sabato 5 aprile 2014

Una personale recherche.

Mentre tu ti dimenavi in chissà quali non-esistenze, io a 17 anni già ero preda di vari problemi.
Uno di questi, non il più grande ma con una sua urgenza, era: Ma come si fa a comporre?

Infatti io a 17 anni andavo e non andavo al II anno del liceo classico, e studiavo e non studiavo per il V di clarinetto. Ma soprattutto prendevo delle zioni di Armonia, presto diventate lezioni di Composizione. Apprendevo le regole dei bassi di armonia, dello sviluppo di una melodia in 8 – 16 – 32 battute armonizzate, e altre cose più o meno meccaniche. Ma mi chiedevo: Come si fa a comporre?
Dovevo chiederlo soprattutto a Lessandro, il 30N che mi impartiva queste lezioni. Che fissa, un altro Alessandro ce l'aveva messa tutta per disamorarmi dallo studio del pianoforte, dalla III elementare. Riuscendoci anche parecchio bene.
Invece questo Alessandro mi dava lezioni nella sua stanza, su un pianoforte verticale. Quando cancellava i segni di matita con la gomma, gettava colla mano i pezzettini per terra. Il mio secondo pensiero era: Ma poi rimarranno lì, puliranno fra chissà quanto, e nel frattempo finiranno sotto i mobili, verranno calpestati, e fra qualche secolo il tuo pavimento sarà un intruglio di pezzettini di gomma microbi polvere e insetti che attenteranno alla tua salute.
Ma il primo restava: Come si fa a comporre?

Glielo chiesi una volta che abbiamo finito la lezione un po' prima. Allora mi ha detto “Vieni, ti faccio vedere una cosa”. Quindi ci alziamo e attraversiamo la camera, e camminando su quel pavimento ne sentivi ondeggiamenti abbastanza clamorosi. Abitava a via Ripetta, nell'attico di un palazzo antico. Insomma; attraversiamo casa, andiamo in terrazzo e lui inizia a prire la porta di una casetta piccolissima, appoggiata in un punto di quel terrazzo.

Entriamo. È incredibile quante tastiere e macchine piene di cavi possano ricoprire le pareti di una casetta tanto piccolissima. C'era anche un computer, nel 1988. Un Atari 1040.

Io non ci credo, non ci credo, a tutto quel nero con dentro i tasti bianchi, e in mezzo altri neri. A tutti quei cavi di tutti i colori. Non credo all'utilità di averne tanti set, di quei tasti neri e bianchi. Se tutti quei do centrali sono all'unisono con tutti gli altri, a che pro averne tanti esemplari? Esistono forse stensioni di note sconosciute alle mie recchie? Poi li accende, e da ognuno di quei synth escono suoni diversi. Alcuni proprio fantastici. Rimango a bocca perta. Lui mi spiega che in quella casetta compone i pezzi che suona col suo gruppo. Li arrangiano e li registrano lì. La sua voce mi arriva da lontano, mentre io registro le mie sorprese. Poi mi riporta nella camera, e mi fa sentire Trilogy degli Emerson, Lake & Palmer, e io fra due anni chiederò al mio bassista, il Cavaliere, possessore di centinaja e centinaja di schi, di farmi delle cassette degli EL&P e di qualsiasi altra cosa ll'altezza, e lui me ne porterà 3 con su Trilogy, un live dei Deep Purple (quello con la migliore versione di Lazy mai uscita), Selling England by the pound dei Genesis e In the court of the Crimson king, che io contesterò in quanto mai sentiti, ma che poi mi soggiogherà coi suoi Uomi Schizzoidy che nel 21 sec. chiacchierano al vento.

Ma questa è un altra storia, e di raccontartela desso non mi frega niente. Quindi basta con le tue domande im-pertinenti. Io elaboro e laboro. Keith Emerson trae da un iverso silenzioso le note del suo piano. Greg Lake ci poggia su la voce in cristalli. E mentre Trilogy è tutte le pareti che mi circondano, penso che anch'io voglio tirar fuori le note dai silenzi. Soprattutto dai miei.

Quindi emetto le prime parole, da vari minuti. “Ma tu; come fai, a comporre?”

La risposta di Alessandro non è una risposta. Sono sorrisi da dietro gli occhiali. “Non c'è un modo preciso”. Parole sparse. Anche se pare strano, non c'è un metodo. Provi, e poi forse ne trovi uno tuo. Non è che quella melodia in 8 – 16 – 32 battute diventa flessibile a piacere. Niente algoritmi in cui ti siedi e applichi regole per farti venire cose in mente, e svilupparle nel modo giusto.

~~~

Passano gli anni e ne trovo vari.
Voglio rivelarmeli, a me e a lui. Caricando un pezzo, e la cronaca della sua realizzazione.
Dicendo a entrambi come per esempio si poteva fare.

martedì 28 gennaio 2014

Chilometri zero.

Words & Music piangeva sempre, tutte le volte che andava a quel funerale. O quantomeno, di piangere aveva voglia sempre. Sempre lo stesso funerale. Cause diverse. Un banale incidente, normale anzianità. Un lungo male. Tutte le volte era come fosse la prima.

C'era da domandarsi come potesse ripetersi, quella spiacevole celebrazione. Come poteva, una sola persona, morire così tante volte, e regolarmente? Non siamo mica in un cartone animato. Per esempio, non c'era proprio niente da ridere.

Il povero Words, fuori sempre composto, si disperava internamente. Si sceglieva i vestiti, distratto ma preoccupato di non sembrare abbastanza rispettoso, indossando livree fuori ordinanza. Lottava coi tempi. Ogni volta di corsa, ma alla fine ce la faceva sempre. Si chiedeva se avrebbe pianto, visto che certe volte piangeva, certe altre no. Anche quando piangeva, le lacrime erano sempre educate. Mai fluenti o incontrollate. Words si controllava perfino in quelle circostanze. Il controllo è tutto. Senza controllo, rischi di vederti celebrare i funerali. Neanche uno solo a questo punto.

Avrebbero visto nelle sue lacrime, gli altri, la testimonianza del suo dolore? Quel dolore c'era, come dubitarne. Ma pareva acquattato in qualche anfratto. Le lacrime quando c'erano, erano il frutto di una decisione cosciente. Impossibile che un malloppo tale generasse precipitazioni di così pochi mm.

