giovedì 20 agosto 2015

Nascondino


















Ma, per una volta, parliamo di te.

Tu eri piacente. Addirittura ti percepivi bello, in qualche occasione.
Avevi un lavoro. Dignitoso al punto di non vergognartene, quando ti davi in società. 
Tra mille interferenze avevi finalmente trovato il modo di sintonizzarti su di te. Riuscivi pian piano a capire chi eri. Ti compravi delle cose. Vestiti, mobili, macchine. Ti caratterizzavano.
Andavi in vacanza. Visitavi mostre. Cercavi i libri che ti piacevano e li leggevi, anche più volte, trovandoci sempre cose nuove. La cernita di amici validi e somiglianti ti rassicurava. Riuscivi a individuare le giuste serie tv. Ti iscrivevi in palestra e ti ci allenavi. La tua forma fisica era spesso ineccepibile. Lasciavi trapelare all'esterno pochi elementi studiati e spiazzanti, che ti conferivano un certo fascino.
Eri misurato. Camminavi lento, mettendo la giusta distanza tra un passo e l'altro. La tua schiena era dritta, il tuo capo, finalmente, alto. Guardavi le persone negli occhi, cercando di capire se i teatrini che vi si svolgevano dietro potevano interessarti. Non ti facevi problemi a rivelare i tuoi, quando ti andava, impermeabile a ogni giudizio.
Avevi trovato il giusto equilibrio fra risate e lacrime, dettate entrambe da gioie e dolori. Le piangevi o le ridevi davanti agli altri, decidendo se ti piaceva continuare a farlo a seconda delle reazioni. La tua impermeabilità alla loro pertinenza o all'impertinenza ti faceva sentire forte.
Avevi sviluppato vari modi. Dall'umorismo sgangherato a quello tagliente, dalla battuta demenziale alla più cinica. La tua varietà timbrica ti faceva spiccare. Questo, solo quando di calcare il tuo palcoscenico lo decidevi tu, regalando i tuoi biglietti a spettatori scelti.
Ti davi al gioco creativo. Giocare ti aveva interessato da subito. Nei modi e nei tempi che stabilivi. Avevi scoperto la soddisfazione di inventarne le regole. Perfezionarle. Il numero dei partecipanti si era andato restringendo, fino a farti preferire i più solitari. Costruivi un prodotto. Musicale o pittorico, scultoreo o verbale. Non aveva importanze se non contingenti. Quando ne eri soddisfatto lo ritenevi chiuso, e lo rimiravi. Ogni tanto decidevi di rivelarlo, e gli apprezzamenti eventuali non ti lasciavano indifferente. Ne ricavavi la spinta per altre creazioni in quantità esponenzialmente maggiori della produzione di partenza.
Ti pettinavi colla riga a sinistra. Una volta avevi provato a farla dall'altra parte. Per curiosità. I tuoi capelli non erano convinti, e tendevano alla ribellione. Prima di uscire tentavi abbinamenti cromaticamente convincenti, tra capi di vestiario sceltissimi. Per valorizzare l'altezza, superiore alla media, e gli altri punti di forza del tuo fisico. Ampia circonferenza toracica. Collo muscoloso. Figura slanciata. Spalle larghe. Per la maggior parte del tempo stavi lì a pensare cosa metterti.

La tua vera vita ti stava sempre ben chiusa nella testa.



Adesso non avertene, ma diciamo qualcosa di me. Giusto i tratti essenziali.

Io ero la cosa in agguato. La contrattura al collo, l'automobilista sbadato, il pedone distratto, il burocrate sgarbato, il pianoforte che cade dal quinto piano, il cancro ai polmoni, il genitore cattivo, la sua morte prima di farci pace, l'esame fallito, la pena immeritata, la multa sul parabrezza, il sacco della spazzatura che d'estate si rompe sotto, il proiettile vagante, il cedimento strutturale, il tris che non entra a Risiko, la vera e propria sciagura, l'imprevisto fastidioso.

Che emozione. Ora conto fino a cento e ti vengo a cercare.

sabato 14 marzo 2015

La Grande Esplosione
















La prima volta che provarono a uccidermi non ero che una bambina.
Più che spaventarmi del fatto in sé, m'impressionò che qualcuno avesse desiderato la mia morte, provando a realizzarla con violenza estrema.
Fu un trauma. La prima di mille altre volte, alle quali non mi abituerò mai. Se non quando nulla potrà più contare.

Il terrore spietato con cui ci fuggono.
L'accanimento pazzo con cui ci danno la caccia.
Sarebbe ridicolo, se non fosse letale.
Eppure, che io sappia, la mia tribù fra tutte è l'unica che non uccida per nutrirsi. È nostro punto d'onore non recidere vite, per alimentare la nostra.
Ci nutriamo di spirito. Ci muoviamo lentamente. Ci cibiamo della vicinanza. A sostentarci basta la prossimità delle persone che più ci piacciono.

Dopo la Grande Esplosione sviluppammo le nostre facoltà. Come tutti.
Ad alcuni crebbero zanne. Ad altri artigli. Chi sviluppò corazze, chi raggiunse assurde velocità di fuga. Aculei, pungiglioni, tentacoli ributtanti. Un numero di arti sempre nuovo. Le mutazioni variarono ogni specie vivente.
Siamo tutti dei sopravvissuti. Siamo tutti dei mal-viventi.

Non siamo stati fra i più fortunati. L'unico dono che ci è toccato in sorte è una capacità straordinaria di adattamento all'ambiente. E altre varie prerogative, buffe o penalizzanti.

I nostri maschi vivono poco. Pesanti e impacciati, sono i primi a soccombere. Il loro canto ci attira. Cantiamo anche noi; canti dolcissimi. Acuti, in giovane età. Più gravi quando siamo sessualmente mature. La sintonia ci fa accoppiare. Come tutti. Il seme che riceviamo nel primo accoppiamento sarà quello che ci feconderà per tutta la vita. Ma potremo riaccoppiarci per provare piacere.

Non siamo in grado di regolare il calore corporeo. La nostra temperatura dipende dall'ambiente circostante. Ai primi freddi entriamo in uno stato letargico, rallentando le funzioni corporee e interrompendo temporaneamente la crescita. Il nostro organismo rimane inattivo. Non si alimenta e non si muove. Trascorriamo così la maggior parte della nostra esistenza, viste le precipitazioni improvvise e le bizzarrie di un clima sempre più cagionevole. Nonostante le condizioni ostili, vogliamo solo sopravvivere. Come tutti.

Ci accusano di portare malattie. È falso. In altri luoghi forse, o in altri tempi. E comunque, mai consapevolmente. È colpa nostra se batteri e virus ci usano come veicolo? Credono forse, quelli che puntano il dito, di esserne immuni? Si sono mai chiesti a quanti esseri risultino mortali, e in modi meno inconsapevoli? Non giustifichino il loro odio con le menzogne.

