venerdì 21 novembre 2014

Uno per volta





















Quel giorno Ted Hyumvitae era nervoso. Aveva preso un giorno di permesso al lavoro. Si era alzato presto. Non aveva mangiato niente, non aveva bevuto niente. Aveva fumato l'ultima sigaretta sei ore prima.
Aveva fatto la doccia, si era vestito bene ed era arrivato all'ospedale. Aveva preso il numero, 178. Erano al 43. Aveva previsto una lunga attesa, così si era portato un libro. Si era messo in piedi vicino allo sportello dell'accoglienza, e lo aveva aperto. “Confessioni di un codardo”. Il titolo gli sembrava pertinente, era nervoso da una settimana. Comunque, poteva esserci qualche ragazza, nella coda. Il libro era un vecchio trucco. Non si era scordato di dieci anni prima, in fila dal dentista. La più bella ragazza che avesse mai visto. Anche lei lo guardava, prima il suo libro e poi lui. Aveva avuto l'impressione che gli sorridesse. Ma Ted era fidanzato con Ana Certa, allora. Ed era uno serio, al punto di non essere capace a fare approcci nemmeno da single. Qualche tempo dopo, Ana lo aveva lasciato.

Il libro prometteva, ma lo distoglievano i suoni del tabellone elettronico e lo sgomento per l'assenza di sesso femminile di età compatibile. Solo signore anziane, o extracomunitarie incinte con prole già al seguito. Alla fine suonò il suo numero, pagò e si diresse al terzo piano.

Endoscopia. Era da solo. L'unico. Consegnò il suo foglio all'infermiera niente male. Si tolse la giacca, si sedette, riprese il libro e lo riaprì. Giusto in tempo per essere chiamato.
Lei lo indirizzò nella stanza in fondo a destra. Posò le sue cose su una sedia, mise il cellulare in modalità aereo. Entrò un dottorino in berretto e camice verde. Niente primario, anche se gli avevano garantito che prendendo un appuntamento per quel giorno lo avrebbe visitato lui.

Cercò subito di stabilire un'empatia. Non era a suo agio. Raccontò i suoi sintomi, e i motivi per cui il Professore gli aveva prescritto quell'esame.

Doveva fare una gastroscopia. Ci credo che era nervoso. Hai mai fatto una gastroscopia, tu? La lidocaina ti anestetizza la lingua, non il cervello. Che quindi è ben sveglio, e si accorge della violenza che subisce. Una gastroscopia è qualcosa contro natura. Come una pozza di urina alla stazione che ti risale lungo l'uccello, o uno stronzo di cane che ti entra nel culo quando gli passi vicino. O risucchiare una pozza di vomito, gustandola tutta. Vorresti incazzarti, ma incazzarti di brutto. "Che mi state facendo brutti bastardi, eh? Ora vi faccio vedere io", e ti alzi e strappi il tubo dalle mani del ragazzino col camice verde che gioca a ficcartelo in gola, e glielo fai passare da una narice all'altra. Ma non puoi. Se assecondi l'istinto che ti fa dire "Ok, lasciamo perdere, me ne vado, qualsiasi cosa io abbia non può essere peggiore di questo", durerà molto di più. In questi casi aver ricevuto un'educazione repressiva aiuta. Il tubo scivola veloce, di decimetro in decimetro. L'unica è non guardare. Sopprimere i rigurgiti. Chiudere gli occhi e concentrarsi sulla respirazione, come insegna il training autogeno.

Si avvertono delle voci. 'Ci credo che ha la sensazione di non digerire, guarda qui'. 'Prendi la pinza per la biopsia'. Le orecchie non si possono chiudere, mai. Ted aveva scelto di non confessare la verità. “Dottore, infermiera: io ho claustrofobie piccole e grandi, e questa di farsi scendere metri di tubo in gola mi sembra gigantesca”. Poi la consapevolezza di dover ripetere i primi millimetri chissà quante altre volte prima di avere successo, con sempre più paura di dover ricominciare da capo. Il tubo scende veloce, spinto dalle mani del dottorino una dopo l'altra. Respira, respira, chiudi gli occhi. Certo alzarsi e scappare non servirebbe a niente, al punto in cui siamo il tubo impiegherebbe un secolo a uscire.

I piedi scalciano il nulla. Lamenti, per quanto possibile. La mano afferra quella dell'infermiera, poi il suo camice. La mente si stupisce di quanto nella circostanza sia un gesto così poco sensuale. Come stringere un pupazzetto di dinosauro, o una figurina di Maradona. I lamenti aumentano quando l'infermiera si allontana. Da solo è più difficile. Si può tornare infantili anche da adulti.

