delle terrecotte, alla prova del gradino. O la lascivia delle plastiche, così inclini a finire nel Chissadove per un abbrivio mal dato. Sfila tu sotto le piogge, di cui i gerani sono avidi. Striscia di portico in portico, di pensilina in pensilina, nel tentativo di ripararti. Lui fu fortunato. Preso il giornaletto nuovo trovò una panchina sotto un platano, il cui fogliame fitto non permetteva alle acque di filtrare. Lasciato il mostro fuori dal fittame, mentre le sue foglie iniziavano a sbronzarsi, tirò fuori dal permeabile le cartapeste pagine per iniziare finalmente a leggere. Tutt'intorno altri gerani, e i loro possessori. Ce ne sono sempre. Qualche marito, consegnato come lui. Per lo più donne. Probabili sodali di sua moglie. Ciascuna con a spasso il suo.

Le donne spassose di geranii sono tutte sceme. Tutte a vantarsi del proprio, il più perfetto.

“Il mio con un litro fa tutta la settimana”.

“Il mio Pelavgonium è intelligentissimo: quando inizia a pioveve ovienta subito la covolla vevso la sua finestva pevsonale per fav capive che vuole uscive”.

“Devi vedere com'è carino quando fa la guardia! E la fa bene, poi! Da quando l'abbiamo preso non si vede più una zanzara”.

Tutti quei gerani. Di taglia grossa, di taglia piccola. Certe volte solo bulbi o talee. Alcuni col cappottino di lana colorata. Gli davano il voltastomaco. Perché allevarli, nutrirli, educarli? Perché non poter entrare all'interno, qualora non ammessa la presenza di geranii? Per cosa avere pazienza, raccogliere deiezioni, essere autorevoli e non autoritari? Nel possessore di gerani l'incapacità di rapporti paritari cogli uguali era evidente. Non avrebbe mai immaginato di avere per tante ore dei gerani nel cervello. Si chiese per quanto si potesse sopravvivere con nella testa un geranio. Che parola assurda, ge-ra-nio. Che incubo mostruoso. Si chiese se, nelle Storie delle Umanità, altri vi avessero pensato altrettanto. Chissà quali parole la gente aveva in testa in quel momento. Quelle donne, ad esempio. A che parole pensavano? Quanto intensamente? Troppo di sicuro, per la sua sopportazione. Pure fossero state ammirevoli faminelmondo, paridiritti, curedimorbiletali. Sotto una pioggia radioattiva non c'è asciutto. Non si sopravvive. Occorre sapere. Inconcepibile dormire, con possibilità mostruose sotto il letto. Bisogna sporgersi e guardare. Doveva chiedere. Tanto forte era l'impulso che dimenticò il rischio di sostituirsi il geranio colle parole ruminate certamente da quelle donne.
“Scusi lei, col guinzaglio retrattile. Che parola ha adesso in testa?”
Lucidalabbra”.
“Invece lei?”
Lexotan”.
“E tu, ragazzina dall'apparecchio ai denti?”
Liposuzione”.
“Quel portatore maschio di gerani in canottiera?”
Rossettotatuatosulcollodevoavere”.
“Il signore colla barba e il panciotto?”
"ConcettodimetaforaneitrattatistidelBaroccoitaliano".
E ancora piastrapercapelli, nascondigliperladroga, cornalmarito, brrruxismo, unghiedarifare. Estetica, sesso, droghe. Pochissimo rock'n'roll. Niente biplani inutili, stolide cerbottane, tute, pisolini, noncalpestarerighemattonelle, alpinismi, dentifrici. Parole vacue, fuorvianti e stupide, le sue. 'Guarigione', aveva in testa un'altra. Puro buon senso. La gente sembrava furba, molto più furba di lui. Provò ancora.
“La ragazza bellina dal sorriso fisso?”
“Niente”.
“Come, 'niente'? Intendi niente come parola o”, senza sperarci più di tanto, “proprio niente?”
“Proprio niente. Perché?”
“Vieni con me.”






2.



Lasciarono i gerani pazzi di gioia alle loro libagioni e si spostarono sotto un altro platano, stavolta senza panchina. Guidava lui – a questo punto dico chi, tu che badi sempre alle etichette: Fransisco, colla esse. Vuoi per un errore all'anagrafe, vuoi per una distrazione tutta tua. 'Piacere'? Non per lui, che manco ha idea di chi tu sia, pur avendo sempre in testa mille cose. Lei invece, nessuna. Semplicemente lo seguiva e basta. Avrebbe seguito chiunque le avesse proposto di farlo con naturalezza. Eppure nessun malintenzionato ne aveva mai abusato, forse per timore del suo sorriso fisso e imperturbabile.