Quanto a noi, mortali lo siamo solo per nostro conto, e per loro contributo.
I più ingenui provano a esorcizzarci attraverso rituali. Accendono fuochi, bruciano essenze. Adornano le loro case di piante che dovrebbero tenerci lontani. I loro scienziati deviano corsi d'acqua che ci sono necessari. Provano a eliminarci spargendo veleni, che intossicano essi stessi. Sterminano acri delle loro terre, continuando a cibarsi dei loro frutti assassini. Potremmo riderne. Sarebbero risate amare. Ma i nostri sorrisi sono spenti da tempo.
Si sono fatti più furbi, e mille volte più crudeli.

Hanno studiato sostanze nuove, innocue per la loro prole, che inibiscono lo sviluppo della nostra. Se solo vedessero lo scempio che hanno fatto. Cosa direbbero le loro madri, tenendo al seno nidiate di malformati? Hanno selezionato razze di predatori, disseminandoli nelle terre che abitano, a loro stesso rischio e pericolo. Tentano di modificarci geneticamente, nella speranza inumana di selezionare spermatozoi in grado di generare soli maschi.
Quando possono, non uccidono sul colpo. Amano bruciarci in parte, strapparci gli arti e lasciarci vivi, per farci monito di ogni sopravvissuto. Come possono convivere con loro stessi? Non si fanno orrore? Come possono allevare figli, assistere anziani, amarsi addirittura, coi segreti orribili che tanto fieramente sbandierano? Hanno perso completamente ogni coscienza? Non rispettano niente, non temono nessuno. Non potrebbero un giorno condividere lo stesso destino?
Questa è la mia speranza. Né più né meno quanto spetta a noi oggi. Qualcuno, qualcosa, che riservi loro lo stesso Fato. Senza mai arrivare a capire perché. Dover scappare, vivendo sospesi nella minaccia di mille torture. Dover sapere che si lavora alla loro estinzione. Sfacciatamente. Senza che ci si possa mai fare niente. Verrà un giorno che le mutazioni non saranno più a loro favore esclusivo. Altri organismi prevarranno. Si sveglieranno fuggendo, e dormiranno nell'incertezza del risveglio. Conosceranno l'Orrore a cui non ci si abitua. Conviveranno con l'odio spietato dell'Oppressore. Peggio: con la sua indifferenza. Non è lontano il momento in cui >|<



"T'ho presa, puttana succhiasangue", disse l'uomo in pigiama guardando la macchia spiacciacata sul quotidiano sportivo.
“Dai Nick, levati gli stivali e torna a letto. Anzi, mmm: no. Tienili.”



domenica 22 febbraio 2015

Il prigioniero


















Si rende conto all'improvviso. Staccare un frutto da un albero, inseguire una preda fino a cibarsene, non gli basta più. Guarda le cose che lo circondano come se fosse la prima volta. Se ne accorge.

Non si accontenta dei ripari naturali. Poggia le pietre una sull'altra, e quelle crollano. Le fissa con materiali pastosi, che si seccano separati dal suolo. Lui, non si secca mai. Neanche se il tetto crolla. All'inizio sono frasche e rami. Poi, pezzi di legno più piatti, incalcinati. Il vantaggio è portarsi il domicilio nei posti migliori. Vicino a un corso d'acqua, per esempio.

Escogita esche, ami, lacci e tagliole. Poi punte, lance, frecce. Le bestie catturate lo nutrono, la loro pelle lo copre dal freddo. Teme il fuoco appiccato dai fulmini. Ne intenta cause, trascendentali e terrorizzanti. Poi ne ruba un pezzo, traendone sapore e consistenza dei cibi, e calore per le sue sere.
La pelle degli animali, tenuta assieme da alcune delle sue parti, o dalle fibre intrecciate di alcune piante, serve a contenere. Il budello che avanza può legare, e se teso emette suoni. I suoni diventano altri, se ne varia la lunghezza. Più gradevoli, raddoppiandola o dimezzandola.

Formalizza tensioni, individua rilassamenti. Scopre dissonanze e consonanze. Conferisce forma alla materia che non ne ha. La riempie di liquidi, che può bere o conservare. La percuote, ed essa risuona. Ne varia il livello, che diminuito acuisce le risonanze, e le aggrava se aumentato.
E non si ferma, non si ferma. Graffia vetri, incide argille, smidolla ossa e ci soffia dentro. Appuntandosi ogni volta relazioni quantitative per le sue note. Schivando le derisioni e i tuoi bullismi secolari, incurante della polvere di gesso che gli ricopre la schiena per le stolide cancellinate con cui lo bersagli. I venti lo erodono, la pioggia lo bagna, il caldo gli secca la gola e il sole ne brucia la cute. I terremoti lo agitano, le bufere lo seppelliscono di strati ibernanti, le foreste si infiammano costringendolo, lui predatore, a scappare con le sue prede.
Ma lui suona e suona. Ogni volta che può. Ferma le circostanze e si rimette in ballo, sciamano più forsennato di prima.

Certi suoi oggetti lasciano il segno. Specie se graffiano le pareti. Lui inizia a ritrarre lo sguardo dalle cose. Ritrae profili. Ritratta le essenze. Se ne compiace.
Tenta articolazioni, studia fonemi. Arrota la lingua sul palato, soffia l'aria tendendo le labbra e stringendo i denti. Fatica e sbuffa, ma alla fine racchiude concetti. Progetta simboli che scorrono liquidi e s'imprimono sulla carta, o si scavano nella pietra. Ferma riflessioni, trasmette esperienze. Si accorge che la funzionalità dei suoi ricoveri non gli basta più. Ne progetta l'estetica, e nel frattempo la inventa. Sceglie colori e tagli, per mettersi finalmente nei suoi panni. Si costruisce un suo gusto, letteralmente.

Ma i suoi successi gli attirano invidie. La sua alacrità disturba. Il formicaio si è alzato troppo, per appartenere a progenie di naufraghi. La giusta punizione è il crollo, di speranze e fatiche. Nelle previsioni del distruttore, nulla potrà riprendersi dallo sfacelo.

Invece no. Le briciole di quella Babele arrogante si disperdono in mille colonie. Le parole diventano milioni. I pensieri, miliardi. Nessun piede ciclopico può mai pensare di schiacciarle.

E tutto questo non basta. Non basta. Il più infimo dei granelli di sabbia cela universi, intollerabili da ignorare. Gioca di lenti, calibra fuochi, accede a visioni minime e incommensurabili. Vede l'essenza nei grani della materia, e come il bambino più capriccioso gioca a spaccarla. Piange lacrime coerenti alla rottura volontaria dei suoi giocattoli subatomici, ripromettendosi di imparare dagli errori.

Lo fa danzando, cantando, raccontando. Correndo, nuotando, addirittura volando; e sempre più spesso, per il puro piacere di farlo. Il suo vortice dissennato non so davvero dove lo porterà.

