domenica 23 agosto 2020

Cavernicoli

 








Erano tempi duri. Tutti davano la loro opinione su tutto. Un'ondata di generosità che non aveva pari in altre epoche. Bastava uno spunto, un'intuizione et voilà: il piatto è servito, senza lasciar raffreddare, saltando le prove d'assaggio, in vetrine virtuali pronte a ustionare palati e avvelenare commensali.


Un tempo sarebbe stato impossibile. In un mondo senza la grande distribuzione ogni abitante si occupava del suo orticello. Coltivava secondo gusti personali. Imparava dai propri errori, un raccolto perso è un dato oggettivo. Col fiorire di scaffali e supermercati si inizia a seguire l'etichetta. E dove porta, questa svergognata? Al rispetto tra pari? Alla civilizzazione? Macché. Le etichette si possono adulterare. Ne fanno di parziali, ingannevoli, surrettizie. Spesso migliori del contenuto. Dovrebbero dare informazioni, ma in assenza di regole qualcuno se ne approfitta. Si introducono additivi, caporalati e inquinamenti; tanto vari e numerosi da essere ineliminabili.

La Rete impigliava tutti nelle sue maglie. Chiunque disponeva di palcoscenici in cui stendere ad asciugare le mutande, senza curarsi dei buchi che recavano. L'importante era esserci, esibirsi, farlo fortissimo per non esser tagliati fuori. La qualità del modo era un dettaglio per puntigliosi.

Come questo sistema possa funzionare ancora adesso risulta un mistero. Esistono in effetti prodotti in cui le promesse del packaging corrispondono ai contenuti (segnalati generalmente da costi altissimi). Come avviene per l'informazione: quella seria costa, le verifiche non si fanno gratis. Ma i più si accontentano di adulterazioni e frodi, gastronomiche e non. La qualità ora è un ricordo di generazioni quasi estinte.

Su questo terreno – ingrassato dai letami più vari -  fiorivano le opinioni, specie le Non Richieste. Individui scolarizzati poco o nulla si cimentavano in tecnicismi sulla nocività di protocolli di trasmissione informatici. Persone preoccupate fino a poco prima solo delle decorazioni delle proprie unghie discettavano sugli effetti collaterali di vaccini. Le forme geometriche dei pianeti venivano rimesse in discussione.

Spuntavano capannelli su localizzazioni delle centrali nucleari, finanziamenti ai partiti, contributi agli enti locali, privatizzazioni di enti pubblici, abolizioni di interi ministeri. E poi: concessioni televisive, conflitti d'interessi, impedimenti legittimi e illegittimi, separazioni delle carriere, riduzioni dei parlamentari.

Nasceva un'era: la chiamata al voto dell'Uomo Comune. Costui veniva investito di un potere nuovo. Tutti erano interessati al suo parere. Ai suoi capricci si piegavano interi partiti, aree parlamentari un tempo opposte sembravano preoccupate solo di piacergli. Ecco arrivare Doxe e Demoskopee; le opinioni erano preziose, e andavano raccolte.

    L'Uomo Comune, dapprima intimidito da tanto interesse, era lusingato. Decenni di studi ed esperienze degli specialisti valevano quanto una sua veloce consultazione in Rete (o alle brutte quanto una sua estemporanea presa di posizione). Tecnici e scienziati, perdigiorno che avevano sprecato la vita in tetre e costose accademie, venivano dimenticati. I politici promuovevano dispendiosi referendum, sperperando le poche risorse pubbliche. L'Uomo Comune teneva tutti in pugno.

Non ci si poteva fare niente: il voto era garantito a tutti, e per la parità dei diritti tanti patrioti avevano dato la vita. Mica si poteva ridargliela indietro, valli a ritrovare. Il problema era che il voto era uguale per tutti, competenti o meno. Qualcuno azzardò l'ipotesi di fare test di accesso. Vuoi esprimerti su una questione tecnica nella cabina elettorale? O semplicemente dare un parere su quale partito o uomo politico sia più degno di rappresentarti? Ti studi un albetto che illustri il problema, o esponga sommariamente i programmi elettorali. Superi un esame e sei ammesso al voto.

Ma che Democrazia era? Gli albetti costano, le sedi di esame e gli esaminatori pure. Così favoriamo i ricchi, che hanno il tempo di studiare e la voglia di perdersi in cavilli; e i poveri, i proletari, in buona sostanza l'Uomo Comune, viene messo da parte dai poteri forti. Erano forse fascisti questi provocatori?

Nessuno si chiedeva più cosa significasse 'fascisti'. Pochi peraltro avrebbero saputo rispondere. Qualcuno obiettò che si faceva così anche per la patente automobilistica, ma per paura che per Democrazia la guida fosse immediatamente consentita a tutti – ubriachi, feti1 e deceduti2 – fu messo a tacere. L'impari sostenibilità delle spese di scrutinio fece dimenticare la proposta. Nel frattempo il Governo elargiva bonus-monopattino.

Nacque una nuova branca della scienza: l'Opinionismo. I salotti televisivi se ne litigavano gli esponenti migliori, non per competenze scientifiche ma per volume e tono della voce. Tutti a parlarsi addosso nelle arene, a citare dati parziali e contraffatti. Il più forte veniva dichiarato vincitore. Il pubblico, da sempre avido di circenses, si appassionava.

Improvvisamente tutti vedevano chiaro su tutto. Nelle scuole docenti ostinati ancora pretendevano risposte giuste, quando era chiaro che una visione del mondo tanto manichea era ormai superata. Via il bianco e nero, fomentatore di razzismi. Vincevano i toni di grigio, che davano ragione a tutti.

Nella nuova società il vero crimine era l'indifferenza. La neutralità. Come non schierarsi davanti a tutti e a ogni cosa? L'inerzia era una colpa, e chi era senza opinioni o le esprimeva troppo piano era destinato all'estinzione. Il darwinismo sociale, coerente alle sue premesse, subiva una mutazione: i silenziosi erano impossibilitati a trasmettere il proprio codice genetico.


S'ode una musica dai teleschermi. È un valzer di Strauss, da una pubblicità di gioielli.

“Chi era questo?”, si chiede perplesso un avventore.

Presto la decisione è presa. “Bethòve.”

“N'era Mozarte??”

“Ho detto Bethòve.”

