venerdì 15 luglio 2011

Bah

Insomma, 




, ecco quello che volevo dire.


domenica 26 giugno 2011

Guida alla calvizie per principianti.

Adesso che finalmente siamo giovani, dobbiamo stare tutti attenti alla fine che possono farci i capelli.

I capelli sono un fenomeno irripetibile. Essi avvengono una sola volta nella vita – tralasciando quelli che si disegnano certi brutti ceffi coi Carioca, poiché è chiaro che così non vale.


Insomma, quello che voglio dire è che nei prossimi minuti ti farò da guida nei meandri della Calvizie. Che è una cosa che ha delle meccaniche complesse, quanto a conseguenze teorico-pratiche. Per evitarti di travisare, soffrire, sperimentare, ti elenco un piccolo alfabeto di trucchi. Ventuno lettere di un autentico alfabeto, italiano al 100%, con cui far fronte all'incoming alopecia. Se vuoi puoi ritagliarti la parte di monitor che ti colpisce di più, e attaccartela colle calamite sul frigorifero. Oppure ricavare dal cristallo liquido un concentrato di succhi preziosi. Specie in stagioni torride come questa, nelle quali è a rischio disidratazione il vecchiodimmerda che sembri esser tu, stante la tua calvizie presente o futura.




A) Essere calvi è una cosa che avvicina alla morte. Avere la forma del teschio così all'infuori ricorda a te e agli altri come ci si polverizzi facile, a una certa. Dev'esser questo a provocare tutte quelle esplosioni di ilarità al riguardo.

B) Per conseguire una calvizie soddisfacente, tu devi accorgerti che stai perdendo i capelli solo per ultimo. Vuoi per incuria, vuoi per sbadataggine (mi riferisco a quelle del Tuo dio, che come vedi dalla parziale majuscola io rispetto; non come faccio col mio, e non solo per la sua dispettosa indole depilante). Perché che tu li stessi perdendo era chiaro da un pezzo.
Tutti devono accorgersene, tranne te. All'improvviso perdi la capacità di leggere indizi semplicissimi quali:


- risolini alle spalle
- essere chiamato con nomi di noti calvi
- lo scarico che si intasa ogni tre docce
- colori nuovi che ti compaiono nel sottobosco dei bulbi piliferi.

C) Ogni volta in cui ti trovi in mezzo alla gente, sull'autobus, a una lezione universitaria, la proporzione tra te e i non-calvi ti deve scioccare. Conseguentemente, ti devi percepire come l'essere più sfortunato e infelice della terra.

D) Devi sentirti morire ogni volta che si parli di pettini, di phon, di shampooing, di doppie punte, piastre, colpi di sole, permanenti. Certe volte ti scoprirai ad attraversare la strada solo per evitare di passar sotto all'insegna di un parrucchiere.
Solo dopo un sacco di tempo inizierai a crocifiggere il tuo prossimo con gragnuole di battute autoironiche sulla tua condizione di calvo, uscendone in modo se possibile ancor più patetico.

E) Dopo un transitorio iniziale, preso atto della tragedia imminente, puoi provare a pettinarti i capelli all'indietro, se hai iniziato a cimentarti con la chierica. O sfoggiare frangette fraticensi, se invece il tuo problema è che ti fai di giorno in giorno più sfrontato.

F) Se sei pazzo, puoi scegliere di farti Calvo da Riporto. Regalando ai tuoi intimi la tua assurdità di quando esci dal mare o dalla doccia. Acquisirai in compenso l'istantaneità chiropratica di generarti sulla testa situazioni tricologiche partendo da materiali pressoché nulli ma infinitamente lunghi.

G) Molto, molto meglio il buon vecchio tana libera tutti, e far tabula rasa.


H) La prima rasatura può rivelarsi la più memorabile. Ti ricorderai tutto, di lei. Quando. Dove. Con chi. Sessei 1 tipo che sta allo scherzo, sperimenterai tra varie alternative buffe. Puoi raderti solo sopra, e vedere l'effetto che farai tra quei 5 min. che ti mancano per divenire 1 vero calvo. Altrimenti, se sei un tipo vintage, ti radi ai lati lasciandoti la striscia di Mr. T sopra, e fai le facce incazzose allo specchio.

I) Se invece sei un filodrammatico, devi farti rasare da terze persone. Un amico, un parente, la fidanzata. Chinerai la testa sul lavandino. In questo caso, è bene che tu sappia che rialzandoti la tua vita non sarà più la stessa. Per la prima volta scorgerai nel tuo specchio lo sconosciuto con cui convivrai per il resto dei tuoi giorni. Scoprirai quanto determinante sia una qualsivoglia chioma, ai fini di una corretta fisiognomica. Senza una chioma, infatti, a qualificarti non rimangono che un pugno di miseri lineamenti.

