domenica 26 giugno 2011

Guida alla calvizie per principianti.

Adesso che finalmente siamo giovani, dobbiamo stare tutti attenti alla fine che possono farci i capelli.

I capelli sono un fenomeno irripetibile. Essi avvengono una sola volta nella vita – tralasciando quelli che si disegnano certi brutti ceffi coi Carioca, poiché è chiaro che così non vale.


Insomma, quello che voglio dire è che nei prossimi minuti ti farò da guida nei meandri della Calvizie. Che è una cosa che ha delle meccaniche complesse, quanto a conseguenze teorico-pratiche. Per evitarti di travisare, soffrire, sperimentare, ti elenco un piccolo alfabeto di trucchi. Ventuno lettere di un autentico alfabeto, italiano al 100%, con cui far fronte all'incoming alopecia. Se vuoi puoi ritagliarti la parte di monitor che ti colpisce di più, e attaccartela colle calamite sul frigorifero. Oppure ricavare dal cristallo liquido un concentrato di succhi preziosi. Specie in stagioni torride come questa, nelle quali è a rischio disidratazione il vecchiodimmerda che sembri esser tu, stante la tua calvizie presente o futura.




A) Essere calvi è una cosa che avvicina alla morte. Avere la forma del teschio così all'infuori ricorda a te e agli altri come ci si polverizzi facile, a una certa. Dev'esser questo a provocare tutte quelle esplosioni di ilarità al riguardo.

B) Per conseguire una calvizie soddisfacente, tu devi accorgerti che stai perdendo i capelli solo per ultimo. Vuoi per incuria, vuoi per sbadataggine (mi riferisco a quelle del Tuo dio, che come vedi dalla parziale majuscola io rispetto; non come faccio col mio, e non solo per la sua dispettosa indole depilante). Perché che tu li stessi perdendo era chiaro da un pezzo.
Tutti devono accorgersene, tranne te. All'improvviso perdi la capacità di leggere indizi semplicissimi quali:


- risolini alle spalle
- essere chiamato con nomi di noti calvi
- lo scarico che si intasa ogni tre docce
- colori nuovi che ti compaiono nel sottobosco dei bulbi piliferi.

C) Ogni volta in cui ti trovi in mezzo alla gente, sull'autobus, a una lezione universitaria, la proporzione tra te e i non-calvi ti deve scioccare. Conseguentemente, ti devi percepire come l'essere più sfortunato e infelice della terra.

D) Devi sentirti morire ogni volta che si parli di pettini, di phon, di shampooing, di doppie punte, piastre, colpi di sole, permanenti. Certe volte ti scoprirai ad attraversare la strada solo per evitare di passar sotto all'insegna di un parrucchiere.
Solo dopo un sacco di tempo inizierai a crocifiggere il tuo prossimo con gragnuole di battute autoironiche sulla tua condizione di calvo, uscendone in modo se possibile ancor più patetico.

E) Dopo un transitorio iniziale, preso atto della tragedia imminente, puoi provare a pettinarti i capelli all'indietro, se hai iniziato a cimentarti con la chierica. O sfoggiare frangette fraticensi, se invece il tuo problema è che ti fai di giorno in giorno più sfrontato.

F) Se sei pazzo, puoi scegliere di farti Calvo da Riporto. Regalando ai tuoi intimi la tua assurdità di quando esci dal mare o dalla doccia. Acquisirai in compenso l'istantaneità chiropratica di generarti sulla testa situazioni tricologiche partendo da materiali pressoché nulli ma infinitamente lunghi.

G) Molto, molto meglio il buon vecchio tana libera tutti, e far tabula rasa.


H) La prima rasatura può rivelarsi la più memorabile. Ti ricorderai tutto, di lei. Quando. Dove. Con chi. Sessei 1 tipo che sta allo scherzo, sperimenterai tra varie alternative buffe. Puoi raderti solo sopra, e vedere l'effetto che farai tra quei 5 min. che ti mancano per divenire 1 vero calvo. Altrimenti, se sei un tipo vintage, ti radi ai lati lasciandoti la striscia di Mr. T sopra, e fai le facce incazzose allo specchio.

I) Se invece sei un filodrammatico, devi farti rasare da terze persone. Un amico, un parente, la fidanzata. Chinerai la testa sul lavandino. In questo caso, è bene che tu sappia che rialzandoti la tua vita non sarà più la stessa. Per la prima volta scorgerai nel tuo specchio lo sconosciuto con cui convivrai per il resto dei tuoi giorni. Scoprirai quanto determinante sia una qualsivoglia chioma, ai fini di una corretta fisiognomica. Senza una chioma, infatti, a qualificarti non rimangono che un pugno di miseri lineamenti.

L) La prima notte il cuscino sarà di un fresco sorprendente. Quindi temerai per i rigori invernali cui le tue nuove nudità saranno sottoposte. Scoprirai che tra calotta cragnica e cuoio scapelluto ci sono pochissimi sensori termici, tipo si sente molto più freddo sul naso o sulle recchie. O magari sono io che ho una vita cerebrotermica così incalzante da non risentire delle temperature più fredde. In ogni caso, conoscendoti, buona fortuna.