Ai fini della storia, non è importante specificare chi fosse il caro estinto. O la cara, estinta. Ciò che conta è che era una persona che Words da molto tempo non era più abituato a frequentare.
Ma era lo stesso una presenza costante. Un riferimento fondamentale. Per un sacco di cose. Un umorismo insuperato. Cinico e cattivo. Spietato come pochi. Ma proveniente da un'indole di dolcezza, chiara e imbarazzata; e quindi, non solo giustificato, ma ancora più prezioso. Nessuno, tra i suoi conoscenti, era mai stato alla sua altezza. Qualcuno, ogni tanto, pareva avvicinarsi a certi aspetti di quella. Ma poi scappava, come spaventato dal confronto. Da un bastione che da sotto si rivelava inespugnabile.

Words sapeva che quella sintonia era ricambiata. Anche lui era cinico. Anche lui la faceva ridere. Né di più, né di meno.
Era quello il bello. Non c'era rivalità né competizione, nel provocare risate. Solo il desiderio di poter essere sé stessi in modo dirompente e fino in fondo, ora che ci si era incontrati.
A lungo Words si era chiesto se ne era innamorato. A volte addirittura si chiedeva se anche lui l'avesse fatta innamorare, quella persona. Se lo chiedeva distrattamente, come in dormiveglia, perché era talmente bella che non poteva essere stato lui a espugnarlo fino in cima, quel bastione.
Quando si faceva quella domanda, non poteva dubitarne. Anche se da tanta altezza, quell'intensità di ridere, e di guardarlo dopo aver riso, quella era inequivocabile. Perfino per uno come lui.

Si erano persi. Crescendo, come sempre avviene. Sai, tutte quelle cose. Gli impegni, gli interessi divergenti. Le circostanze. La geografia.
L'aliasing inderogabile che inquina tutto e sempre. Tutto ciò che conta per davvero.
Da piccoli si scrivevano lettere lunghissime, quando di surrogati elettronici non si parlava ancora. Quando parlare per telefono era anomalo e imbarazzante. Come dovrebbe essere anche adesso. Finché non si rincontravano. E ci riuscivano sempre. Ogni anno. Senza sforzarsi affatto.

Da grandi, invece. Si erano ribeccati, qualche volta. Con altri amici. Coi rispettivi compagni. Coi parenti. Mai da soli. Si sorridevano, si vedeva che si erano simpatici, e che si erano cercati nuovamente. Ma non era più lo stesso.
Adesso, erano diversi. Lo scoprivano ogni volta. Nonostante questo, continuavano a incontrarsi. Incontri rari, ma regolari. Sai, quant'è brutto ammettere che non è più la stessa cosa? Niente ti fa fuggire via a gambe levate più di quello, non è vero? Eppure, non fuggivano. Questa è la misura che dovrebbe renderti conto di quanto si ritenevano fondamentali.

Prima del primo funerale, Words aveva fatto in tempo a dire in faccia a quella persona che per lui quello era il rapporto più importante che avesse mai avuto. Aveva fatto quel passo alle prime avvisaglie delle cause che avrebbero prodotto il primo dei funerali. Era stato un giorno in cui si erano visti, in un posto anomalo per lui. Le cose sembravano andargli bene, in quel periodo. L'aveva cercata, le aveva detto che si sarebbe recato per un caso nella sua città. Si erano incontrati. Con altri presenti, tanto per cambiare. Ma poi erano rimasti da soli. Lui l'aveva accompagnata alla macchina. Già si respirava un'aria da funerale, anche se le cose sembravano andar bene. Così, glielo aveva detto. Si era stupito di non provare il timore consueto. Di stupori, aveva registrato non solo il suo. Aveva registrato un serissimo 'Anche per me'.
Poi, era cominciato il ciclo di quelle morti.

La cosa che più lo abbatteva è che prima o poi sarebbe stato raggiunto in età. Quell'anno di differenza che avevano sempre avuto si sarebbe risolto a suo vantaggio, e da allora il più grande sarebbe stato lui. Chissà di quanti altri ancora, di anni. Anche quella, poteva essere una preoccupazione (a na certa sarebbe morto pure lui, nel senso).

Che merda. È tutto inutile. Normale vacuità. Orrore lacerante. Words & Music non si gode mai quei rari attimi di vita, tra un funerale e l'altro. Sembra non rendersene conto, come in un sogno, se non per l'arrivo del nuovo telegramma. Dal suo ordinato e perentorio angolino bordato di nero.
Ogni nuovo funerale lo sveglia da quel sogno. Si chiede 'Ma perché non mi sono più fatto vivo, prima che morisse di nuovo?'

E soprattutto, perché non si è fatta viva lei, l'altra persona? Certe morti sono improvvise, certe altre no. Proprio per questo, possono essere imbarazzanti, da mostrare mentre avanzano. Ma poteva scrivergli, dio mostruoso, un'ultima lettera postuma. Che lui avrebbe letto vomitandosi il malloppo di lacrime. Sfrenato e incontrollabile. Senza più argini che potessero imbrigliarlo.

Ma era sicuro, Words, di desiderare quel messaggio? Non lo avrebbero poi liquefatto, quelle lacrime? Non sarebbe poi morto del tutto, dopo aver letto un suo messaggio senza aver possibilità di repliche e di abbracci
scomposti e forsennati, come dovrebbe essere ogni abbraccio depennato finalmente di ogni convenzione?
Words poteva ben vedere che sarebbe morto, leggendo un messaggio di quel genere. Ma ciò che lo tratteneva dal desiderare quel messaggio non era la paura della morte, per quanto perentoria e definitiva.
Era che certe cose non si possono leggere. Non si possono scrivere. Non si possono suonare, o dipingere, o cantare. A meno di non mascherarle vigliaccamente e bene. Devono invece essere dette, pronunciate. Urlate calme e in faccia. Lui l'aveva fatto, quell'unica volta. Ma il pensiero non gli dava alcuna consolazione.

Non si erano detti, non si erano fatti. Non si erano amati e non si erano odiati. Si erano dati l'un l'altra (persona) solo in una piccola percentuale legale. Superarla, avrebbe comportato gli arresti.