“Davvero prima non avevi in testa niente?”
“No, mi pare di no”.
“E adesso? E in genere?”
“Adesso ci sono le sue domande. In generale possono esserci altri fatti”.
“Ma in assenza di fatti o di domande? Non ti capita mai di fissarti su – tipo che so, pensieri specifici? O magari” - esitando - “ parole?”
“Quali parole?”
“Quelle che senti dire. Magari per il tono, o per come ti suonano in un dato momento”.

Si sentiva sempre più scemo. Era da tempo che non provava più a raccontare a qualcuno i suoi affannamenti. L'ultima volta aveva dodici anni. Aveva iniziato a spiegarli a uno zio che si lamentava del volume alto del televisore, che gli impediva di leggere il suo quotidiano sportivo. “Zio. Ma ti capita mai che a disturbarti siano le parole che hai in testa?” “Quali parole?” “Parole... tipo parole che suonano strane”. “Suonano strane a chi?” “Eh, a te, certe volte”. “Parole... extraterrestri?”
Prima che lo zio potesse continuare, Fransisco era scappato.
“Penso di no,” rispose la ragazza - quella bellina, non distrarti come tuo solito. “Niente parole. Ma forse non capisco cosa intende. Perché le interessa come mi suonano le parole?”
“Perché le mie mi rimbambiscono. Perché ho qualcosa in mente sempre”.
“Bè, mi sembra una bella cosa” disse lei, nei cui ricordi ancora riecheggiava l'ammonimento dei corpi docenti. 'Carina ma stupidina', le dicevano. Proprio come aveva pensato prima Fransisco.
“Non lo è”, fece lui scuotendo il capo. “Non è bello per niente. È solo un fardello di rottami, taglienti e arrugginiti. E io non ho fatto l'antitetanica, e non ho mai il numero di uno svuotacantine da chiamare, quando serve. Certe volte mi piacerebbe essere come te”.
'Come te' come? Bellino? Stupidino? Fin da piccolo Fransisco si era sempre sentito piuttosto intelligente, con tutte le parolone e i pensierini che aveva sempre in testa.
“Ma – io penso che siamo tutti qui colla nostra vita, che è come le altre, o magari più bella o più brutta, è inutile che ci mettiamo a invidiare le altre vite, invece godiamoci la nostra, che è così invidiabile da tanti altri pure lei”.

Disse questo e tacque, stupita dal fumetto che le era uscito dalla bocca. Non aveva mai pronunciato tante parole tutte insieme. Neanche a un'interrogazione. Non aveva mai elaborato un pensiero così complesso, soprattutto. Stupita, o stupida? O era veramente stupida, stupida al punto da farsi bruttina all'istante, o era un genio. Fransisco pendeva dalle sue labbra. Veramente riusciva a non avere in testa niente? La sua aveva l'aria di essere saggezza antica. Di quando si mettevano al mondo mucchi di figli anche sotto i bombardamenti, senza trastullarsi colle proprie fobie. Esisteva ancora la speranza? Sul serio c'erano persone così? Del resto, non poteva essere altrimenti. Se i pensieri fossero durati a tutti quanto duravano a lui, la vita sarebbe stata solo un film mentale. Fuori dai suoi palinsesti (brr, che parola da brividi 'fuori', detta non a voce alta per fortuna, quindi non valeva) nessuno avrebbe fatto mai nulla. E invece! Questo capitava solo a lui. I pensieri, i pensieri. Fransisco ricordava le occasioni perse, i voti rifiutati, quelli presi (fuori dal seminario, per fortuna), le sciocchezze fatte, per aver coltivato pensieri. Essere un uomo non d'azione ma di pensiero, di un tipo di pensiero più che altro malato, lo aveva portato a nonvivere. Ai pensieri attecchiscono i principali vibrioni, le malattie più letali, i jingle più pubblicitari. È il pensiero che porta a scegliere un prodotto, lavorare per acquistarlo, indebitarsi a vita. Schiere di giovani uomini si facevano ammazzare sui campi di battaglia per un pensiero. Masse di giovani donne si facevano stuprare dai loro assassini. Orde di stupidi veri, ubriacati dall'enfasi degli oratori. Ce lo vedi tu un branco di antilopi a rompersi le corna su una foresta pietrificata solo perché convinti dalla tua arringa (dico un'arringa tua)? L'atto dettato dal primo pensiero: giocarsi il paradiso per una mela. I coniglietti, i cerbiattini, ci sorridevano dall'alto di cieli disneyani. Era davvero da barattare, quel sorriso disarmato, per sapere quante cavolate si possono commettere? Si può essere più scemi di così?

Questa donna, invece. Questa donna soavissima era un dono dal cielo. La sua bellezza, angelicabile. Lei rosa fresca aulentissima; lui garzoncello scherzoso, soggiogato dai supermarket. Il dialogo tra il signore innamorato e la pastorella aveva rivelato possibilità stilnovistiche. L'assenza di pensiero, finalmente. Da sempre le mamme ammoniscono il pargolo aggravato di pensieri indigesti dal pericolo della congestione. D'improvviso volle riprodursi. Doveva fecondare quella donna. Dai due sarebbe nato un nuovo seme. Di pochi pensieri, pochissimi; ma chiari. Pertinenti. Oppure no? Troppi pensieri, ma impertinenti e stupidi? Cosa avrebbe ripreso dal padre, e cosa dalla madre? Forse prima che fosse troppo tardi era meglio ucciderla.

