venerdì 28 marzo 2008

Io me mio.

Io sono il possessore non so quanto fortunato di una tecnica di lettura iper-veloce che neanche Superman (pron. “Sùperman”). La voglia empirica di vedere in fretta come va a finire mi fa divorare libri e fumetti più velocemente di chiunque altro conosca. Il fatto che poi mi piaccia rileggere le cose già lette e piaciute può essere indice della pochezza del mio trattenere informazioni, oltre che della mia usuale pigrizia. In quest'ultimo caso, che ci sarebbe di male? Ho sempre ritenuto la pigrizia un organo di senso inestimabile, oltre che impalpabile. Lo dico anche a lezione ai miei alunnetti, legittimando per quanto sia in mio potere le ragioni che avevano a scuola nel non studiare cose solo perché costretti senza alcuna motivazione convincente. Le conosco bene quelle ragioni. Li sprono inoltre a fare lo stesso con la grigia materia che insegno (fisica acustica, ma l’ho già detto) qualora nonostante i miei sforzi non la ritengano di qualche utilità. Ehm - devo dire che la studiano, nonostante sia proprio grigia-grigia. Forse per la pietà che coi miei sforzi ispiro. Ma dicevamo, pensa che orrore se non ce l’avessimo, la pigrizia: ore, giorni, settimane e mesi per erudirci sull'uso delle Tavole dei logaritmi quando una calcolatrice da pochi ecu sarebbe lieta di calcolarcene a bizzeffe in qualsiasi base x (non m’invento niente, l’intero I quadrimestre del mio II liceo m'ha visto coinvolto in codeste pantagrueliche tavolate più perentorie di quelle piovute in testa a Mosè sul monte Sinai). Oppure: rischieremmo – perché no? – di pulire per anni una mela prima di mangiarla, se non vedessimo chiara la convenienza di trarci d’impaccio nel modo più efficiente possibile. E mangiare una mela per quanto possa essere piacevole e salutare non è il massimo della vita, se pensi x es. ai catechismi che ne sono scaturiti. Non so voi, ma io se non avessi la vista e la pigrizia pagherei qualche ecu in più per quest’ultima.


E prima, che stavamo a dì? Della mia iper-lettura. Beh, giudicate voi: il catalogo della mostra “Nell’occhio di Escher” (Musei Capitolini 2004, Roma), 160 pp. circa, 6 prefazioni, 1 introduzione, 1 commento critico, 1 saggio esegetico su ispirazioni e influenze, 1 biografia, 1 catalogo di 102 opere riprodotte, note e bibliografia. Giuro non ho saltato neanche una pagina, e si può ben immaginare che guardando riproduzioni di opere di Escher s’indugi almeno delle belle decine di secondi su quelle più flippate. Tutto, dico tutto nell’arco di 1 seduta su ceramica scrosciospurgànte. 1 cagata, intendo, e fatta, non letta. Ammetto un po’ di mal di pancia quella volta, ma niente di particolarmente straordinario. Una praticamente normale, senza dover perdere il tempo di definire univocamente il concetto di normalità che ciànno già provato in tanti e subito mi suona stimata e palpabile la Pigrizia. Va detto al proposito che mamme, parenti e amici concordemente sin dalla mia più tenera età m’hanno sempre pronosticato (e forse rancorosamente augurato) emorroidi precoci. Sono lieto di smentire tutti. Fatto sta che nel chiuso dei bagni che avevo la ventura di visitare mi sono letto certi Topolini, fumetti, interi capitoli di libri, quotidiani e altri periodici, giornaletti sòzzi e tanto altro, che ancora mi ci lecco i baffi. Anzi è possibile stimare che una piccola ma significativa percentuale della mia disordinata formazione culturale sia passata attraverso gli afrori delle stanze da bagno. Ma in effetti per quanto interessanti questi discorsi siano almeno per me, nei miei intenti principali c’era il parlare delle mie sensazioni su Escher.

Da sempre m’ha ficato, sto tipo. Ma chi s’immaginava che il gioviale copertinista dei tomi di Fisica 1 che mi furono imposti all’università fosse cosi vasto e vario, così anticamente nuovo e interessante? Ora ho scoperto che passò un sacco di tempo in Italia, e che solo l’obbligo di Balillàre i suoi pargoli e scurire eccessivamente le sue camicie lo decise a un improvviso sfilarsi dallo Stivalone. Che tra le varie sue litografie ritrasse Alfedena, l’amato paesello! (bella Daniè), che fra l’altro ci sto adesso e quando mi affaccio dalla vetrata della cucina vedo la pineta in cui avrà passato ore a disegnare, visto il punto di vista ritratto nel ritratto. Aveva girovagato in lungo e in largo per gli Ubertosi Abbruzzi che mi derivano e che amo, ed è un precursore e forse il più grande della Optical Art che mi fa impazzìr, che fu influenzato da italiani tipo Piranesi (andate a vedervi Le carceri d’invenzione) e futuristi fichissimi come Dottori (presto! di corsa su Incendio-città che poi mi ringraziate), oppure che nelle sue più audaci visioni spazio-temporali mutuò la composizione a episodi riuniti in un'unica scena delle opere sacre del medioevo italiano (c’era pure un fumettista italiano interessantissimo che faceva cose simili, di lui mi ricordo una versione di Romeo e Giulietta e altre storie pubblicate daL Giornalino, che anche se era una rivista che si comprava in chiesa ciaveva poi dentro fumetti molto belli, mò m’informo, ecco qua, Google dice che era lo strepitoso Gianni De Luca). E poi la serie 'Roma di notte', squarci riconoscibilissimi della mia città pittati al buio di una torcina elettrica che teneva appesa a 1 bottone del bavero del paltò per astrarne texture ardite e ombre geniali. I 'Giorni della creazione', originalissime elaborazioni della Genesi di cui m'ingozzai da piccolo, cose che di lui non avevo mai visto, una serie di stili veristici o geometrici che non gli sapevo. Infine è morto il 27 marzo 1972, nell'istante esatto in cui spegnevo la mia prima candelina!

Ma poi m’accorgo di una cosa, che sùbito mi diventa principale. Ogni volta che ho provato piacenza (la sensazione, non la città) nei confronti del personaggio e delle sue opere c’era di mezzo la mia esperienza personale. Cioè me, in pratica! Andatevi a rileggere l’ultimo paragrafetto, non ciò voglia di copiaincollare punto per punto, e se non ciavete voglia di rileggere neppure voi che state leggendo a fare? Che, non avete letto manco la parte sull’irrinunciabilità della pigrizia? O ciavète forse una lettura iper-mega-veloce ancora più singhiozzante della mia? Fate come vi pare ma a me questo pensiero ne ha concatenati subitaneamente altri in forma di elenco ordinato di domande, di cui grazie alla mia memoria fotografica allego diapositiva:

1) quanto sono egocentrico?
2) quanto sono presuntuoso?
3) possibile che un uomo dal genio così indubbiamente superiore al mio (Escher) debba essere ammirato da uno così indubbiamente inferiore a lui (io) per il semplice riscontrare nella sua arte intersezioni che risultano marginali e insignificanti a chiunque altro?
4) è questo un meccanismo convenzionale dell’Ammirare l’Arte?
5) o piuttosto è una semplice empatia da Fan Sfigato?
6) tutti fanno così come me?
7) o sto solo giustificando la mia pochezza col mezzogàudio del malcomùne?
8) visto che la mia prima candelina e la sua vita si spensero contemporaneamente il 27/03/1972, quanto ci vorrà ancora prima che incontri la madre dei miei figli?

Questi sono senz’altro punti di riflessione gravissimi e importantissimi, e sarebbe da svilupparli e sviscerarli sistematicamente con un metodo d’analisi il più meticoloso possibile. Ma chi cià tempo? Solo a contorcere questa penultima frase m’è salita una tale noia che tra poco spengo il portatile e vado a letto. Cioè già ci sto a letto, intendo Spengo la luce e dormo. Ma come si fa? Non ciò la voglia di svilupparli ma sti pensieri celiò tutti. Sono troppo stanco e svagato per mettermi a ricordare se ogni volta che ho amato (per vedere cosa cfr. Cose) era per Riconoscenza di pezzi di me. Sarebbe davvero da sbruffone, se così fosse. Fortuna che sono troppo indolente per dolermene, e so che continuerò a godermi tutti i godimenti più nobili e più iniòbili che mi càpitano in guisa di porcello. Sensorialmente cioè, cogli organi di senso spalancati come narici spalancate. I me mine canterebbe Giorgèrrison, solo 3 parole e poi via! di nuovo col broncio. Questo dimostra ancora una volta quanto i Beatles siano più in là di chiunque altro (cioè di me, ci risiamo colla tracotanza), se solo 3 parole delle loro bruciano 1.354 delle mie (almeno finora, non le ho contate, è una funzione automatica di Openòffice, sarò pigro ma non pazzo). Eppure pure oggi con sta scusa ho scritto, e quando ho scritto mi è piaciuto di stare al mondo.


venerdì 14 marzo 2008

COSE. (ce n'è 1 finta)

COSE CHE AMO, in ordine sparso.


George Orwell, tutte le opere. Perché, pur essendo serio e moralista come pochi altri al mondo, è uno che dice per filo e per segno cosa non va nelle consuetudini orribili a cui sei ormai abituato, con un placido disappunto british che non solo non ti infastidisce con le arie da cassandra isterica di certa sinistra, ma soprattutto infonde un benessere che la sera ti fa addormentare come quando eri piccolo e ignaro.
E poi, che geniali quelle 2 intuizioni, la suinità della dittatura e la neolingua! Madonna che brividi ti vengono quando vedi che dentro il marmo qualcuno ha trovato la forma perfetta.