M) Ben presto ti attaccherai morbosamente a qualsiasi villosità facciale. Ti accorgerai per la prima volta di quanto importanti siano ciglia e sopracciglia. Per mitigare il tuo fresco anonimato proverai coi baffi, col pizzetto. Sarai tentato dalla barba che parte all'improvviso da dietro le orecchie. Ma poi lascerai perdere per l'inconcludenza di una soluzione tanto sbilanciata e asimmetrica.
Due consigli. Occhio a quando ti radi di fretta. Se ti asporti senza volerlo un baffo o pezzo di pizzo dovrai far piazza pulita di tutto, e sarà come uscire di casa colla faccia coperta di bianchetto. Attenzione anche alla penuria di accendini. Le sigarette accese sul fornello diverranno fonte dei più grandi dispiaceri, segnalandoti l'errore attraverso la puzza di pollo bruciato che emanerai.

N) Se tutto questo ti capita entro il 1995, automaticamente sarai per tutti un fascista. Le vecchiette di paese si commuoveranno al tuo arrivo, riandando a quando erano giovani. Scorgerai nelle loro gengive scoperte un salivoso desiderio di baciare.

O) Tutti diranno “Beato te, risparmerai 1 casino di parrucchiere”. Ma tu saprai il costo di lamette e schiume da barba quasi quotidiane, oltre al tempo perso e al sangue versato inutilmente in sacrificio per voi e per tutti in remissione dei peccati.

P) Quando ti esponi ai primi soli, c'è un posto nuovo su cui spellarti.

Q) Chi è fissato per l'olio toscano, chi dice che quello pugliese è troppo forte; chi apprezza il ligure o il siciliano. Fatto sta che anche tu ne diverrai un grosso produttore. Depositerai sui cuscini ove dormirai il tuo olio cranico in dosi imbarazzanti per ogni donna che avrà avuto il fegato di coricarsi con 1 autentico calvo quale sei tu.

R) Già, ogni donna. Se tu che leggi tanto coinvolta sei donna, allora è un bel guajo. Per i maschi, l'alopecia può rivelarsi in fin dei conti una spiritosa avventura. Ma per te - e solo te, donna - è 1 autentica sciagura. Sei rarissima, per non dire unica. E non in modi che possano essere interessanti. Sei vittima di un atroce scherzo del Destino, chiamiamolo così quel furtivo Majale. Ma non preoccuparti. Fra pochissimi, secoli l'alopecia sarà comune nelle donne quanto negli uomini. Porta pazienza ancora un po'.

S) Sei uno sportivo? Scoprirai una funzione che non avresti mai ipotizzato in un banale cosmetico quale I Capelli. Essi, assieme a ciglia e sopracciglia, sono indispensabili a trattenere il sudore. Il quale, in loro assenza, trova subitissimo la strada diretta per arrossarti gli occhi come un uomo-lupo o un donna-lupo, se hai avuto in sorte la disgrazia suprema di confluire nel punto R)

T) Sulle prime, indosserai un cappello. Potrai uscire scalzo, o anche nudo; ma mai senza cappello. Sei un tipo giacca & cravatta? diventerai un tipo giacca, cravatta & cappello. In genere di quelli da baseball, con visiera, perché la cosa che più ti mancherà è nasconderti lo sguardo sotto qualcosa.

U) Percepirai l'esistenza di un nuovo parametro. L'estetica della testa. In questo frangente potresti scoprire che la tua testa presenta scalini, bozzi o bitorzoli d'ogni genere. Buona fortuna.

V) Niente più sigarette sull'orecchio. Cascano.

Z) Se per caso è il 2006 e si svolgono i Mondiali di Francia, molti vorranno prenderti la testa tra le mani e baciartela come Laurent Blanc faceva con Fabien Barthez.


Insomma, se ti organizzi un minimo, con le delizie della calvizie c'è da divertirsi.
Ma non per te.

domenica 19 giugno 2011

Travolto da un solito Destino.

Sappiamo bene, io e te, chi sia Also Starring.

Sappiamo bene, tu e io, chi sia stato Also Starring.

E tutti sanno cosa Also Starring sarà per sempre, e cosa significherà per tutti in ogni luogo.

Perché chiunque, da ogni parte, è stato raggiunto dalle note galoppanti del Destino, alla cui sella c'era Also Starring.
La musica dei Fate Ride.

Se cerchi su qualsiasi Wikipedia, sprovveduto che sei, troverai che vi era un tempo in cui Also Starring si guadagnava da vivere con le sue apparizioni nei telefilm, raggiungendo il successo nei '70/ '80 con cameo ne La casa nella prateria o in Charlie's Angels. La sua stella si opacizzò negli '80/'90 con le ultime fugaci comparse in Beverly Hills 90210 e Baywatch.