Fu allora che Fransisco si ricordò di lei, della futura madre dei suoi figli impossibili. Dov'era finita? Bisognava ritrovarla? Ecco che tornavano le possibilità, e con loro i problemi. Probabilmente se n'era andata, qual piuma al vento. Mossa dalle semplici relazioni di causa-effetto che attirano l'elettrone verso il protone, il grave al suolo, il ferro alla calamita. Spinta a volar via da chiaro-veggenze, al vedere lui chiuso in riflessioni tanto scure. Decise di ritirarsi anche Fransisco. Il problema era troppo grande per trovare soluzioni in giornata. Voleva riprendere l'arbusto e ritornarlo a casa.

Al suo ritorno il geranio era sparito. Così: puff. Non dalla sua testa, bensì dalla piazzola di ristoro in cui lo aveva lasciato. Non c'era più. Forse uno smottamento acquitrinoso, o una botta di vita. Fransisco si gettò a capofitto nei pendii giù da basso. Ne trovò i resti in una partita a pallone di certi monelli. Vi saltò a braccia larghe rimediando un'ammonizione (ma anche due goal). Ciò che conta è che ne recuperò le spoglie, che ricompose poi in un vaso nuovo. Lacero e contuso, ferito nell'intimo dalle pieghe della giornata, volse verso casa. Quando aprì la porta sua moglie lo accolse con grandi esclamazioni.

“Ma dove sei stato, con quest'acqua. Sarai zuppo. Levati le scarpe o mettiti le pattine, che ho appena pulito. Ti avevo chiesto una cosa, una sola. Mai una volta che mi dia una mano in casa”.

“Come, 'mai una volta'?! Se la giornata, il mio umore, la mia salute mentale e fisica, l'intera mia esistenza è stata condizionata dalle vessazioni e dai soprusi del tuo geranio!”

“Ma quale geranio. Il geranio inesiste, se non in certe teste bacate e tutte tue. Ti avevo chiesto di uscire quel vaso, di uscirlo perfavore in terrazzo. Ma te ne sei andato, come sempre borbottando”.

'Potrebbe essere. Potrebbe essere', pensò Fransisco. Che però voleva sempre aver ragione lui. Forse troppa. Troppa ragione, e in modi e momenti inopportuni.

“Ma me l'hai detto tu, di portar fuori il geranio!”, omettendo la parte in cui il fuori raggiungeva estensioni velleitarie ed eccessive, e l'arbusto veniva strappato al regno vegetale e ficcato nelle vesti di puro vocabolo.
“Sèee. Inutile ribattere. Tanto sei sempre tu, a voler avere l'ultima parola”.

lunedì 16 maggio 2016

Assertività

E niente, non è che ogni volta succedano cose eclatanti. La solita routine. Lavoro, palestra, libri, serie tv; sonno – poco – e si ricomincia. Ritmi spersonalizzanti. Ma c'è sempre un granello di sabbia, a oliare l'ingranaggio.
Nel caso in questione, un cartello. Al collo di una donna texturizzata dalle rughe, seduta per terra tutti i giorni alla fermata della metro.
“HO-FAME”.

Sempre la stessa scritta. Majuscola. Con un trattino in mezzo, su un cartone grigio a vernice rossa. Tremolante. Per la scarsa dimestichezza col pennello, o con la scrittura in generale? Chissà che emozione, nello scriverla. L'esordio nella produttività. Due parole e la loro magia, inflazionate pozioni del senso di colpa occidentale. Su quale monte sinai saranno state rivelate? Da chi, poi? Un mendicante più esperto? Si sarà fatto pagare, per il suo suggerimento? E quanto? E come?

Un giorno mi chiedevo: perché non far leva su bambini o anziani a casa, opportunamente denutriti. Perché non indicare lo scenario di provenienza, causa di buchi allo stomaco così puntuali. O magari, produrre uno stato di salute inabilitante al lavoro. Per non disperdere il contenuto? Un copywriter  e un prete approverebbero. La sintesi è potenza.

Il giorno dopo mi venivano in mente altri questuanti. La famiglia barbuta al capolinea. Nonno barbuto. Padre barbuto. Mamma barbuta, prole barbuta. Tutti dimentichi della loro stampella, legata allo zaino, mentre corrono dal treno regionale per non perdere la coincidenza colla metro, da cui sciamare poi in ogni zona del centro. Gli amputati, seccati dal dover chiedere esplicitamente un obolo nonostante l'evidenza dei loro moncherini. L'africano, che saluta colla mano ogni passante per meritarsi la parcella. Di costui mi ha sempre stupito l'originalità. Perché quella donna non parlava, non guardava, non si allacciava un bimbo in spalla, non recitava copioni? Una supponenza quasi fastidiosa. Sono in tanti ad avere fame. A guadagnarsi la pagnotta, molti meno.