Interviene un terzo, a precisare. “Mozarte è il nome Astrìaco de Bethòve, quello astrale, capi'? Robba de zodiaco: o ce credi o non ce credi. Quindi è pari e patta, ciavete raggione tuttieddue.”

Passa di là un Consulente d'Immagine. Per fortuna, perché stava per essere persa una miniera d'oro. Si appunta sul tablet Mozart = Beethoven - pubblicare post su FB. Sono i Big Data. Valgono un sacco. La popolarità di un politico rampante ci cresce più di una pianta da frutto con la merda di pecora.


È la selezione della specie, baby. Tutti a strepitare dai propri cubicoli, tra le consuete stalattiti, a commentare ombre. Il mito dei cavernicoli è ora realtà, Platone ci aveva preso. Dopo di lui un lungo Medioevo, con l'Opinione eletta a Fede. Sarà possibile tornare indietro? La risposta ai più non interessa.



            1 Il Feto è una Vita.

            2 Il Culto dei Morti è alla base della Civiltà Umana3.

                 3 L'Uomo Comune mette sempre una Freca di Maiuscole, a impreziosire.


sabato 7 marzo 2020

Elettrofobia

L'Elettrofobia gettò le sue radici in tutto il mondo nel XX secolo, arrivando a causare fenomeni di isteria collettiva vera e propria agli inizi del Terzo Millennio.

I primi casi risalgono all'alba dei tempi. È dalla preistoria che gli uomini, terrorizzati da esplosioni luminose e scoppi sonori, attribuirono fenomeni atmosferici naturali a divinità più o meno gioviali e vendicative. Incisioni rupestri, geroglifici e bassorilievi sono lì a rammentarlo.

Dalla fine del XIX secolo fu sempre più frequente riscontrare decessi misteriosi, dovuti a casi di combustione apparentemente spontanea. I corpi delle vittime presentavano bruciature nonostante l'ambiente circostante non risultasse particolarmente danneggiato da fiamme. Cosa ben più misteriosa: anche al chiuso.

La comunità scientifica assisteva impotente. Si azzardavano le teorie più disparate. Alcuni ritenevano che ad accendere la scintilla fosse una fonte di calore esterno (sigarette, camini, stufe), e che il grasso corporeo provocasse la combustione del corpo dall'interno. Ma la maggior parte dei casi non riguardava fumatori, né obesi; e avveniva spesso in climi e stagioni che non prevedevano misure di riscaldamento.

Altri erano convinti che il metano, prodotto nella digestione a livello intestinale e rilasciato dai pori, in giornate assolate si incendiasse per l'effetto lente del sudore sulla pelle. Altri ancora ipotizzavano la vaporizzazione dell'alcol dalla cute di soggetti dediti al suo uso. Ma anche il corpo degli ubriaconi più molesti è composto da una cospicua percentuale d'acqua, e le concentrazioni compatibili con una combustione corporea causerebbero ben prima la morte per avvelenamento.

Qualsiasi teoria risultava poco convincente, nonché spesso un tentativo di accanirsi su soggetti considerati devianti, o addirittura su gruppi sociali e intere comunità. Oltre alla paura e alle conseguenze demografiche (l'incidenza nella sola penisola era pari a circa 270 decessi all'anno, pari allo 0,00045‬% della popolazione, ovvero a 4.500 per miliardo, una vera valanga), l'Elettrofobia ebbe un forte impatto nella società del tempo. In cerca di rimedi e spiegazioni, la popolazione arrivò a stigmatizzare etnie e categorie professionali; e a perseguitare e uccidere ogni sorta di colpevole presunto. Molti attribuirono l'epidemia alla volontà di Dio. La produttività registrò rallentamenti gravi. Vacillarono scuole, ospedali, governi, istituzioni e intere economie.

La mano persecutrice pareva guidata dal Caso. Infanti, giovinetti, adulti e anziani venivano trovati fulminati nelle loro case. Maschi e femmine, poveri e ricchi, eruditi e ignoranti, venivano trovati rattrappiti in posizioni contratte e innaturali. I loro arti presentavano segni di bruciature. Distenderne le membra per comporne le spoglie era un'operazione particolarmente complessa e faticosa, e richiedeva l'intervento di più persone.

La prima ad avvicinarsi alla verità fu una Collaboratrice Domestica, di spirito scientifico e nazionalità italiana. Dando prova di ingegno, collegò episodi che conosceva per sentito dire ad altri cui aveva assistito personalmente. Notò una ricorrenza: i cadaveri venivano ritrovati sempre nei pressi di prese elettriche.

In breve il passaparola tra persone di rango più alto (la colf lavorava nelle case di calciatori professionisti, aspiranti attrici e addirittura di una nota cartomante televisiva) portò alla soluzione. Toccare una presa elettrica poteva causare folgorazioni non meno gravi di quelle naturali. Il passaggio di una forte corrente elettrica attraverso il corpo induceva gli spasmi muscolari, le lesioni nervose e le bruciature che portavano alla morte tanti innocenti. Le prese domestiche alternate a 50-60 [Hz], del tutto prive di dissuasori o ammonimenti scritti, costituivano un serio pericolo. La morte sopraggiungeva per contatto, anche tra i soggetti contaminati. Non di rado venivano ritrovati più cadaveri, consegnati in un abbraccio mortale all'eternità.

Era un caso che la maggior parte di placche e scatole elettriche recasse la scritta “Made in China”?

Le Opinioni Pubbliche decisero di no. Doveva essere il segno di un complotto diabolico. In un quadro già drammatico per esplosioni demografiche, flussi di migranti, scioglimenti di ghiacciai e derive di continenti, si diffuse la delazione pubblica.

Gli elettricisti che ne avevano montate per decenni vennero considerati gli untori di una nuova e capillare pestilenza. “Dalli all'ingegnere!”, “Turpe elettrotecnico!” divennero presto offese comuni, da lavare col sangue. Chiunque avesse a che fare con pile, connettori, conduttori e adattatori rischiava brutto. Qualsiasi forma di energia alternativa veniva guardata con sospetto. Una denuncia anonima segnalò la presenza di ordigni esplosivi a orologeria, di fabbricazione rozza ma efficace, alla base di installazioni eoliche presso Abareto e Castel del Rio (Emilia-Romagna). Solo per poco gli artificieri riuscirono a non farli brillare. I pannelli fotovoltaici venivano presi a sassate da monelli ammaestrati dai genitori.