L) La prima notte il cuscino sarà di un fresco sorprendente. Quindi temerai per i rigori invernali cui le tue nuove nudità saranno sottoposte. Scoprirai che tra calotta cragnica e cuoio scapelluto ci sono pochissimi sensori termici, tipo si sente molto più freddo sul naso o sulle recchie. O magari sono io che ho una vita cerebrotermica così incalzante da non risentire delle temperature più fredde. In ogni caso, conoscendoti, buona fortuna.

M) Ben presto ti attaccherai morbosamente a qualsiasi villosità facciale. Ti accorgerai per la prima volta di quanto importanti siano ciglia e sopracciglia. Per mitigare il tuo fresco anonimato proverai coi baffi, col pizzetto. Sarai tentato dalla barba che parte all'improvviso da dietro le orecchie. Ma poi lascerai perdere per l'inconcludenza di una soluzione tanto sbilanciata e asimmetrica.
Due consigli. Occhio a quando ti radi di fretta. Se ti asporti senza volerlo un baffo o pezzo di pizzo dovrai far piazza pulita di tutto, e sarà come uscire di casa colla faccia coperta di bianchetto. Attenzione anche alla penuria di accendini. Le sigarette accese sul fornello diverranno fonte dei più grandi dispiaceri, segnalandoti l'errore attraverso la puzza di pollo bruciato che emanerai.

N) Se tutto questo ti capita entro il 1995, automaticamente sarai per tutti un fascista. Le vecchiette di paese si commuoveranno al tuo arrivo, riandando a quando erano giovani. Scorgerai nelle loro gengive scoperte un salivoso desiderio di baciare.

O) Tutti diranno “Beato te, risparmerai 1 casino di parrucchiere”. Ma tu saprai il costo di lamette e schiume da barba quasi quotidiane, oltre al tempo perso e al sangue versato inutilmente in sacrificio per voi e per tutti in remissione dei peccati.

P) Quando ti esponi ai primi soli, c'è un posto nuovo su cui spellarti.

Q) Chi è fissato per l'olio toscano, chi dice che quello pugliese è troppo forte; chi apprezza il ligure o il siciliano. Fatto sta che anche tu ne diverrai un grosso produttore. Depositerai sui cuscini ove dormirai il tuo olio cranico in dosi imbarazzanti per ogni donna che avrà avuto il fegato di coricarsi con 1 autentico calvo quale sei tu.

R) Già, ogni donna. Se tu che leggi tanto coinvolta sei donna, allora è un bel guajo. Per i maschi, l'alopecia può rivelarsi in fin dei conti una spiritosa avventura. Ma per te - e solo te, donna - è 1 autentica sciagura. Sei rarissima, per non dire unica. E non in modi che possano essere interessanti. Sei vittima di un atroce scherzo del Destino, chiamiamolo così quel furtivo Majale. Ma non preoccuparti. Fra pochissimi, secoli l'alopecia sarà comune nelle donne quanto negli uomini. Porta pazienza ancora un po'.

S) Sei uno sportivo? Scoprirai una funzione che non avresti mai ipotizzato in un banale cosmetico quale I Capelli. Essi, assieme a ciglia e sopracciglia, sono indispensabili a trattenere il sudore. Il quale, in loro assenza, trova subitissimo la strada diretta per arrossarti gli occhi come un uomo-lupo o un donna-lupo, se hai avuto in sorte la disgrazia suprema di confluire nel punto R)

T) Sulle prime, indosserai un cappello. Potrai uscire scalzo, o anche nudo; ma mai senza cappello. Sei un tipo giacca & cravatta? diventerai un tipo giacca, cravatta & cappello. In genere di quelli da baseball, con visiera, perché la cosa che più ti mancherà è nasconderti lo sguardo sotto qualcosa.

U) Percepirai l'esistenza di un nuovo parametro. L'estetica della testa. In questo frangente potresti scoprire che la tua testa presenta scalini, bozzi o bitorzoli d'ogni genere. Buona fortuna.

V) Niente più sigarette sull'orecchio. Cascano.

Z) Se per caso è il 2006 e si svolgono i Mondiali di Francia, molti vorranno prenderti la testa tra le mani e baciartela come Laurent Blanc faceva con Fabien Barthez.