Poi, c'era il cartello. Su un altro avevo letto: “OPERATO DI PIEDI – POCHI SPICI PER MANGEAR”. Trapelava una vicissitudine. Al suo latore avevano evidentemente diagnosticato I Piedi. Eppure eccoli lì, normalmente deambulanti. L'esotismo di quel mangear faceva pensare alla succulenza di manghi e cocchi, consumati in un capanno sulla spiaggia. 'Ho fame'. Tutti i giorni. Un po' pochino, non trovi? Non è originale granché. Dov'è l'empatia, dove l'affabulazione, dov'è il dramma? Un messaggio in bottiglia si perde, in un mare di altri naufraghi.

Altri giorni fantasticavo su come sarebbe stato uscire dalla stazione con scritto “PERCHÉ-NON-PROVI-A-MANGIARE”. Oppure, “IO-ANCORA-NO-FORSE-PIU'-TARDI”, o ancora “QUESTO-È-VERME-SOLITARIO”. So che non è carino, ma ci vuole poco a impermalirsi, se stai sempre in ritardo. E poi che vuoi, ridere delle cose mi è sempre sembrato il modo migliore per non impazzire. D'altronde poteva aver ragione lei, la texturizzata. Non c'è niente di male a informare il mondo sulle proprie condizioni. In fondo lei mica chiedeva niente. Uno poteva scriversi su “CHE-SONNO”. Un barista, “ALTRI-10-CAFFÉ-E-IMPAZZISCO”. "PORTO-MUTANDINE-DI-PIZZO-SOTTO-QUESTI-ABITI-DA-MARINAIO". O magari, una signora: “STO-TRATTENENDO-UNA-SCUREGGIA-FORTISSIMA-PERCHÉ-MI-VERGOGNO”. Sarebbe bello, essere così didascalici. Siamo o non siamo nella società dell'apparire?

A un certo punto, l'intuizione.
Io non ho cartelli. Troppa personalità. Anche se ne portassi uno, il più delle volte non saprei cosa scriverci. Non so neanche cosa mi va di mangiare la sera. Non mi chiedo mai niente; è tecnicamente impossibile che io trovi risposte. Io non mi cago mai. Quella donna, invece. Il suo problema l'ha ben capito: HA-FAME. Io il mio ancora no.
È assurdo sfrecciarle davanti con aria di superiorità. Faccio un uso smodato dei miei doveri. Mi dico a voce alta 'Devo dimagrire'. 'Devo pulire casa'. 'Devo dormire di più'. 'Devo cercare di essere più puntuale'. Mai un Vorrei, neanche per educazione, neanche per sbaglio. Maschero i miei disappunti. Sono accondiscendente finché reggo, poi giudico, critico, aggredisco. E scompaio: puff. Non riesco a credere di avere diritti.

Ma adesso basta. Eccomi qui, su una panchina. Sul rettangolo di plexiglass che indosso sopra la mia camicia migliore ho fatto incidere: “Vorrei tanto fare l'amore”, scartando tutta una serie di asserzioni più prosaiche (“FATEMI-SCOPARE”, “ME-MANCA-L'INTINTA”, “VOJO FICCA' ”, acrilico su cartone ondulato, 2016). Conto di risolvere a breve i grandi nodi della vita. Vedo già spuntare i primi sorrisi.



lunedì 9 maggio 2016

I poveri sono cattivi

Agli albori del Terzo Millennio, la parte fortunata della gente s'è ritrovata a giocare a Snake. Per strada, a letto, sulla tazza del cesso, in tram. In ogni momento della giornata cercava spasmodicamente di allungarsi il serpente. Pixel su pixel. Un lavoro certosino. Una tenacia commovente. Non avere un serpente all'altezza dei record altrui era intollerabile.

Il resto dell'umanità aveva la fortuna degradante in vari livelli. Poco al di sotto c'erano quelli che non potevano permettersi i modelli più in voga. Coll'ora sul display, per chi non ama perdere il suo tempo. Con suoneria programmabile, indice di un ego prorompente. Costoro si accontentavano di cellulari impersonali, limitandosi a telefonarci o a digitarvi sms. Rinunciando alle linee morbide. Sportelletti apribili e antenne telescopiche erano i bastoni tra le loro ruote.

Poi venivano quelli che potevano permettersi sempre meno, fino a niente del tutto. Ma non voglio intristirti, o peggio annoiarti, con prospettive tanto lontane dalla tua condizione di lettore informatizzato.