Negozi di casalinghi, gastronomie, ristoranti, fumerie d'oppio, lavanderie e ogni altro esercizio commerciale di matrice asiatica, furono portati al fallimento. Abitanti e oriundi dello sfortunato continente venivano additati al pubblico disprezzo nelle trasmissioni televisive, e per le strade erano passibili di sguardi truci, derisioni, insulti pubblici e percosse. La polizia chiudeva un occhio, o addirittura prendeva parte agli episodi di giustizia sommaria. Involtini al vapore e ravioli primavera marcivano nei cassonetti. Gamberi, alghe, anatre e maiali (e cani, gatti e topi, insinuavano i maligni) scorrazzavano felici nelle città, finalmente liberi dai loro condimenti agrodolci. Ogni pretesto era buono per ideare nuovi meme, e c'era sempre qualche giovanotto voglioso di menar le mani.

“KI A PERMESSO KE NELLE CASE DI TUTTI GLI ITALIANI CI SONO QUESTE DIAVOLERIE CINESI???!!”, era la domanda sui polpastrelli di tutti. Presto fu chiaro a ogni governo, anche il più lavativo, che era giocoforza iniziare ad adottare misure severe.

Fu imposto il limite precauzionale del Metro di distanza dalle prese elettriche. Ciò non fece che sobillare legioni di ragazzini che ci si facevano selfie e li condividevano con gli amici. Dai loro editoriali gli intellettuali lanciavano strali su genitori e insegnanti, incapaci di fornire ai figli una educazione degna di questo nome.

Bandite le strette di mano, i baci, gli abbracci e ogni altro tipo di contatto fisico, in conformità con la nota Teoria dei Conduttori Elettrici. Si decretò l'abolizione del sesso virtuale poiché indissolubile dall'alimentazione elettrica, gettando più di una popolazione nello sconforto. Al suo posto massicce compagne iniziarono a promuovere il “sesso da contatto”, che implicava necessariamente la presenza di altre persone, e in questo senso imbarazzante. Ma privo di rischi poiché praticabile in prossimità di prese elettriche senza il contatto necessario per alimentare il sesso virtuale.

Sulle prime la gente diffidava di scambi di fluidi e contatti di mucose, in quanto poco igienici. E poi, non erano stati banditi i contatti fisici? La popolazione era confusa, ma ben le stava: a questo si arriva portando la propria leggerezza nelle cabine elettorali. Per anni si era votato un tipo di politico del tutto privo di competenze tecniche ma simpatico, con cui condividere virtù (poche) e debolezze (molte). Costui parlava chiaro e lanciava strali senza mai farsi mettere in soggezione. Ora che era stato eletto, continuava a pubblicare slogan sui suoi profili social; ma la gente non smetteva di morire. Alla fine si diede retta al buon senso.

Fu introdotto l'obbligo di calzare profilattici in cloruro di polivinile (PVC) su ogni estremità, genitale e non, talmente spessi da provocare lacerazioni alle mucose e perdite di sensibilità permanenti. La gente prese ad appassionarsi. Nacque un erotismo da impianto elettrico di nuova natura. Placche, scatole, corrugati erano stampati su costosa carta patinata in costose pubblicazioni fetish. Quando la gente adocchiava una presa elettrica, magari la stessa che prima popolava incubi, veniva presa da languori. La salivazione aumentava. Si scambiavano sguardi, e in un attimo nella sua prossimità ci si ammucchiava in orge furiose. È proprio vero: da un sistema di divieti nascono mentalità inedite. Rapporti di ogni tipo, posizioni complicate, tecnicismi difficilissimi; sembrava che non si fosse mai fatto altro. I più sembravano rassegnarsi perfino alla scomoda profilassi isolante obbligatoria. Ma chi avrebbe controllato sbaciucchiatori e maniaci dei contatti fisici “scoperti”?

La questione alimentava discussioni. Affidarsi al buon senso pareva utopia. Anche i più ingenui invocavano restrizioni alle libertà personali. In un attimo fu il 1984. In ogni abitazione vennero sfruttate le webcam preesistenti. Archi di circonferenze di un metro di raggio vennero tracciati su pavimenti e muri con vernici indelebili, mobili improvvisati e – nelle dimore più prestigiose – raffinati mosaici.

Il problema era potenzialmente riconducibile a ogni tipo di connessione elettrica. Computer, elettrodomestici, caricabatterie erano oggetto di indagini accurate. Risultato: tutti di fabbricazione cinese. Anche i più noti marchi europei o americani avevano oramai delocalizzato la manodopera. Occorrevano provvedimenti energici (sic).

I connettori elettrici vennero saldati alle prese. Chi violava o danneggiava i sigilli di ceralacca era passibile di pesanti sanzioni pecuniarie e, se recidivo, di carcerazione. Le spine rimovibili furono proibite: poteva finirci dentro ogni genere di dito. Per caricare cellulari e altri dispositivi mobili furono immediatamente prodotti caricabatterie multiporta (in Cina, facendo finta di niente per questioni di comodo).

Per prevenire le elettrizzazioni per strofinio si vietarono le fibre sintetiche. D'altra parte erano anch'esse di fabbricazione cinese - altro materiale per le speculazioni dei complottisti. A nulla valeva far notare che erano polarizzabili anche altri materiali come la lana, il vetro, le resine naturali e sintetiche e i capelli. Si era arrivati a un grado di isteria che non ammetteva repliche.

Nei talk show si invocava il parere di attori, calciatori, veline, tronisti. Pur non risparmiandosi e non lesinando opinioni, essi non riuscivano a venirne a capo. Fisici e Ingegneri, percepiti come alfieri dei Poteri Forti, venivano ostracizzati e demonizzati.

Essi rispondevano a ogni categoria di imbecilli sul loro campo, nel quale risultavano meno ferrati. Vennero presto allontanati dalle tavole rotonde poiché abbassavano gli indici di ascolto. Proponevano misure difficili e noiose. Costose messe a terra, oscuri interruttori differenziali, materiali dielettrici inquinanti. Diffidavano dalla lettura di siti non aggiornati, che non citassero fonti e sponsorizzazioni, monetarie e politiche. Rendevano tutto più complicato; quando la gente era solo affamata di Verità. La popolazione continuava a non aver chiara la meccanica degli eventi che portava alla morte. C'era chi entrava nel raggio di una presa salmodiando litanie, e chi era convinto che avvicinarsi con innocenza e a piedi nudi avrebbe prevenuto il rischio. Chi strofinava corni, chi gettava sale. I decessi continuavano, e i colpevoli di tutto erano i “Cinesi”.

