lunedì 13 ottobre 2014

Sic Transit Gloria Mundi



Quella sera Algernon Transit non aveva alcuna voglia di uscire.

Algernon “Sick” Transit, lo chiamavano. Per via del suo atteggiamento. Sempre scettico. Nauseato, a tratti. Di solito sopportava di tutto. Traffico, rumori, la gente che gli parlava a sei centimetri dalla faccia. Ma quando qualcosa non gli andava, se ne stava lì, col ghigno sulla faccia. Una smorfia sarcastica, non poteva trattenerla. Era più forte di lui. La bocca sorrideva, più a sinistra che a destra, ma le sopracciglia erano cattive. Alte ai lati, basse al centro. Non sono bravo a disegnare, ma era qualcosa del genere:

>:)

Questa storia però non parla di soprannomi. Non farmi andare fuori tema, se sei rimasto indietro potevi stare più attento. Il vero fatto era che a Sick, quella sera, proprio non andava di uscire. Ma aveva un amico, Stan Kodelay. Buon chitarrista jazz ma per la musica che suonava faceva un uso bislacco di alcuni effetti. Regolava tempi di ritardo sempre troppo lunghi.
In quel periodo Stan era single pure lui. Aveva lasciato la sua ultima fiamma, poiché stanco di ley. Come in altre sere voleva trascinare Sick a bere, rimorchiare e suonare al Tuttigiuperterra. Le jam session che si tenevano il martedì sera al Tuttigiuperterra erano teatrino di duelli sanguinosi. I più grandi pistoleri del jazz cittadino si sfidavano a chi riusciva a suonare più note nell'unità di tempo. Purché in tonalità giusta.

Classica situazione in cui Sick sfoderava il suo ghigno. Ma sguainarlo per tutto quel tempo gli avrebbe procurato crampi orribili. Il ghigno gli usciva dalla fondina solo in situazioni in cui Sick capitava senza volerlo. Alla lunga gli stancava i muscoli del volto. Potendo, preferiva rilassarseli a casa. Da solo.

Ma era single anche lui, e da troppo poco.  Aveva ricominciato a bere. Per non riprendere il vizio, si buttava su roba di cui non andava matto. Prima andava a birra e whisky. Ora nella dispensa aveva solo il vino in cartone che usava per cucinare, o gli alcolici dolciastri che gli aveva lasciato la sua ex. E comunque, erano due sere che finiva a ubriacarsi da solo.
Gloria Mundy lo aveva lasciato. Gli aveva detto che non c'era più complicità. Niente passione. Sick trovava incredibile che si potesse notificare una cosa simile, e subito dopo lasciare. Era vero che non era come prima. Lo vedeva anche lui. Ma cazzo, parliamone.

O forse no. C'era poco da parlare. Aveva sempre pensato che se fosse stato lui a lasciare Gloria, lei si sarebbe disperata. Suicidata, forse. Avrebbe commesso sicuramente qualche sciocchezza.
Dopo la prima e definitiva discussione, aveva cominciato a fumare. Non lo aveva mai fatto. Sick le aveva detto “No. Non farmi diventare quello che ti ha fatto cominciare a fumare!”, e si era messo a piangere.
Anni dopo si sarebbe stupito di aver pianto per una cosa così. Non erano mica fatti suoi. E poi avrebbe concluso: mai piangere davanti una donna. Sarebbe bello poterlo fare, a volte. Ma poi diventi irrimediabilmente Quello che ha pianto.
Era arrivato per secondo. Stava pensando da un pezzo che era meglio se si lasciavano. Ma era stato lui quello che era stato lasciato. 'La prossima volta sarò più pronto di riflessi', pensava Sick. Poi beveva. Vini da supermercato, o superalcolici dolciastri da femmina.

Chissenefrega, pensò. Andiamo allo zoo a vedere le scimmie.

~~~

Il musicista è un animale invidiato, da chi non lo conosce. Vive divertendosi, al punto di essere il primo a non venire considerato nei pagamenti. Non ha ferie né malattie. Non avrà mai una pensione. Passa le notti nei posti dove la gente per entrare paga. Ha almeno un paio di bevute gratis. Sta per due ore su un palco, sovrasta la gente da un metro di altezza. La gente lo guarda per tutto il tempo, pensando che per quel dislivello di un metro ci sarà pure un motivo. Quando lo incontra al bancone del bar vuole irradiarsi della sua luce. Si presenta, dice un nome, “ehi, oggi eri in forma!”, e questo è l'unico contributo che dia alla conversazione. Poi sta lì, aspettandosi che da quel metro scaturisca una conversazione brillante. Il musicista è stanco, la mattina si è svegliato presto. Il che è grave, per un musicista. Ha caricato dei suoi strumenti un furgone scassato, si è fatto sei ore di autostrada, sette se contiamo un paio di soste all'autogrill, e poi è arrivato. Il locale sta in mezzo alla campagna. Scarica il furgone, solleva gli strumenti a un metro d'altezza. Strumenti pesanti. Viene rimproverato per il ritardo. Dovrà fare un sound check frettoloso. Mangiare di corsa. Correre dalla pizzeria al locale, due punti diversi della stessa enorme campagna, convivendo col Terribile Segreto del Musicista.

Il musicista ha paura. Si caga sotto prima di salire sul palco. Quel metro lo espone a delle responsabilità. Regredisce allo stato animale. Impaurito, avrà lo stimolo di svuotarsi gli intestini. Lo farebbe in albergo, ma non c'è tempo. I cessi dei locali sono orribili. La porta non si chiude, non c'è tavoletta. Per non parlare di letture concilianti. Niente sapone e carta igienica, ma ha i suoi fazzolettini.
Certe volte la tratterrà anche se sembra impossibile, e lo stimolo sparirà tra il secondo e il terzo pezzo. Altre volte durante una pausa correrà nei camerini, e per la tensione vomiterà nel lavandino.
Finito il concerto, dovrà chinarsi sul pavimento sconnesso. Strecciare cavi, impregnarsi di polvere. La polvere nel buio dei locali non si vede mai. Ma le dita e le mani, e la faccia quando te la tocchi, quelle vedono anche al buio.

Smontati gli strumenti scenderà in sala. Andrà al bancone. Sentirà nomi, dimenticandoli all'istante. Ne deluderà i proprietari colla sua estraneità. Li imbarazzerà coi suoi silenzi alcolici.  Quando decide di parlarti da un metro più in basso, anche la fica migliore del mondo non vale un cazzo.

Altre volte, tutto sommato un cazzo lo vale.

Alla fine, quando l'ultimo ubriaco avrà deciso che è tardi anche per lui, potrà attraversare la sala cogli strumenti e caricare il furgone. Cercare l'albergo su una cartina non aggiornata, quando nelle campagne buie fioriscono nuove rotatorie a ogni primavera. Contarne le stelle, sempre troppo poche. Svegliarne il portiere, esserne maledetto, riceverne chiavi di stanze a volte sbagliate. Farsi una canna guardando nel piccolo televisore della sua stanza pentole in vendita e telefoni erotici. Cadere stremato nel sonno, svegliarsi prestissimo perché la stanza si lascia alle dieci, farlo ancora più presto se vuol fare colazione gratis. Viaggiare, mangiare male per risparmiare, arrivare, scaricare, accatastare in sala gli strumenti. Tornare alla sua settimana di multe non pagate, bollette inevase, solleciti di pagamento, lezioni di musica per arrotondare. Suonare di sabato, a capodanno, a ferragosto e in generale d'estate, guastando rapporti con le compagne che fanno lavori d'ufficio, mangiandosi il fegato con le bizzarrie di quelle che fanno anche loro una vita on the road.

Sentirsi dire: “Beato te, che giri il mondo. Chissà quanti posti vedi, quanta gente conosci”.

Sick aveva suonato per anni. Tastiere, fiati, backing vocals. Non suona più. Adesso compone. Quello gli dà gioia. Un gioco solitario in modi e tempi, che non dipende da altri e non lo annoia mai. Si è comprato una macchina piccola apposta, perché non c'entrassero gli strumenti. Poi, in qualche momento di debolezza, ha scoperto che entravano pure lì. Nani e ballerine l'hanno stancato da un pezzo, e il Tuttigiuperterra pullulava di entrambi.

Ma poi vide il vino in cartone e i liquori dolciastri.