Umberto Eco, romanzi, articoli brevi e saggi, ma soprattutto Il pendolo di Foucault e Il nome della rosa, Elogio di Franti, Fenomenologia di Mike Bongiorno, che meraviglia. Umberto Eco é tipo Enzo Biagi che scrive La storia d'Italia a fumetti, ma molto molto più spiritoso. Ti fa amare cose di cui avevi odio profondo nel DNA, grazie al lavoro meticoloso dei tuoi vecchi professori. Una per tutte: quando nel Pendolo parla delle abitudini dei Templari evinte dai divieti ai quali erano soggetti. Il titolo nobiliare di cui lo insignirei è Cialtrone (parola che com'è ovvio amo molto). É' più cialtrone di Albertosordi, più di Paperino, quando fa il divulgatore. Come lui non divulga nessuno, divulga come un fìo de na mignotta, gli perdoni anche intere mezzepagine in latino. L'Umbertone nazionale, che simpatico. Quanto ti voglio bene.




Andrea Pazienza, opera omnia. Che genio. Dovrebbe esserci una legge che impone a ogni essere umano di essere nei modi interiori ed esteriori esattamente come lui, sennò niente. Tecniche narrative e visive dirompenti al servizio della fantasia pura. Elegia, comicità e cattiveria; te le spara in faccia tipo il mitra/contrabbasso degli Area come e quando gli gira. E sono cazzi, perché bruciano. Spàrati a raffica, 1 dopo l'altro, rispettivamente Un'estate - Il Partigiano - Cenerentola 1987, e vedrai che ustioni di quale grado.






Stanley Kubrick. Fotografia, ambientazioni, visioni, interni, uso delle musiche, tutto assolutamente originale, unico, attuale in qualsiasi epoca. Ho visto al Palazzo delle Esposizioni nel 2007 il giradischi su cui Alex metteva Ludovico Van, un design che sembra avveniristico anche se ha la mia età esatta, e io avveniristico credo di esserlo ben poco. E' certamente bravissimo, il primo della classe. Ma comecazzo fa.




Sergio Leone. I suoi film sono gagliardi, gustosi, fanfaroni, bellissimi. Non penso che a qualcuno possa non piacere. A qualche intellettuale fallito, forse, che potrebbe avere la tentazione di snobbare le sensazioni che ti fa provare proprio perché te le fa provare. A me mi acchiappa la pancia, il cuore, il cervello, tutti insieme come niente altro. Eppoi nell'efficientismo imperante in cui versiamo ci ricorda che alle volte i telefoni squillano per minuti interi e che certe facce intense vanno primospianàte per un sacco di tempo.







Ennio Morricone. Dice che è un po' stronzo, ma che fa. Avessero un centesimo della sua creatività, gli stronzi usuali. Eppure scrive dei temi che mi strappano l'anima e li orchestra in modo altrettanto trivellante, con 3 o 100 strumenti è lo stesso. Sul tipo drammatico di De Niro in C'era una volta in America (il mio film preferito! ne devo parlare a parte poi) e su quello grottesco da commedia all'italiana, penso a Leo di Un sacco bello. Ecco, per come riesce a emozionare io me lo sarei immaginato come un giovane sognante biondoriccioluto Michael Bolton, mentre per come riesce a emozionarmi Michael Bolton me lo immaginerei come Morricone.







Alberto Sordi. E' bellissimo. E' un uomo bellissimo. E' la quintessenza di tutto ciò che è bello, e basta. E' la pancia di tutti quanti, che è il posto capace certe volte di fare la cacca e certe altre di assimilare i cibi più raffinati. I secchioncelli che lo schifano secondo me vorrebbero farci credere che la cacca è brutta, ma nonostante il loro parere ci serve di produrne in continuazione. Nannimoretti, uno per tutti, è il Derossi del Librocuore che si lamenta con quel sughero bruciacchiato di Perboni perché gli ha messo un voto più alto del suo, ma che ci vuoi far? Lui riesce a essere solo un omino piacente. Albertone è invece bellissimo.


Piero Piccioni. Leonemorriconesordipiccioni, un flusso di coscienza che manco a Dublino. Fatto sta che senza la perfezione delle sue musiche Alberto Sordi sarebbe meno Albertosordi, e noi meno noi. Belle da ascoltare anche da sole, danno come nessun altra composizione musicale uno stato d'animo ben preciso, sempre lo stesso, un misto di allegria-spensieratezza-nostalgia-sensidicolpa. Per dirla in 3 parole, Commedia all'Italiana.



Corrado Guzzanti. Se Alberto Sordi è bellissimo, lui invece è bravissimo. Aò non riesce a fare una cosa che non faccia ridere di brutto, non ci riesce proprio poverino. Che poi è come dire che è un genio, chi fa ridere anche molto meno di così è un genio. In questo senso, per sintetizzare, direi che da solo costituisce gli antipodi dei Fichidìndia, e ce ne vuole per antipodizzàrli, quegli antipàpidi. Per quanto è bravo nessuno osa toccarlo. Dice regolarmente cose che oggi tisincùlano se solo provi a pensarle, ad Andrea Rivera al primo Maggio l'hanno cannonato per molto meno. Ogni volta che c'è è una gioia.




Jorge Luis Borges. Cieco e bibliotecario, ateo e metafisico, si può concepire un ossimoro più affascinante di lui? Certo che alcune volte mi fa pensare a Nonno Simpson per quanto a lungo è capace di andare in fissa su particolari oziosi per tutti tranne che per lui, tipo quando ti spiega per pagine perché non si può fare una cartina geografica in scala 1:1. Però ha sfornato una serie di raccontini, Bibliotechedibabèle, Alephs, Casediasteriòne e tanti altri che sono la fine del mondo, e anche quello della cartina 1:1 non era male. E' bravo, è bravo.






Q. Me sò letto tutti i libri maggiori e minori di Luther Blissett prima e di Wu Ming poi nella speranza che bissàsero. Invano. Sempre carucci, per carità, ma Q è un capolavoro, un romanzo storico raccontato con lucida, anacronistica, sincera violenza, magari ne avessimo di così sincera oggi. Quella che abbiamo noi è molto più sottile, quindi più tagliente. E' avvincente, e tanto basta. Un “No logo” e molto altro col fascino prevedibile della Storia.





L'ombra del vento. Senti che originalità: d'un fiato. Ci sono invenzioni narrative che magari pescheranno pure in tradizioni millenarie o nell'immaginario collettivo (“Et voilà: la surellèn!”), ma quando sono rese con un intreccio narrativo così ineccepibile e con delle immagini così evocative danno più freschezza di una Centerfrèsh, la gomma con la cascata di menta dentro.






Le menzogne della notte. Uàu, che trama, che italiano antico anacronistico in pieno finire del novecento, che potenza dei sensi ti spara in faccia questo 90enne siciliano professore di liceo! Doveva amare la vita come pochi, come un porcello, come un Bufalino per l'appunto.
In uno di quegli Agosti romani in cui ancora potevi camminare al centro della carreggiata senza che alcuna macchina t'arrotasse, quelli in cui le sigarette di notte le trovavi solo a piazza Venezia, una sera sto giù dal Riccioletto. Una seratina fra 2-3 amici, in cui dopo cena si vede su
VHS un filmetto affittato, o si gioca a Risiko o a poker. Senza genitori, poiché s'è schivata la migrazione alla casa delle vacanze colla scusa di prepararsi l'esame dell'appello di settembre. Mentre assaporiamo ogni atomo di libertà, ne leggo il titolo dalla libreria del salone, lo estràppolo dal contesto e la IV di copertina m'avvince. C'è pure una dedica misteriosa sù, vergata a penna. Così glielo chiedo, poi lo legge pure lui e ci andiamo in fissa tutti e 2.
Costa pure poco, è un librino piccolino.



La collina dei conigli. Come per La fattoria degli animali (che ficata, per un type mismatch da Commodore 64 avevo scritto “La fattoria degli anomali”, se erano ancora vivi Franco&Ciccio ci facevano subito una parodia), alle elementari (almeno le mie, tra il Cretaceo e il Giurassico) ne giravano le riduzioni a cartone animato. Mi ricordo ste due + La guerra dei bottoni (ma questo era un film, da paura come tutti I ragazzi delle vie Paal in cui si parlava di bande di monellastri) e Marcellino Pane&vino. Ma le prime 2 erano di una violenza sconvolgente per bambocci quali eravamo, seconda solo a quella dell'imposizione dei Lebbrosi.
Non so voi, ma le mie elementari a cavallo tra '70 e '80 vertevano principalmente sullo spauracchio dei lebbrosi, sui missionari Comboniani, sul giornaletto Piccolo Missionario da cui nacquero le rigurgito-clericali Edizioni Piemme (che peraltro rosico a dirlo ma ci hanno regalato anche quel bel libro del Cacciatore di aquiloni, giusto un tantino zuccherofilànte nel finale). Che paura mettevano i lebbrosi! Gli si staccavano i pezzi di corpo a pezzi, puzzavano come lebbrosi, dalle bende si vedeva sempre un occhio solo, Gesù S. Francesco e Steve Mc Queen in Papillon (vale, vale, ciavevano la lebbra secca ma lui non lo poteva sapé) li smanacciavano con indifferenza senza contrarne alcunché facendoti venire una cifra di sensi di colpa, tu che solo a vederteli disegnati li schifavi con tutte le tue forze. Non c'era niente da fare, le mie voci spesa settimanali sul finire dei seventies erano Topolino + pizzo ai lebbrosi. Orbene, quei violenti e sadici cartoni mi hanno fatto venire una gran voglia di andarmeli a capare una volta esordito nel Cenozoico, da più grandicello cioé, facendomi scoprire 2 fra i miei libri preferiti. “Hai capito ste suore?” direbbe Mike Bongiorno. Io nel mio piccolo dico che, a parte La fattoria degli animali (che quasi marca male a parlarne bene talmente è riconosciuto come Libro Fico), sta cavolo di Collina dei conigli è un autentico Capolavoro Minore, mi pare che sulla copertina della BUR si parlasse esplicitamente di Epopea quindi se lo dice la sig.ra BUR figurati io cosa rischio a ripeterlo. A me le storie di avventura dove c'è un Zio Paperone che la mattina cià un chiodo e la sera è miliardario m'hanno sempre intrigato, ma soprattutto nella vicenda della triste conigliera di Efrafra c'è (a mio parere) la piu bella metafora della condizione umana. Un libro talmente sghicio che l'estate in cui l'ho letto ho speso tutto il mio ascendente perché nel nostro buen retiro estivo abbruzzese ogni cuginetto avesse un coniglietto proprio col nome di uno dei personaggi (io naturalmente avevo Parruccone che era il + grosso & forte, e forse per questo mi ritrovo adesso così, tricologicamente contrappassato). Chissà la succulenza di quei conigli per i contadini che li ricevettero in dono, una volta che l'irruento settembre ci dischiuse nuovamente le scuole... (visto che smodato uso di parentesi? credevate non me ne fossi accorto? tranquilli, ciò tutto sotto controllo)



Il signore delle mosche. Fa paura. I bambini fanno paura. Perché sono identici spiccicati a noi, solo con molti meno peli sulla lingua, non gli sono ancora cresciuti né lì né sullo stomaco. Avete visto per esempio quanto facciano paura nei film di paura? Come vedi un bambinetto biondoriccioluto, magari anche scalzo e tunicovestito, se poco poco è scuro o hai fatto la coglionata di trovarti occasionalmente vicino a 1 cimitero ti caghi sicuramente sotto. Chi in comitiva da adolescente non ha ascoltato/riferito storie di paura condite da generose spruzzate di visioni di questo tipo di bambini? Ah, non ci credete? (che facciano tutta questa paura, dico) Andatevi a leggere come in questo libro riescano a mettervi paura pure da sopra un atollo tropicale paradisiaco.