Non si fa. Non è bene. Non è prudente e non è delicato. Non è ducato. Quando ricordava tutto questo, Words avrebbe voluto stringere tra le mani i crani teneri di mille infanti, fino a farli esplodere in mille schegge porcellanee, liquefacendo globi oculari e cervelli. Con le mani tagliate si sarebbe schiaffeggiato fino a uccidersi. Quanti schiaffi ci vogliono, per uccidere un uomo? Milioni? Miliardi? E se è quell'uomo stesso, a schiaffeggiarsi, riesce a uccidersi? O a un certo punto l'istinto di sopravvivenza gli impone di fermarsi? Avrebbe proprio voluto vederlo, quel suo istinto inopportuno, a imporgli di fermarsi. Sarebbe allora riuscito a ridere, per un'ultima volta.

E adesso, cosa rimpiangeva di quella persona? Cosa rimpiangeva per davvero?
Da tempo non faceva parte del suo quotidiano, quella persona. Non poteva quindi sentirne davvero la mancanza. Ma la sentiva. Capricciosamente, e perentoriamente. Cosa avrebbe fatto, con quella persona ancora viva?
Non lo so. Gli avrebbe fatto vedere chi era ora. Senza più filtri, né inibizioni. E chi era lui, ora? C'era davvero qualcosa da esibire? Forse barlumi. Ogni tanto, Words aveva dei barlumi di cui era fiero. Quei barlumi li produceva anche per lei. Se ancora ne aveva, di barlumi era a lei che li doveva. Perché lei, quella persona, sarebbe stata forse l'unica capace di apprezzarli.

Le persone, ai funerali, avevano comportamenti che Words&Music non si poteva bene spiegare. Erano tristi o disperate, chi di più, chi di meno. Certamente tutte serie. La misura del dolore è nei metri lineari che separano il sofferente dal feretro durante la funzione. Meno ce ne sono, di quei metri, più il dolore è palpabile. Sia quando composto, sia se manifesto.
A iutarlo, non c'era alcun indizio. Spesso ai funerali deduciamo i protagonisti dal cordoglio ch viene loro espresso. Tutti avevano da presentarne, molti avevano da riceverne. Lui, né l'uno né l'altro. Perché nessuno ne presentava a lui? Assurdamente, del cordoglio esistono lunghi elenchi. Collezioni di frasi, da copiarsi nei fumetti alla bisogna. Prova a cercarli, se non mi credi. Ti stupirai di quanto dolore in meno c'è, rispetto al percepito.
E sì che si sapeva, dovevano saperlo! quanto lui fosse intimo della Persona. Nel passato e adesso. Perché non l'avevano messo nella panca più vicina?

Non riusciva a capirlo, quel morto per distrazione. Dimenticava di viversi, capisci? Non poteva calcolarsi i suoi, di metri. Non vedeva né metri, ne chilometri. Erano entrambi mmensurabili, per quel morto di sbadataggine.
Perché lo zero non esiste.

sabato 23 novembre 2013

Corsi del Cazzo e fulmini Gioviali.




















1.

“Il problema è quando il maschio non sa liberarsi dalla schiavitù dei pornelli”, disse Special Guest mentre guidava la sua utilitaria.

Stava argomentato per l'ennesima volta la sua Idea. Quella che doveva salvarlo da una vita di vuoto funzionamento meccanico. A scoltarlo, anche questa volta, Kitty. La donna per cui da sempre spasimava.
Kitty si era maledetta appena partiti, a bordo di quel rottame di cui si vergognava.
Fuori, il potenziale osservatore. Col suo carico di sottostima per una, pure notevole, che doveva avere qualche rogna, se si faceva scarrozzare da uno così, dentro una macchina così.
Dentro, il solito interminabile discorso.

Tanto per farti un quadro. Special era uno che da piccolo era convinto che la sua era la lingua universale. Andava pure bene, che a scuola gliene facessero studiare altre. Doveva essere una specie di gioco. Tipo i messaggi cifrati, o i codici segreti.
Solo una volta, stupito dal suo stesso dubbio, chiese alla maestra “Ma la nostra lingua è la più importante di tutte, non è vero?”. E alla sua risposta perplessa (“Beh, è molto importante, se pensi solo a tutti quei poeti, quei musicisti, quei grandi uomini che abbiamo avuto nel passato...”) si annoiò subito pensando che quella manco aveva capito cosa le avesse chiesto. Se la gente che aveva intorno era tanto rimbambita certo non poteva sbagliarsi lui.

Quindi, era da una mezz'ora che Special parlava e parlava.
La sua idea riguardava il successo. Il benessere economico. L'indipendenza dai fastidi quotidiani. Il poter smettere finalmente di fare un lavoro in cui riusciva piuttosto bene; ma che a suo dire non gli dava una voglia sufficiente ad alzarsi dal letto la mattina.

Special era uno psicologo, uno psicologo del lavoro. Lavorava per una multinazionale farmaceutica, ed era il migliore dei suoi colleghi nelle valutazioni attitudinali dei candidati.
Non gli sfuggiva nulla. Tensioni dietro i sorrisi di facciata, irritabilità latenti. Sfiducia di sé, incapacità relazionali. Il suo forte era cogliere il giusto equilibrio tra una sana voglia di emergere, foriera di produttività, e il non essere capace di tirare colpi bassi, cosa buona e giusta a prescindere, e particolarmente apprezzata dai suoi capi.
I neoassunti approvati da lui s'infilavano nei tasselli vuoti del personale. Lo facevano così: normalmente. Come ingranaggi da sempre esistiti. Special era stimato dai suoi superiori, ammirato e imitato dai suoi colleghi, e adorato dai suoi nuovi assunti.
Lui lo sapeva, e ne era contento. Aveva un buono stipendio, poteva permettersi ciò che desiderava (non un'auto migliore, evidentemente). E quando ai party gli chiedevano cosa facesse, aveva una buona risposta pronta all'uso.

Ma la sua vita era quella? dare buone risposte? e buone per chi?
Certo non per lui.
Lui erano anni, forse era da sempre, da quando era ragazzo, che aveva un sogno da realizzare.
Parlarne, era il suo modo di realizzarlo. Parlarne a Kitty e cercare di coinvolgerla nel suo progetto era poi il massimo del divertimento.

Ogni tanto, lei provava a cambiare discorso. Ma Special non deviava mai. “Ho un tumore”, a un certo punto faceva lei, stizzita. “Molti ne hanno uno”, rispondeva lui, sicuro del suo umorismo.