Insomma, se ti organizzi un minimo, con le delizie della calvizie c'è da divertirsi.
Ma non per te.

domenica 19 giugno 2011

Travolto da un solito Destino.

Sappiamo bene, io e te, chi sia Also Starring.

Sappiamo bene, tu e io, chi sia stato Also Starring.

E tutti sanno cosa Also Starring sarà per sempre, e cosa significherà per tutti in ogni luogo.

Perché chiunque, da ogni parte, è stato raggiunto dalle note galoppanti del Destino, alla cui sella c'era Also Starring.
La musica dei Fate Ride.

Se cerchi su qualsiasi Wikipedia, sprovveduto che sei, troverai che vi era un tempo in cui Also Starring si guadagnava da vivere con le sue apparizioni nei telefilm, raggiungendo il successo nei '70/ '80 con cameo ne La casa nella prateria o in Charlie's Angels. La sua stella si opacizzò negli '80/'90 con le ultime fugaci comparse in Beverly Hills 90210 e Baywatch.

Ma non è questo che lo consegnò all'Eternità. La sua storia cambiò per eventi che né io né te possiamo immaginare. Eventi che ciononostante ora ti racconto.

~~~

Also Starring trascorreva le sue giornate facendo la spola tra casa sua e gli Studios. Non aveva la patente, Also Starring odiava guidare, guidare lo portava a discutere con gli automobilisti e discutere con gli automobilisti lo portava ad arrabbiarsi. Also Starring detesteva arrabbiarsi, poiché in quei frangenti doveva ammettere a sé stesso di non sapersi emotivamente gestire.
Quindi scartata la bicicletta (troppo faticosa), la motocicletta (troppi motociclisti) e il teletrasporto (troppo impossibile), non restava che l'autobus. Il 66/, il Sessantasei Barrato, come innumerevoli locali sparsi dappertutto continuano a ricordare.

Ad Also Starring piaceva quell'autobus. Sopra c'erano più che altro stranieri, che parlavano appena un po' troppo a lungo e un po' troppo forte al cellulare, ma per il resto si facevano gli affari loro. Ad Also Starring non piaceva che qualcuno si facesse i suoi affari, e le intersezioni fra i suoi affari e quelli degli stranieri erano ben poche.
Quindi ad Also Starring piaceva quell'autobus. Il Sessantasei Barrato.

Anche perché quel numero, il sessantasei, era alquanto satanico. Mancava, è vero, il terzo sei. Ma a quello pensava la barra, quello slash che chiudeva la triade in maniera, così gli pareva,
più strafottente e meno banale.

Perché Also Starring compariva sorridente, sempre sorridente, nelle sigle di testa di quei telefilm. Ma dentro qualcosa gli rodeva. Gli rodeva sempre dentro qualcosa, ad Also Starring. Egli era, internamente, un tenebroso. Molto più tenebroso di quanto paresse da fuori. Ma nessuno lo sapeva, nessuno se ne accorgeva, perché Also Starring continuava a sorridere dalle sigle dei telefilm.

Quel qualcosa che dentro gli rodeva si fermò per un istante quando un giorno, varcando le porte idrauliche dell'ennesimo 66/, sentì una voce che sbatteva su un cellulare più forte delle altre. E non in un'altra lingua. Quela lingua era familiare, la stessa con cui si esprimeva Also Starring.

Era estate. Attaccata a quella voce c'era, non si vedeva bene cosa.
Ma attaccata a quella cosa c'erano delle gambe, le più splendide gambe nude che Also Starring avesse mai visto. Fu allora che iniziò, senza saperlo, a cavalcarlo, il Destino. Fu allora che il Destino iniziò a disarcionarlo.

Quelle gambe erano una vera e propria malattia, per Also Starring. Coprivano le urla, perché di urla iniziava a trattarsi, che la ragazza vomitava nella lingua di Also Starring sul microfono del suo cellulare. Urla che riguardavano Polizie da chiamare e roba non specificata da rivendicare, in una contraddizione che l'inconscio di Also Starring non mancò di registrare.

Ma la nudità di quelle gambe copriva tutto il resto.

Gambe lunghe, forse un po' magre, ma di proporzioni perfette. Chiara la carnagione, i polpacci affusolati, il quadricipite che spiccava discreto dalle ginocchia. Quelle gambe lasciavano presagire ciò che Ida Squall effettivamente era, una ragazza dalla folta e ampia chioma nera, da cui spiccavano grandi occhi da cerbiatta, seni e naso appuntiti, alla francese. Quello strillar di droghe non negava la delicatezza dell'insieme, anzi lo rendeva, come dire, temerario.

Also Starring rimase incantato sul livello più superficiale del suo campionario a godersi la visione. A scoltare quella musica. Ma ben presto si rese conto che non avrebbe mai potuto smettere di farlo, mai potuto perderla, privandosi della visione di quelle gambe. Tutto il resto, parrucche, sise e nasini mangiarane, servivano solo a rmonizzare, a non negare.

Perché quelle gambe potessero esser sue, lui se ne doveva impossessare. C'era tutta una trafila, da seguire.
Ecco perché si offerse di occuparsi del caso, mentre la sciagurata continuava ad imprecare alla morte della batteria del cellulare la morte di quello spacciatore, porgendole il suo, incassando un brusco “No, non fa niente”, e imparando un nome, quel nome, che sarebbe stato l'armatura tonale su cui avrebbe incastonato il suo dolore, la sua Musica.