Ma non è questo che lo consegnò all'Eternità. La sua storia cambiò per eventi che né io né te possiamo immaginare. Eventi che ciononostante ora ti racconto.

~~~

Also Starring trascorreva le sue giornate facendo la spola tra casa sua e gli Studios. Non aveva la patente, Also Starring odiava guidare, guidare lo portava a discutere con gli automobilisti e discutere con gli automobilisti lo portava ad arrabbiarsi. Also Starring detesteva arrabbiarsi, poiché in quei frangenti doveva ammettere a sé stesso di non sapersi emotivamente gestire.
Quindi scartata la bicicletta (troppo faticosa), la motocicletta (troppi motociclisti) e il teletrasporto (troppo impossibile), non restava che l'autobus. Il 66/, il Sessantasei Barrato, come innumerevoli locali sparsi dappertutto continuano a ricordare.

Ad Also Starring piaceva quell'autobus. Sopra c'erano più che altro stranieri, che parlavano appena un po' troppo a lungo e un po' troppo forte al cellulare, ma per il resto si facevano gli affari loro. Ad Also Starring non piaceva che qualcuno si facesse i suoi affari, e le intersezioni fra i suoi affari e quelli degli stranieri erano ben poche.
Quindi ad Also Starring piaceva quell'autobus. Il Sessantasei Barrato.

Anche perché quel numero, il sessantasei, era alquanto satanico. Mancava, è vero, il terzo sei. Ma a quello pensava la barra, quello slash che chiudeva la triade in maniera, così gli pareva,
più strafottente e meno banale.

Perché Also Starring compariva sorridente, sempre sorridente, nelle sigle di testa di quei telefilm. Ma dentro qualcosa gli rodeva. Gli rodeva sempre dentro qualcosa, ad Also Starring. Egli era, internamente, un tenebroso. Molto più tenebroso di quanto paresse da fuori. Ma nessuno lo sapeva, nessuno se ne accorgeva, perché Also Starring continuava a sorridere dalle sigle dei telefilm.

Quel qualcosa che dentro gli rodeva si fermò per un istante quando un giorno, varcando le porte idrauliche dell'ennesimo 66/, sentì una voce che sbatteva su un cellulare più forte delle altre. E non in un'altra lingua. Quela lingua era familiare, la stessa con cui si esprimeva Also Starring.

Era estate. Attaccata a quella voce c'era, non si vedeva bene cosa.
Ma attaccata a quella cosa c'erano delle gambe, le più splendide gambe nude che Also Starring avesse mai visto. Fu allora che iniziò, senza saperlo, a cavalcarlo, il Destino. Fu allora che il Destino iniziò a disarcionarlo.

Quelle gambe erano una vera e propria malattia, per Also Starring. Coprivano le urla, perché di urla iniziava a trattarsi, che la ragazza vomitava nella lingua di Also Starring sul microfono del suo cellulare. Urla che riguardavano Polizie da chiamare e roba non specificata da rivendicare, in una contraddizione che l'inconscio di Also Starring non mancò di registrare.

Ma la nudità di quelle gambe copriva tutto il resto.

Gambe lunghe, forse un po' magre, ma di proporzioni perfette. Chiara la carnagione, i polpacci affusolati, il quadricipite che spiccava discreto dalle ginocchia. Quelle gambe lasciavano presagire ciò che Ida Squall effettivamente era, una ragazza dalla folta e ampia chioma nera, da cui spiccavano grandi occhi da cerbiatta, seni e naso appuntiti, alla francese. Quello strillar di droghe non negava la delicatezza dell'insieme, anzi lo rendeva, come dire, temerario.

Also Starring rimase incantato sul livello più superficiale del suo campionario a godersi la visione. A scoltare quella musica. Ma ben presto si rese conto che non avrebbe mai potuto smettere di farlo, mai potuto perderla, privandosi della visione di quelle gambe. Tutto il resto, parrucche, sise e nasini mangiarane, servivano solo a rmonizzare, a non negare.

Perché quelle gambe potessero esser sue, lui se ne doveva impossessare. C'era tutta una trafila, da seguire.
Ecco perché si offerse di occuparsi del caso, mentre la sciagurata continuava ad imprecare alla morte della batteria del cellulare la morte di quello spacciatore, porgendole il suo, incassando un brusco “No, non fa niente”, e imparando un nome, quel nome, che sarebbe stato l'armatura tonale su cui avrebbe incastonato il suo dolore, la sua Musica.

Ida Squall entrò così nella sua vita. Da allora i telefilm, che fino a llora gli avevano garantito notorietà e agi che pure mai gli erano dispiaciuti, iniziarono a dimenticarlo. Non che avessero potuto fare altrimenti: l'agente di Also Starring alla fine non seppe più inventare nuove scuse per giustificare i ritardi, le svogliatezze e le assenze dal set del suo cliente, così basta. Also Starring uscì di scena.