Certe volte si ferma. Sta lì a ragionare. Non gli torna la morte. La sua e quella degli altri. Perfino quella delle prede che lo alimentano. Pensieri che lo muovono a discussioni e scontri. Talvolta a guerre.
Non gli torna la malattia. Il perché delle stagioni. Non il come: il perché. Il loro ripetersi. A che scopo? Perché decadere, dopo cotante crescite?
Anche il suo gioco. A che pro, scegliere colori? Curare parole? Accostare suoni? Cambiare la biancheria? Progettare comodità sempre migliori?
Il loro conseguimento. Cosa porta? Possibile che il fine sia il solo giocare? Tutto si riduce solo a questo? Un gorgo tentacolare, un gigantesco traumatico assurdo Gioco dell'Oca, in cui le strategie si riducono a fortunati tiri di dadi, e la punizione peggiore spetta a chi giunge tronfio alla vacuità dell'ultima casella?

Cade, si rialza. Inciampa, e ride del suo inciampare. Vive i suoi drammi e disegna i suoi miti, che assurgono a forze primordiali mangiando spinaci, e tornano inermi come neonati qualora prossimi alle kriptoniti. E rileggendoli ne trae diletto, se ne compiace. Costruisce e distrugge, incurante dei roghi bigotti e delle persecuzioni con cui cerchi di ostacolarne lo spirito insaziabile.

Io che osservo senza interferire sto qui. Prigioniero della vertigine.

sabato 31 gennaio 2015

Il passo del granchio

















È ora che mi dia credito anche tu. Sarà otto anni che sono morto, conterà qualcosa il mio parere al riguardo.

Mettiti comodo, che ti racconto. La prima cosa da menzionare è che per quanto ti sforzi è impossibile ricordare come sei morto. Più ci pensi e più ti sfugge.
Sembra lì lì per venirti in mente - magari pesa il fatto che le rotelle non girano più come una volta - ma scappa in continuazione. Probabilmente è per la traumaticità dell'evento. Il fatto di perdere tutte le percezioni sensoriali in un solo colpo dev'essere stato un bello shock. Non è che per questo si manchi di consapevolezza; in caso contrario, come potrei trasmetterti queste informazioni? Fatti domande piuttosto sulla consapevolezza tua. In cambio acquisti un altro livello di coscienza. Più statica. Immaginala simile a quella di un sasso, paciosamente edotto della sua grave sassosità.

Altra cosa poco chiara è che lavoro facevi in vita: non è che un vago ricordo. Infermiere? Pilota di aeroplani? Castratore di gatti domestici? Potrebbe essere. Non è strano che te lo scordi. Il più delle volte erano scelte casuali del destino. Roba poco avvincente, che tendi a dimenticare veloce. Conosci forse qualche bambino che mentre giochi a ricreazione coi compagnucci esclami all'improvviso: “Sì, queste macchinine mi divertono. Ma la comparsa di quel micio da sotto la siepe mi ricorda l'ambizione sfrenata che avrò un giorno di incidere ai suoi discendenti lo scroto, per estrarne e reciderne i testicoli”?

Invece sai benissimo gli hobby che avevi, o per che squadra tifavi. Tutti gli ex delle tue ex ragazze. Ricordi che costoro non ti erano indifferenti. Provi a richiamare quel miscuglio di timore e odio che sentivi, ma niente. Non ci riesci più. Eppure ti avevano causato non pochi grattacapi. La fame, la sete. Il periodico masturbarsi. Addirittura le sigarette, non cerchi più.

Che dire. Si sta meglio. Pur mantenendo (se ne avevi in vita) la tua predisposizione agli stupori, conservi un certo distacco dalle cose. Ma molte di loro continuano a divertirti. In modi meno appassionati, ma più sereni. Guarda per esempio i miei cari. Con che gravità, con quale commozione hanno disperso le mie ceneri in mare. Da vivo avevo scelto la cremazione. Troppi racconti di Poe. Non mancavo di informare chiunque della mia avversità a essere inumato. Però ero perplesso. Come fanno le ceneri di un intero cadavere, dei vestiti che indossa al momento, delle cataste di legno necessarie alla pira funebre, a essere contenuti in un'urna di piccolo taglio? Foscolo se lo sarà mai chiesto? Mi sarebbe dispiaciuto costringere qualcuno a versare lacrime su un ciocco di pioppo carbonizzato, o sul polsino bruciacchiato di chissà quale camicia, guardando a una mensola del proprio salone. No no: spargetemi in mare. Così potrò finalmente fare il bagno per tutto il tempo che voglio. Senza madri apprensive o polpastrelli corrugati che mi segnalino che è tempo di emergere dalle salaci acque che tanto amo.

Poi, arrivato al momento, scopro che il forno ha due livelli. La cassa e i vestiti bruciano all'istante, formando ceneri simili a quelle del caminetto di casa, ma più leggere, che scivolano dalla graticola di supporto. Per la grossa percentuale di acqua che contiene, il corpo ci mette più tempo. Si asciuga per il calore, la pelle brucia e così i capelli. Sempre che ti siano stati fedeli fino all'ultimo, quei farfalloni volatili. I muscoli si contraggono, i tessuti molli vaporizzano. Ti resta solida la sola struttura scheletrica, in fosfati di calcio, sodio, potassio e altri minerali minori. Carbonio e zolfo vengono vaporizzati nel processo di combustione. Questo mi ricordò quella zia a cui i ladri avevano svaligiato casa, portandosi via tra le altre cose l'anello di fidanzamento diamantato a cui teneva tanto. “Il mio solitario, il mio solitario!”, gemeva e piangeva in quella valle di lacrime. “Cara zia,” le avrei detto se non avessi avuto le labbra tanto secche e screpolate senza panetti di burro di cacao a portata di mano, “perché soffrite così? Cosa dovrei dire io, che ho perso all'istante tutto il mio Carbonio organico, sia pur meno mirabilmente cristallizzato del vostro?”

Fatto sta che le ossa sono ormai calcinate. Terminata la cottura, vengono lasciate raffreddare. Non ti viene in bocca - tu che ne hai una - anche una certa acquolina, per questa ricetta? Mi hanno ridotto in polveri trattandole a mano. Altri vengono macinati in una specie di mulino, da sfere rotanti. Da morto vieni a sapere un sacco di cose, non tutte interessanti. È invece il momento di vagliarle, le ceneri. Si fa a mano, o con magneti potenti. Anche i meno ferromagnetici fra chiodi e cerniere della cassa non sanno resistere. Io avevo dell'oro, nascosto in un molare incapsulato. Non tantissimo. Penso che l'inserviente che si è occupato del mio caso avrà offerto a qualcuno una bella cenetta romantica, nelle sere successive. In altri tempi questo pensiero mi avrebbe seccato. Potendolo, avrei scelto di dare quella possibilità a qualcuno che conoscevo meglio. Ma, da quei frangenti in poi, non c'è pensiero che arrivi a turbarti.
Ah, tarassia. Unica via. L'Atarassia: tutte le teste si porta via.