Non ci siamo ancora presentati, io e te. Né lo faremo mai. Quando leggo, solo una cosa mi spalla più delle descrizioni o delle trascrizioni di canzoni e poesie: memorizzare tutti quei nomi. È una pretesa assurda. Così, siccome quando posso cerco di essere uno coerente, non ti dirò come mi chiamo finché non sarà assolutamente necessario. Quindi, mai. Meglio dirti piuttosto cosa ne pensassi di tutto quel fare a chi ciaveva il serpente più lungo.

A me Snake faceva cagare. Peggio di Pacman, per dire, ovvero il gioco dove non succede niente. Anzi, una cosa sola succede: trovi la pillola che per un tempo limitato ti fa mangiare i mostriciattoli. Allora li insegui, e al loro lampeggiare, se l'ingordigia ti prende la mano, scade l'effetto, quelli si girano e ti fanno il culo. A Snake una pillola c'era. Era il viagra del tuo serpente. Gli faceva guadagnare millimetri. Sei tanto avido di millimetri, tu? Con tutti quei millimetri poi negli spazi ti ci rigiravi a fatica. E alla fine, come a Pacman, morivi sempre per lo stesso motivo: eccesso di velocità.

Tu invece ti ci divertivi, a Snake? Secondo me, no. Era più la smania - di' la verità - di mostrarti al passo coi tempi, e certificare il tuo potere di acquisto. Dovevi trovare le due cose davvero importanti, per perdere tante ore a giocare a un giochetto così di merda. Io mi stupivo. Di te e di me. Mi facevi sentire strano. Mi tagliavi fuori dalle vostre ssserpentine, quando fuori ci stavate voi. Ma la vostra forza erano i numeri, ed eravate tanti. Gli altri schifavano Snake perché non se lo potevano permettere. Si vedeva che era per quello, perché invece di stupirsi del successo di un gioco tanto scemo provavano odio, astio, livore, alito pesante e mal di fegato. Il rifiuto del povero, che si percepisce maledetto dalla divinità. Come diceva il Vasco vero: col conto in banca in rosso ti si restringono i metri quadri della cella. Eri disposto a farti il culo, ammazzarti di straordinari, consegnare migliaia di pizze il sabato sera, distribuire miliardi di volantini, per racimolare le tre-quattro centinaja di migliaja di vecchie £ire che ti acquistavano il consenso sociale, l'accesso ai salotti buoni, l'ostracismo degli insegnanti e l'approvazione dei compagnucci più fighi, la simpatia dei colleghi, l'ammirazione dei figli. Eri disposto pure a passare le ore giocando a quel gioco del cazzo. Io no.

Non lo so. Io ci vedevo dell'autismo. Tutta quest'attenzione alla longitudine rettilinea - mi dicevo - non distoglierà da altre cose non meno importanti, quali ad esempio il Ricordarsi di andare a messa, o il Votare per il Partito Preso? Porcatroja, il consenso sociale è roba forte. Fortissima. Ammetto di aver indossato jeans aderenti e portato felpe arrotolate in vita negli anni ottanta, comprato nei Novanta pantaloni larghissimi e col cavallo basso con su la scritta delle mutande, solo per averne una parte. Ammetto persino di essermi annodato maglioncini sopra al collo della camicia, una volta o due. Come un Ragazzo della III C o un odierno parvenu della politica. Ma a quel cazzo di giochetto io non ci giocavo. Mi faceva schifo. Vedevo indebitarsi gente che il Trentatrédieci non se lo poteva permettere. Pagarlo a rate. La ricchezza degli uni genera la povertà degli altri. Il meno povero, in una società di poveri, assume la dignità di ricco. Nella logica americana del loser e del winner (quanto stanno avanti, quelli là), il diseredato ha un ruolo e un utilizzo. È un monito a non fallire. Su di un pianeta ostile, che ti obbliga a uscire da sotto al piumone nel cuore di una notte invernale per spendere 18 ore in preda al traffico e all'alienazione lavorativa, anche il barbone che dorme nel piscio ha una funzione stimolante.

Così progettai un piano. Lavorare il meno possibile. Limitare i consumi emulativi. Turarsi di cera le orecchie contro le sirene pubblicitarie. Essere l'anello debole delle catene di santantonio. Si parla a mensa dell'ultimo modello di tablet? Io sono quello non aggiornato e poco divertente. Si commentano le promiscuità televisive dei ragazzi del Grande Fratello? Mi dispiace, non conosco i nomi. All'improvviso hanno tutti la reflex digitale? Se mai mi servirà, me la farò prestare da mio fratello. C'è la corsa all'oro dell'ultima versione informatica? Io la deprimo col mio downgrading, lavoro meglio su una piattaforma vecchia e stabile che su una aggiornata ma piena di bug. E costosa, per di più. Non mi presto a turni massacranti. Non mi piego a lobotomie lavorative. Mi piange il cuore per chi non può scegliere, come invece posso fare io.
Arf arf, era un bel piano. Fino a stasera.

