sabato 5 marzo 2016

L'uomo delle stelle

L'uomo viene dalle stelle. Da quali, dico io. Non è importante, dice la rivista da parrucchiera, da sopra il tavolino basso della parrucchiera.
Mi stanco e usciamo. Non stiamo per l'appunto ruotando attorno a una di quelle stelle anche in questo momento? E soprattutto, viene dalle stelle anche l'uomo che da dietro il suo parabrezza mostra il pisello a mia moglie?


"Gliele faccio vedere io, le stelle".
"Che?", fa lei, e poi "Lascia perdere, andiamo via. È un povero stronzo".

Anch'io sono un povero stronzo. Perché le voci nella testa dell'extraterrestre non gliel'hanno fatto notare? Perché le voci giuste parlano solo a me?
Ho i miei pensieri anch'io. Preoccupazioni. Cattiva digestione. Alito pesante. Le malattie degli incassatori. Ho bisogno di guarire.

Lo sta facendo perché sono un piccoletto? Non sono un gigante, ok. Possibile che se lo permetta per quello?
Non m'interessa. Problemi suoi. Non ha una donna, si eccita così, esibendosi con quelle degli altri, magari mostrandolo solo a quelle dei piccoletti, per mettere sotto loro.
Non so se ho ragione. Non amo fare a botte, ma a scuola ogni tanto capitava che qualcuno provasse a farsi bello mettendo sotto me.
Dopo le prime volte, in cui lo stupore non mi aiutava a evitarlo, ho capito che dovevo reagire con determinazione. I bulli non si aspettano reazioni. La loro assicurazione sulla vita è l'aspetto terrificante. Un bel cazzotto, un calcio negli stinchi girandosi di scatto, meglio ancora nelle parti basse, una pietra raccolta da terra rischiano di ficcargli nella testa oltre un po' di dolore il buon senso. Rischi di prenderle, e prenderle bene. Ma la prossima volta sarai diventato uno che reagisce, e i bulli cercheranno prede più facili altrove. Le voci si spargono presto. Se decidi di menar le mani, non farti frenare dall'indole mite, o dai buoni consigli.

Che nel frattempo arrivano. In genere lascio perdere, almeno quando c'è il margine di farlo. 'Ma no, non diceva a te'. 'Non intendeva dire quello'. 'E' solo un coglione'.
Ma stavolta no. L'ho visto bene. L'ha visto bene lei. Non l'avesse visto, avrei potuto scegliere di tirar dritto. E poi, mi ha visto bene anche lui. Dritto negli occhi ci ha guardato, prima lei, poi me. Come se provasse interesse proprio a provocarmi.

Quasi mi calmo. Non mi va di mettere le mie mani addosso a uno che si esalta sessualmente in questi modi. Uno normale valuta di doversi poi impegnare in combattimento. Forse è proprio quello, a eccitarlo. M'avrà scelto piccoletto per coltivare la sua perversione, prima uno piccoletto, poi uno più grosso e finalmente uno forte davvero, quando avrà la pelle coriacea abbastanza per sopportar bene le botte. Non ho nessun interesse a darne di buone. L'idea che le mie nocche incontrino i suoi zigomi, prima imprescindibile, inizia a darmi il voltastomaco. Ma ho una cattiva digestione, e alito pesante. Non può finire così.

Come fa a essere tanto beato, però? Possibile che abbia un fucile? Che sia il mio nuovo capo, al lavoro? O il maestro delle elementari di mio figlio? Come può ridere in quel modo, così sereno, senza retrogusti di realismo. Così spensierato ride solo un bambino. Da grande ogni sorriso ti esce strozzato. Almeno un po'. Non ci credi? Prova a confrontare le tue foto d'infanzia con quelle attuali, se ne hai coraggio. Ride così un adolescente coi compagni di scuola, al più, quando il chiasso gli sale imprescindibile nel vagone della metro che ti porta al lavoro. Squassandoti il cervello, che cerca solo di leggere il libro del tuo vicino da sotto la sua ascella poco profumata. Questo prima che la vita gliele ricacci in gola, quelle risate imberbi, in forma di brufoli e forfora e niente motorino, e altre primizie ben più delicate di quelle che verranno in seguito. Forse non conviene reagire. Rischi le pallottole, le coltellate. Una volta in Sardegna si guidava d'estate, ma la macchina davanti ci rallentava. Finalmente dopo un tornante sembra possibile superarlo. Nel farlo, io, seduto sul sedile del passeggero, decido di guardarlo malissimo dal finestrino aperto per il gran caldo.
Apre il finestrino, l'autoctono. "Che problema hai". "No niente", faccio io. Non era neanche spaventoso a guardarsi, forse era persino più piccoletto di me.
Interrompiamo il sorpasso. Mentre sono in preda ai miei pensieri peggiori, cerca di distogliermi invano dal silenzio un "Ma, hai visto?", serissimo, detto da non so quale dei miei amici. "Che cosa?". "La pistola - aveva una pistola poggiata sul finestrino".
Dopo un po', mentre gli altri ancora commentano l'accaduto, "Che coatto demmerda", "A fa i duri cor pezzo sò boni tutti", io realizzo. Realizzo che la mia vigliaccheria per fortuna non è stata colta. Che culo. Che culo pazzesco. Evviva le pistole, evviva la violenza, evviva i coatti e i pezzi ferentes, che nella circostanza mi hanno salvato. Senza di loro, non avrei avuto derisioni. Solo silenzio, imbarazzato e irreversibile. Tanto assordante che dell'accaduto non si sarebbe neppure sparsa voce. Quella volta non avevo neanche valutato la possibilità di una reazione. Poi ho capito il perché. Era il modo lento in cui aveva abbassato il finestrino, mentre noi gli rimanevamo affiancati per guardarlo male. Il modo in cui ci aveva guardato, prima me, poi in un'occhiata unica tutti gli altri.

Deve essere misurato, il mio gesto? Calma e sicura, la mia reazione?
No. Non c'è da parlare o minacciare. Stavolta l'offesa è chiara, nonché grave. Non si può chiedere di ribadirla, per aprire il contenzioso. Non c'è da studiare strategie, 'Ora mentre continuo a guardarlo gli passo davanti e - ', 'Corro verso la maniglia e lo tiro fuori dall'abitacolo, prendendolo dai capelli - no, troppo donna isterica - dalla camicia diciamo, che ridicolo in quel maglioncino a V colla camicia a righine dello stesso colore'. No. Devo essere istintivo nel procedere, istintivo nel colpire, perché non di moltissimo ma è più grosso di me. Se mi metto a razionalizzare, le prendo. Devo abbandonarmi all'istinto, l'istinto atavico, quello più puro. Che se ha permesso che il mio DNA si perpetrasse, avrà saputo trarre d'impaccio i miei antenati in più di una situazione.