L'incontro. Bè, che volete? A me e piaciuto, me lo sono proprio gustato, tutto d'un fiato sull'A1 tra Orte e Fiorenzuola sul Ducato 9 posti di una trasferta musicante. Era un Pendolodifoucoultìno scritto da un Cerami bartezzàgo e giallista, ma a me sto ragazzetto che si distraeva come in sogno dal suo inkasinato rapporto di coppia con una frikkettìna anche carina per mettersi a risolvere i rebus di un professore universitario che non voleva giocare più m'ha emozionato proprio. Pensavo che Cerami fosse uno più fighetto-radical chic, invece buon per lui e per noi cià una certa umanità. D'altronde è pur sempre quello del Borghese piccino-picciò.




I 60 racconti. E' fico Dino Buzzati, da quello che scrive e da come lo scrive lo immagino composto al 99% da fumo di sigaretta. Disegna pure bene, con un affascinante stile anni '70. Mi mette una bellissima malinconia, simile a quella che mi mettono i Pink Floyd di Dark side of the moon e di Animals, o Guccini o De André. Tutta roba che mi piace un casino, che non prendo mai l'iniziativa di ascoltare a causa di quella malinconia ma che quando mi c'imbatto godo. Perché è come se qualcuno ti facesse una spremuta di viscere con le tue viscere, e scoprissi che la cosa ti provoca un certo torpore piacevole: non è una cosa che chiederesti mai ma quando te la gusti ti lecchi i baffi. Non mi sono spiegato per niente, però sarei proprio curioso di sapere perché una sensazione del genere me la dà fra gli altri (pochi, e adesso non mi vengono in mente) proprio questa roba qui.




I racconti di Poe. Sin da piccolo ero appassionato all'horrorifico. Era fra l'altro il modo che avevo trovato per acquisire potere presso la mia cuginanza mocciosa e fargli comprare tutti i conigli che volevo, li riunivo in una stanza buia e sotto con film o racconti. Che originalone! Avrei dovuto pagare in royalties alla Chiesa un sacco di $. Certo è che fra i vari fessacchiotti che divoravo, quel matto di Poe nel tramare e nel colorire aveva uno spessore letterario diverso.




L'Eternauta. Quale 11enne non ha fatto man bassa delle sise che campeggiavano sulle copertine dei Monello-Intrepido-Skorpio-Lanciostory che gli zii dall'alto dei loro basettoni seventies lasciavano in giro? Addirittura ricordo estenuanti partite a Mamma&figlia con le mie cugine, pur di potermi chiudere con un alibi in una stanza ripiena di quei giornaletti dei loro papà. E poi che diavolo, io mi leggevo pure i fumetti che c'erano dentro. Anche se giudicavo una stranezza da adulti quelle storie spezzate in monconi di 4 pagine e 1/2 per volta, per quanto cercassi non riuscivo mai a trovare più di due-tre numeri consecutivi, e non bastavano certo per farsi un'idea.
Bene, a un certo punto ti becco poche pagine di una storia che sembrava disegnata da uno col Parkinson che parlava delle peripezie dei sopravvissuti all'ennesimo Dayàfter, ma molto prima delle pellicole omonime o di Romero e dei suoi zombie al supermercato. Niente, quelle 4 pagine e ½ bastano a imprimermi sensazioni che non dimentico più. Che emozione quando collezionando i fumetti di Repubblica sul nuovo numero ritrovo sto file sperso nella mia memoria d'infante! E che gusto nel poter apprezzare da grande la metafora dei desaparecidos che tra gli altri argentini ne contarono pure l'autore.


Le riduzioni a fumetti dei classici per adolescenti, uno per tutti L'isola misteriosa fatta da quel Puntinista di Franco Caprioli. Almeno 1 bel po' di anni fa, facevano parte di un preciso settore merceologico: quello del Regalo di compromesso. 'Bambino/a, x il tuo compleanno io ti voglio venire incontro. Non ti compro quel preciso robò/orfanella delle cui vicissitudini non ti vedo perdere neanche una puntata, anche perché tanto liscerei la versione vera e te ne comprerei 1 di latta e plastica che ti renderebbe automaticamente lo zimbello della tua Scuola Elementare. Però non ti compro neanche il ciondolino d'oro (se hai il pisellino) o il corredino di lenzuola-asciugamani (se x caso invece ciai la patatina). Tò prendi questo libro a fumetti, però non ti credere che contenga i personaggi che dici tu ma una storiellina di Salgari (se ti dice bene) o qualche fiaba di Andersen o dei fratelli Grimm (che tanto sono la stessa cosa, come Esopo & Fedro) o la vita di 1 qualche santo [se sei uno sfigato in erba (anche se io ce ne avevo 1 portatami dalla befana in persona che si chiamava Frate Francesco di cui non sono mai riuscito a disfarmi perché Dino Battaglia ciaveva chinato sopra in maniera troppo imprescindibile)]'. Quella zia ipocrita usciva immediatamente dalla ristretta cerchia di adulti illuminati, se pure vi avesse mai appartenuto, salvo poi essere rivalutata sul finire della teen-age, quando ti rendevi conto che ciavevi avuto tra le mani un'autentica ficata. Non sapremo mai se quella zia aveva sculato in libreria, oppure era dotata di molto + gusto e lungimiranza di quanto non le avessimo mai attribuito.
Quante ce n'erano di bellissime, trame spettacolari associate a immagini immaginifiche, c'erano degli illustratori meravigliosi, Toppi, Battaglia, Buzzelli, che poi mi sarei andato a cercare da adulto nell'Olimpo del fumetto. Giuro, a Roma c'è una fumetteria che si chiama proprio così.


Il giornalino di Gian Burrasca. Era il libro che avevamo a Narrativa in I media, ma l'avevo letto già da un pezzo. La professoressa di Lettere era stata assegnata alla sezione dov'ero capitato io proprio quell'anno, e quel libro era stato scelto da quella dell'anno prima (a scuola si diceva così, “quella” di lettere, “quella” di matematica). Così, per tutto l'anno le si vedeva in faccia il fastidio di doverci far leggere un testo socialmente poco impegnato. Perché quella professoressa era comunista.
Comunista! Le suore che avevo alle elementari erano riuscite a farmi avere paura di quella parola, perché erano gli anni delle BR e noi non potevamo uscire da soli fuori dal cancello perché c'erano gli attentati, io ne avevo pure visto uno in diretta dalla finestra del bagno di casa mia, un colpo di pistola sparato da una macchina a Galloni della DC che ci abitava di fronte, nel '78. Che storia! Non so a voi ma a me mi sta appassionando tantissimo, sembrano gli Offlaga Disco Pax.
E comunista era la mamma di Francesco C., bambino scalmanato ma intelligentissimo e simpaticissimo. L'ho incontrato anni dopo sull'autobus, molto più alto e più grosso di me, musone ed evidentemente a disagio in quella parte di scuola che non era dell'obbligo. Suormichèla l'aveva martoriato per 5 anni per educare noi. Aveva la madre comunista, divorziata quando all'epoca non ci si poteva proprio azzardare specie se mandi il figlio a una scuola di suore accompagnandolo in Golf fin dentro al cortile. Quando in Quinta si organizzò un confronto fra due delle testate giornalistiche più in voga all'epoca, cioè Il Tempo e Paese Sera, toccò a Francesco C. portare a scuola per l'indomani la testata che la madre facinorosamente acquistava tutti i giorni (era universalmente noto poiché si era in epoche precedenti alla tutela formale della privacy). Questa madre evidentemente sprovveduta non era, e il giorno dopo fece recapitare in classe il giornale unitamente alla notizia che il figlio era ammalato. Oltre che corretta era scaltra, quella comunista. Beh, quel giorno vinse Il Tempo perché in prima pagina parlava del M.E.C., la C.E.E. ancestrale, mentre Paese Sera titolava su un problema interno di droghe. Il Tempo “era più giusto” (testuali parole di quella sòzza di 130 cm di Suormichèla, che il suo Boss la fulmini dall'alto dei cieli, ah no quello era Giove Pluvio), “perché la sua prima notizia era un problema europeo e non italiano, e l'Italia è più piccola dell'Europa quindi è meno importante”. Con tutto il bene che volevo a Francesco C. (che era veramente simpaticissimo e intelligentissimo e spiritosissimo) dovetti convenirne, e ritenere il Comunismo qualcosa di davvero brutto se ispirava ai suoi cronisti delle sviste così capziose. Al ginnasio rimasi addirittura invischiato in brufolose esternazioni di matrice neofascista.
Se le suore delle elementari mi insegnarono che il comunismo fa paura e tòppa, la professoressa di Lettere delle medie mi insegnò ben peggio, cioè che il comunismo non fa ridere. Ma ogni tanto rileggo ancora le prodigiose avventure di Giannino Stoppani (leggo periodicamente i miei libri preferiti), mi ci ammazzo tuttora dalle risate e le sue cospirazioni collegiali ancora mi affascinano.
A proposito, del comunismo riuscii a farmi un'opinione personale anni più tardi, finalmente. Fu quando gli adulti non riuscirono più a trovare la strada del mio cervello, almeno non con le stesse corsie preferenziali. Bel momento, quello.