~~~

“Cos'è quella faccia? Dai men, che stasera si tromba!”, e a Sick spuntò il primo di una lunga serie.
La verità era uscita fuori per la prima volta in vacanza. Avrà avuto vent'anni, era al mare in campeggio. Suonavano intorno al falò, girava una canna. “Ma tu, qual è il vero motivo per cui hai voluto iniziare a suonare?”. Grazie al primo inquisito che ruppe l'omertà, la verità uscì fuori condivisa da tutti. La presenza delle ragazze scomparve per un attimo, insieme agli imbarazzi conseguenti. Era una rivelazione. Strana e affascinante. Avevano tutti cominciato per rimorchiare le ragazze. Poi Sick aveva continuato la sua indagine, e quando conosceva musicisti nuovi gli faceva la stessa domanda. Finora avevano risposto tutti così. Anche quelli di nome, di fuori città. Neri, bianchi, tutti. Poi evidentemente la cosa gli piaciuta, e avevano continuato. Non tutti continuano. Alcuni si iscrivono in palestra. Per tenere duro, in entrambe le cose, devi avere passione.

Il Tuttigiuperterra era pieno di fumo, di pistoleri con la chitarra nella fondina e la cartucciera piena di plettri, corde di ricambio, ance e bacchette. C'era anche qualche figa, attenta. Per un attimo Sick rise anche dalla parte destra della faccia. Chissà come sarebbe stato, se avessero dovuto essere le fighe a esibirsi per il mondo. A beccarsi come polli in un gallaio, con i maschi a scegliere. Decise che sarebbe stato palloso anche così, e rilassò la guancia destra.

Ma quando vide la gente che c'era gli cadde anche la sinistra. C'era Pope, cantante sassofonista. Detto così per la sua mole, e per il vezzo di portare uno zuccotto sul cranio pelato. “Habemus Pope!”, disse Stan. Di rimando Pope gli impartì il gesto con cui benediceva usualmente il pubblico alla fine delle sue esecuzioni.
C'era Monk, ma non la falangetta del suo indice destro. L'aveva persa da piccolo, per il solletichino sul polpastrello che gli dava un frullatore. Ma era un pianista rigoroso e scarno, quasi come Thelonius. Sick non lo trovava male. Era un solitario pure lui. C'era Red, batterista pazzo, che tamburellava nervosamente le bacchette sui tavolini. C'era Emy Kranja, un tempo cercatissima come cantante e come donna. Iniziava a essere attempata. Per conservare la voce parlava pianissimo. La teneva dentro una sciarpetta di seta, nonostante facesse caldo parecchio. Dentro la borsetta un campionario di medicinali tradizionali e omeopatici. Propoli, erisimo, le famose acciughe sott'olio, crocifissi e corni portafortuna. Se qualcuno le avesse detto che uno spuntino di prepuzi infantili a metà concerto faceva bene, puoi star certo che ci avresti trovato anche quelli. “Ciao Emy,” disse Stan baciandola sulle labbra, “come stai?”. “Ma hai visto che schifo, tutto questo fumo?”, rispose Emy senza ascoltare, sforzandosi di tossire. “Come fa la gente a ridursi così? Come faccio io a cantare stasera? Col cavolo che salgo sul palco, ci tengo alle mie corde vocali”. Diceva sempre così, bisbigliando con un filo di voce. Nel chiasso Sick non sentiva niente, ma le labbra le si erano mosse nel solito modo. Poi ogni sera saliva, e cantava mica male.

Ma soprattutto c'era Square. Detto Square per la sua forma quadrata. Alto neanche un metro e settanta per novanta chili, Square non aveva collo. O, se da qualche parte lo aveva, doveva essere molto largo e molto corto. Da qualsiasi punto lo guardassi vedevi un quadrato. Un quadrato di faccia, da dietro e di profilo. Aveva capelli folti che teneva cortissimi. Gli crescevano perpendicolari al cranio. Più volte Sick aveva pensato a che fantastici spazzolini da denti potevano uscire da quelle setole.

Sick invece era più alto, non eccezionalmente alto, ed era un fascio di nervi. Soprattutto quando incrociava Square. Quei due erano antitetici, come uomini e musicisti. Tanto prolisso il primo quanto ermetico il secondo. Quando suonava, Square produceva una densità di note che faceva venire il mal di testa. Impressionanti perché nonostante la velocità non ce n'era mai una fuori scala. Sick invece, quando suonava, suonava pochissimo. Sentiva le correnti, i contrappunti degli strumenti, i controcanti. Dove mancava una nota nell'armonia, a quella pensava lui.
Tutti sapevano che i due non si amavano molto. Qualcuno ricordava che avevano un gruppo insieme, una volta. Era durata poco. Scarsa compatibilità. Caricavano il furgone lasciando la chitarra acustica in cima. Appena passato il casello, qualcuno la estraeva e attaccavano i Beatles o Beach boys. Il cantante faceva la voce guida. Qualcuno armonizzava alla terza sopra, la più immediata tra le parti armoniche. Sick, per niente sick in quelle circostanze, faceva miracoli di equilibrismo. Si gettava tra quinte e settime, le parti più nascoste, quelle che nessuno si filava mai. Sembrava polifonico.
Square non prendeva parte al gioco. Non era un gregario, voleva essere protagonista. Contrastava cercando di attaccare discorso, e siccome quelle volte se lo filavano poco, li faceva smettere per telefonare, o per rivendicare pisciate all'autogrill.

Ma in pochi conoscevano il vero motivo del loro scarso affetto. Storie di pezzi comuni, depositati di nascosto da Square a suo nome. Comuni fino a un certo punto, c'era più la mano di Sick. Quando gli chiedevano perché non se la fosse presa più di tanto, Sick rispondeva che mica gli aveva fregato la capacità di farne degli altri. E poi, chiunque li avesse ascoltati con le orecchie aperte, avrebbe immaginato che l'autore non poteva essere quel notevole mitragliere.

~~~

Era pieno di gente,e si sentirono subito tutti gli occhi addosso. Quelli degli altri erano abituati al fumo e alla penombra, i loro no. C'era già chi suonava. Ci davano dentro. Solita formula, un breve esposizione del tema, poi assoli interminabili. Sax o tromba per primi, poi chitarra, piano, contrabbasso e infine batteria. Capivi quanto l'interlocutore fosse smaliziato da vari fattori. Per esempio, l'assolo non poteva durare troppo. Non c'era un limite preciso, ma se lo sforavi facevi sapere a tutti quanto tenevi al loro giudizio, e non sarebbe stato tenero. Potevi ostentare la tua tecnica, ma solo a tratti. Saresti caduto nello stesso errore. Dovevi approfittare dei brevi momenti in cui ti lanciavi, per far vedere in pochi secondi che eri veloce più di chiunque altro.

L'aria era torbida, ma il fumo ne era la minima parte. C'era sudore, per il caldo e la tensione.
Sick ricordava l'atmosfera dei saggi nelle scuole dove aveva studiato. L'allievo strumentista guardava attentamente il collega X che suonava. Se andava bene girava lo sguardo, e diceva tristemente “ È forte, X”. Se invece per un colpo di fortuna usciva una stecca, o una nota sporca o stonata, non tratteneva un risolino che significava 'Lo dicevo, io'. Erano stati ben ammaestrati dai loro maestri, sempre sprezzanti a lezione verso i colleghi, quando i nomi di quelli non fossero palesemente più grandi dei loro. Non si vedevano mai ai concerti degli altri. Solo le jam.

La cosa peggiore erano gli yeah. Almeno gli studenti non osavano. Era un tripudio di yeah, specie quella sera. Li emetteva il protagonista dell'assolo, oppure gli altri sul palco che lo guardavano sorridendo, come a dire 'Sentite questo quanto è forte, non a caso suona con me'.

Era tremendo stare a sentire per quante ore avessero provato frasi fatte in tutte le tonalità, nelle loro camerette di ragazzini, e con che orgoglio ne sfoggiassero adesso il campionario migliore. Se c'era una cosa brutta, pensava Sick, quella è la musica.
Ma non aveva ancora visto niente, perché per il prossimo pezzo stava salendo Square.

~~~

Tutti si stupirono, quando videro entrare Sick. Erano anni che non si vedeva a una jam. Ancora di più, dall'ultima a cui aveva preso parte suonando. Lui, dopo i minimi saluti obbligati, tirò dritto e andò al bancone.
Stan vi era già giunto. Parlava con Red. “Ehi men, guarda un po' chi ho portato! Lo riconosci, quest'orso? Sembra un miracolo, eh? Cosa prendi Sick, brutto stronzone? Il primo giro è mio”.
Sick guardò dietro al barista. Niente vino in cartone, niente liquori Gloriosi.
“Dammi una birra – anzi no. Whisky. Doppio, senza ghiaccio. Per favore”.
Nel frattempo Red, con le bacchette nella tasca di dietro dei jeans, non si perdeva d'animo. Batteva le dita sul banco. E balbettava. Red balbettava da morire. Non glie ne fregava niente, e doveva finire ogni parola che gli fosse venuta in mente. “S-s-s-sono il p-p-p-prossimo, s-s-tasera mi s-s-s-s-ento in forma”, e giù un altro fill cogli indici”.
Sick guardava il bicchiere vuoto. Suonavano Desafinado quando fra capo e collo gli arrivò una gragnuola di note.