L'istinto atavico mi dice di staccarmi dalla presa della mano di lei, che fiutando la mia reazione s'è serrata. Non troppo stretta però, perché il suo, d'atavico istinto, le suggerisce di osservare se posso essere un inseminatore all'altezza delle sue aspettative. Le proli inette delle antenate sue non si erano mica difese da sole.
Quindi mi stacco e vado. A passo determinato, svelto poco meno di una corsa, verso la vettura. Ok. Non cedere alla tentazione di razionalizzare. Una volta d'estate avevo le prove col gruppo in cui suonavo all'epoca. Avevamo giocato a pallone tutto il giorno. Dietro alla saletta c'era un circolo sportivo, abbandonato da qualche mese. La sera avevamo provato. Poi avevamo caricato gli strumenti in macchina. Io avevo lasciato la sicura aperta della mia, giusto per salire un attimo a casa del bassista a salutare. Ma avevamo deciso di restare a mangiare gli avanzi del frigo tutti insieme, e vederci un film. I film erano diventati due, e le lancette le sei del mattino. Stanchi e stremati ci fumavamo l'ultima in finestra, quando ho visto due, carichi dei miei strumenti, in fondo alla strada. Tanti strumenti, e costosissimi. Col gruppo va bene, suoniamo un sacco, vengono sotto i primi agenti a chiedere esclusive. Non avrei potuto mai ricomprarli e continuare, se non mi fossi accorto. Sudato e sporco mi getto all'inseguimento urlando, e quando sto per raggiungerli realizzo di dover passare alle percosse. Mi accorgo che sbollito il pericolo non ne ho più voglia. Razionalizzo. I due si girano timorosi a guardarmi. Una coppia di tossici, un po' più grandi di me, invecchiati male. Posano borse e tastiere per terra. Lei non parla, raro che una femmina rischi le botte. "Me sto pure a cacà sotto" dice lui. Si abbassa i pantaloni e spruzza il marciapiede di gialla diarrea onirica. Poi si girano e se ne vanno, mentre io guardo le mie cose, con vicina la merda, prima di rientrarle in macchina. Quella volta il Kharma aveva impedito una violenza ai danni di due poveracci a cui le stelle avevano voltato le spalle da tempo. Stavolta no. Non è più il caso. Razionalìzzati sto cazzo, che ce l'ha pure più grosso del mio quel pezzo di merda, merita la tua violenza cieca. Aprirai poi la portiera, e se chiusa a chiave non so. Spaccherai il vetro con una gomitata o un calcio, e lo prenderai per il collo e lo tirerai fuori o non riuscendoci cercherai di strangolarlo.


Obbedisco, obbedisco a ogni passo di più. Funziona. Monta la rabbia. Il cervello passa le consegne all'amigdala, non ci prova neanche a dire la sua, per quanto la vede incazzata. Ecco la maniglia, finalmente. Quasi stendo la mano.

Una donna esce dalla farmacia. Guarda nella  macchina. Vede la scena.
"Cristiano! Cosa fai?! Fermati! Smettila immediatamente!!". Butta la busta e la borsa in macchina e inizia ad alzargli la zip.
Poi cerca per strada con chi scusarsi. Io, che nel frattempo sarei il più vicino, distolgo lo sguardo al volo. Il mio provocatore non è orientale, ma ha gli occhi a mandorla. Le guance piene e paonazze. Guarda me e guarda la madre. O la sorella maggiore, vai a sapere. Ride felice. Ecco di chi m'ero scordato: c'era un'altra categoria che sapeva ridere così.
Tiro dritto, decidendo all'istante di ostentare fretta, molta fretta. Devo ricordarmi di cambiare occhiali.
A beccarsi le scuse è mia moglie. "Ma no, non si preoccupi, non fa niente". Mi guarda lontanissimo. Si sforza di non ridere.
Non so se farlo io. O preferire guardarmi le gastriti crescere rigogliose nei loro giardini di primavera.
A suo modo veniva dalle stelle anche Cristiano. Non da una buona, perlomeno.

sabato 27 febbraio 2016

Tutti i colori dell'Autogrill




















'Hai finito di lamentarti per ogni cosa?', mi dice mia madre nella testa mentre sbuccio le mele. Lei non si lamentava mai, quando mi faceva la macedonia a colazione.

Qual era il suo segreto? Il nero della frutta. Il bianco delle fragole. I semi da rimuovere. I torsoli, la buccia. Il costo. La deperibilità. Una barretta di Mars costerebbe un quinto. Il suo incarto, semplicissimo da rimuovere.

Ma io devo dimagrire. Dimagrire, dimagrire, dimagrire. Caffè, quattro sigarette e vacuazione. È strano come la puzza della merda altrui disgusti e la tua ti rassicuri. T'incuriosisca, a tratti. Dev'esserci una lezione nascosta da qualche parte, ma non mi va di cercare.
Poi allenamenti. Tiro di boxe. Al ritorno, insalata con tofu e avocado. Niente olio. Imbustata. Già pulita. Costi pazzeschi. Praticamente, è importante che la pelle aderisca in rilievi e avvallamenti sugli addominali, da sotto la maglietta. Anche se non ci sono occasioni sociali per esibirla, la pelle, data la stagione poco marittima. Però però: come farne a meno?

Che poi è una ricerca, tutta una ricerca. Ho fatto un calcolo. In un anno di privazioni, i mesi di standard soddisfacente saranno sì e no due. Anche qualora siano compatibili con una spiaggia, andandoci al mare non succede mai niente. Però, alle prime piogge, non si può mancare all'appuntamento colle pubblicità fotoscioppate. Anche se non si gireranno mai, loro, a dirmi 'Uau! Complimenti'.

Esco di casa e salgo in macchina. Accendo la radio, anzi no. È certo che il politico dia in escandescenze dopo qualche minuto del suo comizio, o che Vasco Rossi sul ritornello s'incazzi. Non ho bisogno di sperimentarlo ulteriormente.

Dice il tabellone dalla tangenziale: “Al Comune, vota A. Màmmeta!”
Promette di chiudere i campi nomadi, come assicurano gli esponenti di tutti i punti cardinali governativi. I ROM saranno espulsi, e potremo camminare sicuri sul nostro bel suolo italiano. Peccato che la maggior parte dei ROM abbia cittadinanza italiana anch'essa, e la probabilità che ciò si verifichi sia pari a quella di espatriare A. Angela, o A. Vespucci, o A. Vitali.
Di certo l'ipotesi solletica qualsiasi altro italiano, fatti salvi quelli degli schieramenti più sinistri, che i ROM se li affratellano a parole purché da sopra le decine di metri quadri dei loro terrazzi sui centri storici. Il Destro, il Centrodestro, il Centrosinistro, vanno in solluchero quando hanno conferma della bontà della prossima loro scelta elettorale, come se la rimozione sicura di quell'hardware sia un'esclusiva dei propri beniamini politici.