“Ma che cazzo dici”, rispondeva Kitty 'Sync' Hulah.



2.


Kitty 'Sync'. Il soprannome se l'era guadagnato col suo lavoro in sala doppiaggio. Sincronizzazioni audio/video. Turni interminabili.

Quel 'Sync' aveva fatto presa subito, e non solo per questioni professionali. Kitty era una sincronizzata con la realtà in generale. Una coi piedi per terra. Capiva al volo le cose, riconosceva a naso i millantatori. Sentiva a pelle se la si voleva fregare, o se le situazioni in cui poteva ficcarsi erano più grandi di lei.



Per questo aveva colto le incongruenze di Special fin dall'inizio. Che invece era un dissociato, colla vita quotidiana da una parte e le aspirazioni oniriche dall'altra. Uno così, Kitty non se lo sarebbe mai cagato. Ma in qualche modo, con l'intensità dei suoi entusiasmi, Special la stupiva sempre. Precari e innumerevoli, ma sempre tutti veri. Non lo fossero stati, Kitty lo avrebbe colto subito. Lei di solito ne provava pochi veri, di entusiasmi.

Quindi non riusciva a tagliare completamente i contatti.



Special Guest d'altra parte vedeva in Kitty una ragazza bellissima – incredibile quant'era bella – ma troppo appiattita sulla realtà. Questo lo faceva dubitare che avesse la fantasia che invece pretendeva in una donna da desiderare. Però era affascinato dalle sue capacità sincroniche.

Lei vedeva e ascoltava, e infallibilmente valutava. Lui si rendeva conto delle cose solo molto dopo che erano successe, e continuava a rimuginarci su per anni, a volte. Perdendone altre nel quotidiano, e alimentando la sua incapacità di vivere il presente.

'Se solo avessi quella sua dote, quella concretezza ottusa ma indispensabile, e in qualche modo geniale. Potrei risparmiare un mucchio di tempo. Allora davvero non mi fermerebbe nessuno'.

Era consapevole del suo problema. Aveva letto un bel po' di quei libri motivazionali (era un lettore distratto e compulsivo). Biasimava quel ripetervi slogan, tecniche di autolavaggio del cervello buone al più per un ciccione americano. Ma di tanto in tanto vi trovava spunti interessanti. Una volta aveva letto che per abituarsi a saper scegliere e decidere bisogna iniziare a farlo fin dalle piccole cose quotidiane. Uno dovrebbe allenarsi a chiedersi ogni volta: 'cosa mi va di fare, adesso?', oppure: 'cosa mi va di cucinarmi?'. Oppure, su un altro dicevano che anche gli animali più piccoli e meno dotati si mettono da parte le provviste per l'inverno, non appena l'istinto gli dice di farlo. Si sotterrano il cibo in avanzo quando sono sazi, invece di rimpinzarsene subito come tende a fare l'uomo. Così. Senza dubitarne, o farsi distogliere dalla pigrizia.



Ciononostante, egli era atterrito dalle cose concrete. Non puliva mai casa, perché la lotta contro le molteplici insidie dello sporco gli sembrava vana. Lo sporco ritornava. Ogni volta. Solo quando la situazione stava per sfuggirgli di mano veramente, si rassegnava e si metteva al lavoro. La sua casa diventava effettivamente uno specchio ineccepibile, in un paio di giorni. Per poi tornare nelle condizioni di prima. Di sé non sapeva pianificare un bel niente. Anche per questo, Kitty lo affascinava.



Quindi a distanza si attiravano, respingendosi da vicino. Poli opposti, ma del tutto fuori da ogni giurisprudenza magnetica. A Kitty non mancavano gli uomini. Anche a Special le donne non sarebbero mancate, se non si fosse sempre ficcato in attrazioni per storie inconciliabili con le sigenze sue e altrui, per distrazione o calcolo involontario.

Come la storia che cercava di avere da un pezzo con Kitty.



3.

Intanto il monotergicristallo ballava avanti e indietro. Conoscendoti, ti eri prefigurato scenari assolati di certo. Rettilinei americani sabbia e cactus. Tamla Motown dalla radio.

Invece pioveva, anche se poco. E, lasciata in pace dalle tue attenzioni, Kitty si era finalmente addormentata.



Accortosene, Special aveva ceduto al moto ipnotico della spazzola. Sinistra, destra - pausa. Sinistra, destra - pausa. Velocità al minimo, perché non pioveva molto. Le oscillazioni erano sonore oltre che visibili, perché producevano un rumore. Regolare e costante. Era curioso come producevano una nota che si acuiva all'andata, e scendeva al ritorno.



Quindi Special, cedendo a uno dei suoi vizi, aveva iniziato a nagrammare le targhe delle automobili. Deprimendosi se non contenevano vocali, esaltandosi se ne avevano. Quando poi ce n'erano addirittura un paio, allora tutto allegro iniziava a trarne fruttuosi anagrammi. Una volta, da due vocali e due consonanti, era riuscito a riscontrare un senso compiuto in dodici delle sedici combinazioni possibili in una parola di quattro lettere.



Altre volte, contava le linee che dividevano l'asfalto in due corsie. A gruppi di cinque. Ogni cento linee, premeva più forte una delle dieci dita contro il volante. Ogni dieci dita, fischiettava uno dei dodici semitoni della scala cromatica. Ogni ottava terminata, aveva diritto di accendersi una sigaretta. O che so, scendere a sgranchirsi le gambe. O farsi un caffè.



Poi diventava triste, e pensava a quanto tutto quel tempo fosse stato improduttivo. Se solo avesse pianificato meglio la sua Idea, invece. Ma il clima era sempre così brutto. Tutte quelle pioggerelline. Special era sicuro che se ci fosse stato il sole, allora sarebbe stato abbastanza allegro per farlo. O se solo avesse piovuto più forte! le spazzole non sarebbero state al minimo, con tutte quelle pause maledette. E a velocità maggiori avrebbero esercitato suggestioni meno ipnotiche, lasciandogli nalterata la coscienza.