'Non è possibile. Non è neanche partito il tema. Non si fa così, non su Desafinado. È una bossanova, che cazzo'. E poi, “Cosa prendete per il secondo giro? Ho bisogno di un secondo giro. Subito.”
“Brutto bastardo, così mi piaci! Un whisky anche per me, ma con ghiaccio! Stasera ti faccio scopare, pazzo di un Transit, vedrai se non ti faccio scopare”.

Quanto a scopare, Sick non era il tipo da farlo a tre giorni dalla rottura con Gloria. Per i suoi lutti aveva tempi di elaborazione piuttosto lunghi. Ma qualsiasi suono mascherasse quelle raffiche di plettro, anche la voce di Stan foriera di scopate, gli andava bene.
Si fece riempire il bicchiere, non doppio stavolta. Sentiva che ne avrebbe avuto ancora bisogno, e decise di andarci piano.
Guardava il suo drink. Sentiva raffiche di sibilanti e plosive scandite dal roscio, ma non fulminanti come le note di Square. Immaginava il suo amico Stan che fingeva di ascoltarlo, mentre scansionava la clientela del Tuttigiuperterra in cerca di ragazze.
Che serata di merda.

Poi avvenne qualcosa.

~~~

Le note dalla chitarra si fermarono di botto. Sick si girò, fu più forte di lui.
Square lo guardava. S'era piazzato sotto un riflettore, e mimava il suo ghigno. Era strano per Sick vedere il suo ghigno su una faccia quadrata. Non era male, doveva ammettere. Tutti guardavano Square, e guardavano lui. Nessuno poteva non accorgersi di quella presa in giro, perché adesso Square suonava pochissimo. Qualche nota ogni tanto. Giusto le tensioni armoniche. Qualche settima più, una nona, una quinta bemolle. Quel figlio di puttana era bravo, aveva orecchio. Riusciva a imitare lo stile di Sick perfettamente. Ma i tempi che sceglieva erano assurdi e caricaturali.
Qualcuno faceva finta di niente, alcuni ridacchiavano. Altri, non tanti ma neanche pochi, ridevano apertamente. Sick era uno che non dava molta confidenza, e in genere per sembrare altezzoso basta molto meno.

Lui non poté trattenere un suo ghigno, buffo in quel momento perché era anche per quello che si rideva di lui. Ma che fare? Sorrise, tornò a girarsi verso il banco, e scordando che era il giro di Red ordinò il terzo drink. Doppio.

~~~

Desafinado finì, e ci furono applausi. Chi voleva rimanere neutrale diede qualche colpetto alle mani. Gli amici di Square le batterono rumorosamente, fischiando e schiamazzando. Gli amici di Sick, semplicemente non c'erano. Ne altrove, né lì. L'amicizia era una cosa troppo più grande di lui. Si era accontentato di Gloria, era quello il suo quotidiano. Fino a tre giorni fa. Non c'era passione.

Square scese dal palco, trionfatore. Square scolò il doppio whisky e si girò verso Stan.
“È a causa tua che sta merda succede. Prestami la chitarra”.
“Ma – tu suoni il piano, non la chitarra”.
“Appunto”.

Andarono alla custodia. “Trattamela bene. Attento alla cinta, quando la infili tieni il jack con la mano che va un po' lento, devo portarla dal liutaio. Ti servono plettri?” “No, niente plettri” “Occhio a non dare colpi fuori dal battipenna, accidenti sei sicuro? Cosa vuoi fare? Lascia perdere, dai, è solo un coglione, finiamola lì”.

Sick non rispose. Si limitò a tenere il jack con la mano mentre si infilava la chitarra semiacustica di Stan, come richiesto. Si diresse verso il palco, era il turno di Red. Non era il solo a s-s-s-sentirsi in forma.

~~~

Erano tutti molto attenti. 
Non è strano, quando ogni svago costa non poco. Sick mise il cavo nell'ampli e guardò Red.
Gli disse: “Summertime”. Lui annuì, e staccò i 4.


Assieme al levare del 3 si levò una cascata furiose di note.

Stan aveva ragione, Sick non suonava la chitarra. Tranne un paio di anni fa. Per qualche mese, in una delle crisi con Gloria si era messo a studiare le parti di Joao Gilberto, chitarra e voce. Aveva imparato quasi subito, a suonare e cantare andando a tempo. Mica facile, con Joao. Lo ascolti cantare con una naturalezza illusoria, ma è pieno di controtempi infernali. Eppure non gli veniva male. Poi la crisi era passata. Si erano goduti le ultime passioni e la chitarra era rimasta lì. Gli erano pure venuti i calli sui polpastrelli. Ma quella era una classica, con le corde più grosse di ferro e quelle fine di nylon. Sick aveva provato solo una volta un'acustica, e solo un'altra l'elettrica. Quelle cazzo di corde metalliche così fini. Come poteva la gente decidere di premere con tutte le forze le proprie dita su lame tanto taglienti? Vaffanculo alle chitarre, elettriche e acustiche. E vaffanculo anche alla classica. Per un po' aveva ancora Gloria da mietere.

Ma quello che stava suonando adesso, quello era conati satanici. Sick si era ricordato le sue scarne esperienze metal da adolescente, finite presto perché con tastiere e fiati da quelle parti non vai lontano. Durante qualche prova aveva scrutato il chitarrista alle prese col tapping, e ora faceva quello.
Teneva premuta una corda coll'indice della mano sinistra, e con la destra batteva i successivi tasti come neanche la segretaria più esperta sulla sua telescrivente.
Su una ballad, poi. Summertime. La più sputtanata. La meno facile da eseguire ancora, dicendo qualcosa. Il suo indice sinistro premeva sempre la nota giusta. Anche il destro se ne allontanava non male, raggiungendo ogni volta l'intervallo migliore. Le regole armoniche erano rispettate. Nessuno poteva dire niente.

Stavolta le risate erano più forti, e più condivise. Quando senti o vedi qualcosa di strano, qualcosa che sfugge alla tua rigidità mentale, quando c'è qualcosa che non arrivi del tutto a comprendere, invece di restare perplesso ti viene da ridere. In quell'esecuzione non c'era nulla di comprensibile. E certo, nessuno aveva mai eseguito Summertime così. Nemmeno i dinosauri del rock progressivo negli anni '70, avevano mai pensato di farla in tapping.

Square era serissimo, ma a Sick non bastava. Si sfilò la chitarra, stavolta violando i consigli di Stan sulla precarietà del connettore. La imbracciò come un mitra. La puntò su un bersaglio che da ovunque lo si guardasse era quadrato. E iniziò a sparare. Raffiche di note, tapping furibondi che però erano puliti. Come facevano i chitarristi a innescare i feedback? Ma certo. Sempre di faccia al quadrato, proseguì il tapping col medio della sinistra, di poco più lento, e si rivolse  all'ampli. Partirono i primi fischioni. Tripudi di feedback, loop, Larsen. Sempre guardando Square.

Nel frattempo gli altri esecutori non osavano staccargli gli occhi di dosso. Nessuno più ricordava di dovere il suo assolo alla gente. Erano gli unici a restare seri. Cercavano di capire cosa dovevano suonare. Gli altri ridevano, chi più chi meno, perfino gli amici di Square. Era una cosa più grande di tutti loro.
Square si vide perso, e alzò verso Sick il dito medio della mano destra. Vistosamente.

Sbagliando di brutto. Non ebbe il buon senso di farlo a metà di un chorus, o di un bridge. Mancava poco alla fine, ed ebbe buon gioco Sick a chiamare il finale al roscio batterista, che nel frattempo si divertiva come il pazzo che era. Sarebbe poi sceso, sibilando a chiunque “C-c-c-che fissa! Ma q-q-q-q-qualcuno ha ripreso? La jam più g-g-g-g-gajarda della storia del T-t-t-tuttigiuperterra!”

Dopo appena qualche secondo dall'alzata di dito di Square la coda del finale era sfumata. E Sick poggiava la chitarra sul suo stand, si baciava il palmo della mano destra, soffiava il suo bacio alla volta di Square, e rimaneva a guardarlo col suo ghigno famoso.
Un clamoroso successo. Applausi scroscianti. La gente voleva offrirgli da bere, si erano divertiti tutti. Grandi pacche sulle spalle e dappertutto, “Ehi, fate attenzione! Dice Stan, solo sul battipenna”, e se ci avesse fatto caso, varie delle ragazze presenti lo guardavano con occhi nuovi.

Raggiunse Stan e gli restituì la chitarra. Ma il suo amico non fece in tempo a parlargli di quegli sguardi, poiché Square si avvicinava a grandi passi.

~~~

Era furioso. Strano come riusciva ad attraversare il locale, planando sul suo quadrato di base. Cuscinetti d'aria, probabilmente, o campi magnetici. Le sue intenzioni erano evidenti: venire alle mani.