Non c'è legno oltre quello della cassa, ad alimentare il forno crematorio. Il mio andava a gas naturale, altri a propano. Quindi, il contenitore sigillava esclusivamente le ceneri delle mie ossa, per un peso totale di circa due chili e mezzo. Le preoccupazioni che avevo da vivo erano state vane. Quelle, come tante altre. Il cordoglio dei miei cari avrebbe colpito dritto il suo bersaglio.
Una mattina d'estate, come da mia richiesta, qualcuno avrà noleggiato un'imbarcazione. Saranno andati al largo, perché nei mesi estivi il turista vuole sguazzare solo negli inquinamenti suoi, meno tristi di qualsiasi residuato funebre. A tal fine egli pretende un limite di almeno 500 m dalle coste, quando negli altri mesi ne bastano 100. Ignaro in tutto questo dell'azione delle correnti, che ogni volta che nuoterà a bocca aperta lo vedranno partecipare eucaristicamente alla mia mensa.

Quel giorno le correnti erano forti, e mi hanno fatto schivare le bocche spalancate dei più allocchi fra i natanti, depositandomi sul bagnasciuga. Me ne sto qui a prendere il sole. La risacca mi rinfresca, mente osservo la progressiva levigatura di ciottoli, legni e pezzi di vetro. Certe volte contribuisco ad essiccare le meduse tratte a riva da qualche bagnante vendicativo. Da vivo mi avrebbe disgustato la prossimità lunghissima con le gelatine agonizzanti. Delle meduse temevo lo schifo che provavo nel vederle, più delle punture che amavano somministrare. Da morto tutto è naturale. Le esperienze più estreme non turbano più di un'avvenuta fotosintesi.

Quanto tribolavo. Senti questa.
Conosco una. In chat, d'estate. Ci scriviamo un sacco. Tratti somatici nipponici, ho sempre avuto un debole per le orientali. Riscontriamo comunanza di referenti culturali, non tutti elevati. Tornati in città, finalmente è appuntamento. Come la vedo, dico “Ammazza quanto sei bella”. E proseguo. “Sei sicura che presentarti co'tanta bellezza al seguito sia stato opportuno, strategicamente? I casi sono due. O hai grande fiducia nelle mie doti di concentrazione nel conversare, o le tue valutazioni tendono a essere superficiali. In entrambi i casi questo caffè rischia di imbarazzarci entrambi”.
Invece il caffè va bene. Per quanto ci distraggano altre cose. Le voci che abbiamo, i vestiti, gli sguardi. Tutta roba che da un epistolario non traspare.
A un certo punto faccio “Ma tu. Spiegami bene i punti che ti hanno fatto propendere per questo caffè con un quasi estraneo. Quali cose di quest'estraneo ti interessavano?”.
Me le spiega. Non mi riesce di rammentarli. Saranno stati apprezzamenti, altrimenti quel tavolino all'aperto sarebbe stato vuoto. Ma ricordo ciò che dissi io, perché finito di esporre toccò a lei chiedere. “Eri bella nella foto del profilo. In più, tu mi sembri una che le cose le capisce. Di questi tempi, merce rara”.

O almeno questo, avrei fatto. Invece non ci siamo mai incontrati. Però ricordo altro.
La stessa estate avevo raccontato a qualcuno di questa conoscenza, fino all'autunnale esito negativo. Tra gli altri l'amico Man. Jim Hatow, al secolo.
Li rivedo a casa mia durante le vacanze natalizie, per la consueta sessione di videoproiezioni. La memoria di massa è quella di un mio portatile, collegato al televisore. Sui 50 pollici dello schermo le icone del mio desktop, fortunatamente non compromettenti, sono ingigantite. Scorgo quella della mia keyboard pal estiva.
“Ehy Man, mò ti faccio vedere la cinesca di quest'estate. Com'era bella, sigh”.
Man resta serissimo. “Ma tu hai solo questa foto?”
“Sì, perché?”
“Guarda, mi dispiace dirtelo. Questa che vedo è una pornostar coreana, pur non famosissima. Cerca” - e fa un nome e cognome di taglio orientale, che dimentico già digitando.

È difficile ricordare sensazioni, quando i tuoi organi di senso sono gratinati. È facile sapere, invece – all'improvviso si sa tutto. Ma le emozioni di un tempo ti restano inaccessibili.

Provo a frugare negli archivi. Ricordo due cose, contrastanti. La rabbia che sale per essere stato raggirato, nello scoprirsi stupido. Lo stupore, enorme, di non saperne immaginare i motivi, o le convenienze. 'Ma perché mi rispondeva ogni volta? Sembrava sincera. Come poteva impegnarsi al punto di sembrarlo? Che ne aveva da guadagnare?'

“Ma – ma questa non è lei! Non c'entra niente.”

Man rimane imperturbabile. “Può essere che ho fatto confusione col nome. Comunque, è una famosa.”

Non so se la pietà - ma Man notoriamente non ne ha alcuna - o più probabilmente per la convinzione di avere definitivamente intrappolato la sua preda, ma costui si mette finalmente a ridere. Non infierisce neanche più di tanto.

Io ero passato di botto ad altre sensazioni, non meno contrastanti. Un "Figlio di puttana”, comunque sollevato a non so bene quali altezze da un parallelo 'fiùuu'. Ma soprattutto ero ammirato dal lavorio di un'intelligenza superiore. Ero rimasto ammirato anche altre volte, nel passato. Per esempio qualche estate prima. C'era Man anche quella volta, ma stavolta a intelligere superiormente era stato herr Nestow.
Arrivati in spiaggia, c'era da prendere il primo bagno. Propongo una gara verso le acque. Traccio col calcagno una linea di partenza sul bagnasciuga, badando al parallelismo colla riva. Invento la punizione che dovrà fare il perdente, cioè l'ultimo che arriverà non è chiaro dove. Spiego il conteggio, non bisogna partire prima del 'Via'.
Per tutto il tempo, herr Nestow ridacchia. Non lo vedo granché concentrato sulla corsa.
Inizio a enumerare. “Uno, due, tre: via!” Sto per sprigionare tutte le mie energie, anche se in genere mi diverte più spenderne a inventare giochi che a impegnarmi per vincerli.
Partono tutti, tranne me ed herr Nestow, la gamba del quale interrompe il moto del mio piede d'appoggio.
Faccio un bel volo, quasi capriolato. Tra i bagnanti, già avvinti dalla mia chiassosa presentazione delle regole, è un gran ridere. Dovrei schiattare dalla vergogna e forse lo faccio, vatti a ricordare. Ma sono abbastanza sicuro che anche in quel caso sono stato il primo ammiratore del prodotto di un'intelligenza superiore.

Ah, che struggenza. Che tenerezze al ricordo di tanti momenti. Belli e non solo, come emerge dagli esempi. Tutta l'entropia molecolare con cui la vita ti percorre è senz'altro corroborante.

Ma ti dirò.
C'è qualcosa di consolatorio, nell'attuale condizione. Da vivo non coltivavo bene i miei rapporti. Perdevo pezzi, sotto forma di persone a cui pure avrei voluto tenére. Il contatto fisico che bramavo mi era inaccessibile. La consapevolezza mi era cara e mi dannava al tempo stesso. Sapevo e soppesavo, ma agivo raramente. Con mio disappunto mi sfrecciavano attorno gli uomini d'azione. Mancavano di molti miei processi intellettivi. Si facevano bastare i più elementari, per valutare la giusta direzione in cui muoversi. Non verso l'acquisto di un gratta e vinci, troppo scarse le possibilità di vincere. Meglio pronunciare frasi, visitare posti, finalizzare azioni. E in quei rari casi in cui intelligenza e ottusità fossero calibrate alla perfezione, li vedevo dirigersi a grandi passi verso la realizzazione delle proprie aspirazioni.
Adesso vado dove capita. Mi concateno in carbonati con chiunque. È un tripudio di legami chimici. Ionici, dorici, corinzi, covalenti. Alla fine si è rivelata consolatoria anche l'inerzia.