Che ficata, il commento più lungo su Gianburrasca! Ritapavòne, quell'altra Suormichelòide, sarà fiera di me.


I Beatles. The Beatles. I Beatles. I The Beatles. The Silver Beetles. Beatles - Beatles. The Golden Beetle. Beatles. Bìtols! Beetlejuice. Chiedi, chiedi chi erano i Beatles e i Rollistòns. Be-e-e-e-atles. I B-E-A-T-L-E-S! I Beatles, mica Michael Bublèah, I Beatles! Lady Madonna Mia, I Beatles.
Che emozione solo a riempirsene la bocca, suonano meglio di qualsiasi madeleine. Sono l'unico gruppo, l'unico genere musicale, l'unica cosa al mondo che sento-gusto-annuso-lecco-tocco dall'asilo, senza MAI stancarmi. Ogni anno e mezzo ciò il periodo Beatles in cui mi risento in successione tutti i miracoli che hanno sfornato ed episodicamente piango. Per la sola musica, perché i Beatles si ascoltano senza capire niente dei testi, lòv, lòv mi dù, yu no, Ay lòv yù, Allò uìs bi trù. Sono La Perfezione. Non c'è niente che sia altrettanto perfetto, in nessun altro cantuccio cronotopològico. Mortacci loro quanto li adoro. Sono senz'altro Maccartneiano, quelle melodie gli escono da una miniera poetica il cui filone non conoscerà mai altro piccone, lo sono anche per come arrangia e per come segue totalmente ogni fase del progetto. Ma che dire della struggenza con cui John canta Julia? Julia era la madre
svampita e sciocchina che lo aveva abbandonato in tenera età alle cure della severa Zia Mimì, e lui la canta con un samba de quasi uma nota so (come sono quasi tutte le sue canzoni, DIVERSISSIME tra loro) accompagnandosi con un ostinato di chitarra che sulla versione di Antology III toppa e interrompe con un bullesco ”Shit!” per farci credere di essere un duro, ma poi riprende con lo stesso falsetto che tremola dalla commozione. E' uno vero anche quando si atteggia, uno che cerca, cerca continuamente. E alla fine purtroppo trova, rovinandomi la Quinta elementare. E George Harrison? Se ne sta lì zitto, svolge il compitino e poi di botto prorompe in una “Something” e una “Here comes the sun” dopo l'altra. Ma che è scemo? Sinatra dice che sua è la più bella canzone d'amore di tutti i tempi: Something. Ma stai zitto, che ne sai tu, non lo devi neanche pronunciare quel nome che sei un insulso. Il ricordo della sua faccia affilata da ragazzino triste mi riempie di tenerezza, da quando è morto di cancro con una discrezione esemplare di questi tempi. E infine Ringo che tiene il tempo come un orologio, che colpisce tutti i pezzi giusti al momento giusto con tempismo e mira da cecchino, Ringo che recita il suo autentico personaggio da stralunato-yep nei film che interpreta e che infine addirittura compone 3-4 pezzi! Davvero non gli possiamo chiedere altro. Ogni volta che penso a questa contaminazione in salsa barocca (grazie alla classe infinita di George Martin) di questi quattro ragazzini di porto penso che già quasi solo per loro sia valsa la pena vivere.


I Baustelle. Primo, nel loro nome è contenuto quello dei Beatles, che qualcosa vorrà pur dire. Secondo, hanno uno stile unico e riconoscibile da sempre. La voce di Rachele mi ricorda non per registro ma per personalità una Antonella Ruggero meno cristallina occhèij, ma più ròcasexygiapponèse. E poi, che occhi. Sono almeno i Matia Bazar (e non è poco) degli anni 2000, come si chiamerà il decennio che va dal 2000 al 2009? c'erano gli anni '70 poi gli 'ottanta i 'novanta e mò? gli '00, doppiozero come una farina qualsiasi? Stìca, l'importante è capirsi. I Matia forse ciavevano certe atmosfere melodiche scavate nel marmo michelangiolesco, ma terzo, I Baustelle cianno Francesco Bianconi. Che se Dante è il Re del Volgare lui ne è il principessìno.
Francesco Bianconi è uno che sembra sempre che abbia preso na cifra d'acqua. Eccessivamente brit-pop nelle sembianze, è come una donna che abbia troppo trucco in faccia, solo che lui in faccia cià il troppo brit-pop. Meno capelli appiccicati Francé, e la barba incoltìvala a 1-2 millimetri e non a 6 che sembri un puberino entusiasta della sua fresca produzione di testosterone. Ma anche in questo è fico, è unico. Sembra un pugile dandy suonato dalla vita (che xlamadonna se mena!), continua a cantare la verità con gli occhi sgranati tra una sberla dopo l'altra. E' unico perché è lui e nessun altro. Tutti dovrebbero essere così, unici come nessun'altro. O in alternativa, come Andrea Pazienza. E' stupefacente sentirgli intonare i suoi testi con quel vocione monotimbrico che pure lui mi fa tanto piangere come se ciavesse il cuore congelato mentre canta di canarini drogati e di ali elettroniche, di scambi di malattie veneree e di bombe che esplodono sotto culi di bimbi. Aò, dal primo disco all'ultimo i suoi testi sono un perfetto oblò sulla sua stralunata atarassica disperazione, scivolando fluenti sul suo italiano pregno di concetti, parlato ma perfettamente metrico. E' sincero, non si può che stimarlo e volergli bene. Se fossi una ragazzina lo vorrei coccolare con una mano e con l'altra asciugargli i capelli con il phon.


L'arte della gioia. In natura ci sono i cristalli, che se Borges non era cieco lo facevano flippare pure loro su quanto alle volte possa essere ordinato il caos. Ma tutto si spiega: è che in genere si tende al minimo dell'energia potenziale, che ad esempio un bicchiere cadendo per terra trova per l'appunto per terra, rompendosi. Come a dire che siam tutti dei gran pigri. Ài capito mà? Tutti dico, tutti. Per i cristalli, semplicemente, l'equilibrio chimico-fisico sta nell'ordine geometrico. Per capire il senso di questo libro invece, il minimo dell'energia potenziale sta in quell'autentica perentoria profezia che è il nome dell'autrice. Incredibile, Goliarda Sapienza. Ovvero, come la saggezza può essere anche divertente. Come il divertimento possa essere la cosa più saggia. Come dei genitori possano qualche volta riuscire a essere programmatici nell'educazione dei loro figli a partire dall'imprimergli un semplice nome, come hanno Goliardamente fatto i sig.ri Sapienza.



Il conte di Montecristo. Madonna, questo è sciroccato. Ma che razza di rosicone doveva essere, sto Dumà Padre? Più di 1500 pagine (almeno nell'edizione in doppio volume Mondadori che ho letto io) per costruire e raccontare una vendetta. Come ogni altra forma di pazzia umana (fra l'altro espressa con una tecnica narrativa perfetta) è assolutamente fichissimo. Ma nella vita reale forse era meglio girargli alla larga.





Trilogia della città di K. Mentre lo leggevo, godendo, mi sembrava di leggere il Tacito senza verbi del liceo ma mooolto più interessante. Non si dilunga mai. Io, che nei libri spesso faccio solo finta di leggere le descrizioni (la mia nemesi letteraria erano quelle dei Promessi sposi, cheppalle), mi scolavo ogni monosillabo avido di particolari. Peccato si perda un bel po' nel finale, "e deciditi cazzo!".
Facciamo così, propongo la seguente proporzione: il VI Senso sta a The Others come la 3logia sta a Fight Club – ovvero come rovinare 4 finali in una botta sola.




La Bossanova, Antonio Carlos Jobim, João Gilberto, Astrud Gilberto, Edu Lobo, Sergio Mendes, la Bellezza in Genere, Tutto ciò ch'è bello. Ah. Aah. Aaaaaaaaaaaaaàh. Il mare. Le spiagge. Il sole. La bellezza femminile nelle tonalità più abbronzate & succinte che si possano immaginare. Le prime radioline a transistor, arcaicamente moderne. Sorrisi. Malinconia. Gocce di pioggia. Granelli di spiaggia. Nostalgia. In una parola, saudade. Càspita se si capisce perché il 90% dei calciatori brasiliani importati in Italia negli anni ’80 si lasciassero deperire inesorabilmente, lontani da tutto questo. Come facciano quelli di oggi a starne lontani è per me ancora un mistero. Ma si sa, oggi è tutto un Magna/magna.




I Radiohead. Ho esitato prima di compilare questa voce. Dopo molte esitazioni ho depennato cose che indubbiamente mi piacciono molto come i Pink Floyd, l’Antologia di Spoon River, Il Profumo, Paperino e Pippo, Jethro Tull, Morgan, Mulholland Drive end mèny mòre, perché checcàvolo non mi ci obbliga mica nessuno no? a mettere tutto quello che mi piace. Ecco forse il punto è proprio questo, ci sono milioni di cose che mi piacciono ma nella mia pigrizia scrivo solo quello di cui non posso fare a meno. Bhè, dei Radiohead c’è una cosa di cui non posso fare a meno. Sono un gruppo di perfettini impegnati proficuamente nel politico, nel sociale e soprattutto nell’arduo settore della coerenza. Riescono quasi antipatici per quanto sono encomiabili, cancellano il debito con molta più discrezione e quindi classe di Bono-Vox, secondo me se li chiami per una partita a calcetto ti fanno pure un sacco di gòals. Le azzeccano tutte, sia quando fanno la rock-band come in The bend e in Pablo Honey sia quando si esercitano in stile su Kid A e i dischi successivi (perché questo mi paiono personalmente, dei riuscitissimi divertissement elettronici). Per come le azzeccano tutte mi sembrano le innumerevoli tutte splendide versioni dei King Crimson sciorinate da Fripp, altra cosina proprio niente male che pensavo di includere ma invece poi no. Il fatto è che in mezzo c’è OK Computer, e che OK Computer è un bel pezzo di animo umano, bello grosso, messo a nudo. Niente struggenti giochi Creeppèschi per groupies melense, niente ineccepibili manierismi elettronici a fare da protagonisti. Solo uno dei tuoi organi interni primari che scopri nuotare nella formalina di un barattolo da uno scaffale del tuo obitorio.