Sicuramente il bestione di mezza età che prova a centrarmi da dietro i baffi arleidevidsoniani apprezza, stando al tintinnio dei guantini che gli pendono dalla cavezza d'oro che porta al collo, sopra la celtica. Ma non c'è verso. Gli sfuggo saltellando, e ogni tanto gli porto i miei saluti con un gancio al fegato. Potrei incattivirlo, e a guardarlo non converrebbe. È uno col core demmerda quattro volte il normale. Un performantissimo quad-core. Ma per avere paura della morte bisogna prima essere vivi. Comunque poi gli batterò il guanto sul suo, e sorridendo di circostanza lo ringrazierò per la sparringpartnership. Più tardi, dalle docce uscirà l'eco di un suo acuto “Ahò, vorrei avé 'r cazzo de Paoletti e i sòrdi de Ciuffini!”. 'Ciò implica la tua penuria di entrambi', potrei fargli notare, ma non lo faccio. La mia è una forma di silenzio – assenzio.


Torno a casa. Vado di corsa, ma perché? Rendermi conto mi mette di malumore. C'è il sole dopo pranzo, e io cerco di contrastare portando a spasso il bicipite testé tonificato. Sarà caffè ai tavolini del bar sotto casa, con le due sigarette conseguenti. Scendo.
È un bar di nuova gestione, ammodernato. Bonificato. Adesso i vecchietti e le loro carte da gioco non sono ben visti, e i dipendenti hanno i cartellini con su il nome.
Ho un'ispirazione. Che gelato sia. Gelato sì, ma ipocalorico, alla frutta.
Leggo sul petto dell'inserviente, appena sotto delle sue sopracciglia a gabbiano, 'Gèssico'.

'Gessico. Ma checcazzo di nome è?', faccio perplesso io.
Tradotto simultaneo nella lingua usata convenzionalmente in questo genere di conversazioni, suona:
“Mi fai 1 cono da Treccinquanta, per favore?”

'Gessico! Il maschio di Gessica! Come Debboro di Debbora, coll'Acca o senza' mi fa lui sorridente. Che invece si dice:
”Checcimettiamo?”

'Al gusto di quella', indicando una più in fondo, intenta a dire cose nel trasduttore microfonico del cellulare. Ovvero:
“Cocco, limone e fragoline di bosco”.

“Ecco qua”, detto allo stesso modo in entrambi questi idiomi strambi.

È vero. È al gusto di quella. Ma io, come faccio a saperlo se non la conosco?
Questa cosa mi mette ancor più di malumore, e a nulla vale il suo (di lei) 'Vuoi controllare?', che le riempie il telefono di un “Mò esco checcè 1 che mi fissa da mezz'ora”.

Cui ribatto prontamente.
'Taci, stolta. Non sai che il poterlo fare mi fa perdere interesse?', che curiosamente si pronuncia non emettendo suono alcuno se non quello dei passi uscenti dal negozio per lasciarla lì a meditare sui suoi errori esiziali.

La giornata non decolla. Mi soffio il naso in continuazione, devo pulirmi sempre il culo – sempre, non salto un giorno. Non ho i Like su Facebook che vorrei. Nessuno si accorge di me, mai o quasi mai. Eppure – oh, dico! Eppure. Non mi sembro da buttar via. Ma anche i ravioli al tartufo o la lasagna non sono più buoni, se non c'è nessuno ad assaggiarli. Da qui il successo del Piacersi, nelle reti sociali. E forse io sono più una trippa alla romana, che manco mi piace. Corro e ricorro ai soliti sbagli, non fisso mete degne di nota, non focalizzo desideri reali. Anelo a routine di mera sussistenza, inasprita da traguardi precari o irraggiungibili, quando ciò che realmente vorrei sono le strisce di sole filtrate dalle persiane, le pennichelle da nonna la domenica pomeriggio, cogli zii ancora giovani che sentono le partite di calcio dal salone o il rumore della Formula Uno.

Per fortuna, in coda ai gelati poco dietro di me c'è Sturzo. Sturzo è il mio compagno di banco del liceo. Un altro esiliato. Facevamo sempre sega insieme. Andavamo a casa di Bocca, che andava a un'altra scuola e i genitori uscivano presto per andare al lavoro. Tutti andavano, tutti andavamo. Dove, poi. Lui poteva dormire tutta la mattina, e invece andavamo noi e lo svegliavamo. Gli portavamo delle merendine rubate al supermercato per ammansirlo, e tre lattine di cocacola per tutti. Poi giocavamo al calcio del Commodore 64 per tutto il giorno, e io perdevo sempre. È tanto che non lo vedo, Sturzo.

Altre volte, tornando da scuola o fingendo di farlo, giocavamo che Sturzo era handicappato e io il suo accompagnatore. Quindi lui poteva fare quello che gli pareva, e io dovevo scusarmene cogli astanti. Quelli erano i ruoli. Io non sono mai stato buono a fare quello che mi pare, lui un po' più di me. Ho invece sempre avuto un certo talento a scusarmi per qualsiasi cosa. La volta migliore è stata alla Standa del Prima di Berlusconi. In genere ci limitavamo lui a correre in lungo e in largo e io a scusarmene colla gente. Invece quella volta si soffiò il naso in una pelliccia addosso a un manichino, lasciandoci sopra una quantità incredibile di muco giallo tendente al marrone, lasciandomi schifato e affascinato al punto da scordarmi di scusarmene col manichino.

“Ciao Sturzo!”
“Ciao”. 'Famo outing?', nel senso di “Ci mettiamo fuori?”
“Daje”.

Andiamo ai tavolini. Come vicini famigliole, un prete, e poco più in là quella di prima. Oh beh. I porci non apprezzano le perle, ma anche loro dei porci non hanno mai capito granché. Qualunque cosa ciò significhi.

“Bella Stù, meno male che t'ho beccato a tte, stavo popo nero, sai sti wichend che aspetti tutta la settimana e c'è pure il sole, ma al dunque non sai che fartene”.
“Ma ti ricordi quando sparavamo colla cerbottana ai palazzi vicini, e tiravamo le buste d'acqua a quelli di sotto, o di quella volta alla Standa” - “e che, 'n me ricordo” - 

'Quale manina è stata?', dice il prete senza alzare gli occhi dallo schermo del suo i-Ped.

Noi sussultiamo e ci giriamo, gementi e piangenti in questa valle di lacrime. Possibile che siamo stati beccati così stupidamente, dopo tanti anni? Ma certi reati non cadevano in prescrizione? Ma non si stringono le cose quando le lavi, e non si allargano quando le usi?
Che spettacolo affascinante. Che teatrino imprevedibile. Se solo uno prende la briga di fermarsi le cervella, e ammirare il panorama. Ricordarsene è difficile, perché sono ore che viaggi. Ore tutte uguali. Ore di giorni, mesi di anni. Molto più facile fermarsi al Lauto Grill, dove t'incanti a vedere girare a fuoco lento pacchi di caramelle gommose, scaffali di dischi da classifica, copertine di libri da casalinga, cogli altri viaggiatori, vecchi e giovani, belli e brutti.
Mercanzie stracolorate, meravigliose e terribili nel loro insieme, poco attraenti se prese una per una.

sabato 13 febbraio 2016

Millennium bugs


Già per voi, nati nel secolo scorso, non dev'essere stato facile abituarsi a quello nuovo. Pensa per noi che siamo del vecchio millennio.