Ci penso mentre sono la chitina di un granchio, e corro laterale tra gli scogli.
Verso una meta che non ho deciso io, ma su cui non ho nulla di preciso da eccepire.


sabato 3 gennaio 2015

Radioattività













La sentiva cantare dalla camera da letto “Show must go on” mentre con il phon si asciugava i capelli. Avevano appena scopato.

Non che amasse più di tanto il termine 'scopare'. Gli sembrava riduttivo. 'Farsi una pippa' per esempio andava bene, coglieva l'istantaneità del momento. Ma 'scopare' non rendeva tutte le implicazioni dell'avere a che fare con un'altra persona.
C'era 'fare l'amore', ma non gli sembrava il caso. Primo, era perplesso sull'amore. Perplesso, non scettico. Tutti ne parlavano, ma in modi mai convincenti. Secondo, c'era di mezzo Mynah Joy. Gli era arrivata dietro, mettendogli le mani sul pacco. Ricavatane la reazione idraulica pertinente, gli si era portata avanti e gli aveva passato sulle labbra la lingua come rossetto, facendogli vedere il bianco degli occhi. Mosse tutte giuste, per carità. Ma era quello, 'fare l'amore'? Terzo: 'fare l'amore' era mainstream.

Mainstream come “Show must go on”, programmata dalle emittenti massimaliste che sentiva Mynah quando si asciugava i capelli. Si era appena fatta la doccia, e adesso toccava a stRambo. Così lo chiamava Mynah, quando si sentiva affettuosa. Lui aveva dell'eroe macho il fisico scolpito e l'inespressività; ma con fino al 1000% di stramberie in più. stRambo stava per entrare nella cabina doccia, quando da sopra il sibilo del phon la voce di Mynah era esplosa sul ritornello.

C'era qualcosa di sbagliato. Non la voce. Quella era intonata. Neanche sulla canzone poteva dire niente. Era toccante, drammatica. Forse anche troppo. A stRambo non andavano bene quelli che la strillavano sui loro phon. Diffidava dei comportamenti collettivi, ma anche delle sottoculture, dei generi alternativi, degli underground presunti tali. Come uno dovrebbe diffidare di entrambe le facce di una medaglia falsa.

In effetti, stRambo era strambo. La sua era una storia come altre. Dopo l'adolescenza aveva perso il filo per problemi dozzinali. Il suo era stato avere i brufoli. Tanti.
Che poteva fare? Si era fatto crescere i capelli, per coprire lo scempio. Portava magliette strappate, con scritti a caratteri gotici i nomi di gruppi di musica estrema, con su camicioni di flanella a quadri, sempre aperti. Roba che, come puoi immaginare, aprì una lunga stagione di scazzi familiari. Ma stRambo non è che poteva dire “Babbo, mamma: vogliate tollerate le mie folte chiome, giacché mi servono per nascondermici sotto i brufoli”. Era un duro, lui. Copione, questo sì, mainstream come pochi altri. Ma per lui era la prima volta, ed era - come dire – un atto unico. Non desiderava certo repliche. Quindi lo interpretava con passione. Si allenava nelle arti marziali. Girava sempre con le cuffie. Quando la curiosità superava la diffidenza, qualche sua compagna di classe gli chiedeva: “Cosa ascolti?”. Lui diceva cose piene di allitterazioni. “Ma a te, che musica piace?” “Metal e classica”, rispondeva.
A pensarci adesso, gli venivano i brividi. Certe volte in piena notte si alzava a sedere sul letto col fiato spezzato, e da sveglissimo ci bestemmiava su. Metal e classica. Come a dire, 'Amami porcodio, amami! Non vedi che sotto questa dura crosta di pus batte un quore tando senzibbili?'

Braccato dalle sue paranoie, si era ficcato in uno dei tanti possibili vicoli ciechi. Si era cercato le etichette meno accattivanti, e se le era impecettate addosso. 'Starà a lei, staccarmele di dosso per scoprirmi. A lei, la mia donna futura! L'Essere Perfettissimo, creatore di ogni mia felicità. Che ci vuole, a staccare qualche scritta adesiva'.

Ci voleva. Per dio, se ci voleva. Quell'Essere Perfettissimo, come vari dei Suoi colleghi, era piuttosto un Non Essere. Per anni stRambo era stato cercato solo da ciccione coi capelli viola, piene di piercing e tatuaggi, a cui una mummia bendata in garze rumorose andava bene. Aveva consumato esperienze deplorevoli senza un briciolo di divertimento, per poter vantare prede nei confronti venatori cogli altri maschi. Che lui quei cerotti se li apponesse solo per coprirsi i brufoli, non interessava a nessuna ragazza normale. Quando provavano ad avvicinarsi, a malapena ricevevano grugniti. Le stRambe tattiche ginorepellenti, suo malgrado, sembravano funzionare.

Poi un giorno i brufoli erano spariti. Nel giro di qualche mese, completamente. Ma non i dona ferentes. Non l'indotto di traumi e problemi. Le ferite erano arrivate al cuore prestissimo, e da lì non sarebbero mai più sloggiate.
Portava un taglio più moderno. Sul viso quasi non aveva segni, e quelli che c'erano lo rendevano interessante. Ora poteva mettersi quello che voleva. Odiava i vestiti firmati. Di quell'odio volpino per l'uva acerba, visto che i suoi al liceo non gli passavano quasi nulla. All'università aveva deciso di smettere con l'indigenza, e quando sosteneva un esame, poi di quella materia dava ripetizioni. Come politica non era male. Prendeva bei voti, e dopo le cose le capiva ancora meglio, e se ne giovava nei corsi successivi. I professori si stupivano della maturità della sua preparazione. Si andava facendo un bel quadro generale.

Presto la voce girò, e le ragazze iniziarono a litigarsi i suoi appunti. La sua chitarra smussò gli spigoli e si arrotondò. Acquistò addirittura una dodici corde.
Non solo gli appunti, si litigavano. StRambo non era affatto male. Il suo carattere ombroso faceva sfracelli. La faccia tagliente e il fisico scolpito da anni di karate semiagonistico mietevano vittime.

Per un po' si era comprato qualche capo di marca. 'Me lo sarò pure meritato un premio, che cazzo'. Poi aveva imparato a scegliere marche costose al punto da presenziare con loghi minimi su maglioni e jeans. Si stupiva delle attenzioni che riceveva. Era eccitato al pensiero di raccogliere qualcosa anche lui, dei frutti del giardino di cui aveva solo pestato i concimi merdosi.