C'era una volta in America. E’, come ho già detto, il mio film preferito. Troppo superiore agli altri, nella fotografia, nelle musiche, nella recitazione degli attori, nella regia di Sergio Leone. Paragonarlo a qualsiasi altro film è come far giocare a calcio l’Italia di Spagna ’82 contro l'attuale rappresentativa del Regno delle Due Sicilie. Non c’è Storia. Io al limite posso capire che sia un film fastidioso per le femminucce, perché potrebbero annoiarsi trovandovi supremamente rappresentata una cosa che loro poverine non possono capire: l’amicizia maschile (non voglio dire l’amicizia in generale, ricordatevi, mi sono oggettivamente trattenuto dal dirlo). Che è un miracoloso equilibrismo di imbarazzo, condivisione, sganasciamenti, altro imbarazzo, musi infantili e affettuosità inespresse, immaturità, purezza di sentimento che trapela persino dal rumore di cucchiaino che gira lungamente nel caffè di De Niro. I bambini che si sfottono e poi si piangono, con quelle facce e quei vestiti da adulti e quelle musiche sotto!, gli adulti che si sfidano e poi si tradiscono. Il padrone del sacco di questa farina è per forza di cose uno della cui umanità non dubiterei neppure se scoprissi che è il padre di Locke in Lost. Non hanno dato l’Oscar per la miglior colonna sonora a Morricone, e questa è una delle cose che metterei nelle navicelle spaziali che orbitano nello spazio in attesa che qualche civiltà extraterrestre scopra quanto possa essere profondamente sbagliata l’umanità.

Aspetta un attimo. Non capisco perché sia stato così acido con le femminucce. Proprio non capisco perché io sia stato così acido con loro, in genere ne vado pazzo. Vorrei vedere che si straniscono, in effetti qualsiasi personaggio femminile che compaia nel film o è assolutamente insulso o è una ninfomane mercenaria o una ninfomane psicopatica o una cinica arrivista che per arrivare la dà con la naturalezza di una ninfomane. Forse mi fa uscire dai gangheri il fatto di vederle infastidite o peggio indifferenti nei confronti di quello che è oggettivamente IL capolavoro. Ecco, prendiamocela col Mereghetti che gli dà 2 palle su 4. Forse davanti a tutte quelle ninfomani insulse, mercenarie, psicopatiche e arriviste costui s'è sentito chiamare in causa.


Friends. Per motivi solo miei mi fa male parlarne ma devo. E’ una di quelle cose che ho sempre snobbato, come ad esempio Vasco Rossi. Vasco Rossi lo snobbavo perché mi dava fastidio il suo atteggiarsi da tossico lercio quando era miliardario da quasi subito, mi dava fastidio il suo cantare sciatto, il suo sorriso da topo butterato calvellone. Poi mi fa male parlarne ma mi hanno portato a vederne un concerto all’Olimpico a Roma. Grandioso. Uno spettacolo che qualsiasi musicista e/o comunicatore deve assolutamente vedere, energia pura. Perfetto per il suo personaggio, anche quando si abbassava a vedere sotto la gonna della strappona che s’era portato come corista. Solo che, costretto a vederne uno spettacolo intero e quindi a sentirne una sfilza di pezzi consecutivi, ho realizzato quale fosse il mio più grosso e fondato pregiudizio (tanto fondato da meritare sul campo la promozione a postgiudizio). Ripete in continuazione che noi siamo gente che si ribella, che non ci sta, che dice no, ma non dice A COSA. Non propone alternative. Non dice un cazzo di niente. Pazzesco come questo sia per centinaia di migliaia di persone un dettaglio del tutto marginale.
Friends io credevo fosse la prosecuzione di Beverly Hills 9-qualcosa, quello con Dylan-Lukeperry, la viziatissima Shannon e Donna la figlia raccomandata del produttore della serie (che infatti cià la faccia piatta e gli occhietti piccoli & tondi come Ross, fateci caso), e quindi lo schifavo. Ma a un certo punto mi fa male parlarne ho iniziato a vederlo. Venivo da Scrubs, ritmi serrati e riff di chitarra elettrica al posto degli applausi stantii che dal Gioioso Arnoldo in poi hanno afflitto tutti i principali serial televisivi d'importazione americana. Quindi all’inizio ne avvertivo la vetustà, ma dopo una decina di puntate ero drogato come manco le sigarette. Ti dico solo che mi sono affezionato da morire pure e soprattutto a Joey nonostante il suo personaggio di piacione rimorchione pubblicitario di Levis 501 belloccio palestrato possedesse ogni requisito per farmi venire i nervi. Dentro c’era tutto quello che chiunque vorrebbe fosse la sua vita, lavoro invisibile a meno che non faccia ridere, amichevole relax casalingo, flirt e sesso gioioso, amore talvolta, drammi (quando presenti) stemperati dalle risate e dalla condivisione degli applausi finti. E poi non so quale alchimia magistrale non ti permette di affezionarti a un personaggio in particolare. Come credi di averne identificato uno in cui riconoscerti e prenderlo a cuore lui zac! fa qualcosa che t'infastidisce quel tanto che basta. Sta cosa è fondamentale in una serie che si chiama Friends, un nome collettivo e non quello di un ipotetico protagonista. Penso sia difficilissimo creare quest'effetto a meno che non si parli di un plotone di SS, ma in questo caso non lo si amerebbe così. M’ha coinvolto talmente tanto che non ho potuto non suonarne la sigla a conclusione dell’attività pluriennale del mio vecchio storico gruppo musicale. Perché? Mi fa male parlarne, per motivi solo miei.


Lost a sto punto, visto che siamo in tema. Un motivo è che a me la trama, quando ben fatta, non manca d’incularmi. Ecco perché mi sono presto disintossicato dai gialli, come un bravo ex-tossico dai suoi tossici. Perché mi avvincevano durante la lettura ma alla fine non mi lasciavano niente. Poi, il tema dell'Isola Deserta. Ogni volta che ho trovato su cartaceo le peripezie di un qualche Robinson sfigato (compreso lui, naturalmente), me le sono divorate. Però mi dico, non può essere solo questo, io Lost proprio lo amo. Ecco! Probabilmente mi fa un effetto simile a quello che poteva farmi The Truman Show se fosse stato fatto bene fino alla fine, è che io nel complotto privo di motivazioni apparenti mi c’immedesimo un sacco e quindi m’appassiono. E forse non sono neanche il solo a sperare che dietro ai prezzi assurdamente alti di beni dai ridicoli costi di produzione, dietro le ore spese nel traffico, dietro ad ogni orribile incomprensione si celi una qualsiasi spiegazione, per quanto grottesca rischi di essere. Perché alla fine i personaggi di Lost per quanto uno ci si possa appassionare sono in effetti pure un po’ legnosi, caratterizzati con l’accetta. In questo ricordano i molto più buffi personaggi minori di Derrick che devono durare per una sola puntata, o quello che negli episodi di Star Trek deve scendere col cap. Kirk, Spock e il ten. Mc Coy sul pianeta sconosciuto e morire frettolosamente. Eppure t’appassiona lo stesso, ah se t’appassiona! Sì, dev’essere questo: Truman.