“Senti un po' furbone, che voleva dire quella cazzata?”
In realtà Sick non aveva fatto niente di male. Il suo dito medio aveva solo picchiato una corda, senza mai alzarsi all'indirizzo di qualcuno. La sua imitazione era venuta per seconda. Aveva pure baciato, addirittura. Ma è strano come gli attaccabrighe quando sconfitti perdano completamente ogni stile, ammesso che ne abbiano. A iniziare era stato Square. Se ne poteva rendere conto anche un bambino. Cubico, sferico, cilindrico o di qualsiasi altro forma.

“Ognuno è libero di vederci dentro quello che vuole”, gli uscì dal ghigno.
“Io dentro il tuo stomaco ci vedo un bel pugno”, fece Square, e iniziò a caricarlo a testa bassa.

~~~

Quando sai che stai per ricevere un colpo, puoi delineare diverse strategie. Accoglierlo, irrigidendo i muscoli. Pianti i piedi per terra, contrai ogni fibra e offri all'urto un fronte compatto. Stupendo l'avversario con la tua rocciosità. Oppure accompagnarlo, spostandoti nella stessa direzione e sciogliendoti, come predicano le arti marziali.
Quando invece non te lo aspetti, le conseguenze sono varie. Rischi di farti spostare il baricentro dalle scarpe. Barcollare o peggio andare a terra, esponendoti ai colpi successivi e perdendo ogni possibilità di replica (parlo di scontri fuori dal ring e dalle regole conseguenti). Oppure, se il colpo è portato al viso, senti il cervello sciacquare nella scatola cranica, vedi per qualche secondo un lampo di luce gialla, e poi ti spegni.

Una carica di Square non era da sottovalutarsi. Era massiccio, largo di collo, torace, gambe e braccia. Non si capiva se fossero muscoli o grasso. Probabilmente tutti e due. Andava fiero del suo soprannome. Se l'era fatto aerografare sui flight-case dei suoi strumenti.
Sick ragionò quale colpo portare. Un calcio frontale, piegando il busto indietro e cercando col tacco il ventre molle del interlocutore, aprendogli la guardia per proseguire l'attacco. Troppo lungo e faticoso, nonché idea poco funzionale per un cubo che si proietta il baricentro nel vasto quadrato di base. Uno schiaffone, un bello schiaffone d'altri tempi. Poco nocivo ma molto umiliante. Subito scartato perché non risolutivo. Non voleva perdere troppo del suo tempo, specie per una nullità tale.

Oppure un montante.
Montante al mento. 'Montante al mento', pensò Sick. Senti che assonanza. Questa, è musica.

Quando aveva smesso col suo ultimo gruppo, qualche anno prima, Sick aveva iniziato a frequentare una palestra. All'inizio kickboxing, poi pugilato classico. Gli sembrava più armonioso, e lui teneva alle armonie. Con tutto quel mulinare di arti gli incontri di kick gli sembravano una partita a scopa in cui ogni tanto qualcuno faceva uno scacco al re. Però ogni tanto ne frequentava gli allenamenti, perché trovava la preparazione fisica più completa.
All'inizio era una reazione alle cautele pianistiche. Come l'aver comprato una macchina piccola apposta per non ritrovarci gli strumenti. Godeva nel picchiare il sacco, ricordando uno dei suoi insegnanti di piano che aveva rinunciato alla moto poiché tirare i freni poteva causargli tendiniti. Si era anche fatto male a una nocca, e per due anni aveva potuto solo fare “vuoto”, cioè figure allo specchio o contro la sua ombra. Poi uno specialista gli aveva detto che era solo un nervo lesionato che sarebbe rimasto tale, e aveva ripreso. Aveva rimediato in compenso un naso rotto. Un colpo sfortunato durante lo sparring, una guantata di striscio. A detta di tutti, prima Sick aveva un bel naso. Ma c'erano due vantaggi. Alcuni lo valutano, ne riconoscono le cause e lasciano perdere. Gli altri ti vedono secco e basta, e ti sottovalutano perché pesi venti chili di meno. Fra questi c'era Square, che veniva alla carica come un rinoceronte.

Frequentando la palestra, e la gente che conteneva, Sick aveva imparato che in una rissa farsi sotto faccia a faccia come i ragazzini o gli attori nei film era da stupidi. Il minimo che rischiavi era una testata sul naso, o una ginocchiata al basso ventre. Molto meglio alzare le braccia, a mani aperte e sguardo di lato come a dire “lasciamo perdere”. Piede e spalla sinistra avanti e il resto dietro, per caricare il tronco. All'improvviso, se decidevi di andare avanti, il tronco ruotava e la mano destra partiva. Un braccio anche grosso peserà dieci chili, un tronco che ruota molto di più. Se poi ci aggiungi quasi un quintale che ti viene d'incontro, l'impatto sarà devastante.

Per un montante conviene tenere le gambe leggermente piegate, e alzarle durante la rotazione. Il pugno parte dal basso, e trova il mento dell'avversario a breve distanza. Fra i colpi da ko, il gancio è il più vistoso e il più potente. Il montante è più discreto, gentile, direi quasi rispettoso. Ma se portato bene non lascia scampo.

Square andò Tuttogiuperterra. Lungo disteso.

~~~

Sick si girò verso il banco, e stavolta ordinò una Coca cola. Non aveva strumenti suoi da riporre, e non voleva star lì a farsi coinvolgere dagli sviluppi.
Bevve la Coca cola e fece per andarsene. Stan lo seguì, la serata era rovinata.

Nel corridoio che portava all'uscita andavano contro corrente. La gente che era uscita tornava dentro a vedere, voci dicevano che c'era stata una rissa. “Hanno mandato lungo Square”. “Come si fa a mandare lungo uno Square?”. “Magari casca su un altro lato, ed esce un  numero diverso”, rideva qualcuno.
Però una di quelle facce era preoccupata. Era di una donna. Gloria.

Si incrociarono per un attimo. Gli occhi di lei erano astiosi e preoccupati. Per la possibile reazione di Sick, nel rivederla. E anche per altro.
Lui se ne rese conto quando lei lo oltrepassò, arrivò al bancone, si chinò e prese le setole di Square tra le mani.
Le accarezzava affettuosamente, “Amore, come stai?”
'Amore'.

Così passò via Gloria dal mondo. Guardando la scena, Sick rise. Ecco qual era la sua nuova passione: la geometria tridimensionale. Non poteva crederci, né alla scena che vedeva, né a quanto poco gliene importasse.
Anche perché non aveva tempo da perdere. La serata non era ancora finita, e se faceva in tempo poteva portarsi appresso Stan in un altro locale, salire sul palco e improvvisare altre performance.

Doveva solo decidere come. Se andare a un concerto di metallari coi vestiti larghi da rapper, o a una serata hip-hop a rappare in growl coi jeans di pelle del metallaro.
C'era ancora così tanta Gloria da rimuovere, nel mondo.


domenica 5 ottobre 2014

Vita di un povero stronzo

















Tanto per cominciare, nacque. Mostrando già una certa propensione alle stronzaggini più povere.

Presto iniziò a manifestare curiosità.
“Perché il cielo è azzurro?” Perché devo fare sempre quello che dici tu?” “Dove andiamo quando moriamo?” “Come si fanno i bambini?” “E io dov'ero, prima di nascere?” “Come si scompone il quadrato di un binomio?”. E anche domande più difficili.
Anche qui c'era un vago sentore di merda. Come fai a porre quesiti complessi, in un mondo che viaggia a folle velocità? Chi vuoi che abbia il tempo di rispondere? L'autoferrotranviere? Il farabutto? Il voltatore di pagine per pianisti?
Anche la mamma aveva sempre da fare, preoccupata com'era di allevare la propria proiezione di figlio.

Quando fin dall'inizio vedi che tutti si lasciano inghiottire dall'alta velocità, facile che decida di rompere gli indugi. Salti anche tu su un treno in corsa. Il primo che ti passa vicino. Nella fretta, solo un mago o un indovino prenderebbero informazioni sulla sicurezza. Per non parlare della destinazione. No. Preoccupato dalle perdite di tempo, il tizio medio prende e sale. Dimenticando presto ogni interesse. Personale, soprattutto.

Ultimati gli studi, eccolo incappare in un lavoro senza senso fino all'ultimo giorno. T'interessa davvero quale sia? Vuoi vedere se è meglio o peggio del tuo?
Io fossi in te non rischierei. Basterà appena per la spesa al supermercato. Le bollette. La tessera dell'autobus. Più raramente, per qualche litro di benzina.

Strano come ci si interessi a un personaggio tanto dozzinale. Non è vero? Fino adesso, non è che spicchi per originalità. Cos'è, immedesimazione? Fossi in te mi preoccuperei.