Ad Also Starring ciò non dispiaceva. Aveva messo da parte un gruzzolo discreto, e ora poteva finalmente starsene un po' con quelle gambe. Adesso, le sue gambe. E, perché no, anche con Ida Squall, che vi era su continuamente appiccicata.

Lei era carina, all'inizio. Tutte quelle gentilezze, quelle attenzioni che Also le dedicava, erano cose che le asperità del suo carattere le avevano stornato da un bel po'. Quindi si amavano. Si possedevano. Furoreggiavano. Also consumava quegli amplessi sapendo che erano l'iter necessario per continuare ad accostarsi a quelle gambe. Penetrava e solleticava, assaggiava e accarezzava le cose che sapeva di dover penetrare e solleticare, assaggiare e accarezzare. Ma se c'eri e stavi attento, potevi vedere la sua pinna di pescecane spiraleggiare sempre attorno a quelle gambe. Solo alle gambe. Era uno squalo, un vero e proprio squalo. Uno saggio, però. Sapeva calcolare con rigore i tempi da dedicare alla periferia di quelle gambe (perché tale era il resto, per quanto non malvagio fosse; Also lo trovava, se permetti il gioco di parole, perfino squallido se paragonato a quelle gambe). La passione non gli ottenebrava il calcolo, aveva capito che non poteva rischiare di perdere l'oggetto della sua ossessione per una stupida dimenticanza di qualcosa.

Nel frattempo però, quella periferia lo circondava, avviluppandolo. Lei si stabilì nella casa di lui. Gli prendeva le misure, apprendeva la sua storia, individuava debolezze. Per meglio possederlo, quello sventurato che si credeva calcolatore. Fagocitarlo, renderlo dipendente com'è in realtà l'animale che si crede indispensabile al suo parassita. Lui si credeva attinia, ma quel buffo pesciolino che si vedeva girare attorno non era il docile pagliaccetto striato che credeva. Era lei, piuttosto, il vero squalo. E lui, la paranza con cui il vero squalo ai primi appetiti avrebbe antipasteggiato.

Un giorno Ida Squall, consumato l'ennesimo amplesso, nel conseguente languore in cui finalmente Also ne adorava silenzioso le gambe, se ne uscì con alcuni rimandi ai suoi trascorsi sessuali. C'era un tempo, arrivava lontanissimo a orecchie felpate dall'orgasmo, in cui dietro le piaceva molto di più, non disdegnava inghiottire, e aveva avuto vari rapporti con due maschi insieme.

Qualcosa arrivò, di tutto il discorso, ai timpani smorzati di Also. Dietro. Inghiottire. Due maschi insieme.
 
Quel qualcosa turbò Also, che dapprima non si accorse, poi se ne ascoltò l'eco, e poi razionalizzò.

Due maschi insieme. Varie volte.

Che vuol dire, “Varie”? varie nel numero? nella quantità? o piuttosto, maledizione! nella qualità?
Chi era lui, iniziò a domandarsi, cosa mai poteva diventare, per far fronte a una minaccia tale?

Lui, solo, era uno. Quegli altri, chiunque fossero, comunque li rivoltasse, erano sempre due. La semplice disequazione 2>1 era perentoria, in qualunque modo la si rigirasse. 2>1. Ah, beata ignoranza delle leggi matematiche. Anche portando a primo membro l'uno, cambiandolo di segno, si otteneva 2-1>0, e tutti sanno che pur semplificando un +1 di quel turpe paio col -1 suo, sarebbe stato sempre l'altro 1 maggiore di quel 0 che di lui restava.

2>1. 1>0. Insopportabile.

Poi pensava, intollerabile! che quei 2 potevano essersi dedicati alle gambe. Una ciascuno, di quelle gambe. Adorandole in parallelo, quegli sciocchi maldestri, quando lui non poteva che darsi a una per volta, cosa che puntualmente lo turbava per lo spreco temporaneo dell'altra. Magari colla stessa noncuranza con cui consideravano qualsiasi altra parte della ridondante periferia che per Also non era che un consunto dovere. Schifo, dolore, rabbia rivoltavano Also come un guanto. Lo investivano, lo percuotevano da ogni parte. Lo travolgevano. Fu travolto e pestato dai pesanti zoccoli del Fato.

Fu allora che per la prima volta seppe della Cavalcata che lo avrebbe percorso, e del Cavaliere che lo avrebbe disarcionato.
La Galoppata del Destino. La Cavalcata Fatale. The Fate Ride. Quante migliaja si saranno dimenati sulle note dei Fate Ride, senza sapere donde quelle note venissero? Quanti freak si sono sentiti rappresentati dalla loro hit, l'eterna Fuck-Simile, immaginandosi cantati nelle loro diversità e fottuto finalmente il simile, l'omologato? Quanti infine non hanno mai saputo che quel titolo fosse invece la richiesta di un sesso più consueto, meno concorrenziale col povero cantore che urlava solamente FOTTI COME TUTTI, MALEDETTA TU E LA TUA VOGLIA DI TRASGREDIRE.
~~~