Ma qualcosa non gli tornava. Le Fattrici Amorose latitavano. Le Scopatrici sulle prime lo avevano illuso, per rivelarsi alla fine come tali. Non che le disdegnasse - ok stRambo, ma fino a un certo punto. Solo che dopo la doccia cantavano canzoni mainstream a squarciagola.

A essere mainstream non erano solo canzoni. Un'estate era nei pressi del capanno sulla spiaggia del paese in cui da sempre andava in vacanza con la famiglia. Era una sera, fresca e umida. Arriva Bee Folco, che aveva appena staccato dal bar. Anche lui è un portento di etichette. La scritta catarifrangente “Dolce&Gabbana” copre quasi per intero l'acetato della tuta. “Calvin Klein”, recita l'elastico delle mutande. Scarpe da basket che avrebbero imbarazzato anche Magic Johnson. Ma ciò che è troppo è il maglione. A collo alto, con la zip. Rosa coniglietta di Playboy.
Dalla macchia mediterranea retrostante spuntano le pinne dei primi pescecani. Sono gli amici di Bee Folco, quel rosa è troppo anche per loro. Lo indicano, sghignazzano, chiedono spiegazioni. “Ma è di Baci&abbracci!”, protesta offeso Bee. Sembra stupito. Forse costoro non sanno leggere la scritta che gli campeggia glitterata sui pettorali?

Quei marchi non erano più ridicoli di quelli che marcavano stRambo nell'adolescenza insieme ai brufoli. Le etichette, scopriva stRambo, servivano a demandare gusti atrofizzati a certificazioni più autorevoli. Le persone continuavano a dipendere dall'approvazione altrui. Anche da adulte. Non avevano avuto purulenze a salvarli.

Nello stesso paese marino aveva un conoscente, che essendocisi trasferito già da grande non aveva mai imparato a nuotare. Fatto imbarazzante, in posti in cui buona parte della giornata si svolgeva dentro l'acqua. Costui amava fare il bagno comunque, e quando i suoi amici si allontanavano dai punti in cui toccava, li seguiva dentro una grossa ciambella nera gonfiabile, di quelle in cui i bambini possono sdraiarsi dentro. Senza alcuna vergogna. Una sera ci aveva chiacchierato per un'ora e mezza. Cioè, più che altro lo aveva ascoltato parlare. Aveva raccontato a stRambo di una delle sue passioni. Si recava nei luoghi in cui erano state girate scene di film o serie televisive che gli erano piaciute. Saltava agevolmente da prodotti di qualità a soap opera da casalinghe. L'elenco era lungo, e stRambo doveva riconoscere di essersi goduto la conversazione anche grazie al fatto di aver molto fumato.

Aveva un amico, pacifista integerrimo, stregato dalle armi. Ne collezionava. Aveva spade, sciabole antiche, perfino qualche pistola. Aveva preso il porto d'armi per poterne acquistare. Era più forte di lui.
StRambo amava la gente così, sintonizzata su se stessa. Quando ne frequentava, si sentiva schermato dalle interferenze. Poteva rilassarsi ed essere frivolo, finalmente. Era un sollievo.

Nessuno cantava mai a pieni polmoni i Gong, o Bugo, o Dusty Springfield. A meno che un regista famoso li ficcasse nei suoi film, o ci rombassero sopra le macchine costose di qualche pubblicità. Allora, come diretti da un grande direttore d'orchestra, tutti gli stronzi sperduti nell'universo ne intonavano in coro i refrain.
StRambo si rallegrava di aver smesso per tempo di biasimare i prodotti del Mainstream solo in quanto mainstream. Ce n'erano alcuni niente male. Doveva ammettere di avere da sempre un debole per i Beatles. I fratelli più giovani di suo padre lo andavano a prendere all'asilo, e mentre la nonna gli cucinava il pranzo, loro sfilavano i vinili dalle copertine, che stRambo si guardava con occhi sognanti, e glieli suonavano sul giradischi. Quei capelloni primordiali di un'altra città portuale non dilapidavano i loro soldi per Baciarsi&Abbracciarsi. Spendevano ogni penny per le prime chitarrette. Per rimorchiare le ragazze, come i musicisti di tutti i tempi. Ma in ogni pezzo potevi percepirne l'intento ludico. Più che in qualsiasi altra band. Per tutte le generazioni a venire.
Eppure, alcuni li odiavano. Senza aver mai provato ad ascoltarli. StRambo era consapevole di questi meccanismi. Sapeva che tante delle sue difese immunitarie adolescenziali erano pregiudizi. Col tempo aveva imparato che a coltivare dei pregiudizi si risparmia tempo, ma solo se davanti all'evidenza si è disposti a promuoverli a postgiudizi. E intanto, cercava i suoi percorsi.
I brufoli gli avevano fatto male. Fisicamente e mentalmente. Le cicatrici continuavano a dolergli. Ma lo avevano fatto deragliare prestissimo. Quasi subito. E deragliando aveva visto che oltre i binari usuali si aprivano miliardi di possibilità. Direzioni che si potevano scegliere, e quasi sempre avrebbero portato a sbagliare strada; e sbagliarla da soli era terribile. Ma l'alternativa erano viaggi organizzati, in compagnia di altri passeggeri ignari.
Quindi aveva deragliato. Dai pub del sabato sera, dagli animatori dei villaggi turistici, dall'amore per i cani (igienicamente intollerabili, in una domotica corretta), dalla sacralità (ah ah) della vita umana. Dal cantare sfrenatamente i Queen e forse qualsiasi altra cosa.

Non c'era niente di male nel cantare i Queen. Tantomeno nell'asciugarsi i capelli. Per la perfezione dei cori, le armonizzazioni della chitarra di Brian May, l'estensione vocale di Freddy Mercury; o solo in quanto piacciono. La cosa assurda era farlo perché captati a caso da una cazzo di antenna. L'enfasi con cui li strillavano legioni di inconsapevoli era troppo imbarazzante. Se il sintonizzatore avesse còlto la hit di qualche talent show del momento, per Mynah sarebbe stata la stessa identica cosa.

Nei cinque minuti della doccia, si maturò una reazione. In accappatoio stRambo entrò in camera, spense la radio, intimò con gli occhi a Mynah di spegnere il phon, e parlò.

“Sì scusami, te ne devi andare”.

stRambò, bloody stRàmboooo!!!”, cantò Mynah su una base immaginaria degli U2. Sorrideva.

“Non è solo perché ho da fare, è che non funziona così”.

Mynah si fece più seria, e imitando al meglio possibile una bambina inglese sibilò “Hey – stRambo – leave us kids alone!”.

“Non riesco a sintonizzarmi – è solo che non riesco a sintonizzarmi. Non ho antenne, o la mia non prende che disturbi. Sono completamente tagliato fuori”.

Shine on you crazy stRambooo”.

“Lo vedi? È inutile. Ίο ϝωρρει λα τυα τηστα, κυαλορα τυ νε αββια  υνα”.
Nel frattempo Mynah, lacrime agli occhi, cominciava a rivestirsi.