Veramente, qualcosa di peculiare c'è.
Vuole sempre bene a tutti. Sorride sempre. Tutti lo calpestano.

Facciamo finta che lavori in un'edicola. Non di proprietà, naturalmente.
Infestata da vecchi in pensione. Sfogliano le riviste fin dalle prime ore di luce, proseguendo per un sacco di tempo. Tutta la mattina. Arrivati quasi alla fine, le rimettono nel raccoglitore. Spiegazzate. Poi si allontano brontolando, lasciando il resto della giornata a categorie più produttive di persone.

Nel frattempo il nostro amico ha riflettuto su ogni vecchietto. Sulla scoppola d'altri tempi. La giacca che indossa, colle toppe sui gomiti. Gli raddrizza la gobba. Gioca con la sua faccia. Gli ringiovanisce i lineamenti. Se lo immagina alle elementari, o addirittura all'asilo. Se ha la mascella squadrata lo pone tra i prepotenti. Chissà perché erano così prepotenti, i prepotenti. Quali angherie li avranno resi tali? Quali soprusi, subiti chissà da chi. Invece un mento aguzzo e sfuggente, una bassa statura o dei baffi grigi, glielo fanno immaginare ai margini dei giochi, a guardare gli altri bambini che si divertono. Gli si stringe il cuore. Per tutti.

Qualche volta potrebbe passare il titolare. Rimproverarlo per lo scrocco e l'usura dei beni. Deriderne la dabbenaggine.
In questo caso, lui lo guarderebbe muovere la bocca. Affascinato. Penserebbe 'Mi dispiace, veramente. Chissà che litigata colla moglie, stamattina. Anche la moglie, poveretta. Perché è sempre così nervosa? Forse una ruga in più, scoperta nello specchio? La menopausa? Deve essere brutta per forza, la menopausa'.

Vuoi sapere altro, su di lui? Cosa t'interessa? Se è sposato oppure no? Se lo fosse, gli invidieresti mai la moglie? Oppure, se fosse single, pensi che riuscirebbe a spassarsela?

Questo voler bene a tutti, indiscriminatamente. Questa prerogativa, così originale. Che pretesa assurda, quando tu e gli altri viaggiatori del treno in corsa cercate altro, con determinazione feroce.

Per esempio, farsi volere bene. Da tutti. Da chiunque. Non è ben più urgente anche per te?
Trovi quasi imprescindibile farti voler bene da tizi che neanche conosci, neanche stimi, neanche t'interessano.

Oppure, essere cattivi. Il titolare dell'edicola sei tu. Sei tu il bullo che si rivale delle proprie frustrazioni sul più debole. Sei la megera triste per le sue rughe, che vuole vedere gli altri tristi più di lei.

Tipi come quel poveraccio t'innervosiscono. Come fa a essere calmo, con tutti i rospi che butta giù? Come può sopportare una moglie scialba, o peggio inesistente? Come fa a uscire dal letto caldo in un'alba fredda, per darsi in pasto a pensionati e nullafacenti, ogni mattina della sua vita? Chi lo trattiene dal mollare ganci a quelle mascelle inopportune? O almeno, dal rigargli l'automobile?

Cosa avrà da sorridere, quel mentecatto. Guardalo commuoversi dietro ai suoi vecchietti e a ogni altro rammollito. Non ci crederesti, ma ha davvero gli occhi rossi. Si gira e li asciuga per non farsi vedere. Poi torna a sorridere. Risus abundat in ore stultorum. Che povero stronzo. Che bellissimo stronzo. Non ha occhiali alla moda. Niente camicie colle iniziali in basso a destra. Moto o macchine degne di attenzioni. Nessuno lo vede, nessuna lo guarda. Le opportunità gli sfrecciano attorno. Correnti frettolose lo levigano come un ciottolo millenario. Che nervi, che rabbia. Lo prenderesti a schiaffi, non è vero? Solo a guardarlo ti fa venire l'orticaria. Ma non s'era detto che nessuno lo guardava? Bisognerebbe andare lì in tre o quattro, che lo tengono fermo, e scaricargli i pugni nello stomaco. Schiaffeggiarlo miliardi di volte, con schiaffi piccolissimi, ma numerosi al punto di estirpargli le guance, e a lungo andare la vita. Varrebbe la pena consumarcisi le mani, su guance così stupide. Vedere se poi sorridono ancora. Non ne avrebbe più la capacità gestuale; ne avrebbe la voglia, ancora? Forse dopo milioni, ma miliardi no. Imparerebbe cosa sia la cattiveria.

La cattiveria. Della gente cattiva veramente. Quella che urla contro chi la schiaccia sul vagone pieno, su cui era salita schiacciando gli urlanti precedenti. Quella che in fila alle poste si lamenta della gente, che in fila alle poste sa solo lamentarsi. Che quando va a votare il consueto schieramento s'indigna coi votanti che votano, nonostante tutto, sempre gli stessi candidati.

Questa, è cattiveria. La vera cattiveria. Che inaugura ulcere e stimola gastriti. Che sradica i sorrisi dalle vite. Che non ne tollera altri su altre facce, impermeabili agli orrori quotidiani, affezionate a lavori folli e criminali, a rapporti piatti e putrescenti. Facce amichevoli perfino con te, che volentieri gli faresti da microschiaffeggiatore seriale, pur di schiacciarti i bubboni dell'intolleranza e spurgarne fuori il pus.

Solo allora smetteresti, fino al prossimo episodio. Non tolleri la calma, quando non ne disponi tu. Non la bellezza, la ricchezza, l'umorismo. La tolleranza, la sobrietà, gli slanci. Sottometti i deboli, perché coi forti non ce la fai. Per placare la tua rabbia tenti di uccidere la serenità altrui, continuando nel frattempo a cercare di piacere a chiunque. Cani e porci. Sei talmente assurdo da essere geniale, se solo non fossi una replica di miliardi di esemplari di ogni epoca e luogo.

Sei un povero stronzo, ma incuriosisci.
Tanto da scriverti la biografia.

lunedì 22 settembre 2014

Il peggiore amico dell'uomo
















Stavo al pc a giocare a Spider, quando nella stanza si levò un sospiro. Era il dannato sacco di pulci.

Non c'era da sbagliarsi. Coi suoi sospiri il bastardo voleva dire: 'Che inizi a fare un'altra partita, se quando sbagli fai CTRL+Z? Lo Spider di XP almeno faceva annullare solo fino all'ultimo cambio di carte, e qualche volta si poteva perdere. Con Windows 7 puoi tornare indietro fino all'inizio. Si vince sempre. C'è solo un piccolo contatore di mosse in basso a destra, a segnalare l'imbroglio'.

Il bastardo aveva ragione. Ho una percentuale di vittorie del 100%. Ma se i programmatori hanno lasciato la possibilità di annullare, perché mai non dovrei servirmene? Perché 'non vale'? Ma che vuol dire 'non vale', se nessuno ti controlla? Dovresti essere tu, a controllarti? E se sgarri che succede? Metti su peso? Ti esce il sangue? Piange Gesù?
Lo ignoravo e ricominciavo. Ma l'eco di ogni sospiro rimbalzava sull'intonaco per minuti. E quando la coda dell'eco pareva smorzarsi, ecco che ne partiva uno nuovo.


Sospirava, e basta. Sapeva che con una protesta più esplicita avrebbe ottenuto rimproveri e punizioni. Niente strattoni o suoni molesti. Solo sospiri. Insopportabili. Isolati ma regolari. Gocce dal rubinetto che impediscono di addormentarti. Se il primo sospiro potrebbe essere casuale,  il secondo e il terzo preludono a una lunga catena.
Vediamo quale catena si spezza per prima, la sua o la mia. Quale ha gli anelli più fragili.

Ignorarli è peggio. Si manifestano segni nuovi.
Sono segni di piccola taglia. La pelle invecchia più in fretta. I peli del naso e delle orecchie crescono più veloce. Gli occhi perdono più gradi del solito. Le sopracciglia diventano lunghe e si ispessiscono, come quelle dei vecchi che giocano a carte nei bar senza annullare mai.


Quell'animale lurido ti segue dappresso e non ti molla più. L'hai svezzato quando era un cucciolo inetto. L'hai cresciuto, corretto, educato. L'hai nutrito, e con le forze che ne ha tratto, ora s'impone.
Per lui giocare a Spider non è uno spasso. Sa bene che si vince sempre e si perde tempo.  Vorrà andare a pisciare sulle cose. Annusarne altre. Ringhiare contro i suoi simili e cercare di riprodursi. In società non mancherà di imbarazzarti. Le sue terapie ti faranno spendere una fortuna dallo specialista. Le sue pappe sono altezzose e costosissime. E se vai al risparmio, t'indurranno sensi di colpa. I suoi svaghi, periodici e inderogabili. Pretese assurde, per uno non autonomo come lui.