Inutile dire quanto a casa perdesse tempo in solitari al computer. Che ricominciava ogni volta in cerca di quello perfetto, non riuscendo mai a portarne a termine uno. E buttando così pomeriggi interi, la maggior parte di quei rari momenti in cui non era al lavoro o alle prese con le incombenze della vita quotidiana.


4.


Siamo arrivati?”



Ancora no. Ben alzata! Ti metto su il caffè? o vuoi girarti dall'altra parte e dormire un altro po'? Ehi! Finalmente capita che mi ti svegli accanto! Era ora che succedesse, arf arf”.



Cretino. Non posso credere di stare a ccompagnarti. Non mi sono fatta nemmeno promettere niente, in cambio. Non riesco a ricostruire la catena di eventi che mi ha portato a una decisione così scellerata”.



Niente catene, baby. Eri libera di decidere. È che tu sai che la mia Idea vince. Anche se non lo ammetti. Non saresti qui, se fossi certa che la mia Idea non vince. O quantomeno vuoi esserci per vedere come va a finire. Non puoi chiamarti fuori del tutto”.



Io non posso chiamarmi fuori perché sono fuori. E lo sono in tutti i sensi, fuori. Dovevo essere davvero fuori di testa per prometterti di venire con te su questa macchina scassata, a parlare con quel tipo. Un Corso di Sesso. Una Scuola di Sesso. E allora, perché no un corso di Sonno? o di Sfamarsi? o di Pisciare? In un paese bigotto come questo, poi.”



Uau baby, ottime idee anche queste. Chi dorme più, di questi tempi? chi riesce a mangiare senza ingozzarsi, solo per sfamarsi? C'è abbastanza roba da aprirci un franchising. Ma prima, il Sesso.”



Questa è l'unica cosa su cui siamo d'accordo, io e te. Il sesso prima. Ma facendolo, e non rincorrendolo. Sperando pure di farcisi pagare. L'idea che credi di avere solo tu, ce l'ha avuta prima di te quella puttana di Eva, maledetta lei! Quanto vorrei essere rimasta a casa”.



Ti sbagli. Se fosse come dici, nessuno avrebbe problemi sessuali dalla notte dei tempi, visto che parliamo del mestiere più antico del mondo. Uno non va a prostitute per migliorare, ma per sfogarsi. E appena finito se ne va tutto vergognoso. Senza elaborare, e senza aver imparato niente. E come potrebbe? Uno non copre le proprie ignoranze sessuali con un compenso, nella vita reale”.



Non parlarmi di vita reale, tu. Proprio tu! Di vita Reale non ne sapresti un cazzo neanche se la regina Elisabetta fosse tua madre. La gente nella realtà scopa, scopa quando e quanto tu non arriveresti mai a immaginare, e non si masturba pene e cervella come fai tu, dalla mattina alla sera”.



Ah, sì? Allora sembrerei avere una clientela a dir poco cospicua. Cara mia, se tu fossi un imprenditore non mi metteresti alla porta tanto precipitosamente, in questo caso.

Ma devi ammettere che questa è la seconda cosa su cui io e te siamo d'accordo oggi. Tutti sono interessati al sesso. Tutti sono ossessionati dal sesso. Ma quanti lo sanno fare, veramente? quanti se lo vivono con naturalezza, che poi è questo il saperlo fare?”



Kitty alzò gli occhi al cielo e sospirò. Special nel frattempo continuava.



Guarda quel cartellone pubblicitario. E quell'altro. Se non c'è una modella mezza nuda, c'è la chiave per ottenerla. Una macchina di lusso. Dei gioielli. Centri estetici. La gente è in balìa della pornografia. Molti vanno a mignotte, sempre più a transessuali. Tutti hanno in mente il sesso, e quasi solo questo. Guarda quel tizio della macchina di fianco. Pensa che quel suo taglio di capelli gli aumenti le probabilità di fare del sesso, ah ah! Poverino. Guarda quella cicciona coi leggins che attraversa la strada! Crede che strizzarsi i lardi gli attiri qualcuno, e magari andrà pure a finire così. Ma nessuno dei due ha negli occhi quello che realmente pensa. Hanno imparato fin da piccoli a darsi un contegno. A nascondere più di ogni altra cosa la ferocia con cui vorrebbero procacciarsi gli orgasmi, prima del cibo. Ma nessuno lo fa. Nessuno salta addosso a nessuno, perché non si può. Proprio in un paese bigotto come questo, l'Idea funzionerebbe.



Non se ne parla. Mai. È un indice per valutare quanto sia un problema grave. Tutti parlano di qualsiasi sciocchezza, la vena del proibito ha esaurito il suo oro da tempo. Il futuro è nel taciuto. Non si sa più toccare, non si sa più manipolare un seno, non ci si sa più concedere il proprio tempo. Le gambe della donna stanno lì a ostacolare l'azione, e nessuno osa divaricarle. Ci si bacia meccanici. Ci si lecca distratti. Finché non è ora dell'Atto. Che diventa la sublimazione dei problemi. Con questo corso noi intercettiamo l'esigenza primaria del secolo. Nessuno più dovrà spaventarsi della propria erezione”.



5.

“L'ufficio marketing dovrà badare a ciò che fa. Il prodotto venderà da sé, le campagne pubblicitarie dovranno ricalcare il silenzio che sugella l'argomento. Basta un accenno, tutti capiranno. Questa è l'unica cosa rimasta segreta, colpevolmente. Qualsiasi parola esplicita al riguardo sarebbe immediatamente bandita dall'attenzione. Pills, viagra, penis. Siamo allenati a cestinare l'interlocutore, qualora ne faccia menzione. Un firewall mentale, che gira e va da sé. No. Parte la pubblicità, e stavolta al terzo secondo di silenzio tutti capiranno. Tutto è stato detto, tranne l'innominabile.



Pensaci su, solo per un attimo. Guarda dal finestrino, guarda la gente. Tutta. Molta di quella che vedi ha in questo momento un'erezione. Blanda, magari. Oppure, se è una donna, di certo nel quotidiano coglie spunti che le irrorano l'intercoscia. Basta uno stimolo minimo per pensare al Sesso, ammesso che non ci si stia già pensando.

Eppure, quando si arriva al dunque, quegli umori, quelle erezioni si bloccano. Una volta espletabili, si sorprendono di loro stesse, e s'imbarazzano. Non sanno o non ricordano più come si prosegue.