Ah, il Vecchio Millennio. Sembrano passati secoli, ma io ancora me lo ricordo.
Le Crociate. La peste nera. La scoperta dell'America. Il Rinascimento. Le Eresie. La rivoluzione industriale. L'Illuminismo. L'esplosione demografica. Il capitalismo - il comunismo, arf arf, che ridere! Noi del millennio passato usciamo indenni da due guerre mondiali e dalle bombe atomiche; abbiamo fatto la rivoluzione informatica e conquistato lo Spazio.
E voi, pischellanze neomillenarie? checciavete? Il bosone di Higgs?

Voi, marmaglie male educate, vi titillate colle mucche pazze, le SARS, le influenze aviarie e suine. Partorite emo. Mandate i negri alle Case Bianche, mai i bianchi alle Case Negre - razzisti. Scureggiate ancora combustibili fossili, pur disdegnandoli in società per darvi un tono. Continuate a viaggiare su vecchi aerei analogici, e vi titillate coi digitali terrestri. Tanta è la vs. noja che come vedete 4 gocce (“Tempeste d'acqua”!) gli date un nome di femmina - che fantasia, che modernità; quando i nostri avi comuni pascolavano le bestie nei Diluvi Universali. Battete monete €uropee e subito ve ne pentite. Vi amplificate gli scemi del villaggio a suon di smartphone e social network. Stolti! Noi del Vecchio Millennio siamo nauseati dalle vostre camminate whatsappanti.

Avete fatto sparì una categoria: il rivenditore di giornaletti zozzi. Che fine gli avete fatto fare? Me l'immagino a un angolo di una strada coi suoi giornaletti, tutti ripuliti, che proprio per questo non interessano più a nessuno.


Siete tutti pelati, quando pure il più fesso di noi era capellone; o al limite faceva ridere i suoi allegri compagni sfoggiando riporti che manco nelle addizioni alle elementari. Vi fanno male gli stomaci poiché fin dalla culla mangiate merda colorata dalla chimica delle E majuscole, voi che deridevate i nostri Panioli&zuccheri.

È incredibile quante parole nell'unità di tempo riusciate a digitare sulle tastiere dei vostri touch screen capacitivi, alcune delle quali anche di senso compiuto se prese singolarmente, senza mai far uso delle cervella. I correttori automatici vi raddrizzano i caratteri, e neanche tutti; ma mai le idee.

Rigettate i nostri vaccini come un complotto di vecchi babbioni, mentre v'inculate da soli i sieri positivi.
Sguazzate nelle Torri Gemelle, negli sgozzamenti kosher, nel vostro être Charlie. Ma che ne sapete dello stare tipo foglie sugli alberi autunnali? Dell'ardere sulle pire inquisitorie, delle teste rotolanti dalle ghigliottine perché le vostre possano toppare 1 suffragio universale dopo l'altro? Noi ciavevamo i Leonardi, i Cristoforicolombi, i Copernici, i Galilei. I Newton, i Bach, i Voltaire, i Rousseau. I Kant, i Beethoven, i Darwin, i Freud, gli Einstein. Gli Andreapazienza. I Beatles.
Voi replicate con Justin Bieber.

Eppoi non vi accontentate mai di niente. Noi con una invenzione ci svoltavamo tanti pomeriggi, lieti e semplici. La stampa a caratteri mobili cià regalato secoli di piacevolezze. La polvere da sparo, interminabili sterminii. La macchina a vapore – dio, com'era allegro il suono di quelle rotaje vaporizzate! Il volo umano, roba che ancora non pare vero.
Noi, nel tempo libero, ci radunavamo nelle nostre polis.
Voi sciamate come zombi nei vostri centri commerciali il sabato pomeriggio, e non uscite di casa se ciavete l'i-Phone minore di N.

Quindi, checcazzo ciavete da ridere? Da sentivve superiori, solo perché ancora vivi? Colle vite allungate, e le vecchiaje infinite che vi partono sin dalle più tenere età, cogli smogs che vi attanagliano, coi rumori delle monnezze urbane che vi squassano le periferie degradate dove dormite?

Noi eravamo giovani, voi siete vecchi. Noi, morire era un attimo. Denti che si guastavano, stomaci che si laceravano, femori che si rompevano e vualà. Ma prima eravamo vivi, di una vita scandita da cicli e riti di passaggio ben definiti. L'infanzia. L'adolescenza. I primi accoppiamenti, senza tante storie. L'ingresso nel mondo del lavoro. L'autonomia residenziale. Il matrimonio. I figli.
Voi, è tutto un rifiuto. Siete piccoli e volete crescere. Siete cresciuti, e indugiate tra la fanciullezza e la maturità, senza mai scegliere. Dipendete dai genitori fino alla loro lentissima consunzione; e quando riuscite ad andarvene di casa restate a 10 km dalla famiglia, se non sullo stesso pianerottolo. Avete un'aspettativa di vita da sballo, rasentate la centenarietà. Ma non avete tempo neppure per dormire.
Vi abbuffate di grassi idrogenati e cancerogeni edulcoranti, poi vi spossate di diete e sport per recuperare vita. Provate uno a caso dei nostri assedii medievali, per dimagrire davvero.
Nella società delle telecamere siete pervasi dall'insicurezza. Noi, quando ci avventuravamo in un bosco, manco sapevamo se saremmo tornati a casa con tutti gli arti.

Vi fotoritoccate, vi fotoritoccate. Ottenendo più cose.
La prima, la frustrazione di vedere gli altri e voi stessi incompatibili cogli standard più diffusi.
La seconda, la sparizione della Bellezza, che trova definizione dalla presenza del suo contrario.
La terza, l'autocancellazione dalla memoria futura.

Ma soprattutto, attenzione.

Avete perso l'Attenzione. Siete distratti. Da cosa, poi. Link che va di moda cliccare. Video che è necessario vedere. Inviti a eventi impossibili da raggiungere. Scrive chiunque, aforismi e massime, denunce e moralismi. O almeno copia. L'arte, finalmente, è di tutti. Ognuno disegna, suona, compone. Quantomeno fotografa, sfornella, trucca. Le dinamiche, ipercompresse, spariscono. Rapporti facili ad aversi e a perdersi. Suoni e colori brillanti e ultravivaci. Confezioni curate più dei loro contenuti, spesso insalubri, talvolta tossici. Codici e gesti che appartengono a culture vittoriose quanto lontane. Nozioni e spunti immediatamente raggiungibili, quindi poco interessanti.
Noi le cose ce le conquistavamo. Ammirare un quadro richiedeva lunghi viaggi, o l'acquisto di cataloghi costosi. Sapere chi avesse suonato su un disco era difficilissimo, se non era scritto nei crediti. Conoscere il liceo frequentato da David Gilmour era impossibile, senza un lavoro di ricerca di mesi (grazie Ricciolé). Era comodo? No davvero. Ma almeno, le tue energie le riservavi a ciò che conta, per te stesso soprattutto, scoprendo e sviluppando un gusto personale, senza finire invischiato nei milioni di visualizzazioni decerebranti dell'ennesimo burattinaio patinato.