21:30. House of cards, chapter 43. Colpi di scena pazzeschi. Insalatona di rucola, tofu, avocado, tonno. Poco più di 3 €cu per un'abbuffata proteico-multivitaminica.


Squilla il telefono. Sullo schermo un numero che pare uscito da un dado sferico. Telepromozioni. Lasciar suonare? Chissà per quanto. Decido di rispondere. Nonostante il momento topico e l'ora, cercherò di essere educato. Questi poveracci non trovano di meglio, devono campare pure loro. Le compagnie per cui lavorano li buttano in prima linea, a far guerra di trincea contro un nemico altrettanto pidocchioso. Siamo carne da macello, che secca su rami marci, in un autunno eterno e imperturbabile.

Buongiorno signore, sono MarGello di Telecom, è lei l'intestatario del contratto di telefonia fissa?”. 'Sì, 'MarGello', penso io. La voce è quella di Apu Nahasapeemapetilon, un'ottava sopra la normale estensione europea.

“Sì guardi, non mi interessa nessuna offerta”.

Come fa a dirlo? AnGh'io a 5 anni pensavo che non mi piaGevano le melanzane, poi le ho assaggiate ed erano buonissime” (ride).

(Trasalisco) “Sì, ma io vorrei non essere disturbato, tanto meno a quest'ora. Le sembra normale chiamare alle dieci di sera? Magari stavo dormendo perché domani mi dovevo svegliare prestissimo per andare a lavorare”.

Io invece andrò a dormire tardissimo, perGhé sto lavorando già!

“E il suo lavoro è disturbarmi senza problemi? Io col mio cerco di non disturbare mai nessuno”.

Beato lei Ghe può scegliere, signore”. Ride. L'unico indiano buono è quello morto, diceva il gen. Custer, o chi per lui. Non c'è niente da fare. Costui è più forte di me.

“Senta - io non vorrei essere disturbato, né a quest'ora né mai. Per nessun motivo. Tantomeno per offerte pubblicitarie”.

Mi dispiaGe, ma Guesto non è possibile”.

“Co – come, 'Non è possibile'? Che vuol dire? Che potete rompermi i coglioni come vi pare e non ci posso fare niente?!”, urlo col battito cardiaco impazzito, “Sì sì, non è possibile!” fa allegro lui, mentre capisco che il 7mo Cavalleggeri non arriverà mai e attacco in preda al panico.

Il mio sacrificio sarà vano. Vincerà lui, perché più determinato. Vuole sopravvivere, sopravvivermi. Non gli basta sussistere. Vuole surclassarmi. Avere gadget tecnologici più avanzati dei miei. Non vede l'ora che siano i miei figli a telefonare in ore assurde ai suoi, per tentare di vendergli servizi costosissimi e inadempienti. Figli che nel frattempo, a suon di contratti stipulati per esasperazione, avrà mandato a studiare nelle migliori - e private - università. Neanche se l'immagina, la portata della mia disfatta, visto che i suoi magari adesso berciano perché vogliono l'ultimo modello di Playstation, mentre i miei manco esistono, né esisteranno mai. Alle ragazze non piacciono le insalatone casalinghe, né opere di bene in luogo di un'erogazione regolare di fiori.

Tutta la mia lucidità mi ha ingannato. Mi ha evitato errori marchiani, stati del cazzo sui social network. Retorica, banalità, luoghi comuni e fonti non verificate. Non abbastanza per non sbagliare lavoro, matrimonio, vita. O quantomeno, finire nella parte giusta dell'umanità. Quella ricca e beata, pacifica e rispettosa, la cui malizia maggiore è quella di accedere alle piattaforme multimediali da passeggio di ultimo grido, e rinfacciarti il suo record a Snake.

sabato 5 marzo 2016

L'uomo delle stelle

L'uomo viene dalle stelle. Da quali, dico io. Non è importante, dice la rivista da parrucchiera, da sopra il tavolino basso della parrucchiera.
Mi stanco e usciamo. Non stiamo per l'appunto ruotando attorno a una di quelle stelle anche in questo momento? E soprattutto, viene dalle stelle anche l'uomo che da dietro il suo parabrezza mostra il pisello a mia moglie?


"Gliele faccio vedere io, le stelle".
"Che?", fa lei, e poi "Lascia perdere, andiamo via. È un povero stronzo".

Anch'io sono un povero stronzo. Perché le voci nella testa dell'extraterrestre non gliel'hanno fatto notare? Perché le voci giuste parlano solo a me?
Ho i miei pensieri anch'io. Preoccupazioni. Cattiva digestione. Alito pesante. Le malattie degli incassatori. Ho bisogno di guarire.