In pochi lunghissimi minuti, forse tre come promesso in precedenza, finisce. Sul tubo, né grande né piccolo, della sezione di un mignolo, le prove tangibili dell'indigestione. Meglio farne un fagotto col bavaglino messogli sotto la bocca dall'infermiera, perché “è normale che ci sia un eccesso di salivazione, o qualche rigurgito”.

Gli spiegarono poco, in termini incomprensibili. Gli diedero un referto, ancora più oscuro. Allegarono le foto del suo stomaco. Ecco a cosa serviva il led azzurro sulla punta del tubo. A illuminare, era una specie di flash. Realizzò con stupore che aveva il buio dentro. Gli prescrissero altre analisi. Decise di farle subito, si era alzato presto ed era già a stomaco vuoto, per quanto potesse esserlo il suo capriccioso apparato digerente.
Altra fila in accettazione, altro esborso per le analisi del sangue. Altro numero, stavolta il 544. Una signora in camice bianco chiamò il 40. Per ogni persona che entrava, ne usciva un'altra reggendosi il batuffolo d'ovatta sulla vena.

“44. 44! 44!”.
Gli venne un dubbio. “Io ho il 544, sono io?”
“Era ora.”
Ted valutò distrattamente l'idea di far notare alla signora scocciata in camice bianco che era in realtà una vecchia signora cicciona scocciata in camice bianco. Ma quando t'infilano metri di tubo in gola senza poter reagire, ai soprusi  ti abitui prestissimo. Così entrò, sorridendo e scusandosi.

Un'altra signora, anche lei sovrappeso e in camice bianco ma sorridente, lesse negli occhi di Ted il bisogno di comprensione. Gli legò l'elastico sul bicipite sinistro, gli gonfiò la vena e infilò l'ago. Quando gli ficcavano cose nelle vene, Ted una volta guardava e quella dopo no. Doveva allenarsi a sopportare le cose spiacevoli. Toccava al non guardare, per fortuna. Se aveva dei limiti, quel giorno ci si era avvicinato parecchio.
L'operazione durò più del solito, gli parse. Poi riprese la sua roba, e si rivestì nel corridoio.

Una volta vestito, decise di prepararsi una sigaretta per celebrare l'uscita dall'ospedale. La cartina si ruppe, il filtrino cadeva. Il tabacco era sempre troppo o troppo poco. Il tempo aumentato gli permise di notare le persone lì intorno. C'era una vecchina coi capelli bianchi. Finissimi, e radi. Sotto aveva la testa rosa. Si teneva l'ovatta contro il braccio piegato. La accarezzava il marito, vecchietto pure lui.

Doveva essere una scena tenera. Non lo era. Ted era scapolo, desiderava una ragazza. Non una vecchietta. Se ne avesse trovata una della sua età, inevitabilmente sarebbe stata in fase calante. Qualche altro attimo di gioventù, e poi la decadenza. Le rughe. La memoria che perde colpi. Anche Ted allo specchio scorgeva le prime rughe d'espressione. Soprattutto quando sorrideva. Se non si vedevano molto era solo perché c'è così poco da ridere. Sarebbe stato più capace di gesti di tenerezza?
Forse era meglio metterci una pietra sopra.

Uscito dall'ospedale, finalmente se la accese. A un certo punto gli venne anche il singhiozzo. Decise di levarsi di mezzo tutte le incombenze che poteva. Andò in banca a pagare le bollette, e poi a fare la spesa, colla sensazione della violazione del corpo. Doveva essere qualcosa di simile a ciò che provava una donna che avesse subito uno stupro. Si vergognava del paragone, in fondo lui aveva fatto una scelta. Allora pensava a un filmato di oche che aveva visto, colle zampe inchiodate su una tavoletta e un imbuto da cui scendevano chili di granturco che facevano scoppiare il fegato in paté. Ma forse neanche quel pensiero era politicamente corretto. O alle streghe medievali, il cui stomaco veniva fatto esplodere dai litri d'acqua di un tubo che calava nella gola. Sicuramente più largo di un mignolo, e meno igienico. Niente bavaglini monouso, per i rigurgitini. Quando pensava a quelle oche, o a quelle streghe, aveva una gran voglia di fare a pugni.

Capì all'improvviso il motivo per cui tutto andava avanti. Gli eventi non capitano tutti insieme. In genere si riesce a tollerarli, uno per volta.

domenica 9 novembre 2014

Rinofobia















C'era una volta un tizio che non sopportava di vedersi sempre tra gli occhi il naso.
Il suo nome era Mynus Habens. 'Mynus' per gli amici, se ne avesse avuti. Il suo campo visivo variava, di volta in volta. Cose più o meno piacevoli. Ma al centro sempre la stessa. Il naso.