“ЛЕ ТУЕ ПАРОЛЕ СТОНАТЕ МИ РИСУЛТАНО ТОТАЛМЕНТЕ ИНКОМПРЕНСИБИЛИ!”

“مَسَاءُ الخَيْرِ ".

“暂时再见”.

E singhiozzando “Voglio – stRàaaaambo!” sulle note Battesimali di Anna, Mynah se ne andò, coi capelli ancora umidi. Lasciando l'oggetto del suo - amore? -  a vomitare gli effetti delle radioazioni sulla moquette.


domenica 21 dicembre 2014

Allusioni ottiche




















La gente fa battute che non fanno ridere. Eppure ride.

Dice sempre le stesse cose. Sostiene opinioni di seconda mano, con enfasi da programma televisivo. Vive vite, in effetti, più difficili da mandare giù di qualsiasi fiction.
Crede di avere dei problemi, e invece ne ha altri. Desidera cose contrastanti e inarrivabili. Non asseconda i propri interessi. Anzi, se li lascia atrofizzare da suggerimenti esterni, generatori di profitto altrui. Da qualche parte deve nascondersi qualcuno, struttura o individuo, che di tali marionette muove i fili.

Questo la gente lo sa benissimo. Mica la freghi, la gente. Tu organizzagli una fila alle poste il sabato mattina, o un convoglio ferroviario bello pieno, con l'aria condizionata che non funziona. Vedrai quante gliene dice, ai suoi burattinai. Ma dopo lo sfogo dimentica l'azione. Le scie chimiche hanno inibito i centri nervosi. Decenni di irrorazioni hanno prodotto frutti ormai maturi. 

I cartelloni pubblicitari sfoggiano seni perfetti, carnagioni abbronzate, mandibole quadrate. La gente cerca invano questi dettagli nel proprio partner. Nei teleschermi sfilano magrezze impossibili. Sulle riviste i cronografi scandiscono il loro tempo senza sconti, e le macchine sfrecciano patinate di pagina in pagina. I vestiti sono costumi di scena. I cellulari, l'unico mondo che valga la pena abitare.

I grandi valori li hanno accaparrati da tempo. Non ce n'è più uno libero. L'ultimo se l'è preso quel partito politico che, per una brutta storia di tangenti, ha dovuto cambiare nome per penitenza.

I politici basano le campagne elettorali sulla lotta alla piccola criminalità e sulla paura dello straniero. Una volta al potere, lucrano su campi nomadi e centri di prima accoglienza. I controllori stampano biglietti falsi. I lavori pubblici durano e costano dieci volte tanto, ingrassando cortigiani al limite del malavitoso. I terremoti generano indotti illeciti. Come pure le alluvioni, cui viene sempre assegnato un nome.  Per gratitudine, con tenerezza.

La gente invidia chi sta meglio. Controllori e politici. Chiunque sia più forte, più potente, più ricco, più bello, più pronto nelle risposte. Ma le scottanti rivelazioni dei giornali scandalistici ne rivelano le miserie, e tutto si ridimensiona. D'altra parte nessuno sta mai troppo bene. C'è sempre qualcuno più in alto, da invidiare. E se manca, c'è il rischio di capitombolare verso il basso. Rispuntano i sorrisi, ci si sente migliori. Si torna a votarli, abbracciando faziosità di stampo calcistico ereditate da  amici e parenti. Senza notare che almeno i tifosi hanno azioni da commentare, belle giocate e preziosismi tecnici, gol realizzati o errori arbitrali che non li hanno assegnati. Ai votanti per scaldarsi bastano le tribune elettorali.

Fatti salvi alcuni campioni di mimetismo, e alcune uova deposte in nidiate non pertinenti, in natura l'unico animale che pensa per tutto il giorno a camuffarsi è la gente. Maschera la propria autenticità e le proprie voglie, perché è très chic. Vive nell'adulterio del proprio sé, e chiama 'bestie' esseri colpevoli di vivere serenamente i propri bisogni. Nasconde la fame, sorvola sulla sazietà, glissa sul desiderio di copulare ma in realtà non pensa ad altro. Sonda le debolezze del prossimo con pseudoumorismi gratuiti, per ingranare frettolose marce indietro davanti a una mala parata. Copre zanne e ritrae artigli, negando con sdegno ogni istinto aggressivo. Invece di sfogarlo per pochi attimi e poi rilassarsi, lo cela nelle contraffazioni nei social network, lasciandolo trapelare a ogni istante.

Chi va a vedere mostre, guarda film o legge libri, lo fa per moda. Gli intellettuali consultano oroscopi. Si sopporta la periodicità degli scioperi. Ci si lascia addomesticare dalla serialità di sport recitati. Siti di e-commerce e catene di santantonio violano le caselle di posta. Le orecchie si abituano ad avere rumore per sottofondo, mentre in TV scorrono caroselli di adesivi per dentiera. All'ora di cena, naturalmente.

I cervelli vanno in poltiglia. Si vive un breve momento di forma. Ineccepibile, lo si riconosce a posteriori dalle foto. Prima e dopo ci si piscia addosso, si articolano male le parole, si ride quando si dovrebbe piangere e si piange quando sarebbe opportuno ridere. La piena maturazione è stata un attimo. Una breve stagione di bellezza, vigore mentale, funzionalità fisica, e rien ne va plus. L'unico culmine a cui si arriva e da cui ci si allontana con due salite, entrambe impervie e interminabili, ma a ben vedere cortissime, il cui demiurgo sarà senz'altro un Maestro delle allusioni ottiche.

Forse più coscienza aiuterebbe. Ma non troppa, che un eccesso di lucidità potrebbe rivelarsi fatale.
Quindi tutto funziona alla perfezione.

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“Bene bene bene”, esclamò Mangiafuoco, sfregandosi le mani. “Ancora un po' di esercizio e il mio teatrino mi renderà un bel mucchio di quattrini. È la volta buona che riesco a emigrare da 'sto mortorio di Iperuranio”.



domenica 7 dicembre 2014

Graziarcà















Da sempre i porci non apprezzano le perle. Ma è pure vero che nessuna perla del porco ha mai capito granché.
Se ne sta lì, mentre il porco le avvicina l'unto delle setole e una gamma di odori poco buoni. Il porco arriccia il naso a punto interrogativo, sordo alle striature luccicanti e refrattario a ogni perfezione geometrica. La perla è incapace di cogliere i processi e le elaborazioni di una creatura tanto goffa nella sua mole. Ma come non esserlo, colla vita che cerca di tenerti le zampe impastoiate.

In realtà, demonizzare la carne di porco per la sua presunta insalubrità è da integralisti religiosi, e quanto meno da poco informati. Dal punto di vista strettamente calorico, la differenza con altre carni è minima. Inoltre la carne suina batte quella bovina per ciò che concerne l'apporto proteico, è povera di tessuti connettivi e quindi più digeribile rispetto ad altri tipi di carni, ed è ricca di vitamine del gruppo B. Parlo naturalmente di arista, e non di salsicce.
Se poi ne esaminiamo la vita interiore, il porco è un animale pieno di curiosità, e la sua indifferenza di fronte agli effimeri valori di certa bigiotteria non può che risultare simpatica.