Lo sta facendo perché sono un piccoletto? Non sono un gigante, ok. Possibile che se lo permetta per quello?
Non m'interessa. Problemi suoi. Non ha una donna, si eccita così, esibendosi con quelle degli altri, magari mostrandolo solo a quelle dei piccoletti, per mettere sotto loro.
Non so se ho ragione. Non amo fare a botte, ma a scuola ogni tanto capitava che qualcuno provasse a farsi bello mettendo sotto me.
Dopo le prime volte, in cui lo stupore non mi aiutava a evitarlo, ho capito che dovevo reagire con determinazione. I bulli non si aspettano reazioni. La loro assicurazione sulla vita è l'aspetto terrificante. Un bel cazzotto, un calcio negli stinchi girandosi di scatto, meglio ancora nelle parti basse, una pietra raccolta da terra rischiano di ficcargli nella testa oltre un po' di dolore il buon senso. Rischi di prenderle, e prenderle bene. Ma la prossima volta sarai diventato uno che reagisce, e i bulli cercheranno prede più facili altrove. Le voci si spargono presto. Se decidi di menar le mani, non farti frenare dall'indole mite, o dai buoni consigli.

Che nel frattempo arrivano. In genere lascio perdere, almeno quando c'è il margine di farlo. 'Ma no, non diceva a te'. 'Non intendeva dire quello'. 'E' solo un coglione'.
Ma stavolta no. L'ho visto bene. L'ha visto bene lei. Non l'avesse visto, avrei potuto scegliere di tirar dritto. E poi, mi ha visto bene anche lui. Dritto negli occhi ci ha guardato, prima lei, poi me. Come se provasse interesse proprio a provocarmi.

Quasi mi calmo. Non mi va di mettere le mie mani addosso a uno che si esalta sessualmente in questi modi. Uno normale valuta di doversi poi impegnare in combattimento. Forse è proprio quello, a eccitarlo. M'avrà scelto piccoletto per coltivare la sua perversione, prima uno piccoletto, poi uno più grosso e finalmente uno forte davvero, quando avrà la pelle coriacea abbastanza per sopportar bene le botte. Non ho nessun interesse a darne di buone. L'idea che le mie nocche incontrino i suoi zigomi, prima imprescindibile, inizia a darmi il voltastomaco. Ma ho una cattiva digestione, e alito pesante. Non può finire così.

Come fa a essere tanto beato, però? Possibile che abbia un fucile? Che sia il mio nuovo capo, al lavoro? O il maestro delle elementari di mio figlio? Come può ridere in quel modo, così sereno, senza retrogusti di realismo. Così spensierato ride solo un bambino. Da grande ogni sorriso ti esce strozzato. Almeno un po'. Non ci credi? Prova a confrontare le tue foto d'infanzia con quelle attuali, se ne hai coraggio. Ride così un adolescente coi compagni di scuola, al più, quando il chiasso gli sale imprescindibile nel vagone della metro che ti porta al lavoro. Squassandoti il cervello, che cerca solo di leggere il libro del tuo vicino da sotto la sua ascella poco profumata. Questo prima che la vita gliele ricacci in gola, quelle risate imberbi, in forma di brufoli e forfora e niente motorino, e altre primizie ben più delicate di quelle che verranno in seguito. Forse non conviene reagire. Rischi le pallottole, le coltellate. Una volta in Sardegna si guidava d'estate, ma la macchina davanti ci rallentava. Finalmente dopo un tornante sembra possibile superarlo. Nel farlo, io, seduto sul sedile del passeggero, decido di guardarlo malissimo dal finestrino aperto per il gran caldo.
Apre il finestrino, l'autoctono. "Che problema hai". "No niente", faccio io. Non era neanche spaventoso a guardarsi, forse era persino più piccoletto di me.
Interrompiamo il sorpasso. Mentre sono in preda ai miei pensieri peggiori, cerca di distogliermi invano dal silenzio un "Ma, hai visto?", serissimo, detto da non so quale dei miei amici. "Che cosa?". "La pistola - aveva una pistola poggiata sul finestrino".
Dopo un po', mentre gli altri ancora commentano l'accaduto, "Che coatto demmerda", "A fa i duri cor pezzo sò boni tutti", io realizzo. Realizzo che la mia vigliaccheria per fortuna non è stata colta. Che culo. Che culo pazzesco. Evviva le pistole, evviva la violenza, evviva i coatti e i pezzi ferentes, che nella circostanza mi hanno salvato. Senza di loro, non avrei avuto derisioni. Solo silenzio, imbarazzato e irreversibile. Tanto assordante che dell'accaduto non si sarebbe neppure sparsa voce. Quella volta non avevo neanche valutato la possibilità di una reazione. Poi ho capito il perché. Era il modo lento in cui aveva abbassato il finestrino, mentre noi gli rimanevamo affiancati per guardarlo male. Il modo in cui ci aveva guardato, prima me, poi in un'occhiata unica tutti gli altri.