La sovrabbondanza dell'informazione genera noja. Noja semantica. Inesattezze. Contraffazioni più o meno palesi. Complottismi consolatori e autoindulgenti. Credete negli extraterrestri (a che pro, poi) e consultate oroscopi, finendo per arricchire imbonitori più assurdi dei nostri peggiori stregoni.

Noi del Millennio passato non vi capiamo. Non ci adattiamo. Vi disprezziamo. Ed è per questo che la nostra ora è giunta.
Ricordo ancora le cassandre dei millenni scorsi. Si decantava l'arte della Scrittura, come farmaco della memoria e fonte di conoscenza divulgata. Sarebbe stata sapienza apparente, ribattevano loro. Possedendo e leggendo cose scritte avremmo creduto di conoscerle. Ma senza elaborazione, senza insegnamento, ci saremmo trasformati in portatori di opinioni, invece che sapienti.

Esageravano? O è successo davvero?
Non lo sappiamo. Noi alla fine l'abbiamo trovato, un nostro modo.
Se l'accelerazione non ci schiacciasse nelle tombe, se l'attrito non consumasse le nostre spoglie, saremmo curiosi di vedere il vostro.



venerdì 18 settembre 2015

La padronanza



La prima volta che ne vidi veramente uno eravamo in spiaggia.
Era seduto sul molo. Aveva qualcosa in bocca, che colava saliva. Dalla pelliccia grondava acqua salata.
Era lì, perfettamente a suo agio tra la gente, che in effetti si faceva gli affari suoi. Io pensai, ed è l'ultima cosa che ricordo al riguardo, 'Ma se ci fossi io seduto lì, col mio panino, unico esemplare della mia specie per chilometri e chilometri, circondato solo da quei mostri bavosi; sarei capace di essere tranquillo così?'
La tranquillità paga. Sempre. Non vedo altre cause, per la loro proliferazione. È incredibile. Ora sono solo, e sto in mezzo ai mostri tutto il tempo. Prima di incontrare un mio simile passano ore e ore. Certi giorni non ne incontro affatto. Ed è un incubo.
I Mostri, colla loro noncuranza, si sono diffusi. Moltiplicati. Hanno prevalso. Erano carini. L'ultima moda. Parlarne male in società? Impossibile. Ci si trovava subito emarginati. La gente era capace di urlarti contro. Eri uno schifoso, insensibile, crudele, roba da telegiornale e da emarginazione sociale. “Sono così carini!”. “Il mio è intelligentissimo, capisce tutto quello che gli dico!”. Talmente intelligentissimo da farti le scarpe, testa di cazzo sparita chissà dove. Oh, bieco cinfallico. Ora mi trovo a rimpiangere perfino te.
Mi manchi, quando l'alternativa è stare in silenzio per ore e ore. Anche la tua stupidità mi allevierebbe la solitudine. Passo le mie giornate rinchiuso nei loro covi, ad assistere ai loro passatempi schifosi. Giocano. Non so a cosa. Si inseguono, si raggiungono, si saltano addosso e si urlano contro. Penseresti a un pericolo imminente; macché. Dopo poco capisci che per loro quella pantomima è il massimo della gioia. Fanno camminate lunghissime, questo lo vedi quando decidono di portarti con loro. Allora, qualsiasi cosa tu stessi facendo in precedenza, la molli in fretta e inizi a smaniare. C'è il caso che si passi davanti a un Internet Point, uno rarissimo, di quelli che, non si sa come, ancora funzionano. Potresti riuscire a controllarti la email. Devi fare in fretta, perché anche i più tolleranti dopo qualche minuto si spazientiscono e ti strattonano fuori. E se pure ci riesci, la casella di posta è vuota ogni volta, perché la gente è sempre di meno, e quella che c'è non è stata altrettanto fortunata da avere il tempo e il luogo per digitare user name e password.
Io non ricordo, non ricordo. L'ultima cosa che ho ben chiara è quella spiaggia. Poi più niente. Le uscite sono umilianti, oltre ogni dire. Quello che facevi prima di uscire non conta. Decidono all'improvviso, in un attimo si è fuori. Devi fare i tuoi escrementi in fretta e dove capita, e guardare i loro nasi infilartisi nella merda, e le loro lingue assaggiartela; e se provi a cagare più defilato, capacissimi di riportarti a casa infuriati, quegli obbrobri. Si vergognano: cagare defilato non sta bene. Girano con uno strumento apposito, una specie di spatola di legno. 'Spargimerda', lo chiamano. Serve a che la merda spalmata possa essere calpestata, annusata e leccata da più mostri possibile. Opporre resistenza non conviene. Non sai quando sarà la prossima volta che potrai sperare di incontrare un altro essere umano.
O essere umana? Perché gli impulsi sessuali si fanno insopportabili. Squallido a dirsi, ma l'ultima volta che ho incontrato una donna ci siamo subito saltati addosso. È stato un attimo. Ci hanno separato immediatamente. Io sono stato morso, e pure lei. Non vogliono che ci riproduciamo, quei bastardi. Hanno paura di tornare in minoranza. Ne hanno il permesso solo i più fortunati. E fortunati per modo di dire. Quando i Mostri decidono di concedertene il privilegio, è solo per sperimentare nuovi incroci razziali. Una volta durante un'uscita ho incontrato un ragazzino tedesco. Avrà avuto quindici anni, basso e obeso, completamente nudo. Sono rari, quelli di noi che hanno ancora vestiti. Io sono fortunato: sul naso ho addirittura un residuo di occhiali. Era stato messo, mi ha detto, davanti a una cinese di sessant'anni. Alta e secca da fare paura, coi capelli bianchi e i peli delle ascelle dello stesso colore. Nessuno dei due aveva gran voglia di iniziare a darsi da fare. Poi lui, più avido di prime esperienze o almeno immagino, aveva tentato l'approccio. Nulla da fare. Lei gli si era rivoltata contro graffiandolo in faccia, con gran biasimo dei Mostri astanti che laidi assistevano.
Questo mi ha raccontato, in quei pochi minuti che ci hanno concesso. In uno scambio linguistico che avrebbe affascinato qualsiasi glottologo dei tempi andati. Io, del tedesco, non ho mai capito una parola. So solo che ha le declinazioni come il latino. Statura e peso me li ha mostrati a gesti. Il bianco era quello della lurida camicia che indosso tutti i giorni. E i suoi indici che si stiravano gli occhi non lasciavano dubbi: quell'amazzone virtuosa era orientale. Quanto all'età, l'ho dedotta dal gesto con cui quel ragazzetto roseo e paffutello si indicava le mammelle colle mani, abbassandole poi fino all'ombelico. Quelle di lui sì, erano floride.
A questo punto sarai curioso dei miei altri trascorsi sessuali. Ben poca roba, ahimè. Il più delle volte incontro vecchie o bambine, e non mi sembra il caso. L'ultima volta che ho concluso qualcosa è stata con una signora sui cinquant'anni, lasciata sciolta nel parco, come me. Una di quelle signore un tempo perbene, che avresti visto uscire dalla messa la domenica mattina. Chissà dove sono adesso suo marito o i suoi figli. La signora perbene mi guarda. Un'occhiata allusiva, ti assicuro. Io, da lungo digiuno, non disdegno. Ci avvinghiamo. Non ci separano, forse per la probabile menopausa della mia concubina. Li fanno bene i loro calcoli, quei bastardi. L'ho rincontrata, non è mai stata incinta. Forse sono io che sono sterile. Chissà.