Con “Cinesi” si designavano islandesi, lapponi, boliviani, peruviani; e qualsiasi altro latore di occhi a mandorla. A quel tempo esserne dotati era poco furbo. Tutti avevano parenti, amici o conoscenti (anche solo per sentito dire) fulminati da una scatola elettrica chinese. Era una strage, e gli artefici andavano puniti. A nulla valeva suggerire che, al di là dei tratti somatici, si trattava a tutti gli effetti di cittadini italiani.

Oriundi cinesi, coreani, giapponesi, filippini, indonesiani, vietnamiti, ma anche americani da generazioni, reagivano in modi diversi. Ad esempio con costose operazioni di blefaroplastica (ritocchini alle palpebre), per le quali  c'erano liste di attesa interminabili. I chirurghi estetici erano ormai celebrità, e in quanto tali partecipavano ai dibattiti. Con poca voglia di farli terminare.

Altri “Cinesi” si chiudevano nelle loro comunità di origine, organizzando reti di mutua solidarietà (nei casi migliori), o veri e propri eserciti di volontari a difesa di beni e confini.

Il tam tam mediatico alimentava psicosi collettive, e poi invocava calma. Le testate che avevano contribuito fin dalle prime ore alle delazioni sociali e a far montare l'ansia, diffondendo notizie che spesso si rivelavano false, allo stesso tempo gareggiavano per denunciare chi faceva altrettanto.

Era il caos. Qualcuno mise in produzione guanti in lattice isolante, con terminazioni sottili di gomma massiccia su indice e medio della mano destra. Inserendole nelle prese si poteva finalmente stare tranquilli, e passare qualche ora serena nella propria abitazione. C'era chi non se ne separava neanche lontano da casa, nei luoghi pubblici e nei centri commerciali. Come si vedeva una presa libera era una gara a infilarcisi dentro, e non di rado gli alterchi finivano in colluttazioni. Vederli indossati su almeno un terzo della popolazione contribuiva ad aumentare lo stato di allarme permanente. 

Inutile dire che anche i guanti furono ritenuti di fabbricazione “cinese”. Ci furono massacri e saccheggi causati dall'isteria. A nulla valsero le bolle pontificie con cui il papa condannò le persecuzioni contro i cinesi, minacciando la scomunica di chi le avesse intraprese.  Né le suppliche – almeno da quanto riportano le cronache - con cui invocava la mano di dio per far sparire ogni presa elettrica.

Il buon senso latitava. Qualcuno osservava che morivano folgorati anche i cinesi, e che ciò ne dimostrava l'innocenza. La teoria fece pochi followers e venne presto ignorata.

Si prendevano i più fantasiosi provvedimenti. Tuttologi famosi consigliavano, prima di azionare qualsiasi interruttore, di arieggiare bene le stanze, di lavarsi con aceto e acqua di rose, e di astenersi da attività fisiche che stimolassero umori corporei. Poiché le vittime erano rosolate e stecchite si usavano sciroppi e pozioni idratanti, con l'effetto di rendere tutti ancora più conduttivi. I naturalisti erano per un ritorno alle piante officinali, e suggerivano l'uso di erbe aromatiche quali timo, ginepro, salvia, alloro e rosmarino: ottime per gli arrosti. Fiorivano i predicatori online. Ciononostante molti si diedero alla mondanità e all'immoralità credendo di non avere scampo, e di dover morire di lì a poco.

Tu dici: come si uscì, da quella situazione? Come poté finire questo macello?

Eh. Gli uomini sono matti. Ma certe volte hanno capacità di ripresa sbalorditive. Le donne poi, ancora di più. Presto la gente si stufò della situazione. Così. Semplicemente. E chi erano i politici, i presentatori e i giornalisti per non tenerne conto di buon grado?

Presto si cercò altro. L'attenzione si spostò su alcuni rovesci improvvisi a carattere temporalesco (“Bombe d'acqua”). Niente di eccezionale; ma tanto bastava. I cinesi ripresero solerti le loro attività, senza particolari rappresaglie verso i loro vessatori dagli occhi grandi e la pelle candida come una coscienza. Un ristoratore locale avrebbe probabilmente ritenuto di incrementare l'uso di catarro nelle sue preparazioni. In breve l'Elettrofobia fu dimenticata. Ma in tutta la faccenda c'era una lezione.

Chiunque diceva la sua. Soprattutto se era stupido, o almeno ignorante. Più era una delle due cose, più non se ne rendeva conto. Il massimo poi erano gli stupidi-ignoranti. Tutti ne avevano vari, tra i propri contatti. Chiunque era esposto ai loro deliri virali. Quando uno di loro leggeva un allarme anti-ignoranza o anti-stupidità, andava in solluchero. Si indignava, dispensava like e cominciava immediatamente a dire la sua nei commenti. Per riconoscerli c'erano degli indizi. I punti esclamativi. Le maiuscole. Ma stranamente per degli ignoranti e degli stupidi, avevano imparato a camuffarsi bene. Bisognava essere abili e tenaci per stanarne uno. Lo si capiva dai toni, per esempio; sempre sopra le righe. Andavano dall'indignazione al vittimismo. Oppure si riconoscevano dalla varietà delle opinioni non richieste.
Geografie astronomiche, chimiche organiche e inorganiche, scienze mediche, biologie. Le materie umanistiche avevano meno appeal, kissà perché. Laddove altri rinuncerebbero, sententosi poco competenti o non necessariamente interessanti, lo stupido-ignorante ama disquisire su tutto. Specie se non è ferrato. Soprattutto se non lo è. L'impreparazione non lo ferma, anzi lo stimola a dare di più. Una volta che un'opinione si fa strada nei suoi gangli (parlare di cervello sarebbe esagerato), essa li infetta. Nulla può rimuoverla o prevenirla. Tantomeno un vaccino (sono diffidenti). Le Opinioni arrivano per strade casuali, trasportate dai venti, per sentito dire. Più sono improbabili e controtendenza, più risultano affascinanti.