Ida Squall entrò così nella sua vita. Da allora i telefilm, che fino a llora gli avevano garantito notorietà e agi che pure mai gli erano dispiaciuti, iniziarono a dimenticarlo. Non che avessero potuto fare altrimenti: l'agente di Also Starring alla fine non seppe più inventare nuove scuse per giustificare i ritardi, le svogliatezze e le assenze dal set del suo cliente, così basta. Also Starring uscì di scena.

Ad Also Starring ciò non dispiaceva. Aveva messo da parte un gruzzolo discreto, e ora poteva finalmente starsene un po' con quelle gambe. Adesso, le sue gambe. E, perché no, anche con Ida Squall, che vi era su continuamente appiccicata.

Lei era carina, all'inizio. Tutte quelle gentilezze, quelle attenzioni che Also le dedicava, erano cose che le asperità del suo carattere le avevano stornato da un bel po'. Quindi si amavano. Si possedevano. Furoreggiavano. Also consumava quegli amplessi sapendo che erano l'iter necessario per continuare ad accostarsi a quelle gambe. Penetrava e solleticava, assaggiava e accarezzava le cose che sapeva di dover penetrare e solleticare, assaggiare e accarezzare. Ma se c'eri e stavi attento, potevi vedere la sua pinna di pescecane spiraleggiare sempre attorno a quelle gambe. Solo alle gambe. Era uno squalo, un vero e proprio squalo. Uno saggio, però. Sapeva calcolare con rigore i tempi da dedicare alla periferia di quelle gambe (perché tale era il resto, per quanto non malvagio fosse; Also lo trovava, se permetti il gioco di parole, perfino squallido se paragonato a quelle gambe). La passione non gli ottenebrava il calcolo, aveva capito che non poteva rischiare di perdere l'oggetto della sua ossessione per una stupida dimenticanza di qualcosa.

Nel frattempo però, quella periferia lo circondava, avviluppandolo. Lei si stabilì nella casa di lui. Gli prendeva le misure, apprendeva la sua storia, individuava debolezze. Per meglio possederlo, quello sventurato che si credeva calcolatore. Fagocitarlo, renderlo dipendente com'è in realtà l'animale che si crede indispensabile al suo parassita. Lui si credeva attinia, ma quel buffo pesciolino che si vedeva girare attorno non era il docile pagliaccetto striato che credeva. Era lei, piuttosto, il vero squalo. E lui, la paranza con cui il vero squalo ai primi appetiti avrebbe antipasteggiato.

Un giorno Ida Squall, consumato l'ennesimo amplesso, nel conseguente languore in cui finalmente Also ne adorava silenzioso le gambe, se ne uscì con alcuni rimandi ai suoi trascorsi sessuali. C'era un tempo, arrivava lontanissimo a orecchie felpate dall'orgasmo, in cui dietro le piaceva molto di più, non disdegnava inghiottire, e aveva avuto vari rapporti con due maschi insieme.

Qualcosa arrivò, di tutto il discorso, ai timpani smorzati di Also. Dietro. Inghiottire. Due maschi insieme.
 
Quel qualcosa turbò Also, che dapprima non si accorse, poi se ne ascoltò l'eco, e poi razionalizzò.

Due maschi insieme. Varie volte.

Che vuol dire, “Varie”? varie nel numero? nella quantità? o piuttosto, maledizione! nella qualità?
Chi era lui, iniziò a domandarsi, cosa mai poteva diventare, per far fronte a una minaccia tale?

Lui, solo, era uno. Quegli altri, chiunque fossero, comunque li rivoltasse, erano sempre due. La semplice disequazione 2>1 era perentoria, in qualunque modo la si rigirasse. 2>1. Ah, beata ignoranza delle leggi matematiche. Anche portando a primo membro l'uno, cambiandolo di segno, si otteneva 2-1>0, e tutti sanno che pur semplificando un +1 di quel turpe paio col -1 suo, sarebbe stato sempre l'altro 1 maggiore di quel 0 che di lui restava.

2>1. 1>0. Insopportabile.

Poi pensava, intollerabile! che quei 2 potevano essersi dedicati alle gambe. Una ciascuno, di quelle gambe. Adorandole in parallelo, quegli sciocchi maldestri, quando lui non poteva che darsi a una per volta, cosa che puntualmente lo turbava per lo spreco temporaneo dell'altra. Magari colla stessa noncuranza con cui consideravano qualsiasi altra parte della ridondante periferia che per Also non era che un consunto dovere. Schifo, dolore, rabbia rivoltavano Also come un guanto. Lo investivano, lo percuotevano da ogni parte. Lo travolgevano. Fu travolto e pestato dai pesanti zoccoli del Fato.

Fu allora che per la prima volta seppe della Cavalcata che lo avrebbe percorso, e del Cavaliere che lo avrebbe disarcionato.
La Galoppata del Destino. La Cavalcata Fatale. The Fate Ride. Quante migliaja si saranno dimenati sulle note dei Fate Ride, senza sapere donde quelle note venissero? Quanti freak si sono sentiti rappresentati dalla loro hit, l'eterna Fuck-Simile, immaginandosi cantati nelle loro diversità e fottuto finalmente il simile, l'omologato? Quanti infine non hanno mai saputo che quel titolo fosse invece la richiesta di un sesso più consueto, meno concorrenziale col povero cantore che urlava solamente FOTTI COME TUTTI, MALEDETTA TU E LA TUA VOGLIA DI TRASGREDIRE.
~~~