Deve essere misurato, il mio gesto? Calma e sicura, la mia reazione?
No. Non c'è da parlare o minacciare. Stavolta l'offesa è chiara, nonché grave. Non si può chiedere di ribadirla, per aprire il contenzioso. Non c'è da studiare strategie, 'Ora mentre continuo a guardarlo gli passo davanti e - ', 'Corro verso la maniglia e lo tiro fuori dall'abitacolo, prendendolo dai capelli - no, troppo donna isterica - dalla camicia diciamo, che ridicolo in quel maglioncino a V colla camicia a righine dello stesso colore'. No. Devo essere istintivo nel procedere, istintivo nel colpire, perché non di moltissimo ma è più grosso di me. Se mi metto a razionalizzare, le prendo. Devo abbandonarmi all'istinto, l'istinto atavico, quello più puro. Che se ha permesso che il mio DNA si perpetrasse, avrà saputo trarre d'impaccio i miei antenati in più di una situazione.

L'istinto atavico mi dice di staccarmi dalla presa della mano di lei, che fiutando la mia reazione s'è serrata. Non troppo stretta però, perché il suo, d'atavico istinto, le suggerisce di osservare se posso essere un inseminatore all'altezza delle sue aspettative. Le proli inette delle antenate sue non si erano mica difese da sole.
Quindi mi stacco e vado. A passo determinato, svelto poco meno di una corsa, verso la vettura. Ok. Non cedere alla tentazione di razionalizzare. Una volta d'estate avevo le prove col gruppo in cui suonavo all'epoca. Avevamo giocato a pallone tutto il giorno. Dietro alla saletta c'era un circolo sportivo, abbandonato da qualche mese. La sera avevamo provato. Poi avevamo caricato gli strumenti in macchina. Io avevo lasciato la sicura aperta della mia, giusto per salire un attimo a casa del bassista a salutare. Ma avevamo deciso di restare a mangiare gli avanzi del frigo tutti insieme, e vederci un film. I film erano diventati due, e le lancette le sei del mattino. Stanchi e stremati ci fumavamo l'ultima in finestra, quando ho visto due, carichi dei miei strumenti, in fondo alla strada. Tanti strumenti, e costosissimi. Col gruppo va bene, suoniamo un sacco, vengono sotto i primi agenti a chiedere esclusive. Non avrei potuto mai ricomprarli e continuare, se non mi fossi accorto. Sudato e sporco mi getto all'inseguimento urlando, e quando sto per raggiungerli realizzo di dover passare alle percosse. Mi accorgo che sbollito il pericolo non ne ho più voglia. Razionalizzo. I due si girano timorosi a guardarmi. Una coppia di tossici, un po' più grandi di me, invecchiati male. Posano borse e tastiere per terra. Lei non parla, raro che una femmina rischi le botte. "Me sto pure a cacà sotto" dice lui. Si abbassa i pantaloni e spruzza il marciapiede di gialla diarrea onirica. Poi si girano e se ne vanno, mentre io guardo le mie cose, con vicina la merda, prima di rientrarle in macchina. Quella volta il Kharma aveva impedito una violenza ai danni di due poveracci a cui le stelle avevano voltato le spalle da tempo. Stavolta no. Non è più il caso. Razionalìzzati sto cazzo, che ce l'ha pure più grosso del mio quel pezzo di merda, merita la tua violenza cieca. Aprirai poi la portiera, e se chiusa a chiave non so. Spaccherai il vetro con una gomitata o un calcio, e lo prenderai per il collo e lo tirerai fuori o non riuscendoci cercherai di strangolarlo.


Obbedisco, obbedisco a ogni passo di più. Funziona. Monta la rabbia. Il cervello passa le consegne all'amigdala, non ci prova neanche a dire la sua, per quanto la vede incazzata. Ecco la maniglia, finalmente. Quasi stendo la mano.

Una donna esce dalla farmacia. Guarda nella  macchina. Vede la scena.
"Cristiano! Cosa fai?! Fermati! Smettila immediatamente!!". Butta la busta e la borsa in macchina e inizia ad alzargli la zip.
Poi cerca per strada con chi scusarsi. Io, che nel frattempo sarei il più vicino, distolgo lo sguardo al volo. Il mio provocatore non è orientale, ma ha gli occhi a mandorla. Le guance piene e paonazze. Guarda me e guarda la madre. O la sorella maggiore, vai a sapere. Ride felice. Ecco di chi m'ero scordato: c'era un'altra categoria che sapeva ridere così.
Tiro dritto, decidendo all'istante di ostentare fretta, molta fretta. Devo ricordarmi di cambiare occhiali.
A beccarsi le scuse è mia moglie. "Ma no, non si preoccupi, non fa niente". Mi guarda lontanissimo. Si sforza di non ridere.
Non so se farlo io. O preferire guardarmi le gastriti crescere rigogliose nei loro giardini di primavera.
A suo modo veniva dalle stelle anche Cristiano. Non da una buona, perlomeno.

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