Metti un aperitivo al bar. Siedi a una tavolata di amici. All'aperto. Ti godi il clima mite, e la lista degli aperitivi. Chiaramente hai dovuto portare anche lui. Lo sciogli, e per la felicità si mette a saltellare dappertutto.
Quando vieni da una giornata di lavoro, e quell'aperitivo è il primo momento in cui provi a rilassarti, non c'è niente di più molesto di quella carogna appena sguinzagliata. Sei lì che sorseggi il tuo drink, facendolo durare il più possibile per legittimare l'occupazione del tavolo presso il gestore del bar. Cerchi di disprezzare in pace i tuoi vicini, che come te non propongono argomenti di conversazione, ma guardano la gente che passa e poi si arrendono al proprio smartphone. Come puoi impegnarti nelle tue faccende, coi suoi latrati eccitati in sottofondo? Qualcuno prova a ignorarlo. Altri tirano qualcosa lontano, nella speranza di guadagnare qualche secondo. Ma lui ritorna sempre. E non provare a tenere in mano roba vagamente commestibile. Nella migliore delle ipotesi starà lì a guardarti, sbavando sui tuoi migliori jeans. Nella più probabile, abbaierà finché non lo farai partecipare alla tua mensa.


Ma adesso basta divagare. Sono a un punto morto. Non rimane che un cambio di carte, e ho completato solo un seme. Farei prima a ricominciare, 'CTRL+Z' fino all'inizio. Ma se ricomincio io, ricomincia pure lui. Stacco gli occhi dallo schermo e lo considero. Immagino la sua faccia senza espressioni legata al guard-rail, dalla mia macchina che riparte.

“Ok bastardo”, faccio staccando indice e mignolo dai tasti M ('Suggerisci mossa')e D ('Dai carte'). “Andiamo al parco a leggere un libro”.
La sua eccitazione è palpabile ma composta. Sa bene che al minimo errore la sua passeggiata va a puttane.

Preparo guinzagli, museruola e medagliette. Pastoie, con le quali condurlo in ambiti urbani. Mi comporto bene, io. Ci tengo alle convenzioni sociali. La responsabilità per i danni causati dal suo comportamento ricade sempre su di te. E comunque devi sempre raccoglierne le stronzate, e avere con te strumenti idonei alla raccolta delle stesse.

Entriamo in macchina. Faccio partire il cd, dalla traccia che ascoltavo l'ultima volta. Shaker song, dei Manhattan Transfer. Pare gradirla. Sostiene che gli provochi orripilazioni piacevoli. Difficile dire se sia vero, ma in effetti dà i brividi anche a me. Tranne il finale, dove hanno appiccicato gli assoli più forsennati e pacchiani. Quando invece non siamo soli, se faccio partire la musica protesta. Sembra quasi che voglia concentrarsi sulla conversazione. Anche qui, non gli do torto. Se si ascolta musica bisogna alscoltare la musica. O almeno parlarne. Sennò si sta zitti, o la si spegne per parlare più comodi.



Arriviamo al parco. Scelgo una panchina e mi ci siedo. Sciolgo il bastardo e apro il libro.
Ci sono altri bastardi, coi loro accompagnatori. Non sempre educati, né i primi né i secondi. I secondi basta osservarli, e qualche dettaglio te ne svela lo spessore. Può essere l'orribile suoneria techno di un cellulare, lasciata suonare per un tempo non funzionale
da un signore di mezza età. Oppure un richiamo non lanciato al momento opportuno, o fatto senza alcuna convinzione. Io, lo ripeto, continuo a comportarmi bene. Mi preoccupo che il mio non dia fastidio a nessuno.

A questo punto tu, che hai fatto altre scelte, potresti chiedermi: ma chi te lo fa fare?

È vero. Ci sono un sacco di lati negativi. Tutti quelli che ho detto, e non solo. Però ce ne sono anche di positivi.
Ad esempio, hai un rapporto semplificato con un essere che puoi controllare quasi completamente. Può fare tutti i capricci che vuole, ma l'ultima parola spetta a te. In quali altre relazioni puoi assaporare sensazioni tanto deliziose di potere quasi totale?
Devi solo rinunciare ad alcune delle tue libertà personali, in cambio. Perché, tu ti credi libero? Ognuno decide i gradi di libertà entro cui muoversi. E poi, non ti senti mai solo.
Detta così, sembrerebbe una scelta saggia. Eppure da valutare c'è anche altro. Ti racconto un fatto.

Un vantaggio della situazione, lo saprai anche tu, è che in queste situazioni arcadiche è facile rimorchiare. Il bastardo va a caccia di prede con cui accoppiarsi. Le prede potenziali sono incuriosite dal bastardo. E si tirano appresso le loro accompagnatrici. Non sempre graziose o tali da interessarmi. Ma qualche volta sì. Si inizia a parlare, ci si siede insieme, si commentano le loro evoluzioni. A volte si concordano accoppiamenti. I loro, e non solo.
Mi alzo dalla panchina, stavolta in compagnia.

Ci mettiamo d'accordo per un aperitivo.
Si vuotano i bicchieri. “Io per stasera non ho impegni. E tu?”
“Nulla a cui non possa rinunciare”.
Sogghigno pensando che finalmente c'è riuscito, quel sacco di pulci, a farmi passare la voglia di premere CTRL+Z.

Devi sapere che, con un bastardo letamoso appresso, difficile che ti facciano entrare al ristorante. Gli altri avventori tengono alle buone maniere. Un altro punto a suo vantaggio. Sono invitato a cena, direttamente in una casa privata. Finalmente il bastardo si sdebita della mia dedizione, almeno in parte, facendomi saltare tappe obbligate.


Lei cucina bene, ma io penso ad altro. Lo penso e poi lo faccio. Seduti sul divano, all'improvviso le sfioro una guancia e le do un bacio. Perdiamo presto i vestiti.
Sembra eccitata, e questo eccita sempre anche me. Da quel bacio scendo più in basso, ne do altri in posti diversi, le vado sopra e le sono dentro. Inizio a darmi da fare.

Dopo un po', qualcosa mi distrae. È quel'aborto pulcioso. Non le basta la sua, di preda. Mi ha percepito distolto da lui, e rivuole attenzioni. Lo sento abbaiarmi nella testa.
L'altra bastarda è più educata. Resta tranquilla e al posto suo. Si vede che è abituata a lasciare in pace la padrona, quando è opportuno. Alla fine non ero poi granché, come addestratore.

Inizio a sudare. Molto. Le gocce si staccano. Rischiano di finire addosso alla mia partner. Provo a deviarle, ci riesco per un po'. Poi mi arrendo.
“Hai dei fazzoletti?”
“Prendi un asciugamano dall'armadio”.
Mi stacco, e tutto finisce.

Il problema di rimorchiare in questo modo è che poi una volta a letto vorresti stare tranquillo e lasciarti andare. Ma come si fa? Quella sporca bestia ansima anche lei. Vuole giocare. Essere della partita. Mica puoi alzarti e prenderlo a calci. Rovineresti tutto.

Prima di allevarne uno tuo, pensaci bene. Da piccoli sono carini. Curiosi, sempre allegri.
Poi a un certo punto li spereresti in grado di badare a se stessi. E invece no. Lontano da te sono perduti. Gli abbandoni sono proibiti. Non vuoi certo finire al telegiornale, nel generale
raccapriccio. E poi, come potresti separartene. Non sarebbe mica possibile. Al limite potresti sedarlo. Anche per sempre. Definitivamente.

Perché, contrariamente a quanto hai pensato finora, il miglior nemico dell'uomo è il cervello.
Non il cane.

martedì 12 agosto 2014

After Dark

















Quante parole si dicono al giorno?
Facciamo un calcolo. In un libro famoso come I promessi sposi, nella traduz. di A. Vacconi, ce ne sono 220.174. Per 550 pagine, ediz. Immondadori. 400 parole a pagina.
Quanto tempo ci vuole, per leggerne una a voce alta? Facciamo 5 minuti.
Quanto si parla in media in un giorno? Supponiamo 3 ore.
Sono 14.400 parole.
In un anno non bisestile, più di cinque milioni.

After Ego era superiore. Pur facendo una vita poco mondana, la quantità di cose che era capace di dire quando era in forma, e il numero di ore in cui poteva parlare ininterrottamente e prendendo fiato pochissime volte, raddoppiava il totale precedente.
After Ego era uno da almeno dieci milioni di parole all'anno.

Per il lavoro che faceva, doveva sempre parlare un sacco. Ma ora era in vacanza. I mesi estivi li trascorreva al mare, nel paese di origine della famiglia paterna. Cogli amici di una vita teneva banco per ore e ore, senza stancarsi mai.