Certi di noi hanno funzioni assegnate. Ci usano per assistere i Mostri più anziani. Uno schifo che non ti dico, se pensi che anche da giovani hanno i culi incrostati di merda, e le loro convenzioni sociali vogliono che incontrandosi si annusino e si lecchino sempre lì. Imbocchiamo le loro fauci sdentate, e quella è l'unica cosa buona: non c'è pericolo. Un'altra cosa per cui ci reputano validi è lanciargli oggetti. Li afferrano al volo, riportandoli indietro e pretendendo che gli si rilancino ancora, e ancora. Sembra si divertano. Potrebbero lanciarseli tra loro, penseresti. Ma i loro arti non sono appropriati. Ah, caro vecchio pollice opponibile! Parevi garanzia di ogni futuro successo; e invece. La vera tortura è la costrizione di grattarli. Non ne possono fare a meno. Ti abitui presto ai crampi, e allora cambi mano. Ti danno da mangiare (meglio sorvolare sulle condizioni igieniche, se pensi che i loro arti più prensili sono fauci ributtanti), ma pretendono che gliene passi continuamente bocconi. Una delle tante stranezze della loro etichetta. Ecco che la tua porzione, apparentemente abbondante, si riduce di almeno due terzi. L'unica salvezza è quando escono. Sulle prime, quando capisci che non ti porteranno con loro, ti rattristi. Dovrai rimandare la speranza di incontrare tuoi simili. In più, assisti a scene apparentemente incomprensibili. I Mostri non hanno la concezione del tempo. Quando si separano da te, il commiato è straziante, come se non dovessero rivederti mai più. Tu ci speri, e invece eccoli di ritorno dopo neanche venti minuti.
È tutto inquietante. Ti lasciano stare solo quando dormono. Allora tu ti affacci alle finestre abbandonate, e urli alla notte la tua disperazione. C'è chi chiama i nomi dei propri cari dispersi. Chi piange. Chi bestemmia. Chi suona la chitarra elettrica. Il giorno dopo tra i tuoi padroni Mostruosi e i loro vicini è una gran cagnara, per il chiasso fatto nottetempo. Non di rado c'è chi dissemina hamburger avvelenati nei i luoghi dove ci portano in ricreazione. Io stesso ho più volte scartato una fritturina di pesce appetitosa, ma piena di puntine da disegno. Come se non ce ne accorgessimo per tempo, poveri stupidi. Altre volte pubblicano sui loro social network decine di nostre foto, scrivendo quanto siamo carini. Peccato che le nostre facce, le cui emozioni non sanno leggere affatto, tradiscano noia, disappunto o addirittura orrore. I più eccentrici alla loro morte ci lasciano tutti i loro averi, o li donano alle associazioni di fanatici che pretendono di curare i nostri diritti, che invece ignorano. Grande è allora il disappunto dei congiunti sopravvissuti.
Ci usano per attaccare discorso colle prede dei loro amplessi. “Che carino, il suo! È un cucciolo? Quanti anni ha?”. E anche questa degli anni è bella. Hanno una vita media decisamente inferiore alla nostra, e alla loro morte ci abbandonano del tutto al nostro destino. I più fortunati riescono a scappare, ma al di fuori del consorzio Mostruoso se rintracciati rischiano la soppressione. Più spesso accade di venire tramandati a parenti per i quali sei solo un fastidio, e te ne rendi conto immediatamente dalle loro facce scocciate. Hai fatto tanto per abituarti a un legame, e ora ti ritrovi in balia di estranei. Buona fortuna per i tuoi pasti, e per ogni altra esigenza primaria.
Per le secondarie, incrocia le dita. Le influenze te le tieni. Malattie più serie devi sperare di non prendertele. Te l'immagini, i loro “dottori”, a tastarti con quei loro arti inetti per cercare di capire cos'hai? Hai idea di dove non sia arrivata, la loro “Scienza medica”?
Per loro, tutto si riduce a leccarsi le ferite. Con quelle loro lingue spesse e ruvide. Magari a loro fa pure bene, che so io, ci avranno su degli anticorpi. Ma te la vedi la tua cataratta, a guarire per le loro slinguazzate poderose? O le tue emorroidi? O una cirrosi epatica, un colpo della strega, un – brr – varicocele, una si(gh)filide?

Qualcosa non va. Un essere vivente non dovrebbe mai possederne un altro. Il rapporto non è paritario. L'ignoranza fulmina. Molti dei nostri padroni cercano di intavolare con noi un rapporto affettivo perché incapaci di stabilirne coi loro pari. Si stupirebbero molto di quanto siano inadeguati, se solo avessero facoltà di intenderci. C'è qualcosa che noi abbiamo, di cui loro non hanno idea. Una coscienza. Notiamo tutto quello che succede. Ce ne chiediamo il perché. Non capirlo ci causa sofferenze. Loro invece soffrono delle cose o ne gioiscono, e tutto per loro finisce lì. Che beatitudine.
Ma siamo noi, ad aver iniziato. Abbiamo cominciato per primi la Padronanza. Senza chiederci mai se, in luogo della coscienza, avessero anche loro una sensibilità passibile di sofferenze, se ignorata. E io non ci ho mai fatto caso, se non la prima volta su quella spiaggia.
Schifosi padroni di uomini. Schifosi padroni di Mostri.

giovedì 20 agosto 2015

Nascondino


















Ma, per una volta, parliamo di te.