Poteva vederne i due lati a seconda dell'occhio che chiudeva. Quando era il sinistro vedeva il neo che aveva sul lato destro. Sul lato sinistro invece non c'era nulla di rilevante.
Queste operazioni le faceva di rado, e affannosamente. A farle troppo spesso rischiava d'impazzire. Poteva vedere varie cose, della sua faccia. I baffi. Il labbro superiore, e quello inferiore. Parlo chiaramente di un'ispezione senza specchi. La lingua. Il mento invece no. Niente mento. E la punta del naso.
Il resto del naso era solo un'ombra. Ma perenne. Era questo a essere inaccettabile. Parlavi con qualcuno, e l'ombra del tuo naso si metteva in mezzo. Guardavi un film, e la fotografia doveva fare i conti con sempre la stessa macchia sfumata, al centro della scena. Leggevi un libro, e tra le pagine c'era sempre lo stesso ectoplasma.

La fortuna era che il più delle volte non ci faceva caso. Quando ciò avveniva, non poteva tollerarlo. Non riusciva a respirare. Se era sdraiato nel suo letto, doveva tirarsi su col busto di scatto bestemmiando, e fare almeno un respiro totalmente profondo. Se non era nel suo, di letto, la cosa era più imbarazzante. Succedeva così. Il fiato gli mancava  di colpo. La riscoperta del naso gli cortocircuitava i polmoni. L'aria finiva all'istante. Era strano. Gli sembrava di ricordare che da piccolo riusciva a stare con la testa sott'acqua per più di un minuto. Non che gli piacesse molto farlo. Non aveva mai sopportato le costrizioni, fisiche o psicologiche. Postumi di un'educazione repressiva. Provava l'apnea per gareggiare cogli altri bambini, e da grande per immergersi sott'acqua quando faceva il bagno. Era come volare. La sensazione di libertà compensava la claustrofobia di avere masse d'acqua sempre più grandi tra il respiro e la sua possibilità.

Un'altra cosa che andava bene, quando il naso tornava ad imporsi alla sua attenzione, era una corsa forsennata. Uno scatto improvviso, possibilmente all'aperto. Il cuore che batteva all'impazzata e il fiato mozzato lo distraevano. Anche guardare il cielo andava bene. Verificare che c'era almeno una via d'uscita, infinitamente vasta. Quel cazzo di naso. Poteva tagliarselo, non credere che non ci avesse pensato. Ma purtroppo era sano di mente. Era chiaro che avrebbe introdotto problemi più grandi. Per esempio, la luce poteva riflettersi all'interno della cavità nasale e accecarlo col suo riverbero. Oppure, avrebbe avuto addosso gli sguardi più o meno indiscreti della gente. Hai mai visto le facce della gente? Sono brutte. Mynus ci faceva caso spesso, ma di solito si fermava prima di arrivare a pensare che tecnicamente era gente pure lui. Poteva esserci qualche crema che gli offuscasse i contorni del naso? Probabilmente no. I colori riflettono la luce, come il bianco. O come il nero la assorbono. Tinture trasparenti non sono ancora state inventate.

Il problema poteva accrescersi. Con la stessa logica, allora, poteva sicuramente vedersi le palpebre. L'interno, intendo. Non avrebbe mai visto nessun'altra palpebra dall'interno. O magari sì, se avesse adottato soluzioni da maniaco seriale. Ma era troppo normale, per infilarsi in vicoli ciechi dalle conseguenze più problematiche che vantaggiose. Per non parlare delle implicazioni etiche.
Allora faceva caso anche alle palpebre. Cercava di capirne il colore. Erano pensieri che non potevano durare più di mezzo secondo. Oltre, c'era la morte per soffocamento.

Aveva ipotizzato un color carne particolarmente rosso e sanguinolento, come quando cerchi col fazzoletto di tirarti fuori un ciglio dall'occhio. Poi si era ricordato che nessun colore si può vedere al buio. Quindi aveva accantonato il problema delle palpebre con un certo sollievo, per tornare a occuparsi di quello del naso.

Il naso era un organo che faceva senso. In tutti i sensi. Impossibile tagliarselo. 'Come farà chi ha il naso aquilino?', si domandava. Il suo era retto. Un bel naso, dicevano. Forse era fortunato chi ne aveva uno rincagnato, da pugile. Doveva essere un sollievo, poter fissare in eterno un ectoplasma di dimensioni più discrete. Forse non si vedeva per niente.
Ma anche un puntino sarebbe stato sufficiente per impazzire.

Le palpebre erano più simpatiche. Ma celavano altre insidie.
Hai presente quando ti stendi al mare, e finalmente ti rilassi? Cioè, tu vorresti rilassarti. Poi, gli occhi che hai chiuso tornano a vedere. Cellule. Maledette. Sono capelli, sembrano capelli. La lunghezza è maggiore dello spessore. In mezzo c'è un punto. Non può che essere il nucleo di quelle cellule. Se butti gli occhi in su, le cellule schizzano in alto. O in basso. O di lato. Non puoi mai spegnere il proiettore. L'unico modo di farle sparire è aprire gli occhi, e riarrotolare lo schermo. Ma certe volte continui a vederle anche controluce, e allora anche lì l'unica è alzarsi di scatto, buttarsi in acqua e sperare di finire addosso a qualche medusa.