Era un abitudinario. Le sue giornate erano tutte uguali. Sveglia a metà mattinata. Corsa sul bagnasciuga, o esercizi a corpo libero. Mare per tutto il giorno. Pranzo di macedonie, caffè e sigarette nel capanno da cui erano usciti i più bei dischi degli anni '80, e spuntati ogni estate i migliori gelati. Verso le sette, aperitivo analcolico cogli amici. Cena in famiglia rigorosamente alle otto. Nel paese d'origine After Ego tornava figlio anche da grande. Partita a carte cogli zii, e dalle undici in poi faceva le ore piccole al Chiosco, nella Villa Comunale.

Questo Chiosco aveva una storia. Era una costruzione, piccola e ottagonale, di parecchi anni prima. Forse dei primi del novecento. Ricovero di ragazzini durante il giorno, che quando finivano di giocare a pallone vi facevano pipì. Di sera, luogo di iniziazioni dei più grandi.
Quando After era passato allo status di Più Grande, era a disagio nel farsi passare le cannette seduto nell'antico pisciatoio. Ricordava bene il suo punto preferito, sul lato a ore 2 coll'ingresso alle spalle. S
ulle prime tendeva a evitarlo. Poi aveva pensato che ogni centimetro quadrato era stato annaffiato da chiunque, e quello era tornato il suo posto preferito. Anche per sedersi. Almeno la pipì era la sua.

Uscendo di giorno dal Chiosco, specie nelle ore più calde, eri stordito dal frinire delle cicale, e dall'odore degli aghi di pino che rosolavano al sole. Di notte invece l'umidità ti trafiggeva con aghi più gelidi.
Da ritrovo di tossici e ragazzini incontinenti, preso in gestione da tipi del posto, era diventato il riferimento diurno di colazioni, pranzi e aperitivi per famiglie vacanziere. E di notte, il centro di attrazione gravitazionale di chiunque avesse dai 20 ai 35 anni.

In una di queste sere, After Ego era in pieno delirio logorroico. Gli amici non smettevano di passargli le cannette, e lui si lasciava uscire ogni pensiero senza filtri. After era contento. Certe volte temeva di incarnare il vecchietto dei saloon, a cui si offrivano cicchetti perché ballasse. Ma a lui andava bene così. La sua lingua per ballare non aveva bisogno di schivare i colpi di una Colt.

A un certo punto, da un tavolo lontano, ecco entrare in scena Johanna Dark. Comparve da contesti meno pirotecnici della sua storica omonima. Stava con altra gente. Emanava un qualcosa. Quel qualcosa riuscì a distrarre After dai suoi conati verbali.

Lui ne cercava gli occhi. Provava per istinto a iniziare una di quelle storie di sguardi, infinite e sostitutive di storie più concrete, che intraprendeva con le ragazze che riuscivano a catturare la sua curiosità.

Ma Jo non si girava. Rideva cogli amici suoi. Poi diventava seria, e stava zitta a bere per interi minuti. E dopo un po', tornava a ridere.
Quella sera After Ego la finì così. In silenzio. Strano, pensavano gli amici
suoi. Ma alle sue stranezze si erano abituati.

Il giorno dopo After si allenò distratto. Diverse volte nel farsi la barba si sgarrò (“Che hai usato oggi, una bottiglia rotta?” - “No. Carta vetrata”). Andò al mare. Prese svogliato i suoi bagnetti, e mangiò con poco appetito la macedonia di frutta sigarette e caffè. Aperitivò silente. Cenò, perse a carte in fretta e andò a vestirsi bene per la serata. Scese al chiosco, localizzò gli amici e si sedette al tavolo. Lei non era ancora arrivata.

Lo fece un'ora dopo. Era nervosa. Sembrava turbata. A un tavolo c'erano le persone con cui era stata la sera prima. Qualcuno After lo conosceva, ma erano più piccoli di lui
di qualche anno. In un posto dove vai in vacanza fin da ragazzino qualche anno crea muri generazionali. Un altro tavolo, rispetto alla sera precedente. Ma sempre lontano.
Lei arrivò parlando nel suo cellulare, li superò senza salutare, e andò a sedersi su una panchina periferica.

Durante il giorno s'era informato. Senza far trapelare il minimo interesse. Johanna Dark era originaria del luogo pure lei, un po' più piccola di lui, e al mare ci andava in agosto. After ad agosto era stato sempre trascinato in montagna. I suoi amavano la montagna. In montagna bisognava camminare. Portare indumenti sacrileghi, quando nel resto del mondo pianeggiante fiorivano le estati. Non si prendevano bagnetti praticamente mai, anche se After aveva aperto gli occhi sott'acqua per la prima volta in Trentino, in una piscina all'aperto, a 25 anni.

In più Johanna aveva un fidanzato
storico. Egli era in lite cogli intraprendenti imprenditori del Chiosco. Così anche Johanna l'aveva sempre evitato. Si diceva che fra i due si fosse incrinato qualcosa, quell'estate. Ed eccola là, su quella panchina periferica. Lei, il suo cellulare e una bottiglia.

Ci sono muscoli involontari, nelle orecchie. Stapedi, si chiamano. Responsabili dell'aumento dell'acuità uditiva. Quando in una conversazione vuoi concentrarti su un parlante specifico, si tendono come i tiranti di un tamburo. Automaticamente.
Quella sera After Ego riusciva a controllarli. Nonostante la distanza, di intellegibile captò un “No!”, e un “ma porca puttana,” seguiti da frasi meno chiare.
Poi il cellulare si staccò dalla sorgente di quelle emanazioni così magnetiche. Finì in una borsa, e a godere il privilegio della vicinanza toccò alla bottiglia.

Di alcune persone non si vede mai il coraggio. Poi magari, dopo anni di remissioni, di fronte a un sopruso anche minore all'improvviso reagiscono mandando l'imprudente k.o.

After Ego era famoso per la sua inconcludenza con le ragazze. Quando andava all'università, per anni interi era stato capace di arrivare in orario, lui così poco puntuale, nelle lezioni frequentate dalla Ragazzina Dai Capelli Rossi. Anzi, arrivava 10 minuti prima. Si piazzava sulle scalette che portavano alle aule, e fumava una Chesterfield light (prima di aver scoperto che era meglio il tabacco sciolto). La guardava arrivare, e abbassava lo sguardo per primo. La tattica pareva funzionare. Un giorno lei era scesa a testa bassa, mentre l'amica guardandolo fisso a un certo punto disse “Lui?”.
Tutto il resto di quella Ragazzina era diventata più rosso dei suoi capelli
rossi.

Addirittura studiava. In sala lettura, chiaramente. Si diceva che la Ragazzina Dai Capelli Rossi ogni tanto vi apparisse pure lei.
In una delle sue pause frequenti era uscito per un mocaccino al distributore. Rientrato, l'aveva scorta sistemarsi le cose nel posto affianco al suo. Il suo cuore impazzito aveva preteso che riuscisse subito. Non nei suoi intenti, ma da quel sacro luogo di studio. Egli aveva con sé il suo pacchetto di Chesterfield light e l'accendino. I pochi spicci che aveva, gli erano già valsi i favori della macchina del caffè. Niente telefono, portafogli, chiavi della macchina.
Rimase nei corridoi, digiuno di vettovaglie e
amori per tutto il giorno. A sera, dopo averla vista uscire da lontano, poté ritirare le sue cose, e tornarsene a casa.

Un'altra volta, a fine luglio, era in città a preparare l'ultimo esame. Avendone scoperto sul foglio delle prenotazioni il numero di casa, le aveva fatto diverse telefonate mute.
Alla fine s'era rassegnato.

Come in trance agonistica, After s'alzo. Sentiva i commenti mordaci degli amici, che all'improvviso sapevano il perché delle domande durante il giorno.
Andò verso la periferia, e si sedette sulla panchina.

Lei aveva gli occhi gonfi e beveva. Lui le porse una delle due sigarette che aveva confezionato. Lei allora lo guardò.

Un'altra informazione carpita in mattinata era che gli occhi di Johanna Dark spaccavano i culi.
Tanti, negli anni, ne avevano spaccati. A 11-12 anni After si appassionò alla pesca dei granchi. Si portava appresso il fratello e le cugine più piccole, e se ne andava al molo in bicicletta. Dopo pranzo non si poteva andare al mare. Il sole bruciava, ed era un pericolo per le pelli delicate degl'infanti. Stranamente il divieto non valeva per posti altrettanto solatii. Sul molo il sole picchiava. Picchiava di brutto. Quei ragazzini riuscivano comunque a starci sotto, chini sugli scogli. Fino alle quattro, quando i divieti balneari si sbloccavano.