Braccio di Ferro, quello di Segar degli anni '30. Mica quello lobotomizzato di Bud Sagendorf, che sembra Georgèfferson, Wizzy e l'impertinente cameriera Flò sotto narcotici, o quello inutile dopo ancora del gigante Grissino e dei Mings. Lèggitelo, lèggitelo. Scoprirai con quale miglioria poteva prescindere da Timoteo e dalla strega Bacheca. Più schizzato di qualsiasi roba odierna, qui la proporzione è: il vostro migliore orgasmo sta all'eroina come Trainspotting stesso sta a Braccio di Ferro.
Anche Braccio di Ferro me l'aveva portato la befana. Era il tomo “Popeye” - Milano Libri Edizioni – nella II edizione del 1976, da poco avevo imparato a leggere. La traduzione di Ranieri Carano e Franco Cavallone era dirompente, un po' libera ma per certi versi dirompeva anche di più del testo originale di Elzie Chrisler Segar che pure spaccava. Che bello, da piccolo pensi che certe parole che senti o leggi esistano sul vocabolario insieme a tutte le altre, poi i mesi passano e scremi quelle che non senti citare mai da altra fonte. Da 1 parte meno male, ci mancava solo che adesso parlavo come Braccio di Ferro. D'allaltra, forse era più divertente che ognuno manteneva la propria personalità fortissima senza cercare di compiacere alcuna istituzione-autorità. Sai che delirio? Oops: m'accorgo or-ora che ciò che ho espresso potrebbe postulare l'Anarchia, dunque si fa prudentemente marcia indietro. Ma ora mi preme + che altro finire quel discorso sulla mia Befana. Certo che ciavevo 1 Befana proprio da paura, m'accorgo che un sacco di queste Cose me l'aveva portate lei. E in un modo fico, perché i regali primari erano quei giocattoli di tendenza che la pubblicità ti semplicemente ordinava di possedere quale condizione necessaria ma non sufficiente di felicità, che infatti lì x lì ti facevano sprizzare felicità. Poi c'era tutt'una serie di regali minori che ti facevano solo un tantino sorridere di felicità, la cui meno effimera fruizione però t'accompagnava per tutto l'anno in corso. Che costoso biglietto pagava alla società dei consumi la mia Befana! Ma fu saggia, perché se provava a entrare di straforo e dirètta nel regalo costruttivo, di sicuro esso sarebbe stato molto meno costruttivo e molto più indisponente. Ecco perché la logica del compromesso alle volte frutta molti + frutti, ecco perché prima mi sono autoinibito dal postulare, ecco perché tra apocalittici & integrati la partita non si chiuderà mai.
Invidia, eh, x la mia Befana? Non preoccuparti, eri in buona compagnia: tutti i miei compagnucci infatti mi battevano la stecca a natale, quando i loro Nababbi Natali si attivavano. Ma io ridacchiavo perché sapevo che entro pochi giorni il fragore tuonante della mia stecca li avrebbe accompagnati x tutto il resto dell'anno, con dei doni qualitativamente e quantitativamente superiori. A nulla valeva l'obiezione 'ma che te ne fai di tutti quei regali se il 7 gennaio ricomincia la scuola!'. 'Tutti quei regali' rispondevo silenziosamente 'saranno il viaggio nel tempo che mi traghetterà direttamente nelle vacanze estive senza passare dal Via & ritirare le 20milalire'. C'era anche tutta 1 serie di coreografie che puntualmente si verificavano, tipo che la prima cosa era la lettura della lettera che con grafia tremolante stilava il bilancio di bontà & cattiverie dell'anno passato (generosamente). Il sacco era enorme, di vera juta 100%. Una volta dentro c'era anche un sacco di vero carbone, dentro il quale tuffai avidamente il braccio sino al gomito senza sapere che. Nella calza c'erano i dolciumi, l'amato carbone dolce che adesso mi stomacherebbe di certo, altri doni miniaturizzati e magari tecnologici. Sfidavo cameratescamente mio fratello a cantare canti quali Labefanaviendinottecollescarpetutterotte o peggio Labefanaliscialisciaviendinotte&falapiscia, ed egli rideva ma cercava di fermarmi x la paura di interrompere la munificenza di quel rito annuale. Vedi che bello, i Blog? mica serve a qualcuno che legge, serve a me che dopo tanto aggiungo un altro elemento basilarmente premonitore al mio essere oggi Vilipendio.
Poi superata la decade intrapresi varie collezioni. Fra le principali, ricordiamo quella di minerali prima e di Puffi poi. A 1 certo punto si smise di foraggiare i lebbrosi delle Suore Elementari, era la volta della Scuola Pubblica. Il sabato, presa la paghetta settimanale, io, il Riccioletto e i rispettivi fratelli si andava al giocattolaio di v. Bevagna a comprare ciascuno il suo Puffo. 1 volta ogni 2-3 settimane se risparmiavi ti potevi permettere il Puffoinscàtola, 1500 delle Vecchie Lire invece di 1000, con annesso gadget. Come un perfetto idiota mi feci sfuggire il Puffo-pompiere, con vero barile di plastica e tubicino nero di gomma che se schiacciavi il barile sparava acqua x davvero. Il 1° Puffo interattivo (e forse l'unico, che io in questo momento ricordi) della storia! Così, nelle grinfie deL Riccioletto. Quale sciocchissima disattenzione. Perché la regola era che 'Non ti puoi comprare 1 Puffo se qualcuno già lo possiede', quindi l'unica era arrivarci attraverso un fittissimo processo di scambi. Offrii così legioni di Puffi in cambio di quella prodigiosa interattività blu, offrii & offrii. Ma alla fine la risposta fu 'Non te lo do neanche per tutti i tuoi Puffi passati presenti e futuri', o qualcosa del genere.
Schiattai di rabbia. Non poteva finire così. Non tanto grazie alla piena comprensione di ciò che facevo quanto all'istinto dell'animale in trappola, ebbi la geniale intuizione di spostare il campo di battaglia su un piano parallelo in cui non era ancor detta l'ultima parola. Intuizione portentosa (imparai dopo anni) quanto quella alla base delle geometrie non euclidee che presumono le rette parallele incontrarsi all'infinito, grazie alla quale si ottiene tutta 1 serie di applicazioni pratiche di cui il pur prodigo Euclide non ci provvide. 'Ti do Braccio di Ferro'. 'Che?!!' 'Ti do Braccio di Ferro'. 'Sei sicuro?' 'Sì'. Anche lui ne andava pazzo, gliel'avevo prestato 1 sacco di volte. Salgo su a casa, lo prendo, lo porto giù. Glielo passo tutto serio e in silenzio, lo prende, lo sfoglia. 'Va bene' mi fa, consapevole della gravità del momento, e mi consegna il Puffo pompiere. Io lo prendo e lo guardo pensoso. Effettivamente il barile si schiaccia, se c'era l'acqua a quell'ora sai che zampillo. Ho avuto ciò che volevo. Ma sento di aver profanato qualcosa. La mia Befana. Le sue grafie tremolanti. Cantare le canzoni da caserma si poteva, anche quella della piscia, tanto il mio Quore era puro e questo la Befana lo sa, serviva solo a ridere dei pusillanèsimi di mio fratello. Questo forse non si può mica.
Anni dopo, ecco arrivare la fantascienza. I puffi se ne stanno tutti in un cassetto della cucina, e poi nel famoso Cassone dei giocattoli che viene nel frattempo retrocesso dalla camera alla cantina. Arrivano le ragazze (o meglio,
non arrivano), il liceo, il blando teppismo, il desiderio dei motorini, i brufoli, il disagio. E arriva anche Braccio di Ferro. Un giorno, parlando di tutt'altro, il Riccioletto me lo porge dicendo semplicemente 'questo era tuo'. Obbietto timidamente sorpreso 'ma avevamo fatto a cambio' quasi sperando che non se ne ricordasse più, vergognandomi di essere ripiombato con quella frase dall'epoca dei commenti sferzanti sulle ragazze a quella imbarazzante dello Scambio dei Puffi, ma ancora avido di Bracci di Ferro. 'Sì ma era tuo'. E' vero, era mio. Chiedere per conferme alla Befana. Non credo che il Riccioletto sapesse o si ricordasse della provenienza epifanìaca del mio Braccio di Ferro, Il Riccioletto è sempre stato 1 che spesso non si ricorda le cose che gli dici per quanto è concentrato sulle cose sue ('non te l'avevo mai deeeeeeeeeeeeeeeetto!' o forse velatamente sì, con quella storia della poca RAM) salvo stupirti certe volte. Ma quella volta non fu per memoria. Non poteva aver colto la pienezza di quanto per me tutto questo fosse importante. O magari, invece sì.
Capito cosa c'è dentro a C'era volta in America, stolte femminucce, insieme a tante altre cose? Scusate, sentivo l'esigenza di tornare 1 duro. Scusatemi femminucce se me la sono presa con voi, passavate di qua.
Altra cosa bella di 1 blog è che puoi andare fuori tema come quando avevi 16 anni e tutti i capelli. 'Na fissa, sti blog. Molto meglio della vita reale.


Le Corbousier, il Bauhaus e il concetto di Design in generale. Anche se ne ho fatto un calderone unico che svela appieno la mia indole naïf, a intuito ci vedo l'amore per la divulgazione del Bello a Basso Costo. E io coll'intuito mi ci diverto. Questi facevano case popolari più estreme di una reggia concepite per essere abitate dal sottoproletariato, e oggigiorno probabilmente ci vivranno americani più ricchi di quelli che hanno espropriato Trastevere. Ve li ricordate il telefono SIP grigio? La lampada Arco? Le poltrone sacco? Non c'entrano niente, ma era roba concepita nei canoni del bello e dell'essenziale per la produzione seriale, l'abbattimento dei costi e la conseguente accessibilità. Adesso il design è sinonimo di valore – e quindi costo – aggiunto, a prezzi maggiorati di almeno uno zero finale. Un recente slogan di Ikea recita impunemente: ”Un letto di design senza il prezzo del design”. Come dire “un pane senza il prezzo della crusca”, quando separare la farina dalla crusca ha invece un costo aggiuntivo. Morte ai traditori delle idee.



Fingere di fare a botte con dio o con qualche ex particolarmente fastidioso delle mie attuali fidanzate per raccogliere le forze fino agli ultimi residui, durante l'attività fisica.




Parlare da solo. Tipo commentare o enumerare quello che faccio. O prorompere in imprecazioni se mi viene in mente qualche brutta figura fatta.





Rendere transitivi verbi intransitivi, far loro assaporare per un breve istante della loro vita intransitiva l'ebbrezza del complemento oggetto.







L'uso del termine 'simbatico' in luogo del 'cool' di tarantiniana accezione.








COSE CHE ODIO, dio, non vedevo l'ora, che emozione, qui metto tutto bene in ordine, dalla prima la più odiata all'ultima, ho delle priorità ben chiare. Sono più metodico nell'odio che nell'amore, evidentemente.


dio, per l'appunto. Non riesco a capire se sono ateo o agnostico, ogni volta che provo a ragionarci su mi sale una tale rabbia! L'uso della minuscola non è necessariamente indice di sciatteria.





Il berlusconismo, inteso come il disinteresse per la coerenza. Direi di più, l'indifferenza per la lealtà, intellettuale e non. L'assoluto tradimento di tutto ciò che è Cultura. Chi se lo incula a Berlusconi, lui prima o poi muore. Il Berlusconismo ormai mi sa di no.







In generale, la mancanza di lealtà/correttezza. E' una cosa la cui stupidità mi dà ai nervi come poche altre. E i campioni universali di questo stupido meschino atteggiamento sono i Signori citati nei 2 punti precedenti.

Il ripetere luoghi comuni. Magari con aria annoiata e misteriosa. Vorrei vedervi calare in testa l'Idea platonica di badile.

Le costrizioni, fisiche e psicologiche. Mi cacciano in 1 spettro di sentimenti che va dal furore al terrore.

La Mancanza di Puntualità. La considero una mancanza di rispetto esecrabile.



Beh, se è vero che sono più metodico nell'odio che nell'amore è pure vero allora che quantitativamente odio molto meno di quanto ami.


Superpoteri.






















Niente, sto in palestra, stretching iniziale, dall'epicentro di una casuale pischellanza esce la frase Domani mi giustifico in Storia.

Mi giustifico in Storia.