Quando il Problema capita a te, sembra impossibile che possa riguardare anche qualcun altro. Non riesci a crederci. Il tuo vicino non sembra mai badare alla qualità della sua erezione, nel quotidiano.



Pensa a questo spot.



Siamo in ufficio, e tu sei il Direttore.

Osservi quel tecnico alle prese col distributore del caffè. Guardi la sua espressione. Si concentra sull'ugello, bada alla consonante, non equivocare. Guarda! ora invece è rivolto alla tua segretaria. Le parla. Sorridono. Vedi forse ombre sul suo volto? Credi che riuscirebbe così disinvolto se avesse fatto cilecca, ieri notte? No-no: egli funziona. Beve quando ha sete, si copre quando ha freddo. Scopa - pardon - quando deve. Hai mai visto quanti preservativi lasciati sull'asfalto? gente che non sta tanto a creare condizioni, che non si cura di atmosfere. Parte e arriva.

Ma sai qual è il trucco? Lo sai?



Io lo so. Io l'ho capito. Ci sono riuscito, perché ho avuto coraggio, e sono andato fino in fondo. Andare fino in fondo, da soli senza alcuna costrizione, fa paura. Io l'ho fatto, e adesso sarò ricco, com'è giusto. Vuoi farmi compagnia?



Torna a guardare quel torello che fa forza sul suo cacciavite. Guardalo, guardalo portare quei baffoni da pornodivo anni '70. Sai in questo momento cosa gli frulla per la testa? Te lo dico io, perché io l'ho capito. Lui guarda la tua segretaria, la vede andare via. Poi si gira verso la parete a vetri del tuo ufficio e guarda te. Che hai le iniziali ricamate sulla camicia, e la cravatta allentata. Hai in mano un foglio, lo leggi da sopra gli occhiali. Premi un pulsante: ecco che arriva lei, la tua segretaria. Sorride professionale, ti ascolta. Annota ogni cosa che hai detto. Si congeda, e nel girarsi infila per te la sua camminata migliore. Si chiude la porta alle spalle malvolentieri.



Sai cos'ha in testa quel povero manutentore dei caffé? vorrebbe avere il tuo potere. La tua sicurezza. Le tue possibilità. Guardalo, sei il suo dio. Di certo ritiene giusto che il fortunato sia tu. Tu, che hai i mezzi per portarla chissà dove. Tu, che le farai sentire raffinate selezioni musicali, amplificate allo stato dell'arte dal lettore della tua fuoriserie.



Sai cos'hai invece in testa tu? Solo invidia per quell'ottuso montatore, che non si farebbe i tuoi problemi.

Tu invece approfitti del tuo carisma per non sbattertela sulla scrivania, e non scopartela a sangue. Perché non sai se riusciresti. Se verresti dopo pochi secondi. O se magari, dopo troppi minuti inizieresti a sudare incontrollato, e a deconcentrarti. E non potresti accettare di perdertelo così, il tuo carisma. Con le risatine nei corridoi che ne conseguirebbero, e che spesso sentiresti solo tu.



E così via. Tutti si invidiano, nessuno gode. Mal comune, nessun gaudio. Nessuno che rompa la catena del silenzio che ho scoperto io. Io l'ho scoperta, e ora te la porgo. Vuoi essere tu a sfruttarla con me? Un Corso di Erezione. Docenti scelti. Personale qualificato. Manuali accessibili, esercizi progressivi. Per tenere a bada l'Ignoto ci vuole un metodo.



6.

Arrivati a questo punto, ammettiamolo, ti sei perso.



Addentrato in tecnicismi e in questioni di marketing, presto è sopraggiunta la noia. Ed è un peccato. Perché ti sei perso le espressioni e il gesticolare di Special. Che sarà tenero e buffo, ma quando s'infervora riesce a ffascinare perfino una dura come Kitty.

Ma tu non c'eri, e ormai sei distratto. E adesso ti frulla in mente solo un idea.



'Ma questi due hanno mai scopato, oppure no?'



Il che dimostra, se necessario, la bontà dell'intuizione di Special Guest. Tu pensi solo al sesso. Tutti pensano sempre al sesso.



Quanto a quei due, solo uno sprovveduto come te poteva immaginare che tra Kitty e Special qualcosa fosse successo mai. Una volta si erano baciati. Sulle labbra. Era capitato che Kitty avesse una disillusione. L'ennesimo tizio l'aveva ottenuta, sparendo subito dopo. Il che dimostra ancora che perfino una come Kitty, che si ritiene al di sopra di facili lusinghe, di fronte alle proprie debolezze è nel sesso che ha i suoi punti più deboli.



Baciandosi, immediatamente avevano avuto la sensazione di una cosa strana. Colla velocità delle comunicazioni elettriche. Special aveva ricordato quel primo bacio in bocca che una diciannovenne gli aveva somministrato, esasperata dai suoi titubamenti di ventiquattrenne imberbe.

In quel frangente, la cosa che più lo aveva stupito era che le loro bocche, le labbra e le lingue, avessero praticamente la stessa temperatura.



Lei aveva provato quel vago turbamento, soporifero e innaturale, di quando appena adolescente s'era baciata con un cugino più grande.

Nessuno dei due ci aveva mai riprovato, né desiderava davvero riprovarci. Ciò non toglie che Special nutrisse una gelosia inconsapevole ma intensa, per le storie di letto di Kitty. E che Kitty lo stesse accompagnando al primo appuntamento con il ricco proprietario di una struttura didattica, interessato a lanciare nuovi corsi alternativi. Protestava su tutto, ma era in quella macchina e lo stava accompagnando.



Ma tu scuotiti; e torniamo alle arringhe di Special, che tanto stanno per finire.



7.

“Ho già la campagna pubblicitaria pronta. Stampiamo flyer, compriamo spazi sui giornali, secondi preziosi nell'etere. Su sfondo nero, o dal silenzio, una sola voce, una sola scritta.