Chiunque collezionava fra i contatti i suoi ignoranti, chiunque aveva stupidi; chiunque possedeva esemplari purissimi di stupido-ignorante. Quando dico "chiunque" mi riferisco proprio a te. E a me. Potremmo essere, io e te, ciascuno lo stupido o l'ignorante dell'altro, o tutt'e due insieme. Smettiamola di dire cose, per sicurezza non diciamo più nulla. Prendiamo a rispettare questa difficile misura. Senza proselitismi: iniziamo io e te. Riprenderemo più tardi, con cautela, piano piano, quando le contaminazioni saranno finite. A quel punto ogni virus sarà sconfitto. Per sempre, se impareremo a scambiarci sciocchezze per via orale, a tu per tu. Come si usava una volta.

lunedì 5 novembre 2018

Pretofilia

Migliaia di preti abusati, centinaia di zone infestate da bimbi pretofili che gli educatori si limitano a trasferire da un asilo all'altro, ostacolando le indagini della polizia. Commissioni d'inchiesta, condanne, scuse pubbliche (“Non lo fazzo più!”) che secondo gli esponenti del clero non possono bastare.

Nel 2002 in Australia il bimbo R. E., di 7 anni, fu condannato per aver abusato di numerosi preti, fra cui il suo catechista di 32 anni. S. A. , un altro bimbo di 8 anni di Tucson (Arizona) fu giudicato colpevole per aver sedotto 830 volte il suo confessore, inducendolo a tentare il suicidio. In Texas, nell'Arcidiocesi di Houston nel 1995 il governo aveva deciso di occuparsi del problema costituendo un “Comitato di vigilanza infantile sugli abusi pretofili”. Uno dei membri più noti era R.M., di 11 anni. Quando lo nominarono, i vertici del comitato sapevano già che era sotto inchiesta per diversi casi di abusi clericali. Più tardi sarebbe stato descritto dai suoi stessi superiori come un “predatore sessuale” (“Houston, abbiamo un problema”). E le condanne continuano.

La grande ipocrisia della società contemporanea, pronta a stracciarsi le vesti per ogni nuovo caso di pretofilia che venga alla ribalta, nei fatti ignora il dramma di migliaia di preti che ogni anno subiscono violenza. Per questo, benché si tratti di un argomento estremamente doloroso, anche alla luce del suo triste e rapido aumento è quanto mai opportuno occuparsene, per approfondirlo e - possibilmente - prevenirlo.

Spesso siamo portati a immaginare il bimbo pretofilo come una sorta di sporcaccione, lascivo e trascurato. Se così fosse sarebbe piuttosto semplice individuarne quelli che presentano evidenze pretofile, ma purtroppo le cose sono diverse. Molti bimbi con questa patologia scelgono aree di gioco in cui possano interagire con i religiosi, poiché esserne idealizzati come figure candide e innocenti li aiuta a mantenere un immagine positiva di se stessi.

Altro aspetto da non sottovalutare è la crescente diffusione in rete di materiale preto-pornografico. Oltre allo scambio di foto di sacerdoti, suore, canonici colti in atteggiamenti religiosi e pii, si denotano tentativi di adescamento online di esponenti del clero da parte di bimbi che cercano di formare rapporti di fiducia, se non di vera e propria amicizia, finalizzati a richieste di sesso virtuale o di incontri al di fuori della rete. Per il ministro di un qualsiasi culto diventa sempre più difficile tirare fuori il proprio i-Ped senza rischiare le moine di un bimbo.

L'indignazione dei mass-media per l'ennesimo caso di abuso pretofilo si scontra con l'ipocrisia di una società che per molti versi tollera o addirittura perdona le manifestazioni di natura pretofila. Si dà il caso di un bimbo veneto che, processato per aver abbordato il vescovo che lo stava cresimando, s'è visto riconoscere dal giudice le attenuanti generiche perché “il sentimento era vero”. Ancor più grave, se possibile, è stata la vicenda del bimbo pretofilo siciliano accusato di aver molestato almeno 116 seminaristi, cinque dei quali ridotti in fin di vita, che ha inciso diversi cd musicali con un noto coro infantile, tuttora acquistabili su piattaforme online, per i quali “riceve regolarmente i diritti d'autore”.

Ensemble di voci bianche, catechismi, asili tenuti da istituzioni religiose; tutti luoghi che pullulano letteralmente di abbordaggi a cielo aperto, di bimbi che muovono boccoli d'oro e guance rosee all'indirizzo di chi dovrebbe educarli ai più alti valori morali. Ed è insopportabile la spocchia con cui costoro, questi bimbi, si ergono a campioni di innocenza e a modelli di candore. I bimbi dovrebbero rallegrare i cuori, e non intristirli. Dalle sagrestie, bimbi pretofili travestiti da chierichetti lanciano i loro sguardi voluttuosi agli officianti fino agli altari su cui essi celebrano le funzioni religiose. In alcuni diari infantili sono stati trovati elenchi di abusi fatti, episodi, memorie, fino a veri e propri manuali per restare impuniti. Una volta appostati nei conventi, nelle canoniche, negli oratori, è tutto un fiorire di nasi che colano, ginocchi che si sbucciano, occhi che implorano, e ogni altra attività cui tipicamente si dedica il bimbo licenzioso. 

Di contro, non sono rari i preti che raccontano gli abusi subiti ai superiori, vescovi o cardinali; ma spesso ricevono ammonimenti e perfino botte. Anche in presenza di casi conclamati ci si scontra spesso con un muro di silenzio. I preti molestati non vogliono quasi mai parlare della loro esperienza, che può arrivare a comprometterne il successivo equilibrio psicofisico. Ciò non è dovuto solo a sentimenti di vergogna, di diffidenza verso un estraneo, o alla paura di ritorsioni ecclesiali. Le vittime tentano di rimuovere quanto vissuto e le angosce connesse, in modo tanto più rigido quanto più grave sia stato il trauma affettivo. I preti si convincono che ciò che hanno subito dai bimbi è giusto, ed è accaduto per colpa loro, perché hanno bisogno dell'ideale di un bambino “buono” e ne negano la componente abusativa e violenta. Il ragionamento che si snoda nelle loro menti è lineare e disarmante: “I preti buoni vengono amati, io invece non sono stato amato e quindi sono un prete cattivo”.