Sospensione del tempo. Per almeno 5 minuti. 20 anni. Cazzo, vent'anni che non la sentivo. Vent'anni. Vent'anni che non la uso.

Che cartuccia. Tipo, senti qua: “Mi giustifico in Lavoro”, “Mi giustifico in BollettaDellaLuce”, oppure da paura ”Mi giustifico in Puntualità”, “Mi giustifico in ScopertoInBanca”... no no, ecco: “Mi giustifico in FedeltàConiugale”, “Mi giustifico in CazziAmari”, “Mi giustifico in CancroAiPolmoni”!

Finalmente mi è chiaro quale sia la più grossa sòla dell'età adulta. E' che il prossimo Pacetoccatèrra che mi spetta me lo giocherò da dentro una cassa.

Mi giustifico in Storia.


Che storia.


lunedì 10 marzo 2008

Il pozzetto dell'ascensore.










(Storia di brivido e di suspense – se sei debole di cuore, sii almeno forte di fegato)


Questa storia inizia così. Prima metà di settembre 1987, domenica mattina, il mio II liceo classico sta per iniziare e io sto per esordire inconsapevolmente in quello che sarà l'anno più nero della mia vita. Sono sempre stato 1 ciccione, ma finché ho potuto sopperivo con la simpatia e le battute, mi riuscivano bene. Ai ciccioni riescono spesso bene. Sono grasso. Non ciò più voglia di sopperire, basta sopperire, le ragazze ridono ma poi fiutano la mia inconcludenza, e spariscono con gli altri.
Questo dice la muta didascalia della vignetta che mi vede salire la salitella che mi porta a messa. Ma percorsi pochi passi ecco scoccare l'attimo perfetto, il cui ricordo ancora m'emoziona. “Ma perché devo andare a messa?” mi dico in un impeto di personalità, “sono un ciccione, sto affrontando il liceo con 2 paia di pantaloni, 1 felpa e un maglione di lana gialla tutto rigorosamente non di marca nell'epoca dei Paninari in un quartiere fighetto di Roma, la mia paghetta settimanale è sospesa da quando m'hanno beccato 2 anni fa col portafogli di papà nello zaino Invicta Jolly d'un verde militare che non s'è mai visto – regalo della comunione di mio fratello minore nonché unica concessione indebita alla moda del tempo - per comprarmi il gelato ed essere ancora più ciccione, non ho una ragazza – mi fa ridere solo constatarlo – né vedo come ce la potrei mai avere, ciccione, senza soldi e senza motorino, che le direi se ce l'avessi, 'pigliamo l'autobus a scrocco per fare non so cosa ma presto perché devo tornare a casa entro le 23 ringraziando il cielo che è sabato sennò manco potevo uscire', che cazzata la vita, sto in una situazione enorme per uno senza speranze come me. E sto andando a messa. Ma vaffanculo! Non ci vado. Io odio chi mi fa stare così. Voglio imparare a odiarlo come nessuno. Ora bestemmio.”, e assaporando ogni singola lettera di quella che sarà negli anni a venire la mia esclamazione di default nella buona & nella cattiva sorte, prima penso e poi dico muovendo le labbra a voce alta il mio primo “Porcoddùe”.
Altro che la prima bracciata indipendente nel mare del Circeo. Altro che i primi 10 metri in bicicletta senza le rotelle sul vialetto del mio giardino tra le montagne abbruzzesi. Questa mia prima volta nella vita sarà quella cui dovrò la maggiore libertà di pensiero. Il Vilipendio. Tutto torna. Da quel momento sarà la mia coscienza pur inizialmente atrofizzata a dettarmi indicazioni per il mio operato, e non il dogma delle lacrime di Gesù. Mi ripropongo di estinguere il mutuo dei 16 anni di fedele devozione (addirittura certi anni andavo a messa pure i venerdì a maggio, che era il Mese della Madonna, anche se in fin dei conti era più sul niente di speciale come tutti gli altri) con 16 anni di bestemmie. Addirittura in seguito mi sarei riproposto di dare una grande festa nel settembre in cui avrei compiuto 32 anni, iniziando così una gloriosa carriera da blasfemo miscredente senza più debiti formativi da pagare. Addirittura, addirittura (che è un po' come dire 'In verità, in verità vi dico', che si usa quando il fatto in questione è proprio importantissimo) adesso penso che appena supererò la pigrizia e mi sbattezzerò darò una festa di Sbattesimo in cui restituirò a tutti gli orologi al quarzo Tiqua che ti regalavano a ogni sacramento ricevuto. Ma un mio problema atavico è che delle splendide idee che mi vengono realizzo nulla o quasi.
Al primo bivio giro a destra, invece che a sinistra verso la chiesa. Inizia così un domenicale peregrinare pallido e assorto, col caldo o col freddo, col sole o colla pioggia a dirotto, che mi vede hassiduo abitué di circonvoluzioni nel quartiere col terrore di essere beccato da genitori e parenti o di essere notato da estranei mentre vago evidentemente senza una meta, cosa che ritengo essere motivo di profonda vergogna abituato come sono al dovere di dare spiegazioni agli adulti per qualsiasi mossa.
Così ogni domenica. “Ogni maledetta domenica”, quando sento citare quel film ancora m'immagino di esserne il reale protagonista. Se piove mi bagno, e non posso prendere troppa acqua. Sennò si capisce che non sono stato per lo più sotto a un riparo, in quell'ora maledetta. Bagnarsi un poco - perché in ogni caso nel tragitto di andata + ritorno un poco ci si bagna - ma con discrezione. I primi tempi alle volte cedo alla tentazione di cercare riparo nel posto più scontato, in chiesa per l'appunto, ma scopro cose nuove durante la funzione che prima non avevo mai notato. Quanto sono belli e ben curati e sorridenti e apparentemente felici i ragazzi che moltiplicano i loro Canti x Cristo, che bello dev'essere saper suonare la chitarra così forte davanti a tutti senza vergognarsi, io che studio controvoglia il pianoforte dalla terza elementare e non mi faccio mai sentire da nessuno (e ancora adesso quando posso suono in cuffia), saranno certamente tutti fidanzati fra loro. Oppure, quanto sono impellicciate le signore e allampadati gli uomini del mio quartiere, e come si guardano intorno mentre rispondono a voce alta alle invocazioni del celebrante. Scopro l'ipocrisia dentro quel posto un tempo sacro. Mi chiedo dove fosse stata per 16 anni. Mi chiedo dove per 16 anni fossi stato io. Certe volte quando si prega tutti insieme gioco a bestemmiare senza emergere dalla coltre di voci che mi sovrastano sfidando dio a punirmi, se ha il coraggio di uscire dal suo silenzio omertoso. Ma nonostante tutto, preferisco gli acquazzoni.
Dirai: ”Dov'è il brivido? Dove la suspense?”. Fin qui ne è pieno, almeno per me. Ma tra poco arriverà trionfante, per tutti i lettori dai gusti grandguignolèschi, la scatologia.
Fine inverno di qualche anno dopo. Fumo. Ho qualche vestitino in più perché lavoricchio, ripetizioni di matematica. Faccio l'università. Ingegneria elettronica. Certe volte ho l'impressione che, dopo il liceo classico fatto per lo più d'estate, sia ingegneria a farsi me, ma sono troppo pigro per trarne una conclusione. Ci vorrà ancora del tempo, la conclusione verrà tratta verso i 26 anni, ma nel frattempo ho 22 anni e faccio ancora sega a messa.
Sega a messa. Facevo sega a scuola regolarmente dal V ginnasio, fino ai picchi del II liceo quando saltavo oltre a ciascun lunedì (giorno in cui avevo troppe ore con l'essere inumano che più di ogni altro mi umiliò gratuitamente, la professoressa C.) un altro giorno della settimana liberamente configurabile. La mia vita era fare sega. Anche farmi seghe, e parecchie, perché ero sì dimagrito ma timido, e certo non aiutavano i primi sentori di una calvizie incipiente. All'epoca sono asciutto, muscolosetto, decisamente carino anche se non so di esserlo e nessuno me lo dice, porcatroia il tempo che ho buttato, e ho ancora qualche mese di integrità tricologica. Ma niente, questa breve intersezione di fisichetto capelluto non mi riguarda. Sono troppo preso, tra le altre cose, dal fare sega a messa.
Piove. Ho rimediato le chiavi della terrazza condominiale, il classico terrazzone dei palazzi anni'60 pieno di antenne arrugginite e dei lavatoi in disuso di prima dell'esplosione robografica degli elettrodomestici nelle famiglie italiane. Ma sono uscito di casa e le chiavi me le sono scordate e non posso certo tornare indietro, perché sono uscito quando la messa è già cominciata da 5-10 minuti e mia madre sa bene che se si arriva dopo la I lettura la messa non vale e bisogna tornarci l'ora dopo. “Non vale”. Che ficata, “non vale”.
Le alternative non ci sono, o meglio una ce n'è, e ciò già fatto ricorso altre volte. Non posso uscire in terrazza, arrampicarmi sul tetto e guardare il panorama o tirare fuori quei 2-3 giornaletti di donnenùde che ci ho lasciato acquattate, né posso uscire per strada perché davvero piove a dirotto, devo decidere in fretta e allora me ne starò per quaranta minuti sul pianerottolo del terrazzo, 1-metroquadro-1 con una finestrella senza vetro da cui entra tutto l'umido, il freddo e la grigia depressione che mi ha sempre dato la pioggia, e più in là IL POZZETTO DELL'ASCENSORE.
Quasi non mi andrebbe di parlarne adesso, per quegli scettici che avevano creduto di essersi imbattuti in una Pubblicità Progresso dell'Unione Atei Agnostici Razionalisti! Ma lo farò perché lo devo a chi mi ha dato fiducia finora, fosse anche solo uno che abbia condiviso in parte le mie esperienze silenziosamente protestanti, magari senza quella cosa del fare sega a messa per 8 anni.