eRection day



Poi, la data e il luogo dell'incontro. Hostess all'accoglienza, docenti tra i 40-50. Giovanili, ma rassicuranti nella loro competenza. Niente camici bianchi, il nostro non è un problema idraulico. La medicina viene bandita, qui s'insegna Socialità. Il corpo femminile, o maschile, da boia che era, si fa complice. Ci si sorride, si ritrovano spazi. Ci si interrompe per giocare. Si riprende sintonizzandosi. La ricezione migliora di volta in volta. Ecco che lo stato della propria erezione preoccupa quanto la pieghevolezza del proprio gomito. Si reimpara il Gesto. Ci si accorge che andare in bicicletta o imparare a nuotare era stato di gran lunga più difficile. Si assegnano compiti per casa, alla portata di tutti. Il traguardo finale, la completa scioltezza, viene procrastinato a un lungo apprendistato. Lungo e fruttuoso, tanto per l'alunno quanto per la struttura didattica. Il tempo dell'Erezione è posposto. Adesso, nell'immediato, non c'è pericolo.



All'iscrizione si riceve un tesserino. Sopra, i simboli della segretezza massonica. Un profumo al posto dell'astrolabio. Una guêpière in luogo del compasso. Mostrato, esso dimostra la propria appartenenza al Progresso. Ispira affidabilità. Apre le porte della socialità e del piacere. In una parola: rassicura. Chi lo esibisce, tiene al suo benessere e a quello altrui. S'impegna a fondo per conseguire la Piacevolezza. Offre prospettive. Non può ricevere dinieghi. Non se si ha classe. In breve, si crea un'appartenenza, previo esborso di una ragionevole quota sociale. Noi dobbiamo solo essere lì a raccoglierla.



È l'Idea del secolo. Cos'altro dovrebbe finanziare, un imprenditore? corsi di chitarra?

'Chitarra'. Non è assurdo? come se uno adesso avesse altrettanta urgenza di - che ridere - 'Studiare Chitarra'. Oppure, perché no, 'Aguzzare Triangoli'. 'Dipanare Tendopoli'.

Improbabile. Torniamo pure a scuola, ma facciamolo con la maturità e, aggiungerei, la leggerezza dell'età adulta. Senza pagelle, quadri, promozioni o bocciature, e ricevimenti dei genitori.”



Kitty è posseduta da due emozioni, lancinanti nella loro contraddizione.

Da un lato, ritrovarsi affascinata dalle argomentazioni e dalla dialettica di Special.

Dall'altro, saperne bene le pigrizie, e le inconcludenze conseguenti.

Decide di sbloccarsi, nel seguente modo.



“Comunque, ammesso che tu abbia ragione, non sei il solo che mediti sciocchezze tanto spettacolari.

Shangai per esempio è già in trattative con un tizio, pieno di soldi, che gli sarebbe socio alla pari; e per lo stesso scopo. Me lo ha detto ieri sera.”



8.


“Ma – come? Quando l'hai visto, Shangai?”



Questo ribattè tremando Special, completamente reciso dalla sua dialettica, ora che si sentiva staccato dallo spazio-tempo come mai gli era capitato.

Giusto per temporeggiare dinanzi alla disfatta professionale con una domanda che non c'entrava niente. O almeno così credeva, per adesso.



Special era più che sicuro che, del suo progetto, non si era mai fatto sfuggire nulla a nessuno. Se non a Kitty.

Come pure, era abbastanza certo che lei non ne avesse parlato in giro. Non era tipa da dire qualcosa a qualcuno, Kitty. Mica per lealtà nei suoi confronti. Quanto piuttosto perché si sarebbe molto stupita all'opzione di non farsi gli affari suoi. Tanto meno l'avrebbe detto a uno come Shangai. Con Special non ne aveva mai parlato, ma era sicuro che Kitty non avesse alcuna considerazione delle capacità intellettive di Shangai; mentre sentiva che, per quanto deridesse Special ogni volta che poteva, lei ne stimasse l'acume e le intuizioni, pur non perdendo occasione per deriderne le inadempienze.



Questo Shangai. Non puoi avere un quadro, se non sai chi era Shangai.



Shangai era uno. Grosso e lento, brutto e in genere poco pulito. Spesso insieme a Special e Kitty, non si poteva dire di quale dei due fosse davvero amico. D'altronde, erano amici Kitty e Special?

Amici. Che grossa parola.



Fatto sta che Shangai spesso era lì, ai loro convegni. Si andava a un concerto, e Shangai era lì. A cena fuori, e Shangai era presente. Faceva freddo o pioveva o si era stanchi, quindi non andava di uscire e si optava per un filmetto. C'era anche Shangai.

Il quale Shangai spesso si addormentava, a riprova di quanto con loro si entusiasmasse. Si addormentava proprio di brutto, iniziando a russare sonoramente.



Sulle prime, Special e Kitty si giravano verso quel russare. Poi si guardavano, e si sorridevano. Quei due erano quasi carini, quando si sorridevano così. Sembravano complici. Poi capirono che dovevano approfittarne, e fare un passo.



Special si alzò, e mise con cautela la sua sigaretta fra le dita di Shangai, che nel frattempo dormivano ignare sul bracciolo della poltrona.

Kitty, che non era tipo da non raccogliere una sfida, prese il largo cappello da diva eccessiva di Hollywood con cui girava in quel periodo, e con delicatezza glielo adagiò sulla testa.

Special, eccitato, andò all'armadio. Ne trasse un mazzo di carte da poker e ne trasse tre jack, che posizionò a ventaglio tra le dita della mano senza sigarette.

Kitty si guardò intorno e poi corse in bagno. Ne tornò con vecchia rivista femminile e gliela mise con prudenza sulle gambe, aperta su una doppiapagina che parlava di menopause e cicli.



Quello che da allora in poi divenne Shangai, non si svegliava. Il gioco era aggiungere un pezzo alla volta. Perde chi causa il risveglio del tabellone.



Da quel giorno non uscirono più. Erano sempre stanchi, o fuori minacciava di piovere, o c'era un film che ancora non avevano visto. Anche quando era un brutto film – anzi, soprattutto se era un brutto film, immancabilmente dopo la prima mezz'ora iniziava una nuova mano.

La prima, nessuno si ricorda chi la perse. L'avevano vinta entrambi. Poco importava chi dei due ne avesse causato la fine – coincidente con una pupilla che si muoveva nell'occhio appena aperto, e dalla bocca un infastidito “rrRhrcoddìo”.