Ida Squall, da sempre refrattaria a qualsiasi amico,
parente o iniziativa potesse distrarre il povero Also dal dedicarle attenzioni, ne aveva stranamente permesso gli sviluppi musicali. Fiutandone presto il talento, la scellerata ben sapeva che, oltre all'adorazione del suo cantore personale, presto avrebbe avuto per sé quella delle masse, nelle sue prossime qualità di musa ispiratrice di tanto fervore creativo.
E a Ida Squall l'essere oggetto di attenzioni non bastava mai.

Also Starring nel frattempo – ricordi che numero satanico portasse il suo autobus favorito? - si era lasciato crescere le borchie e il cuoio del metallaro, le strisce giallonere che nell'ape e nella vespa devono dissuadere il potenziale predatore da carni velenose.

Era tornato a percorrere lunghe tratte sul suo 66/. Tu dirai, a che pro se non lavorava più coi telefilm? Il fatto è che, stranamente, solo durante quei tragitti dove tutto era iniziato riusciva a llontanarsi fisicamente e mentalmente da quelle gambe. In quei frangenti egli programmava l'attività dei futuri Fate Ride in ogni minimo dettaglio. Il look. I testi. Le parti degli arrangiamenti. Ciò che avrebbe detto nelle interviste, che come uno scacchista immaginava in decine e decine di bivii dialettici, riuscendo sempre a stupire i suoi
interlocutori immaginari.

Certe volte si compiaceva, quando arrivava a percorrere realmente gli snodi che che prima esistevano solo nelle sue fantasticherie. Altre volte rimaneva stupito assistendo alle fatalità del Destino, che complicemente lo faceva avanzare per direzioni impreviste. Spesso il gioco gli prendeva la mano e arrivava a divertirsene sinceramente, dimenticandone la reale causa propulsiva. Ma sempre, regolarmente, arrivava il momento in cui trovandosi di fronte a folle adoranti l'entusiasmo svaniva nella razionalizzazione di quanto fosse effimero quel gioco, se chiunque ne ignorava le vere, irrinunciabili finalità.

Also Starring aveva interpolato ogni buca percorsa, ogni frenata e accelerata, ogni rombo ciclico del motore del 66/ fermo negli ingorghi, ricavandone le ritmiche poderose su cui tu, stolto ignaro, tanto ti sei dimenato, e tanto hai insensatamente
pogato e ballato.