Ida Squall, da sempre refrattaria a qualsiasi amico,
parente o iniziativa potesse distrarre il povero Also dal dedicarle attenzioni, ne aveva stranamente permesso gli sviluppi musicali. Fiutandone presto il talento, la scellerata ben sapeva che, oltre all'adorazione del suo cantore personale, presto avrebbe avuto per sé quella delle masse, nelle sue prossime qualità di musa ispiratrice di tanto fervore creativo.
E a Ida Squall l'essere oggetto di attenzioni non bastava mai.

Also Starring nel frattempo – ricordi che numero satanico portasse il suo autobus favorito? - si era lasciato crescere le borchie e il cuoio del metallaro, le strisce giallonere che nell'ape e nella vespa devono dissuadere il potenziale predatore da carni velenose.

Era tornato a percorrere lunghe tratte sul suo 66/. Tu dirai, a che pro se non lavorava più coi telefilm? Il fatto è che, stranamente, solo durante quei tragitti dove tutto era iniziato riusciva a llontanarsi fisicamente e mentalmente da quelle gambe. In quei frangenti egli programmava l'attività dei futuri Fate Ride in ogni minimo dettaglio. Il look. I testi. Le parti degli arrangiamenti. Ciò che avrebbe detto nelle interviste, che come uno scacchista immaginava in decine e decine di bivii dialettici, riuscendo sempre a stupire i suoi
interlocutori immaginari.

Certe volte si compiaceva, quando arrivava a percorrere realmente gli snodi che che prima esistevano solo nelle sue fantasticherie. Altre volte rimaneva stupito assistendo alle fatalità del Destino, che complicemente lo faceva avanzare per direzioni impreviste. Spesso il gioco gli prendeva la mano e arrivava a divertirsene sinceramente, dimenticandone la reale causa propulsiva. Ma sempre, regolarmente, arrivava il momento in cui trovandosi di fronte a folle adoranti l'entusiasmo svaniva nella razionalizzazione di quanto fosse effimero quel gioco, se chiunque ne ignorava le vere, irrinunciabili finalità.

Also Starring aveva interpolato ogni buca percorsa, ogni frenata e accelerata, ogni rombo ciclico del motore del 66/ fermo negli ingorghi, ricavandone le ritmiche poderose su cui tu, stolto ignaro, tanto ti sei dimenato, e tanto hai insensatamente
pogato e ballato.

Gli scossoni un tempo amati, invece che cullarlo, lo aizzavano a rivoltarsi alle conversazioni straniere che prima tollerava, ma che adesso lo distraevano dalle sue architetture immaginarie. Le aveva sempre evitate per un'indole in fin dei conti pacioccona. Ma ora lo cercavano, e adesso lui amava farsene cercare, e ci si tuffava furioso. Presto si ritrovò tutto intarsiato dei ricami dei coltelli che nelle risse gli cercavano la pelle, trovandola in più occasioni. Ricami che ne alimentano la funerea aura di dannato maledetto.

Quegli scossoni fatali gli aumentavano la brama del successo, del denaro, del potere che nei suoi progetti doveva essere il termine che l'avrebbe fatto prevalere in quella funesta disequazione, diventandola 2<1+molti $.
Fate Ride!” “Fate Ride!” “FATE RIIIDE!”. Risate acclamanti ed eccitate, e gloria. Quello sarebbe stato il grido che avrebbe decretato la sua vittoria, consegnandogli irrevocabilmente il più ambìto dei premi: quelle gambe, con attaccata la squallida Ida Squall, che finalmente si sarebbe dovuta render conto della grandezza disequabile di colui con cui aveva a che fare.

Tu non sai, non so io, nessuno sa, che nei pezzi che tanto amiamo non era il mondo pur crudele a esser protestato, ma la fatalità delle tante Ida Squall che tarpano le ali ai nostri sogni, e popolano di mostri i nostri incubi, soffiando sul fuoco di nsicurezze mai sopite.

In breve, era arrivato a vere tutto, Also Starring. Soldi, ricchezze, successo. Donne, se solo ne avesse volute. Legioni di groupie avrebbero ucciso, per un suo sguardo.

Ma quelle gambe, quelle gambe non le avrebbe mai sentite sue, sue veramente e di nessun altro. Perché il passato e il futuro, come sa ogni geloso, sono nemici invincibili. Mentre il presente è un fotogramma che si autodistrugge appena vissuto come i messaggi di certe spie.
Ida Squall aveva calcolato bene.

È per questo, miseri te e me che ancora ci chiediamo, solo per questo è che Also infine optò per il suicidio. Nella forma più atroce che quello sciagurato potesse scegliere.

Lasciandosi morire di vecchiaja.


domenica 12 giugno 2011

Sapientino.

Una delle cose belle della vita è come impari le parole. Soprattutto, certe parole.
Prima le senti, e ti colpiscono. Poi impari a piazzarle nel giusto contesto, e certe volte è divertente assistere alle facezie involontarie di chi non vi ha messo la giusta cura. Poi magari dopo anni e anni ti rendi conto che una parola universalmente non esiste.

Soprattutto uno col padre gran giocoliere di parole, da cui immodestamente avrò ripreso, ne convengo; oppure uno che, due minuti dopo aver imparato a leggere, si è intrippato del Braccio di Ferro di Segar degli anni '30.

Si dà il caso (bello, anche “si dà il caso”) che io unisca nella mia persona sconfinata entrambi i tizi.
Tempo fa, una mia amica/conoscente flautista per iscritto mi apostrofò con un “oh, scalmanato Vili”. Io nella circostanza ebbi fremiti di piacere, e solo adesso razionalizzo. Esiste “scalmanare”? non mi scocciare colla tua pedanteria, da qualche parte so purìo che probabilmente attiene a storie di barche, o cavalli, non so.


Ma si può dire, di uno che uscendo dalle acque deliziose & salmastre di un mare di giugno portando imperiosamente la fronte verso il cielo, che si è fatto i capelli “alla Mascagna”? e se s'ode un boato all'improvviso, senza che per questo l'aria tutt'intorno si faccia sulfurea, mi si capisce se chiedo “chi ha fatto un put”?

E che mi dici di sparadrappo, pellaschera, brebba, scapicollarsi, Pappagone, fraffo?