9.

“Ieri sera, ci siamo visti”.



“Non può essere! Ieri si doveva vedere con una che puntava da un sacco di tempo, e che pareva che finalmente gliela stesse per dare, e che era inutile che mi diceva come si chiamava perché tanto non la conoscevo”.



A questo punto, Kitty era esasperata. Dalle ingenuità di Special, e dall'evidenza oramai conclamata della sua debolezza.



“E invece la conoscevi, a quanto pare! E comunque quello è cretino pure più di te, ma almeno quando decide di fare una cosa la fa; e quando quella cosa la vuole da una, ci va e glielo fa capire.

Tu parli la tua vita, e non la vivi! Preferisci astrarre perfezioni, piuttosto che rischiare di vivertele sul serio. Il pensiero di qualcosa in meno di ciò che solo riesci a immaginare ti paralizza. E quindi, torno a chiedermi: perché sto in questa macchina ad accompagnare a fare una cosa inutile un inconcludente come te?!”



Special, a questo punto, è morto. Inutile andare avanti nella narrazione. Quando uno muore, muore. Così, di botto: Zot. Come un fulmine Gioviale. Così piace al Fato, quando decide di recidere uno di quei fili lì. Come si chiamavano, quelle vecchie orribili al Ginnasio, le Porche.

Un interruttore spento, che apre il circuito e blocca le correnti. Un rubinetto chiuso, che le acque le spezza più naturale e comprovabile di mille divinità polverose e vendicative.

La morte è l'improvviso nulla. Lo Zero al denominatore che rende infinita ogni infima vita che di stargli a numeratore abbia disgrazia.



Muore Special e muore il racconto. Muore il lettore e muore il narrante.

Perché quello che sembri non aver pienamente afferrato è che Special Guest ero io.

E Kitty 'Sync' Hulah, invece eri tu.

lunedì 29 luglio 2013

(venti)Sei personaggi in cerca di Ammore.





















Nella mia vita interminabile ne ho viste, di cose normali.
Non ci credi? strano. Sei sempre incline a credere alle cose più pazze, poi ti stupisci di affermazioni lineari come questa. A differenza di me, che non credo mai in niente e dico sempre la verità. Tranne quando mi sbaglio, o decido di dirti una bugia.

Comunque, per non perdere tempo, meglio che io ti sottoponga subito un elenco ordinato di prove. Tu sai quanto io abbia il pallino degli elenchi ordinati e del controllo delle cose in generale. Ma non divagare.



Alpha vuole un compagno perché a breve sull'orologio biologico le suona l'allarme;

Bravo vuole una compagna perché sennò si mbarazza quando i colleghi parlano dei figli al distributore dei caffè;

Charlie la vuole perché rischia oramai di non far conoscere ai nonni i loro nipotini;

Delta lo vorrebbe per essere al centro delle totali attenzioni di qualcuno;


Echo perché ha paura di essere guardata dai parenti a natale come una zitella;

Foxtrot perché non ce la fa più a fare le cose senza condividerle;

Golf perché ha immani carenze di affetto;


Hotel perché a mangiare da solo al ristorante si vergogna;

India perché ha bisogno che qualcuno la ccompagni in macchina dove deve andare;

Juliet vedrebbe in un compagno una scorciatRoia per avere una posizione;


Kilo perché alla sua età non sa più con chi fare le vacanze;

Lima perché, dopo un disastroso rapporto col genitore dell'atro sesso, spera di avere una seconda opportunità;

Mike perché non saprebbe da chi farsi soccorrere da vecchio, in caso di rottura del femore nella vasca da bagno;

November perché deve poter chiedere a qualcuno quale vestito mettersi stasera;

Oscar perché spera di essere compreso fino in fondo da qualcuna;

Papa perché ciò è normale, semplicemente;

Quebec perché è troppo grande per dividere l'affitto con un altro maschietto;

Romeo vuole proprio lei per sentirsi un grande conquistador;


Sierra per vincere definitivamente la propria guerra con la suocera;

Tango perché non può più guardare da solo neanche una cosa ripetitiva come il tramonto, senza sentirsi male;

Uniform perché non sa lavare né stirare né pulire né cucinare;


Victor perché non ha mai sperimentato interessi propri;

Whiskey per sentirsi necessario a qualcuno;

X-ray per poter avere una condotta sessuale eticamente accettabile;

Yankee perché anacerta bisogna pur ritrovarsi in un rapporto stabile;

Zulu per provare l'emozione di essere sopportati da qualcuno.



Fai caso a come ciascun personaggio non brami mai il bene altrui, quanto piuttosto il proprio.

Eppure, per identificarsi i sentimenti in società, continua a usare l'idea platonica di Ammore. Vuoi per sintesi, vuoi per buona educazione. Questo Ammore poi dovrebbe essere una cosa disinteressata, tipo 'Preferirei perdere un braccio piuttosto che farti soffrire' ecc. Come so queste cose? Perché io sono parte di quell'alfabeto fonetico, o lo sono stato o lo sarò; e perché la parte restante è arrivata alle mie orecchie, ai miei sensi e alle mie sperienze.

 

D'altronde, anche il bravo Dinobuzzati lo disse, mentre in uno dei suoi ultimi libri aspettava la morte imminente. Dinobuzzati, sì, proprio lui. Quello che tu confondi sempre con il suo sosia Paolostoppa.
È bellissimo, Dinobuzzati. Non per un libro in particolare, non me ne ricordo nessuno particolarmente bello. Però vale la pena di essere letto tutto quanto, se in mezzo ci trovi una favoletta semplice e breve come questa:



La ragazza innamorata soffriva tanto, che perfino il demonio se ne impietosì. Andò da lei e le promise l'amato. A una sola condizione: che mai, mai , per tutta la vita, neppure con una semplice carezza, con un semplice pensiero, lei lo tradisse; pena, la morte sua, di lui e dei figli. Singhiozzando, fu costretta a rinunciare.



Uhm. Dovrei farci una canzone.
Ci andrebbe bene la cassa in quarti.

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