Ma niente è insidioso quanto il naso. Ogni tanto Mynus andava allo specchio a guardarselo.
Ecco là il neo, sulla parte destra. O era la sinistra? Doveva pensare alla sua, di destra, o a quella del tizio che aveva di fronte? Quello, se si fosse distolto dal guardarlo fisso, si sarebbe girato portandosi appresso il neo sulla sinistra. Misteri troppo grandi, per venirne a capo.

Non c'era solo l'ombra del naso. Per esempio, nessuno sembrava mai far caso alla morte. La propria, intendo. Sempre quella degli altri, e solo quando non se ne potesse fare a meno. Mynus invece era assolutamente preso dalla sua morte. L'unica discrezione che lei gli usava, era non venirgli in mente in continuazione. Era meno presenzialista di certi nasi. Quando Mynus pensava alla sua morte, non riusciva a vedere altro. Perché radersi o lavarsi, perché studiare o lavorare, se non per lo stretto indispensabile? A che pro amare, odiare, indignarsi o primeggiare?

Mynus allora si guardava intorno. Non aveva mai visto nessuno tanto ignorante da ignorare una cosa così. Nessuno sembrava pensare alla propria morte. Tutti sarebbero morti. Nessuno sembrava turbato dalla comparsa nel campo visivo del proprio naso. Possibile che fossero così distratti? O sapevano qualcosa che Mynus ignorava? Qualche trucco, o qualche informazione supplementare?

Secondo Mynus, era impossibile essere così ignoranti. Della propria morte, e di quelle altrui. Troppe cose si facevano tutti i giorni, completamente falsate dal non tener conto della morte di ciascuno.
Mynus aveva una teoria. Ognuno dovrebbe aver su un numero. Chi 65, chi 21, chi 84. Metti che due si prendono colla macchina a un incrocio. Senza quel numero, è subito un gran litigare su chi abbia la precedenza. Con quei numeri, invece, 84 sarebbe molto più conciliante con 65. “Mi dispiace di essere passato proprio in quel momento” - “Ma no, cosa dice, colpa mia che non ho visto il rosso” - “Beh, poco male, tanto la macchina è vecchia, non sarà un graffio a cambiare le cose”.
Invece, tutti litigavano. Anche senza motivo. Tutti in competizione, tutti contro tutti. I furbi contro gli etici. I forti contro i deboli. I poveri contro i ricchi. Scordandosi quotidianamente le proprie morti si perdeva regolarmente la prospettiva.

Ma era meglio che il numero indicasse l'età della propria morte, o gli anni che rimanevano da vivere?
Mynus aveva riflettuto, al riguardo. Avere addosso gli anni mancanti richiedeva aggiornamenti annuali e scomodi. L'evidenza sarebbe stata inelegante. Meglio segnalare l'ultimo compleanno, lasciando agli astanti il beneficio del dubbio, a seconda di quanto uno si portasse più o meno bene gli anni.
Mynus aveva sempre un sacco di buone idee, quando non gli veniva in mente il naso. O forse era proprio il naso, colla sua impertinenza, a impedirgli di distrarsi. Di perdersi in frivolezze. Non era il caso, per esempio, di lanciarsi in avventure sentimentali. Ci pensi? “Ehy bambola, è tutta la sera che ho voglia di baciarti” - quando all'improvviso ecco frapporsi il naso. Il giorno dopo, tutti avrebbero parlato dello scatto furioso di Mynus. E a Mynus avrebbe dato fastidio.

Non so. Non era un mondo adatto. Mynus avrebbe trovato ragionevole vivere in un posto dove un terzo degli abitanti per volta si lanciasse in scatti forsennati in direzioni varie, non appena resosi conto del naso. Un mondo in cui fosse normale sedersi e fissare il terreno senza sorprendere i passanti. Sentendoli al limite commentare “Eh, gli è venuta in mente la sua morte, chissà quando ventura”. E invece non aveva mai sentito nessuno preoccuparsi del proprio naso, se non per il punto di vista altrui. Gli occhi delle persone non rilevavano cellule, o almeno nessuno sembrava preoccuparsene. E molti si tatuavano cose sulla schiena, o in altri punti dove non se li sarebbero mai visti da soli. Che orrore. L'unica cosa che, facendo uno sforzo enorme, lui si sarebbe tatuato, era da spalla a spalla, in caratteri gotici e scarsamente leggibili.
'Fesso chi legge'.

A un certo punto, nel vivo di quei ragionamenti, il naso smise di comparirgli. Fu quando Mynus scoprì il numero che avrebbe dovuto portare lui.

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