Sovente il bimbo ritiene il comportamento sessuale l'unico mezzo utile per una comunicazione affettiva e relazionale con il prete, e dà luogo all'abuso. Inutili gli ammonimenti con cui le gerarchie ecclesiastiche tentano opere di prevenzione (“Non accettare caramelle dai bimbi sconosciuti”). I preti sottoposti a esperienze coercitive dimostrano in genere una grande fragilità e diffidenza, e una paura eccessiva degli altri preti. Anche quando da un punto di vista giuridico si configura per le vittime la possibilità di risarcimento (intere comunità infantili costrette a farvi fronte dichiarano ogni giorno bancarotta), tali risarcimenti non bastano a pagare anni di psicoterapie.

Molti preti che subiscono l'abuso sessuale in un contesto di gioco non avvertono un trauma reale, grazie come detto a meccanismi difensivi difficili da aggirare. Esistono vari test indicatori d'abuso, utili a cogliere la verità senza traumatizzare il prete. Eccone alcuni:

  • il gioco con bambole o bambolotti, nei quali siano riprodotti in dettaglio collari sacerdotali, paramenti sacri e tonache religiose; spesso l'elaborazione fantastica, la chiarezza semantica, il livello di coerenza delle dichiarazioni e una conoscenza della psiche infantile inadeguata per l'età, aiutano ad individuare i casi più nascosti.
  • analisi mediche e di laboratorio (test del Muco, delle Caccole e della Sporcizia infantile), che dovrebbero essere condotti con cautela al fine di evitare esperienze intrusive.
  • analisi comportamentali ed emotive, che possano rilevare disturbi del sonno e dell'alimentazione, depressioni, paure, erotizzazione dei comportamenti, disinteresse per le attività religiose.


La letteratura scientifica dimostra che il primo passo da percorrere con il prete è cercare di fargli capire che ciò che ha vissuto non coincide con le "normali" esperienze che un soggetto della sua età di solito vive.

Sarebbe sbagliato assumere un atteggiamento ottusamente critico nei confronti di ogni fascia di età infantile. Il mondo è pieno di bimbi innocenti ed equilibrati, che in questo momento sono impegnati solo a giocare. Per colpa di alcune mele marce non si può gettare tutta la cesta nella pattumiera. E occorre sopra ogni cosa aiutare le vittime. Che se ancora c'è al giorno d'oggi un prete che riesce a scappar via battendo in velocità il sinite parvulos, cioè quei sciagurati regazzini animati dal tristo sentimento della pretofilia, il pover'uomo merita tutta la comprensione di cui siamo capaci noi scampati.

martedì 30 ottobre 2018

Nobbadi laix Saputelly


















Il digitale ha ucciso il cartaceo. Prendi ad esempio il porno vintage, nella persona della Donnanuda di cellulosa: il porno a legna. Che giustamente per delle seghe era ottimo.
Il virtuale ha massacrato il reale. I cellulari hanno ripreso ogni evento, ogni posto, ogni cosa. Non gli resta che riprendersi tra loro, partorendo celerini arrabbiatissimi che per il bene reciproco se le diano di santa ragione.

Quella che mi accingo a raccontarti, bambino, è una favola dei nostri giorni. E le favole dei nostri giorni, come quelle dei giorni più remoti, ti fanno addormentare con un semino nella testa. Germoglierà domani, facendoti più inquieto e attento; in altre parole, adulto.

La favola dei saputelli è il miglior esempio dello scempio di un ecosistema. Di quanto possano devastare un territorio vergine una specie aliena che entra in concorrenza con gli autoctoni, obbligandoli a spostarsi. Sterminandoli, addirittura.

I saputelli comparvero nel web fin dalla sua nascita. Ma è sul finire del XX secolo che la loro diffusione risultò fuori controllo.

Nel web i saputelli trovarono condizioni favorevoli: anonimato, inviolabilità fisica, spazi e temi virtualmente infiniti. Nessun osservatore all'inizio era allarmato. Notoriamente inabili alla riproduzione, si pensò a fenomeni isolati. Era divertente osservarli, sulle prime. Come nelle aule scolastiche, essi iniziarono a dispensare suggerimenti e consigli non richiesti. Iniziarono a primeggiare per le loro nozioni, nonostante i propri rachitismi. Pinguedini, verginità, basse stature e calvizie incipienti erano palpabili anche da dietro il cristallo liquido. Nel dosaggio di maiuscole e minuscole qualcosa ne svelava la voglia di rivalsa.
Poveri quelli che capitavano su un sito alla ricerca di consigli! “Quale sarà lo schermo migliore?” “Quale frigorifero consumerà di meno?” “Quale lavatrice durerà di più?”. Il saputello lo sa, o finge di saperlo. Ma non lo dice. Ti deride per come formatti la tua richiesta, per come sbagli sezione, per la facilità con cui vai off topic. Per lui tu sei un newbie, un incompetente. Finalmente, più inetto di lui. Sorvola sul tuo bisogno di informazioni, e ne ride. Sa tutto di te; anzi, lo sa meglio. Come si scattano le tue foto, come si educano i tuoi figli, come conviene porsi coi tuoi colleghi. Si esprime per sigle, ama gli acronimi. È il giocatore più molesto di una partita a Trivial Pursuit. L'etere lo carica a mille, la virtualità lo rende invincibile. Colpisce impunito, più persone alla volta. Si apposta sui social network mimetizzato da amico e attende passi falsi da puntualizzare. Gli scontri più sanguinolenti avvenivano sui tecnicismi. Se chiedevi un parere su un bios, su una scheda madre, sulla velocità di rotazione di un hard disk, eri spacciato. Sapevano apparire competenti, rivelando della loro pretesa competenza solo rari barlumi.

I primi testimoni sorridevano, respirando l'aria giovanile di mille cancellinate sulle fronti degli impudenti, e i vapori di gesso che ne esalavano. Ma i lanciatori non miravano. I cancellini non partivano. Rapidamente i saputelli si spostarono, dalle aule scolastiche, dagli uffici, dalle strade, dai raduni. Lesto fu il passaparola. Nelle palestre riposero i loro lievi manubri sulle rastrelliere, e partirono in una delle più fulminee e devastanti migrazioni che la storia ricordi.
Impararono l'arte del celare la conoscenza, ostentandola come un maglio pronto a calare sulle schiene degli sprovveduti. Inventarono la scienza di tirare le somme sorvolando sulla mancanza di tutti gli addendi. La conquista dell'autorevolezza in cambio di quattro nozioni snocciolate con reticenza. Al saputello furono perdonate le gobbe e fu concessa la fiducia. Divennero infallibili, e nessuno si preoccupò di smascherarli finché il loro numero era esiguo. Assunsero un'aura sacerdotale, e dubitarne divenne eresia. Erano irraggiungibili. Se tu desideravi triturarne le carni, schiacciargli la testa sotto un macigno o affumicarli lentamente con accendini monouso, ti scontravi subito con la loro impalpabilità. Quegli esseri filiformi, ridotti a un silenzio impaurito per ere geologiche, avevano alzato il capo. E non v'era modo di decollarglielo.