Tu eri piacente. Addirittura ti percepivi bello, in qualche occasione.
Avevi un lavoro. Dignitoso al punto di non vergognartene, quando ti davi in società. 
Tra mille interferenze avevi finalmente trovato il modo di sintonizzarti su di te. Riuscivi pian piano a capire chi eri. Ti compravi delle cose. Vestiti, mobili, macchine. Ti caratterizzavano.
Andavi in vacanza. Visitavi mostre. Cercavi i libri che ti piacevano e li leggevi, anche più volte, trovandoci sempre cose nuove. La cernita di amici validi e somiglianti ti rassicurava. Riuscivi a individuare le giuste serie tv. Ti iscrivevi in palestra e ti ci allenavi. La tua forma fisica era spesso ineccepibile. Lasciavi trapelare all'esterno pochi elementi studiati e spiazzanti, che ti conferivano un certo fascino.
Eri misurato. Camminavi lento, mettendo la giusta distanza tra un passo e l'altro. La tua schiena era dritta, il tuo capo, finalmente, alto. Guardavi le persone negli occhi, cercando di capire se i teatrini che vi si svolgevano dietro potevano interessarti. Non ti facevi problemi a rivelare i tuoi, quando ti andava, impermeabile a ogni giudizio.
Avevi trovato il giusto equilibrio fra risate e lacrime, dettate entrambe da gioie e dolori. Le piangevi o le ridevi davanti agli altri, decidendo se ti piaceva continuare a farlo a seconda delle reazioni. La tua impermeabilità alla loro pertinenza o all'impertinenza ti faceva sentire forte.
Avevi sviluppato vari modi. Dall'umorismo sgangherato a quello tagliente, dalla battuta demenziale alla più cinica. La tua varietà timbrica ti faceva spiccare. Questo, solo quando di calcare il tuo palcoscenico lo decidevi tu, regalando i tuoi biglietti a spettatori scelti.
Ti davi al gioco creativo. Giocare ti aveva interessato da subito. Nei modi e nei tempi che stabilivi. Avevi scoperto la soddisfazione di inventarne le regole. Perfezionarle. Il numero dei partecipanti si era andato restringendo, fino a farti preferire i più solitari. Costruivi un prodotto. Musicale o pittorico, scultoreo o verbale. Non aveva importanze se non contingenti. Quando ne eri soddisfatto lo ritenevi chiuso, e lo rimiravi. Ogni tanto decidevi di rivelarlo, e gli apprezzamenti eventuali non ti lasciavano indifferente. Ne ricavavi la spinta per altre creazioni in quantità esponenzialmente maggiori della produzione di partenza.
Ti pettinavi colla riga a sinistra. Una volta avevi provato a farla dall'altra parte. Per curiosità. I tuoi capelli non erano convinti, e tendevano alla ribellione. Prima di uscire tentavi abbinamenti cromaticamente convincenti, tra capi di vestiario sceltissimi. Per valorizzare l'altezza, superiore alla media, e gli altri punti di forza del tuo fisico. Ampia circonferenza toracica. Collo muscoloso. Figura slanciata. Spalle larghe. Per la maggior parte del tempo stavi lì a pensare cosa metterti.

La tua vera vita ti stava sempre ben chiusa nella testa.



Adesso non avertene, ma diciamo qualcosa di me. Giusto i tratti essenziali.

Io ero la cosa in agguato. La contrattura al collo, l'automobilista sbadato, il pedone distratto, il burocrate sgarbato, il pianoforte che cade dal quinto piano, il cancro ai polmoni, il genitore cattivo, la sua morte prima di farci pace, l'esame fallito, la pena immeritata, la multa sul parabrezza, il sacco della spazzatura che d'estate si rompe sotto, il proiettile vagante, il cedimento strutturale, il tris che non entra a Risiko, la vera e propria sciagura, l'imprevisto fastidioso.

Che emozione. Ora conto fino a cento e ti vengo a cercare.

sabato 14 marzo 2015

La Grande Esplosione
















La prima volta che provarono a uccidermi non ero che una bambina.
Più che spaventarmi del fatto in sé, m'impressionò che qualcuno avesse desiderato la mia morte, provando a realizzarla con violenza estrema.
Fu un trauma. La prima di mille altre volte, alle quali non mi abituerò mai. Se non quando nulla potrà più contare.

Il terrore spietato con cui ci fuggono.
L'accanimento pazzo con cui ci danno la caccia.
Sarebbe ridicolo, se non fosse letale.
Eppure, che io sappia, la mia tribù fra tutte è l'unica che non uccida per nutrirsi. È nostro punto d'onore non recidere vite, per alimentare la nostra.
Ci nutriamo di spirito. Ci muoviamo lentamente. Ci cibiamo della vicinanza. A sostentarci basta la prossimità delle persone che più ci piacciono.

Dopo la Grande Esplosione sviluppammo le nostre facoltà. Come tutti.
Ad alcuni crebbero zanne. Ad altri artigli. Chi sviluppò corazze, chi raggiunse assurde velocità di fuga. Aculei, pungiglioni, tentacoli ributtanti. Un numero di arti sempre nuovo. Le mutazioni variarono ogni specie vivente.
Siamo tutti dei sopravvissuti. Siamo tutti dei mal-viventi.

Non siamo stati fra i più fortunati. L'unico dono che ci è toccato in sorte è una capacità straordinaria di adattamento all'ambiente. E altre varie prerogative, buffe o penalizzanti.

I nostri maschi vivono poco. Pesanti e impacciati, sono i primi a soccombere. Il loro canto ci attira. Cantiamo anche noi; canti dolcissimi. Acuti, in giovane età. Più gravi quando siamo sessualmente mature. La sintonia ci fa accoppiare. Come tutti. Il seme che riceviamo nel primo accoppiamento sarà quello che ci feconderà per tutta la vita. Ma potremo riaccoppiarci per provare piacere.

Non siamo in grado di regolare il calore corporeo. La nostra temperatura dipende dall'ambiente circostante. Ai primi freddi entriamo in uno stato letargico, rallentando le funzioni corporee e interrompendo temporaneamente la crescita. Il nostro organismo rimane inattivo. Non si alimenta e non si muove. Trascorriamo così la maggior parte della nostra esistenza, viste le precipitazioni improvvise e le bizzarrie di un clima sempre più cagionevole. Nonostante le condizioni ostili, vogliamo solo sopravvivere. Come tutti.

Ci accusano di portare malattie. È falso. In altri luoghi forse, o in altri tempi. E comunque, mai consapevolmente. È colpa nostra se batteri e virus ci usano come veicolo? Credono forse, quelli che puntano il dito, di esserne immuni? Si sono mai chiesti a quanti esseri risultino mortali, e in modi meno inconsapevoli? Non giustifichino il loro odio con le menzogne.

Quanto a noi, mortali lo siamo solo per nostro conto, e per loro contributo.
I più ingenui provano a esorcizzarci attraverso rituali. Accendono fuochi, bruciano essenze. Adornano le loro case di piante che dovrebbero tenerci lontani. I loro scienziati deviano corsi d'acqua che ci sono necessari. Provano a eliminarci spargendo veleni, che intossicano essi stessi. Sterminano acri delle loro terre, continuando a cibarsi dei loro frutti assassini. Potremmo riderne. Sarebbero risate amare. Ma i nostri sorrisi sono spenti da tempo.
Si sono fatti più furbi, e mille volte più crudeli.