E scalcagnifica, regge l'accusativo, è transitivo, intransitivo?

e soprattutto, qualsiasi cosa regga, per quanto ancora continuerà a reggerla?

Intendiamoci. Io ho adesso gli strumenti per ricostruire una corretta etimologia, ma a che pro? Non è più bello rimanere coll'interrogativo?

Tempo fa, a una che si sta diplomando in jazz al conservatorio, che però condivideva i miei stessi blocchi musico-improvvisativi, esponevo la mia teoria solita. A scuola impari la grammatica, l'analisi logica, la sintassi, i congiuntivi; ma poi quando parli mica a ogni verbo detto ti metti a pensare “e mò questo che areggerà?”. Tu parli e via, perché hai talmente studiato, letto, scritto, talmente parlato – questo è il punto – che hai generato un automatismo, e il parlare quando si presenta l'occasione non è nulla di eccezionale, nel quotidiano.


Colla musica invece questo non succede. Quando suoni ti senti giudicato, come al saggio di pianoforte delle elementari. Alcuni imparano migliaia di frasi, e sono capaci di suonarle in ogni tonalità sul giusto contesto armonico. Tu pensa una cosa del genere nel parlato. Ridicolo. Ci sono persone che fanno così, e non comunicano per un cazzo. Sono pochi quelli che veramente parlano, con uno strumento.

Lei giustamente mi ha risposto che uno a parlare ci prova da subito, a una certa si mette pure a studiarne le regole, ma impara prima a esprimersi e poi a farlo in modo composito. Mica puoi prendere un neonato e mentre provi a fargli ripetere “mammà&papà” gli incerotti un flauto dolce tra le labbra.

Ecco in definitiva perché “gangarone” è e sarà sempre meglio di qualsivoglia semibiscroma o di re diesis semidiminuito.



Parole, parole, parole. Braccio di ferro a un certo punto commentava l'operato di qualcuno dicendo “che ligera” - o era staccato, “li gera”? Quel bauscia (altra cosa che è bello non saper bene cosa voglia dire) del Riccioletto, dall'alto del suo milanesismo acquisito, ha scoperto che la ligera era tipo la malavita milanese. Come pure quell'altro appellativo, “piangina”, con cui Dante Bertolio apostrofava Poldo Sbaffini dopo avergli vinto delle biglie in una storia in cui entrambi avevano bevuto l'acqua della Fonte della giovinezza; esiste veramente, e certo non a Roma o negli Abbruzzi Sconfinati.

È bellissimo, bellissimissimo, come impari le parole. Non è che arriva uno e te le spiega. E se pure viene, in genere ti rovina tutta la poesia. A meno che non sia uno che di stare al mondo ne capisce come ne capisce Un Riccioletto.

Come impari le parole è una delle cose belle della vita.
Una cosa brutta della vita è invece tutto il resto, fatte salve le sigarette e qualche altro centinaio scarso.



domenica 5 giugno 2011

Sick cucumbers.

Nel mezzo dei problemi tecnici di un'estenuante sessione di registrazioni, ti dirò.
Se c'è una cosa che odio, essa è dio.

Lo odio proprio, più del bianco del cocomero. Lo odio di più, dico, perché il bianco del cocomero mica si può odiarlo. Lui sta lì, fra l'altro esiste, lui. Semmai sei tu, l'incauto che lo addenta, vuoi per eccessiva ingordigia, vuoi per noncuranza. Il bianco del cocomero al limite può starti antipatico quando ti rendi conto che le saporitissime mele Fuji (ma dove se ne sono state nascoste in tutti questi anni?) hanno lo stesso, identico sapore.
diO, invece. Per esempio a volte mi fa rabbia che riesca a farmi sentire stupido mentre odio cose che manco esistono.

Questo ragionamento teologico ineccepibile va a premessa di un altro fatto. Sono seriamente preoccupato dalla campagna acquisti della Fiorentina.
Un tempo qui era tutta campagna, mentre adesso i big pare che se ne vadano senza che arrivino rimpiazzi degni. Questi Valle's, sempre meno coinvolti. Ultimamente poi hanno avuto l'ardire di dichiarare una cosa simpatica come La Fiorentina solo "un hobby".


Che belli i tempi in cui si spopolava in Champions. Con Prandelli. Anche se a vedere la Nazionale mi viene un nervoso a pensare che quei fortissimi esterni bassi, Balzaretti e Maggio, un tempo furono fatti cedere proprio da quel santarellino di Prandelli quando allenava la Fiorentina. Anche Maggio, che una volta in quanto ateo si rifiutò di prender parte al precetto pasquale organizzato per tutta la squadra dal Bordelli. Quello scucchione di Maggio: che coraggio.
Ed è da anni che la Fiorentina ha un grosso problema di esterni bassi, pur non diramando più cartoline-precetto pasquale.