Vana era l'evidenza. Le nozioni dei saputelli sono parziali, incomplete. Praticamente inutilizzabili, se non per impressionare l'interlocutore. Capire la dimostrazione di un teorema di geometria e saperla esporre senza saltarne i passaggi, cogliere la sintassi di una versione di latino, ti porta a diffidare della fobia per le scie chimiche. Ma come usare questa consapevolezza, senza permettere al saputello di far leva sulle tue debolezze?

Commissioni di studiosi si riunirono ad analizzare il caso. Il problema, convennero, è che il bullo, nemico naturale del saputello, nulla poteva, se ostracizzato dalla realtà fisica. L'universo era contaminato, e la minaccia si espandeva. L'estinzione del buon senso era alle porte. I saputelli imperversavano, commentando saccentemente perfino le tavole rotonde che li volevano distrutti. Dileggiavano gli scienziati. Fu una fortuna. Le persone perbene esitano, di fronte alle soluzioni finali. Quelle celie, quelle facezie diedero nuova linfa alle ricerche. I laboratori si mobilitarono. L'ingegneria genetica sfornò il suo migliore capolavoro. Il Troll.

Da un'idea della mitologia celtica, si conferì al bullo in carne e ossa una fisicità virtuale. Il bullo archetipico venne privato di ogni residuo d'intelligenza. La sua refrattarietà alle obiezioni, pertinenti e impertinenti, era totale. La velocità nella digitazione, leggendaria.
I primi esemplari di Troll vennero testati in rete nei primi giorni del nuovo Millennio. Il successo fu strepitoso. I saputelli sgomenti venivano sconfitti dal pensiero laterale con cui i Troll scartavano obiezioni e contrattacchi dettati dalla logica. Le argomentazioni venivano sorvolate. Comportamenti fuori etichetta ne falcidiavano a centinaia.
Chi non simpatizzava per il fiero cipiglio di codesti buffi animaletti? Uno dei più chiari intellettuali dell'epoca si produsse nel noto saggio “Elogio del Troll”, in cui si attribuiva l'esaltazione del saputello a una poetica risorgimentale ormai superata, rilevando come l'allegra anarchia del Troll fosse la base del dubbio e del metodo scientifico con cui ogni mente sana doveva affrontare il nuovo millennio.
Presto però ci si rese conto che la rimozione di ogni intelligenza rendeva il Troll incontrollabile. Si rivolgeva all'utente normale come al saputello colla stessa brama di sterminio. Celebre l'esperimento del Burraco On-line, in una partita fra saputello, Troll e due ricercatori spacciatisi per giocatori comuni. Il primo a farsi avanti fu il saputello, che contestò al suo partner (uno dei due ricercatori) la convenienza di scartare un 6 di picche che gli sarebbe valso una scala a incastro col 5 e il 7 in suo possesso. Prima che il ricercatore potesse obiettare di non poter avere idea delle carte del compagno, visto che le regole del gioco le volevano vicendevolmente coperte, fu il Troll che con una velocità orripilante sovraimpresse nella chat “nobbadi laix saputelly”. Ora, è noto che il saputello tiene fra le onte più ignobili quella di essere tacciato di saputellismo, in una strana procedura ricorsiva. Mentre il saputello indignato iniziava a contestare un uso improvvido della lingua inglese, il Troll iniziò a vomitare alcune fra le più bieche offese dialettali del globo terracqueo. Il saputello decise allora di sfidare il Troll sul suo stesso campo, sfoggiando le sue migliori parolacce. Fu un suicidio. Gli insulti fanciulleschi che utilizzava erano istantaneamente surclassati dalle orribili maledizioni vomitate dal troll. Data la mala parata il saputello ripiegò sul dileggio, chiedendo al Troll che studi avesse mai fatto nella vita. A questo punto, il più debole di stomaco dei due ricercatori supplicò le due cavie di recedere, attirandosi le ire di entrambi.

Questo, era il problema. La scienza aveva coniato una nuova minaccia, anch'essa mortale. Il progetto di introdurre un'altra specie invasiva si rivelò un completo fallimento. Così come i saputelli si moltiplicavano per l'assenza dei loro naturali predatori, i Troll non facevano distinzioni tra le prede designate e le altre; e iniziarono a fare stragi di utenti comuni, del tutto privi di difese. Per non parlare, abusando di preterizioni, dei danni occorsi ai proprietari di piattaforme online, server, compagnie di telefonia e provider di ogni sorta di servizio, che videro decimati i loro proventi. Il consumo indiscriminato di risorse da parte di una minima parte di utenti, unito alla naturale erosione dei terreni, contribuì alla desertificazione irreversibile di vaste aree del World Wide Web.
La favoletta morale - edificante come poche - che ti ho appena narrato; cosa edifica?
Il fatto che la natura non può essere controllata, o almeno non coi pochi mezzi di cui disponiamo al giorno d'oggi. A volte la cura può essere peggiore del problema, e l'uomo dovrebbe smettersela una buona volta di giocare con l'ambiente.

domenica 30 settembre 2018

L'uomo schizoide del XXI secolo



Alla fine degli anni '10 il 56% della popolazione non sapeva leggere né scrivere su carta, Internet esisteva solo da una ventina di anni e la stragrande maggioranza di case, negozi e città usava ancora l'ADSL. La fibra c'era solo nelle città più grandi, stazioni e aeroporti erano quasi completamente vuoti, mentre autobus e metropolitane erano stipate fino all'inverosimile. Fare viaggi fisici e non virtuali era retaggio di pochi ricchi, o di fasce del sottoproletariato disposte a indebitarsi per generazioni pur di trarne selfie da pubblicare online. Il teletrasporto non esisteva, le auto elettriche erano considerate un capriccio che non avrebbe mai sostituito il motore a scoppio. La società era divisa in classi sociali invalicabili: i Connessi e i Non Connessi. La Globalizzazione si estendeva su Frosinone, Cinisello Balsamo, Bitonto, Voghera, Battipaglia, Scandicci. Posti in cui la popolazione era lontana dalla cultura e dalla mentalità dei social network, vuoi per calcolo, vuoi per mancanza di campo. Gli abitanti di quelle zone venivano considerati dai Connessi degli outsider, incompetenti e nullafacenti. Essi detenevano la leadership nelle grandi città, mentre i Non Connessi vivevano in pace e laboriosi sulle montagne più alte e nelle coste meno turistiche.