Gli scossoni un tempo amati, invece che cullarlo, lo aizzavano a rivoltarsi alle conversazioni straniere che prima tollerava, ma che adesso lo distraevano dalle sue architetture immaginarie. Le aveva sempre evitate per un'indole in fin dei conti pacioccona. Ma ora lo cercavano, e adesso lui amava farsene cercare, e ci si tuffava furioso. Presto si ritrovò tutto intarsiato dei ricami dei coltelli che nelle risse gli cercavano la pelle, trovandola in più occasioni. Ricami che ne alimentano la funerea aura di dannato maledetto.

Quegli scossoni fatali gli aumentavano la brama del successo, del denaro, del potere che nei suoi progetti doveva essere il termine che l'avrebbe fatto prevalere in quella funesta disequazione, diventandola 2<1+molti $.
“Fate Ride!” “Fate Ride!” “FATE RIIIDE!”. Risate acclamanti ed eccitate, e gloria. Quello sarebbe stato il grido che avrebbe decretato la sua vittoria, consegnandogli irrevocabilmente il più ambìto dei premi: quelle gambe, con attaccata la squallida Ida Squall, che finalmente si sarebbe dovuta render conto della grandezza disequabile di colui con cui aveva a che fare.

Tu non sai, non so io, nessuno sa, che nei pezzi che tanto amiamo non era il mondo pur crudele a esser protestato, ma la fatalità delle tante Ida Squall che tarpano le ali ai nostri sogni, e popolano di mostri i nostri incubi, soffiando sul fuoco di nsicurezze mai sopite.

In breve, era arrivato a vere tutto, Also Starring. Soldi, ricchezze, successo. Donne, se solo ne avesse volute. Legioni di groupie avrebbero ucciso, per un suo sguardo.

Ma quelle gambe, quelle gambe non le avrebbe mai sentite sue, sue veramente e di nessun altro. Perché il passato e il futuro, come sa ogni geloso, sono nemici invincibili. Mentre il presente è un fotogramma che si autodistrugge appena vissuto come i messaggi di certe spie.
Ida Squall aveva calcolato bene.

È per questo, miseri te e me che ancora ci chiediamo, solo per questo è che Also infine optò per il suicidio. Nella forma più atroce che quello sciagurato potesse scegliere.

Lasciandosi morire di vecchiaja.


domenica 12 giugno 2011

Sapientino.

Una delle cose belle della vita è come impari le parole. Soprattutto, certe parole.
Prima le senti, e ti colpiscono. Poi impari a piazzarle nel giusto contesto, e certe volte è divertente assistere alle facezie involontarie di chi non vi ha messo la giusta cura. Poi magari dopo anni e anni ti rendi conto che una parola universalmente non esiste.

Soprattutto uno col padre gran giocoliere di parole, da cui immodestamente avrò ripreso, ne convengo; oppure uno che, due minuti dopo aver imparato a leggere, si è intrippato del Braccio di Ferro di Segar degli anni '30.

Si dà il caso (bello, anche “si dà il caso”) che io unisca nella mia persona sconfinata entrambi i tizi.
Tempo fa, una mia amica/conoscente flautista per iscritto mi apostrofò con un “oh, scalmanato Vili”. Io nella circostanza ebbi fremiti di piacere, e solo adesso razionalizzo. Esiste “scalmanare”? non mi scocciare colla tua pedanteria, da qualche parte so purìo che probabilmente attiene a storie di barche, o cavalli, non so.


Ma si può dire, di uno che uscendo dalle acque deliziose & salmastre di un mare di giugno portando imperiosamente la fronte verso il cielo, che si è fatto i capelli “alla Mascagna”? e se s'ode un boato all'improvviso, senza che per questo l'aria tutt'intorno si faccia sulfurea, mi si capisce se chiedo “chi ha fatto un put”?

E che mi dici di sparadrappo, pellaschera, brebba, scapicollarsi, Pappagone, fraffo?


E scalcagnifica, regge l'accusativo, è transitivo, intransitivo?

e soprattutto, qualsiasi cosa regga, per quanto ancora continuerà a reggerla?

Intendiamoci. Io ho adesso gli strumenti per ricostruire una corretta etimologia, ma a che pro? Non è più bello rimanere coll'interrogativo?

Tempo fa, a una che si sta diplomando in jazz al conservatorio, che però condivideva i miei stessi blocchi musico-improvvisativi, esponevo la mia teoria solita. A scuola impari la grammatica, l'analisi logica, la sintassi, i congiuntivi; ma poi quando parli mica a ogni verbo detto ti metti a pensare “e mò questo che areggerà?”. Tu parli e via, perché hai talmente studiato, letto, scritto, talmente parlato – questo è il punto – che hai generato un automatismo, e il parlare quando si presenta l'occasione non è nulla di eccezionale, nel quotidiano.