Anche quando suonavo a Firenze era qualcosa di speciale. Tutti quei tizi sconosciuti, che tifavano certamente per una cosa simpaticissima ma inusuale come La Fiorentina.
Firenze era sede del pubblico più fico d'Italia, quello perfetto. Il giusto mix fra calore e partecipazione durante il concerto, discrezione dopo.
Se andavi più su (Piacenza, Brescia, Savona) certe volte dubitavi che stesse piacendo, per quanto sembrava fossero impassibili. Poi finivi, e ti rendevi conto che erano tutti contenti. Sotto Firenze invece facevano un casino che non ti dico, però continuando anche quando tutto doveva esser finito. A tipi svegli come non dico te ma me, sarebbe stato chiaro che non era il caso; ma quelli se poco poco ti beccavano fuori dai camerini stop: domande su domande, e voglio dire non c'è niente di più difficile di far domande a uno che non si conosce per niente, bene che vada saranno domande stupide, altrimenti te ne stai lì (mica te ne vai) col tuo colloso sorrisetto scemo a forma di punto interrogativo.


Fatto sta che a Firenze abita un mio ricordo tumultuoso. Uno di quelli che se per caso ti viene in mente nei dormiveglia prorompi in un Porcodio sveglissimo dettato dall'adrenalina e ti devi mettere seduto sul letto, e se non riesci a ingannarti minimizzando o distraendoti non prendi più sonno.

La prima volta che ci ho suonato - forse era Fortezza da Basso, quindi non era la prima volta, la prima volta era alla Flog - ero emozionatissimo per tutti quei tizi che stavano lì per sentire le cose che facevo, ma se richiesti non avrebbero fatto mistero della loro fede calcistica così inconsueta in qualsiasi altra latitudine. Così emozionato da prendere il microfono e dirci su qualcosa.


Non ricordo più cosa con esattezza. Devi capire che erano i tempi in cui Vittorio Cecchi Paone Gori (“Il Cotonato”, per i tifosi viola, "sulla balaustra - Vittorio sulla balaustra", e quello sciagurato sulla balaustra della tribuna d'onore ci si arrampicava veramente, come una scimmia ammaestrata), Vittorio Cecchi Suso D'Amico Paone Gori Militiaeque tra 1 orgia e l'altra colla mortadellosa Valeria Marini precipitò la ns. bella squadra del cuore in serie zeta, facendola fallire per le spese pazze con cui alla morte del padre (il buon Marione, caposaldo cinematografico di ben altra stoffa) coronava ogni campagna acquisti di costosissime "ciliegine".


Insomma, io piglio il microfono e dico questa cosa che non mi ricordo - qualcosa di autoironico sulla sfortuna dei tifosi fiorentini precipitati nell'Interregionale, perché ero tutto emozionato di sentirmi finalmente parte di un tutto calcistico e non essere più oggetto di domande insensate come "ma perché Fiorentina?", sciocco che sei, ma perché tu invece non tifi per una cosa oggettivamente simpaticissima come La Fiorenina.

Al che s'alza un mormorio minaccioso. Minacciosissimo. Migliaja di gente fino a quel momento adorante che in due-tre secondi mi subissa di fischi e urla improperi. A posteriori è strano che non abbiano spaccato tutto e soprattutto me. Ma porcodio stucchevole, ma che cazzo ne so io, porcodio io sono della Fiorentina come voi, come fate a non saperlo, ora che finalmente sono tra i miei simili proprio adesso vengo deplorato, ma tu guarda la madonna.

A pensarci bene, c'è un altro episodio terribile che riguarda me, Firenze e la Fiorentina. Ero in gita colla classe.


Incontriamo su Ponte Vecchio Giancarlo Antognoni - Giancarlo Antognoni! Io subito faccio:


"Giancarlo, Giancarlo!"
"Oddio che palle, questi."


Il cuore spezzato. Giancarlo Antognoni, lo dico perché non ripongo in te la minima speranza, era Il Capitano, anche se in quel momento a fine carriera. Spesso rotto, ricordo una magnifica vignetta di Giuliano sul Guerin Sportivo che io al liceo sempre compravo e leggevo e prestavo durante le lezioni, in cui c'erano disegnati Giancarlo Antognoni, Giancarlo De Sisti e Socrates. Antognoni aveva la gamba bendata, se l'era appena rotta. De Sisti, che aveva appena avuto non ricordo se un piccolo ictus o una blanda ischemia ed era stato operato, aveva la testa fasciata. Socrates Calcanhar de deus, che ai tempi del dopo mondiale '82 era costato un casino e fumava 40 sigarette al giorno tirando tardi e bevendo fiumi di birra che manco Tex senza mai azzardare una corsetta in campo, era interamente ricoperto di garze.
Sotto c'era scritto:"Giancarlo Antognoni. Giancarlo De Sisti. Giancarlo Socrates.

Era una vignetta fra le più fantastiche che abbia mai visto, ed è terribile non poter condividere meraviglie del genere perché nessuno detiene il know how per farlo, e non credere che adesso io mi senta appagato dall'averlo fatto con te, perché nonostante la mia
puntuale descrizione ti ritengo irrecuperabile.

Ma il fatto è che non c'ero io su quel ponte a rompere palle da indiscreto meridionale subfiorentino al grido di "Giancarlo, Giancarlo".
Nonostante io abbia raccontato questo aneddoto un sacco di volte come se fosse capitato a me in persona, e probabilmente un sacco di altre lo racconterò, esso mi fu raccontato da Riquelme McFly, mio compagno di classe. Che mi stava tanto simpatico, nonostante al ginnasio fosse comunista e adorasse De Gregori e al liceo invece fosse diventato fascista, andando perfino ai funerali di Al Miranji. Però poi regalò un mio grosso anello d'oro massiccio a Piubella 24K, che giustamente aveva la nomea di piubèlla della classe, da cui andai a vedere se me lo ridava ma invece non ne fece parola ("questi portano tantissima fortuna, tipo in Irlanda ci stanno in fissa" o cose del genere).