Da anni era palpabile una tensione permanente fra Connessi e Non.  Il conflitto si accentuò per i flussi migratori dei lavoratori e dei fuori sede, e finalmente esplose.

Il 28 giugno 2022, di fronte al “Ma anche no” di una ragazza che corteggiava, un giovane di etnia ciociara impazzito dal dolore si apposta negli studi televisivi di Cologno Monzese, e al termine delle registrazioni uccide il comico televisivo che aveva creato quello e altri slogan di successo, subito divulgati dalla Rete.

È la Guerra, quella Grossa. Ci si divide in interventisti, neutralisti e non interventisti. Gli scontri sono sanguinosi, ci si accusa a vicenda tra familiari e vicini. Scattano presto le alleanze: sotto la guida degli utenti di Linkedin, vera e propria intelligencija per tutto il conflitto, si mettono quelli di Facebook e Instagram, nonché i seguaci dei maggiori programmi d'intrattenimento e in generale dei canali televisivi a diffusione nazionale. Nel fronte opposto i reietti, i tagliati fuori, quelli che per impossibilità o per scelta ponderata non hanno saputo integrarsi. Uno schieramento più vasto, ma difficile da organizzare. Per gli scontri si pronostica una durata breve. I Connessi optano per manovre rapide e travolgenti (la Guerra-lampo), destinate a sfondare le eterogenee linee nemiche nei punti più deboli, per poi procedere all'accerchiamento e alla distruzione delle unità isolate senza dare la possibilità di reagire. Uno sforzo minimo, per il massimo risultato. I Non Connessi mancano infatti della prerogativa più importante: una lingua comune. Di diversa etnia e provenienza varia, all'inizio restano frastornati dalla propaganda nemica, criptata spesso in codici complicati (“Quoto”, “Apericena”, “Renzusconi”), e arretrano perdendo posizioni. Ma poi si attestano sulle roccaforti naturali di provenienza, mai raggiunte da alcun segnale; e da lì si trincerano in un'estenuante guerra di posizione. Gli eserciti si fronteggiano per mesi, i mesi diventano anni. Nel frattempo i Non Connessi si organizzano in contro-slogan (“Ciaonarcazzo”, “Adoro vuole il complemento oggetto: dateglielo, stronzi”), e sembrano rispondere all'offensiva colpo su colpo.

I Connessi danno il meglio di sé. Dallo stato maggiore agli avamposti più avanzati. Piovono, anche sulle popolazioni civili, i “Tanta roba”, i ”Fa riderissimo”, i “No ma falle due gocce”. Applicano suffissi, sembra che ogni parola debba terminare con -errimo. Il sangue dalle orecchie scorre a fiumi. In questo periodo, nero per l'umanità, si diffonde negli eserciti un clima di sfiducia. Nelle menti dei soldati dell'uno e dell'altro schieramento v'è la paura di essere uccisi, e il rifiuto di uccidere. Le fughe e le diserzioni sono all'ordine del giorno, per non parlare di fraternizzazioni con il nemico e automutilazioni delle orecchie per non andare al fronte. Crescono disperazione e malcontento. Tutte le popolazioni, anche quelle lontane dai campi di battaglia, subiscono fame, privazioni e carestie. Scoppiano scioperi e scontri di piazza. Il papa chiede la fine dei combattimenti, e invita i guerrafondai a rinunciare ai loro interessi in favore di quelli generali dell'Umanità; con suo grande stupore non viene ascoltato.

“Tornerete prima che dagli alberi cadano le foglie”, avevano promesso i generali alle truppe in quel Giugno fatidico. Troppi Giugni si susseguono. Spogli di foglie, fiori e frutti. Fioriscono nuove correnti artistiche e generi letterari. La Grossa Guerra dà linfa nuova. Pittori e letterati dai loro alberi autunnali scrivono le pagine più ispirate dei loro poemi.

Ma la minaccia di essere messi nella friend-zone dà vigore ai Non Connessi, nonostante i Connessi nei cinegiornali di regime si dicano Sul pezzo. Di fronte al nemico che fa le virgolette con le dita il Non Connesso ribatte colpo su colpo. Taglia fibre ottiche. Oscura campi elettromagnetici. Produce interferenze. Sovraccarica impianti elettrici. Nulla possono gli “E i marò?” e la Resilienza del nemico. I Non Connessi sono in soprannumero, destinati a vincere.

Ciononostante non c'è vincitore, ma solo sconfitti. Le vittime si contano a milioni, e a molti più i feriti. Vengono fatti i primi studi sul disturbo post traumatico da stress. Il reinserimento dei superstiti e dei reduci, gravemente segnati e menomati a vita, è lento e doloroso, e mai definitivo. Il mondo ne esce profondamente mutato.

L'11 Novembre viene firmato l'armistizio, chiudendo così quella che da allora chiamiamo la Grossa Guerra. I comandanti delle milizie dei Connessi, rovinati da una guerra dichiarata troppo in fretta, sono processati e condannati. Spesso alla  disconnessione a vita. Molti scelgono il suicidio prima della lettura della sentenza. I superstiti devono firmare un elenco di 14 punti, fra i quali si sancisce il divieto a Perplimersi e a Lovvare chicchessia. Il linguaggio, si scrive, deve nascere spontaneamente e con lentezza, diffondendosi dal basso e senza mai arrivare in alto del tutto. Come nel passato era stato mutuato il gergo delle sottoculture, traendo i Na cifra, Sto a ròta, Intripparsi, Sballare, Schizzato, Sto a svortà, dallo slang dei tossicodipendenti, ma in un processo lungo decenni. E mai più partire e imporsi dall'alto dei tormentoni di qualche personaggio televisivo, in modo acritico e repentino, subito pubblicati su bacheche accessibili alle menti più indifese. Per l'Umanità, davvero un Buongiornissimo.

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