Per la pesca del granchio ci volevano: un secchiello, e un coltello appuntito.
Arrivando al molo in bicicletta passavi accanto a un'incannucciata. Colla parte tagliente del coltello tagliavi la tua canna. Una volta giunti, cercavi una lenza. Non troppo aggrovigliata. I  pescatori ne lasciavano sempre in quantità. Poi, colla punta, staccavi una patella. Buttavi via la conchiglia e la infilzavi in un bastoncino corto, che legavi al terminale della lenza. La facevi calare lentamente vicino alla tua preda. Il granchio, se non scappava, iniziava a interessarsi. Aspettavi che la attaccasse colle chele, e quando era attaccato lo tiravi su. A quel punto entrava in gioco il secchiello.


Il gioco finì l'estate dopo. Un signore a pancia nuda, da sotto il suo berretto da pescatore, disse loro: “Quanti ne avete presi. Che bravi! Ma poi, che ci fate?”
In effetti, mica sapevano quale fosse il fine ultimo delle ore spese nella pesca al granchio. Dev'essere così che finisce la maggior parte dei giochi infantili. Scoprendo che non hanno altro scopo che il divertimento contingente.

“Poi li ributtiamo in acqua”.
“Ma no! Guardate qua. Dovete prenderli” - ne prese uno - “, levargli le zampe” - sfogliandolo come la margherita dell'innamorato - “, staccargli la corazza” - sollevandola, asportandogli ad esempio gli occhi - “ e poi sentite quanto è buono.”

Quello, per i ragazzini, fu l'ultimo giorno di pesca. Per After specialmente. Da quel giorno non poté più toccare un invertebrato. Già i granchi li faceva liberare dal fratellino più piccolo, visto che a lui facevano impressione.



Ma non è dei granchi e degli orrori conseguenti che parla questa storia.
Fra l'incannucciata e il molo c'era un tratto scoglioso. Fin da ragazzino After lo guardava con curiosità. Era una specie di rimessaggio. Ti ricordi cosa spaccavano, gli occhi di Johanna Dark? I culi. Spaccavano i culi. Su quel tratto scoglioso, di anno in anno più coperti dalla salsedine, After ne aveva notato i primi pezzi. Nessuno li spostava, o ne rubava. Se n'era chiesto l'origine. Ora che i mezzi culi erano una distesa sterminata, quell'origine la conosceva. Gli strati di salsedine ne decretavano l'età meglio del carbonio 14.

E adesso quegli occhi guardavano lui.
Truccatissimi. Johanna era Dark. Ad After
sulle donne non piacevano i trucchi. Ma pur truccati, quegli occhi potevano fare sfracelli. Anche su di lui.

Come reagiresti se, mentre ti lasci col ragazzo, ti si siede accanto uno che non hai mai visto, e con intenzione evidente ti porge la più inopportuna fra le sigarette?

Johanna Dark, sdegnata, fece per alzarsi.
After Ego, che già dirigendosi verso quei luoghi aveva superato sé stesso, veniva da una serie di possibilità che avevano attraversato diverse ere geologiche.

Anni prima, sarebbe stata l'ennesima storia di sguardi inconcludenti.

Anni dopo, all'ennesimo incrocio di sguardi, sarebbe andato e le avrebbe detto “Non pensi che in un paese civile dovrebbe esserci una legge per cui se due persone si guardano negli occhi per la decima volta in una sera verrebbe d'obbligo almeno un caffè?”

Invece, alla contrazione di ogni muscolo elevatore, la mano sinistra di After si spostò sulla spalla di lei in tempi infinitesimi, impedendole l'alzata. Lei ricadde sulla panchina, e prima che le sue ghiandole iniziassero a secernere i sacri ormoni dello sdegno, l'indice destro di After fu davanti al naso del suo padrone. Poi, indice e occhi si sollevarono a indicare un buco tra i pini.

Johanna Dark si trovò a seguire quegli occhi, il dito e il suo stupore, verso il punto indirizzato. E in alto, nel varco tra i pini, c'era la luna.

Niente lune bellissime, quella sera. Era una luna acquosa. Sfumata. Non tagliente come un'unghia, né piena o colorata. Ma annacquava le radiazioni nocive del cellulare, ancora caldo nella borsa. E le voci lontane dei nottambuli. All'improvviso Johanna vedeva come il verde dei pini, i bagliori lunari, l'azzurro del cielo e il bianco delle nuvole, erano tutti dello stesso colore scuro. La luna e i suoi capricci millenari ne filtravano ogni resistenza cromatica. Si trovò tra le labbra la sigaretta rifiutata. Intanto il tempo, sorpreso, tratteneva il fiato.

La mano destra di After – ricordi dov'era? - dalla spalla sinistra di Jo passò a carezzarle la testa. Leggera, senza pressioni di nessun tipo.
Nessuno sa dire con certezza quanto passò. Probabilmente il tempo di combustione delle due sigarette. Poi, After Ego si alzò, le sorrise e tornò al tavolo a riscuotere il suo pegno di derisioni invidiose dagli amici.

~~~


Il giorno dopo, quando After era al mare, si verificò il secondo fatto strano.
Verso le 18, Johanna fece la sua comparsa.

Da informazioni raccolte, al mare Johanna non ci andava mai. La sua carnagione dark era troppo chiara per i raggi di un sole mediterraneo.
Era un evento, quello. Si fermò al capanno, sotto la veranda. Telecomandato, After si alzò. Fiorivano d'intorno le argute telecronache degli amici. Completamente sordo, gli stapedi stavolta non servivano più a niente, le fu vicino. Lei lo guardava senza sapere cosa. Lui riutilizzò il suo indice d'ascolto, vittorioso la sera prima.

Drizzatosi all'inizio ancora sul naso, stavolta indicava delle amache, astutamente stese dai gestori del capanno. Sdraiati, si sdraiarono la seconda coppia di sigarette. Guardando il mare, fino al tramonto. Poi si alzarono e andarono a cena dalle famiglie rispettive.
Si erano guardati negli occhi solo al loro incontro.

La terza sera toccava ad After, fare il primo passo. Ma quella sera Johanna non si vide.
Nelle ere precedenti sarebbe stata disperazione. 'Sono stato un pazzo a non baciarla. Quel dito lurido. Nel culo, me lo sono messo. Eccomi qua ad aver sprecato la vita. Con lei ripartita? riaccoppiata al ragazzo? Spero che la mia morte arrivi presto e male'.
Nell'era attuale, After non pensò niente. Proprio a niente.


La sera dopo lo videro passeggiare per il paese, dopo cena. Nell'incontrarla alzò il dito, e stette a vedere la sua risposta. Fu quella giusta. Lei lo prese e se lo verticalizzò sul naso.
Si sorrisero. After la prese per mano, e s'incamminarono.

Aveva questa casa sfitta. Era quella in cui viveva colla famiglia anni prima. L'avevano lasciata per una più grande, più sul mare.
Le case estive hanno tutte un loro fascino. Dentro di loro il tempo passa più lento. Ci ritrovi, inalterata e mai sostituita, la mattonella segnata dai graffi delle tue macchinette. La polvere ricopre i giornaletti che vendevano le bancarelle al mare, comprati anni e anni fa, riletti ogni estate.
Entrarono e non accesero la luce. Nessuno a casa sua aveva il cuore di affittarla e vederla profanare da estranei. Quindi avevano staccato ogni utenza, e non c'era corrente elettrica. Se ci fosse stata, avrebbero visto le loro impronte nella polvere.

Nella sua vecchia cameretta invece la polvere non c'era. After era stato là nel pomeriggio, saltando il mare e i bagnetti conseguenti, per pulire. Aveva sbattuto il materasso e cambiato le lenzuola. Aveva aperto le finestre e lasciato chiuse le persiane, ma in modo che dai buchi filtrasse la luce.
Che in effetti, questo faceva. Filtrava. Nelle ultime notti la luna aveva avuto modo di crescere. Era quasi piena, adesso. Raggi di luce pallida indicavano il letto dove fecero l'amore per la prima volta.
Non si erano detti ancora una parola.

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Se ne dissero tante, tempo dopo. Raramente a sproposito. Erano capaci di parlare ore e ore. Ad esempio, nel commentare un film. Ma prima stavano zitti per un bel pezzo. Se c'era da piangere, le lacrime gli facevano a gara sulla faccia. Se c'era da ridere ridevano, ripensando a certe scene, a testa bassa o guardandosi negli occhi.

Delle volte, insoddisfatti dai canali di comunicazione consueti, si facevano un disegno. Lei era bravissima. Lui molto meno. Però qualcosa si capiva sempre. Una mattina lei gli aveva fatto trovare perfino un acquerello. Lui andava meglio con la musica. Si metteva ad arrangiare e a registrarsi le idee, e gliele faceva trovare in un apposito supporto sul cuscino. Anche lei ogni tanto apriva il piano, e con un vecchio mangianastri registrava. Cose buffe, ma non prive di senso.

Dopo il buio - non so dirti se felici e contenti, vicini o lontani - vissero, alla fine.


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