E' incredibile quello che può fare un animale quando si annoia. I criceti corrono sulle loro ruote, il pappagallo che avevamo sgretolava col becco qualsiasi oggetto trovasse nella gabbia oppure tentava (e spesso riusciva) di evadere dalla stessa, facendosi beffe di qualsiasi serratura (se non si fosse già chiamato in altro modo avrebbe dovuto chiamarsi Houdini), prima di scappare definitivamente. Io nei primi 5 minuti credo di aver fatto tutto quello che si poteva fare, coi pochi elementi a disposizione. Cioè niente, una sbirciatina fuori dalla finestrella, un sussulto a un po' di rumori per le scale e l'orribile scoperta di avere in tasca il mio pacchetto da 10 di Chesterfield light ma senza accendino!, mitigata solo dalla paura che se fosse salita mia madre (paura del tutto infondata, a ripensarci adesso) avrebbe saputo di avere un figlio che oltre a far finta di andare a messa (e si sarebbe certamente suicidata, era questa la mia paura di 8 anni di messe segate) fumava, con l'aggravante del “di nascosto” (perché se uno fa sega a messa ti pare che dice ai genitori che fuma?). Allora faccio una scoperta.
Scopro che la porta del POZZETTO DELL'ASCENSORE ha la serratura praticamente divelta. Quello del pozzetto dell'ascensore (ora basta majuscole, che su internet non sta bene) è un luogo da sempre proibito ai bambini, quindi affascinante. Pure a 22 anni continua a esserlo, come lo è anche l'attraversare fuori dalle strisce, certe volte che ci fai caso. E io avevo sempre rimpianto di non esserci stato quella volta che mio padre da lì dentro aveva tirato su mia nonna imprigionata nell'ascensore fermo, poverina. Bene, qualcuno forse per un'emergenza doveva averla forzata, perché vedo che a farci un po' leva con la chiave tra porta e stipite si apre. E' meraviglioso, sono convinto ancor'oggi che se non fosse stato quello la mia noia avrebbe materializzato qualcosa di altrettanto interessante. Magari un varco tra appartamenti o un ripostiglio segreto o pistole o un forziere colmo di gemme dove parte l'arcobaleno, ma fra poco i segreti del pozzetto dell'ascensore mi si sarebbero dischiusi.
Quindi entro. E' buio, trovo l'interruttore.
Piccolissimo. Uno stanzino di 2m x 2 con un pozzo quadrato al centro protetto da un parapetto dove c'è per l'appunto il pozzetto dell'ascensore. Attorno, i 30 cm di larghezza di un sedile perimetrale fatto di mattoni intonacati. Che squallore. Il bambino che è in me (e ci resta) scopre quell'ennesima delusione, niente lucìne e servomeccanismi stile Guerre Stellari, solo polvere e una lampadina che penzola dal muro grezzo a illuminare fiocamente ragnatele cementose. L'ennesima delusione di un dio che nel frattempo continua inesorabile a essere celebrato dalla danza della pioggia dei suoi celebranti. Bah, almeno ho delle varianti, una ruota da criceto più evoluta. Il mio prossimo gioco è quello di svitare la lampadina, accendere l'interruttore e con lui provare ad accendere la mia sigaretta. Ci provo senza alcuna cognizione di come misteriosamente agisca la corrente elettrica, poiché i miei studi ingegneristici avevano come unico obiettivo la mera speculazione matematica, e dopo vani e timidi tentativi mi dico come l'uomo di Neanderthal prima dell'ultima mazzata Sapiente che E' bene essere prudenti. Non ero uno che amasse sperimentare. Ormai s'è capito che quando vedevo uno status quo ante mi ci ficcavo dentro con lo stesso ingenuo entusiasmo di Charlie Brown sul finto mucchio di foglie apparecchiato da Lucy van Pelt.
Poi succede.
Passi, passi dai piani inferiori. L'ascensore si muove. Che palle. E che paura. E' già successo, oggi e nel passato, è domenica, i parenti si riuniscono, ci sono gli inviti a pranzo, la gente esce per andare in chiesa veramente e poi rientra, qualsiasi rumore dell'ascensore da lì sopra viene chiaramente amplificato. Ma questi passi salgono, salgono. Non fa niente, c'è un'anziana coppia al quarto piano che ha figlio, nuora e nipotini al primo, potrebbero essere loro a chiamare l'ascensore e poi a decidere di salire comunque a piedi. Salgono. Secondo piano. Normale, adesso passeranno per il III, il mio, ed eccoli salire le ultime due rampe di scale per il quarto. Madonna, se qualcuno dovesse arrivare fin quassù, cosa direi? L'unica sarebbe sperare che non mi chiedano niente, quindi salutare senza dire niente e scendere. Ma è troppo presto per tornare a casa, la messa non è ancora finita, non posso dire che ho fatto una passeggiata e ci torno questo pomeriggio perché piove, piove a dirotto e allora dove sono stato fino adesso? Dire che ero arrivato tardi, ho seguito un po' ma ci torno all'orario pomeridiano perché mi sono reso conto che non valeva? Non riuscirei a mentire così spudoratamente, diventerei tutto rosso e mi farei schifo, e poi mia madre non ci casca, si è accorta che da un po' la messa non è più una mia iniziativa entusiastica e sarebbero domande. Ma basta! Chi dovrebbe mai salire fin qui? E' domenica, gli antennisti non lavorano, nessuno può desiderare di uscire sul terrazzo condominiale con la pioggia a dirotto, che cazzo! Smettila di avere paura, è irrazionale, adesso arrivano a quel cazzo di quarto piano e si sente aprire la porta e tu te ne stai qualche minuto a far sbollire il cuore e poi qualche minuto ancora e poi scendi e mangi e ti senti le partite e poi nel pomeriggio fai finta di studiare mentre fai di nascosto le formazioni della Fiorentina dell'anno prossimo sul quaderno.
Quarto piano.
Quinto piano, prima rampa.
L'uomo è un animale, lo è completamente, ne mantiene ancora gli istinti, per quanto diluiti nei suoi smog. Affrontare l'avventore. Mettersi spalle alla porta del terrazzo e fingere di esserne appena usciti. Ma non ho le chiavi, se me le chiedono non le ho. Quindi non è credibile. Rintanarsi nel pozzetto dell'ascensore, spegnere la luce, magari acquattarsi dietro il parapetto perimetrale. Se rimani in campo scoperto puoi scappare ma puoi anche non farcela, se decidi di provare a nasconderti puoi passare inosservato ma puoi anche essere scoperto, e allora è finita, è vergogna esponenziale.
Quinto piano, seconda rampa.
Decidi. Decidi, decidi, DECIDI! Dentro, non foss'altro che per rimandare il contatto. Luce spenta porta accostata fuori luce dentro buio io posso vedere chi sta fuori no. Acquattarsi? Troppo. Se qualcuno entra muore d'infarto, e io non mi ripiglio più dalla vergogna di aver compiuto un'azione pessima come l'omicidio. Ma non entrerà mai, mai! dio, perché dovrebbe entrare? nessuno è intrappolato, è domenica cristo, domenica! e riparazioni i tecnici non ne vengono a fare la domenica, no! Lo so, è sicuramente la mamma del coglione più sfigato della Terra, l'unico ciccione interiore che possa avere questi problemi. Io!
Passi sul pianerottolo. 1 metro x 1. Sono dentro.
La luce si accende. Sono, indovinate un po', i nipotini. 12 e 7 anni o qualcosa del genere. Molto, molto meno spaventati di quanto avrei immaginato. Sussultano, sì, ma poi è il maggiore a sentirsi in dovere di giustificarsi, io sono il grande, anche se fossero a conoscenza dell'elenco completo delle mie fughe dalle responsabilità non oserebbero mai contestare quello che ai loro occhi è evidentemente il mio primato di adulto. “L. voleva vedere cosa c'era quissù, l'ho accompagnato...”
Sorrido di quell'innocente elegante dignitosissimo scaricabarile sul fratellino piccolo dal sedile su cui senza accorgermene mi sono seduto negli attimi della colluttazione. Piego il capo nella mimesi di un “sì” e mi esce strozzato dalla gola un “he!” gutturale che mi risuona nelle orecchie stupefatte per tutto il successivo quarto d'ora, dal momento in cui li lascio graziosamente uscire così com'erano entrati (“Spengo la luce?” “Occhèi”) al momento in cui finalmente scatta l'ora in cui posso tornare a casa (“Già sei tornato? ma che è già finita? è presto...” “Sì ho corso perché pioveva” e via, senza assecondare passivamente come mio solito l'interrogatorio, tanto sono turbato).
Nella semiotica dello scureggiare in pubblico c'è una dinamica, sempre la stessa. Lo scureggiante è sicuro della propria superiorità intellettuale sul branco degli scureggiati. Lo dico per esperienza perché nella mia più che decennale serie di trasferte musicanti uno di noi nel furgone scureggiava di nascosto (credeva lui) regolarmente. Sempre lo stesso, il più grande. 35enne, credeva che noi 25-30enni piccolini non ce ne saremmo accorti coi nostri nasi imberbi, o che non ce ne sarebbe importato granché. Ma puzzava, ah, se puzzava. Lo Scureggiatore Senza Nome, lo chiamavamo. La stessa dinamica può verificarsi se lo scureggiante è il papà coi figli, o un maschietto dominante in un'allegra comitiva di adolescenti.
Io ero lo scureggiante, loro gli scureggiati. Mi preoccupavo più per quello che sarebbe potuto succedere che per quello che era successo. Dieci anni di differenza erano troppo in quella fascia d'età. Certo, negli anni a venire vedendo quegli ex-bambini che salivano sulle loro macchine sportive con le loro fidanzate bellissime quando io rientravo a casa da mamma & papà su un Panda vecchio e non mio, un brivido mi saliva lungo la schiena... 'e se ricordassero'?
Ma no, no, 'non se ne saranno accorti'. O 'non glie ne sarà importato granché'. Delle mie vecchie scuregge. Ma c'è una parte di me che ha i brividi quando pensa alle motivazioni che quei ragazzotti ex-poveribambini avranno immaginato per il mio comportamento. Stranezze da grande? o da pericoloso maniaco psicopatico? Ci penso ogni tanto, impaurito e affascinato dal mio stesso pensiero, come lepre di notte davanti agli abbaglianti.

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