Quell'anello me lo aveva dato un bieco personaggio di cui adesso non mi va di parlare, e per fortuna perderlo per sempre in questo modo sciocco non ebbe alcun impatto tangibile se non sul mio buonumore. Io chiaramente non ebbi il coraggio di rivendicarlo, e da allora detestai Riquelme McFly. Che poi prese 60/60esimi copiando la versione alla maturità, per divenire attore di teatro ("Lavora solo la Sinistra", diceva da Barbareschi dei poveri) e infine regista televisivo di successo (per i corsi & ricorsi storico-politici). Però ultimamente un mio alunno che lo conosce mi ha detto che lui gli ha detto che ero un pischello che gli stava una sacco simpatico (e ci credo) e lo facevo tajà, e allora mi sembra di non odiarlo più tanto. Ma che si vede, che sto leggendo una cifra Pennacchi? E comunque la più bella non era certo la byeca Piubella 24K, ma la mia compagna di banco di V ginnasio Hara Coeli, l'altissima, biondissima, oculoazzurrissima, giunonicissima Hara Coeli. Della quale io ero segretamente innamorato. Tanto da non azzardarci su mai alcuna sega. Io ci provavo pure - eccheccavolo, Hara Coeli! se non lei, chi? - ma niente, erano meglio le altre del volgo, lei era troppo splendida. Lei sì che era bella, già in V ginnasio aveva girato tutto il mondo - in V ginnasio si studia la geografia extraeuropea, storie di Indocina, copra & manioca; e lei, qualsiasi pagina del libro stessimo leggendo, diceva "sì, ci sono stata", e noi la prendevamo in giro così, ripetendole ogni volta "sì, ci sono stata", e a me che una volta la prendevo in giro a tu per tu per un orologino di plastica verde trasparente che dentro si vedevano gli ingranaggi, lei quella volta rispose "Vi-lipendio, fra qualche anno per questi orologi impazziranno tutti", e quell'orologino buffo era uno Swatch dell'85, il primo che abbia mai visto.

Forse sono un po' paranoico. O forse dovrei svuotarmi più spesso i buffer di memoria dai bianchi di cocomero.


giovedì 2 giugno 2011

Lezione – concerto.







Bòni – porcodio, state bòni.

Chi di voi, gentili uditori, sa dirmi cosa rappresenti questo segno?








“La lettera Effe dell'alfabeto greco”; bravi, vedo che tra voi c'è chi ha fatto il classico.

“La Sezione aurea, cioè il rapporto tra la parte maggiore e quella minore di un segmento ovvero quello tra il segmento intero e la parte maggiore”; qui abbiamo addirittura degli studiosi di architettura, o di biologia, o di astronomia o di pittura.

“La fase di un'onda, ovvero il punto d'inizio di un'oscillazione”. Uau. Addirittura qualche fisico.




 


Ebbene, signori miei. Tutte le opinioni espresse sono plausibili, poiché contengono tutte una parte della verità.
 
“φ” è una lettera – e che lettera, addirittura una Iniziale, nella circostanza. Ed è Aurea, armoniosa come vogliono questi altri. Architettonicamente, biologicamente, astronomicamente e pittoricamente armoniosa.

 
E - signori miei - “ φ” non è un inizio. È l'Inizio, di ogni oscillazione violenta.

 


Il fatto è, cari signori, che voi incubate uno dei mali peggiori dei nostri tempi. Siete poco fantasiosamente intrisi di Semantica, mancando colpevolmente di coscienza semiotica. Se ne aveste, avreste riconosciuto senza dubbio il Significato, e non solo alcuni tra i significati.

“φ” è prima di tutto un segno. Un ideogramma, un geroglifico. Quello da cui tutto parte, e tutto spera di arrivare. Guardate a  φ graficamente, cari voi, e capirete.

Ancora niente, eh. Ebbene. Necessitate di un ajutino, la rovina del millennio. Eccolo qua.








Ora sì. Questa φ ce l'abbiamo tutti ben presente. Cioè: chi più, chi meno.

Di questa φ stavolta è nota la forza trainante. Che si vuole superiore addirittura a quella bovina, trainante per antonomasia. Potenzialmente e cinematicamente travolgente, stavolta ha intrappolato nelle sue vulve hypnotiche un robò. Accidenti sì: un fresso, inzenzybbile robò.

Lo sentirete contorcersi nei suoi rovelli analogici, angosciarsi nell'ambiguità dei suoi stati continui. Per poi prorompere in un lamento digitale, di improperi a stati discreti ovvero discontinui, in cui i grigi si fanno bianchi sparati o neri buii, le elaborazioni elettroniche superate dai manicheismi numerici.

Ascoltatene la sofferenza, pietosi signori. Prestate orecchio a questo giovine garbuglio d'inesperti circuiti elettrici; e ascoltandolo compatitelo.




Pelo di φ by OID music
Paperblog