Colla musica invece questo non succede. Quando suoni ti senti giudicato, come al saggio di pianoforte delle elementari. Alcuni imparano migliaia di frasi, e sono capaci di suonarle in ogni tonalità sul giusto contesto armonico. Tu pensa una cosa del genere nel parlato. Ridicolo. Ci sono persone che fanno così, e non comunicano per un cazzo. Sono pochi quelli che veramente parlano, con uno strumento.

Lei giustamente mi ha risposto che uno a parlare ci prova da subito, a una certa si mette pure a studiarne le regole, ma impara prima a esprimersi e poi a farlo in modo composito. Mica puoi prendere un neonato e mentre provi a fargli ripetere “mammà&papà” gli incerotti un flauto dolce tra le labbra.

Ecco in definitiva perché “gangarone” è e sarà sempre meglio di qualsivoglia semibiscroma o di re diesis semidiminuito.



Parole, parole, parole. Braccio di ferro a un certo punto commentava l'operato di qualcuno dicendo “che ligera” - o era staccato, “li gera”? Quel bauscia (altra cosa che è bello non saper bene cosa voglia dire) del Riccioletto, dall'alto del suo milanesismo acquisito, ha scoperto che la ligera era tipo la malavita milanese. Come pure quell'altro appellativo, “piangina”, con cui Dante Bertolio apostrofava Poldo Sbaffini dopo avergli vinto delle biglie in una storia in cui entrambi avevano bevuto l'acqua della Fonte della giovinezza; esiste veramente, e certo non a Roma o negli Abbruzzi Sconfinati.

È bellissimo, bellissimissimo, come impari le parole. Non è che arriva uno e te le spiega. E se pure viene, in genere ti rovina tutta la poesia. A meno che non sia uno che di stare al mondo ne capisce come ne capisce Un Riccioletto.

Come impari le parole è una delle cose belle della vita.
Una cosa brutta della vita è invece tutto il resto, fatte salve le sigarette e qualche altro centinaio scarso.



giovedì 2 giugno 2011

Lezione – concerto.







Bòni – porcodio, state bòni.

Chi di voi, gentili uditori, sa dirmi cosa rappresenti questo segno?








“La lettera Effe dell'alfabeto greco”; bravi, vedo che tra voi c'è chi ha fatto il classico.

“La Sezione aurea, cioè il rapporto tra la parte maggiore e quella minore di un segmento ovvero quello tra il segmento intero e la parte maggiore”; qui abbiamo addirittura degli studiosi di architettura, o di biologia, o di astronomia o di pittura.

“La fase di un'onda, ovvero il punto d'inizio di un'oscillazione”. Uau. Addirittura qualche fisico.




 


Ebbene, signori miei. Tutte le opinioni espresse sono plausibili, poiché contengono tutte una parte della verità.
 
“φ” è una lettera – e che lettera, addirittura una Iniziale, nella circostanza. Ed è Aurea, armoniosa come vogliono questi altri. Architettonicamente, biologicamente, astronomicamente e pittoricamente armoniosa.

 
E - signori miei - “ φ” non è un inizio. È l'Inizio, di ogni oscillazione violenta.

 


Il fatto è, cari signori, che voi incubate uno dei mali peggiori dei nostri tempi. Siete poco fantasiosamente intrisi di Semantica, mancando colpevolmente di coscienza semiotica. Se ne aveste, avreste riconosciuto senza dubbio il Significato, e non solo alcuni tra i significati.

“φ” è prima di tutto un segno. Un ideogramma, un geroglifico. Quello da cui tutto parte, e tutto spera di arrivare. Guardate a  φ graficamente, cari voi, e capirete.

Ancora niente, eh. Ebbene. Necessitate di un ajutino, la rovina del millennio. Eccolo qua.








Ora sì. Questa φ ce l'abbiamo tutti ben presente. Cioè: chi più, chi meno.

Di questa φ stavolta è nota la forza trainante. Che si vuole superiore addirittura a quella bovina, trainante per antonomasia. Potenzialmente e cinematicamente travolgente, stavolta ha intrappolato nelle sue vulve hypnotiche un robò. Accidenti sì: un fresso, inzenzybbile robò.

Lo sentirete contorcersi nei suoi rovelli analogici, angosciarsi nell'ambiguità dei suoi stati continui. Per poi prorompere in un lamento digitale, di improperi a stati discreti ovvero discontinui, in cui i grigi si fanno bianchi sparati o neri buii, le elaborazioni elettroniche superate dai manicheismi numerici.