Fatti dire. Tu spesso ti lasci trasportare dai giudizi comuni. Le perle sono preziose per antonomasia, e tu ti rifai al suo pensiero senza nemmeno chiederti chi questa Antonomasia sia.

Non come gli abitanti della piccola comunità di cui ti vado a parlare. La popolazione di Graziarcà, ridente paesino abbarbicato sulla Costa Selvaggia, inaccessibile a certo turismo di massa, era consapevole e fiera delle sue peculiarità. C'era solo una strada per arrivarvi. Una provinciale ripida e tutta curve, che si arrampicava su una scogliera a picco per poi gettare sul mare altre vertiginose sinuosità. Chi vi si avventurava ci rimetteva lo stomaco, e per l'impetuosità delle correnti arrivarci dal mare non era consigliato.
Ma una volta giunti, la baia era bagnata da acque tranquille, e protetta dai venti dalle alte rocce che la circondavano. Per godertela dovevi scegliere di restarci, o come i suoi abitanti, esserci nato.

Le rocce la isolavano non solo dalle invasioni dei bagnanti della domenica. I cellulari non prendevano bene, e per molto tempo Graziarcà non era stata raggiunta dalla fibra ottica.
Probabilmente per questo certe usanze della rete non vi avevano attecchito. Nessun graziarcàno ostentava luoghi comuni sui propri profili nei social network. Se qualcuno avesse mai pubblicato il video di una canzone o una poesia, puoi star certo che l'avrebbe fatto per un moto sincero della sua anima. Ciò comunque avveniva raramente. Forse mai. E non per grettezza d'animo. I graziarcàni amavano la letteratura, la musica e le arti in generale. Si dice che a Graziarcà per anni avessero vissuto Hemingway, Dalì e Picasso. Ed è vero. Come tanti altri avventori occasionali che poi vi si stabilivano, erano affascinati dalla bellezza incontaminata del luogo, e dall'autenticità della popolazione.

Ti racconto una cosa. Prendi ad esempio Peter Familias.
Da bambino Peter era sul cicciottello. Non giocava a pallone quasi mai, e quando lo faceva non era bravo per niente. Non lo prendevano in giro perché come tanti altri cicciottelli della sua risma era simpatico.
Come tutti, anche Peter tifava per una qualche squadra di calcio. Una domenica pomeriggio, Peter era a casa sua che giocava a ping pong con Ricciolettus e il fratello di Ricciolettus, Svalutatus. Uno più piccolo di un anno rispetto a Peter, l'altro di un anno più grande. Entrambi tifosi della stessa squadra locale, che aveva appena giocato contro la squadra di Peter, battendola.
Peter aveva sentito sostenere in TV che ciò era avvenuto per un gol in sospetto fuorigioco. Quando Ricciolettus e Svalutatus si presentarono con i loro sorrisi beffardi e le racchette in mano, lui per giustificare la propria disfatta riferì quella tesi immediatamente, e con calore.
Dopo un po' che Peter insisteva, Ricciolettus fu colto dal dubbio. “Aspetta un attimo. Ma tu sai cosa vuol dire fuorigioco?”

Svalutatus già rideva apertamente. Peter fu frastornato dall'evidenza. Si pentì subito, della sua ignoranza e della sua imprudenza. Ma non poteva ammetterlo così facilmente. Si dice che i porci, oltre che curiosi, siano animali intelligenti. Nel giro di due – tre secondi, Peter rispose con la più abile delle risposte che si potessero trovare in un frangente così breve.

“È fuorigioco quando l'arbitro fischia, e tu segni dopo che ha fischiato”.
Svalutatus si fece serio, e disse al fratello “In un certo senso ha ragione”.
Ricciolettus non gli badò. “Aspetta; ma perché ha fischiato il fuorigioco? Quand'è che si commette un fuorigioco, e perché?”

Successero due cose. Entrambe impossibili, o almeno inconsuete, in posti irretiti fin dalla prima ora dal virus letale dell'ADSL. La prima, Peter disse immediatamente “Non lo so”.
La seconda fu ancora più tipica di quei luoghi. Ricciolettus illustrò al cupo Peter, mimandoli con le dita sul tavolo verde, i misteri del fuorigioco. Peter non se ne perse una virgola, e decise nel frattempo di non sostenere mai più cose di cui non avesse una conoscenza sicura.
In altri consorzi umani, un Peter forse non avrebbe ammesso mai. E soprattutto, un Ricciolettus si sarebbe beato in risa di scherno, senza minimamente preoccuparsi di promuovere crescite intellettuali in un avversario sbruffone e sconfitto.

A Graziarcà la vita funzionava così.
“E quegli occhiali dove li hai comprati, al beauty free?”
“Carino quel maglione. Lo fanno anche da uomo?”
Se un ragazzo aveva l'alito cattivo e in operazioni di corteggiamento si avvicinava troppo, puoi star certo che la ragazza glielo faceva notare. Se un'altra ragazza insisteva a portare leggins con un fisico che non se lo poteva permettere, ne veniva informata senza mezzi termini. Senza sarcasmi gratuiti, ma con umorismi non meno sferzanti. Solo i turisti, risparmiavano. E non per un calcolo bieco, per catturarsene la benevolenza. Giusto perché, poverini, li vedevano così ansiosi, così legati alle loro apparenze precarie. Alle loro convenzioni sociali rassicuranti. Se hai mai sentito parlare di te una compagna delle medie in gita scolastica, che pensava che non potessi accorgertene, sai cosa intendo. Le graziarcàne te lo avrebbero detto in faccia. Una medicina peggiore del male, penseresti.
Non lo so. Sta di fatto che l'albo degli psicologi a Graziarcà non contava alcun iscritto. I graziarcàni crescevano migliorandosi da subito, per tutto ciò che si poteva migliorare.

C'è chi sostiene che così si perdono livelli di complessità. Che per certi versi frenano, per altri danno spessori e inventive conseguenti. Il Galateo serve. L'etichetta è segno di rispetto sociale.
Non so neanche questo. Certo a Graziarcà sono tutti sempre molto accoglienti ed educati. Puoi organizzare una cena sulla tua terrazza, e dopo un paio d'ore stupirti di quanti sconosciuti siano saliti e si siano seduti al tuo tavolo, portando chi una bottiglia di vino, chi la sua chitarra. Puoi passeggiare senza una meta, senza pianificare incontri con persone a te conosciute. Ti capita di parlare con gente molto più vecchia o più giovane di te. Senza sentirne il peso, colla sensazione di chiacchierare coi compagni di una vita. Hemingway, Picasso, Dalì. È difficile mantenere i tuoi equilibri, quando hai successo. Tutti lodano ogni tuo intervento, e tu perdi i riferimenti. Avere intorno qualcuno che ti riveli le tue sciocchezze è impagabile, soprattutto se privo di perfidia e voglia di sopraffazione. Godere di opinioni non artefatte è un vero toccasana.
E tu, davvero ti interessi a cose pallose come una perla?



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