Hanno studiato sostanze nuove, innocue per la loro prole, che inibiscono lo sviluppo della nostra. Se solo vedessero lo scempio che hanno fatto. Cosa direbbero le loro madri, tenendo al seno nidiate di malformati? Hanno selezionato razze di predatori, disseminandoli nelle terre che abitano, a loro stesso rischio e pericolo. Tentano di modificarci geneticamente, nella speranza inumana di selezionare spermatozoi in grado di generare soli maschi.
Quando possono, non uccidono sul colpo. Amano bruciarci in parte, strapparci gli arti e lasciarci vivi, per farci monito di ogni sopravvissuto. Come possono convivere con loro stessi? Non si fanno orrore? Come possono allevare figli, assistere anziani, amarsi addirittura, coi segreti orribili che tanto fieramente sbandierano? Hanno perso completamente ogni coscienza? Non rispettano niente, non temono nessuno. Non potrebbero un giorno condividere lo stesso destino?
Questa è la mia speranza. Né più né meno quanto spetta a noi oggi. Qualcuno, qualcosa, che riservi loro lo stesso Fato. Senza mai arrivare a capire perché. Dover scappare, vivendo sospesi nella minaccia di mille torture. Dover sapere che si lavora alla loro estinzione. Sfacciatamente. Senza che ci si possa mai fare niente. Verrà un giorno che le mutazioni non saranno più a loro favore esclusivo. Altri organismi prevarranno. Si sveglieranno fuggendo, e dormiranno nell'incertezza del risveglio. Conosceranno l'Orrore a cui non ci si abitua. Conviveranno con l'odio spietato dell'Oppressore. Peggio: con la sua indifferenza. Non è lontano il momento in cui >|<



"T'ho presa, puttana succhiasangue", disse l'uomo in pigiama guardando la macchia spiacciacata sul quotidiano sportivo.
“Dai Nick, levati gli stivali e torna a letto. Anzi, mmm: no. Tienili.”



domenica 22 febbraio 2015

Il prigioniero


















Si rende conto all'improvviso. Staccare un frutto da un albero, inseguire una preda fino a cibarsene, non gli basta più. Guarda le cose che lo circondano come se fosse la prima volta. Se ne accorge.

Non si accontenta dei ripari naturali. Poggia le pietre una sull'altra, e quelle crollano. Le fissa con materiali pastosi, che si seccano separati dal suolo. Lui, non si secca mai. Neanche se il tetto crolla. All'inizio sono frasche e rami. Poi, pezzi di legno più piatti, incalcinati. Il vantaggio è portarsi il domicilio nei posti migliori. Vicino a un corso d'acqua, per esempio.

Escogita esche, ami, lacci e tagliole. Poi punte, lance, frecce. Le bestie catturate lo nutrono, la loro pelle lo copre dal freddo. Teme il fuoco appiccato dai fulmini. Ne intenta cause, trascendentali e terrorizzanti. Poi ne ruba un pezzo, traendone sapore e consistenza dei cibi, e calore per le sue sere.
La pelle degli animali, tenuta assieme da alcune delle sue parti, o dalle fibre intrecciate di alcune piante, serve a contenere. Il budello che avanza può legare, e se teso emette suoni. I suoni diventano altri, se ne varia la lunghezza. Più gradevoli, raddoppiandola o dimezzandola.

Formalizza tensioni, individua rilassamenti. Scopre dissonanze e consonanze. Conferisce forma alla materia che non ne ha. La riempie di liquidi, che può bere o conservare. La percuote, ed essa risuona. Ne varia il livello, che diminuito acuisce le risonanze, e le aggrava se aumentato.
E non si ferma, non si ferma. Graffia vetri, incide argille, smidolla ossa e ci soffia dentro. Appuntandosi ogni volta relazioni quantitative per le sue note. Schivando le derisioni e i tuoi bullismi secolari, incurante della polvere di gesso che gli ricopre la schiena per le stolide cancellinate con cui lo bersagli. I venti lo erodono, la pioggia lo bagna, il caldo gli secca la gola e il sole ne brucia la cute. I terremoti lo agitano, le bufere lo seppelliscono di strati ibernanti, le foreste si infiammano costringendolo, lui predatore, a scappare con le sue prede.
Ma lui suona e suona. Ogni volta che può. Ferma le circostanze e si rimette in ballo, sciamano più forsennato di prima.

Certi suoi oggetti lasciano il segno. Specie se graffiano le pareti. Lui inizia a ritrarre lo sguardo dalle cose. Ritrae profili. Ritratta le essenze. Se ne compiace.
Tenta articolazioni, studia fonemi. Arrota la lingua sul palato, soffia l'aria tendendo le labbra e stringendo i denti. Fatica e sbuffa, ma alla fine racchiude concetti. Progetta simboli che scorrono liquidi e s'imprimono sulla carta, o si scavano nella pietra. Ferma riflessioni, trasmette esperienze. Si accorge che la funzionalità dei suoi ricoveri non gli basta più. Ne progetta l'estetica, e nel frattempo la inventa. Sceglie colori e tagli, per mettersi finalmente nei suoi panni. Si costruisce un suo gusto, letteralmente.

Ma i suoi successi gli attirano invidie. La sua alacrità disturba. Il formicaio si è alzato troppo, per appartenere a progenie di naufraghi. La giusta punizione è il crollo, di speranze e fatiche. Nelle previsioni del distruttore, nulla potrà riprendersi dallo sfacelo.

Invece no. Le briciole di quella Babele arrogante si disperdono in mille colonie. Le parole diventano milioni. I pensieri, miliardi. Nessun piede ciclopico può mai pensare di schiacciarle.

E tutto questo non basta. Non basta. Il più infimo dei granelli di sabbia cela universi, intollerabili da ignorare. Gioca di lenti, calibra fuochi, accede a visioni minime e incommensurabili. Vede l'essenza nei grani della materia, e come il bambino più capriccioso gioca a spaccarla. Piange lacrime coerenti alla rottura volontaria dei suoi giocattoli subatomici, ripromettendosi di imparare dagli errori.

Lo fa danzando, cantando, raccontando. Correndo, nuotando, addirittura volando; e sempre più spesso, per il puro piacere di farlo. Il suo vortice dissennato non so davvero dove lo porterà.

Certe volte si ferma. Sta lì a ragionare. Non gli torna la morte. La sua e quella degli altri. Perfino quella delle prede che lo alimentano. Pensieri che lo muovono a discussioni e scontri. Talvolta a guerre.
Non gli torna la malattia. Il perché delle stagioni. Non il come: il perché. Il loro ripetersi. A che scopo? Perché decadere, dopo cotante crescite?
Anche il suo gioco. A che pro, scegliere colori? Curare parole? Accostare suoni? Cambiare la biancheria? Progettare comodità sempre migliori?
Il loro conseguimento. Cosa porta? Possibile che il fine sia il solo giocare? Tutto si riduce solo a questo? Un gorgo tentacolare, un gigantesco traumatico assurdo Gioco dell'Oca, in cui le strategie si riducono a fortunati tiri di dadi, e la punizione peggiore spetta a chi giunge tronfio alla vacuità dell'ultima casella?

Cade, si rialza. Inciampa, e ride del suo inciampare. Vive i suoi drammi e disegna i suoi miti, che assurgono a forze primordiali mangiando spinaci, e tornano inermi come neonati qualora prossimi alle kriptoniti. E rileggendoli ne trae diletto, se ne compiace. Costruisce e distrugge, incurante dei roghi bigotti e delle persecuzioni con cui cerchi di ostacolarne lo spirito insaziabile.

Io che osservo senza interferire sto qui. Prigioniero della vertigine.

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