Ascoltatene la sofferenza, pietosi signori. Prestate orecchio a questo giovine garbuglio d'inesperti circuiti elettrici; e ascoltandolo compatitelo.




Pelo di φ by OID music

domenica 21 novembre 2010

Questo folle sentimento.













 

La cosa bella di Fare l'amore è che poi, indubbiamente, hai Fatto l'amore.

C'è qualcosa di nuovo, poi, nell'aria. Anzi: d'antico? Checcazzo ne so, io.
Io so solo che è molto molto diverso da ciò che si respira dopo altri piaceri. Dopo aver mangiato, dopo aver preso lo stipendio, dopo aver mandato affanculo uno che andava pianissimo sulla corsia di sorpasso.

A differenza di queste altre cose, più convenzionali, dovrei dire?, dopo aver Fatto l'amore, per molte ore a venire, hai la percezione di una normalità strana. Ti sei dato una sistemata. Guardi le facce, le stesse facce che coL Riccioletto ogni tanto ci diciamo “Ma hai visto che facce che ciànno, tutti quanti? tutti che fanno i vaghi, tutti che sembrano assolutamente non interessati al Fare l'amore, guarda come procedono al piccolo trotto sui marciapiedi, nei loro fasci di rette parallele eppure divergenti; tutti che cercano di ssimulare la loro gran voglia di Fare l'amore, eppure tutti che ivi si regolano le trajettorie. Guarda quel signore che ha appena comprato il giornale, sperando di leggerlo subito prima o subito dopo aver Fatto l'amore; o quel ragazzo là, che porta a spasso il cane nella speranza di attaccar bottone con qualche proprietaria di cane fino a Farci l'amore. Quell'adolescente che esce dal negozio coi plettri nuovi per schitarrare ai falò e cercare di Fare l'amore, o quella donna dal parrucchiere, a farsi un taglio che accresca l'imminenza del suo Fare l'amore. Tutti che fanno finta di niente, eppure tutti nati da tizi che hanno Fatto l'amore. Quanto amore, dio maldestro; e allora com'è possibile che su quelle facce serie non ci sia lo straccio di 1 indizio di amore Fatto o Fatturo?”

Io non lo so, ma quelle rare volte che poi Faccio l'amore, poi mi viene da ridere. Dopo aver Fatto l'amore mi guardo attorno, tutta quella gente che dissimula, e nella testa gli dico “ci credo che dissimuli, stavolta se c'è uno che ha Fatto da pochissimo l'amore e che per questo per un po' sta a posto, quello stavolta sono io. Ahr ahr, chissà da quando tu, o tu laggiù, non Fate l'amore. Che ne sapete voi: stronzi”.

Che ridere, dopo aver finalmente Fatto l'amore. Non so, ti viene mai da ridere a te, dopo aver mangiato qualche alimento, per quanto buono? provi forse il desiderio di correre e saltellare per tutta la città, dopo esserti dissetato coccqualche bevanda particolarmente fresca? Io non lo so, ti vedo sempre così poco preso dalle cose, così poco entusiasta. A me un amore Fatto mi basta per non so quanti mesi o anni di risate, poi però è vero, torno triste, e allora ho bisogno nuovamente di pensare a come riFare l'amore.

In questo, trovo che Fare l'amore sia veramente particolare. Anche se odio l'aggettivo “particolare”, mi sembra da decerebrati farne uso, troppo spesso la gente per darsi parvenze sofisticate (bleah) giudica una cosa particolare senza specificare per cosa, e d'altronde se lo specificasse non servirebbe a niente aver premesso la sua particolarità, che nel frattempo sarebbe diventata pleonastica. Eppoi ciò leva a me che non centr'o niente la serenità di definire particolare il Fare l'amore, e dimmi tu se non ho ragione a trovare particolare questa pratica così, come dire, particolare.

È particolarissimo, che tu lo voglia o meno, che un piacere poi sfumi e perduri in sensazioni così allegre. Io quando sono satollo di altri piaceri (“Groan! sono satollo”) sono contento, ma non è che ci trovi niente da ridere. Mentre l'amore, quando finalmente l'hai Fatto, è così esilarante. Ti rimette a posto, io non posso dire che il mangiare o il respirare “ti rimettano a posto”, perché più che altro se non li pratichi regolarmente, da un posto ti ci levano, e cioè dall'elenco dei vivi. Invece l'amore Fatto ti stende i lineamenti, ti spiana le rughe, ti fluidifica per bene all'interno e all'esterno, ti concede finalmente di concentrarti sulle cose senza più quel ronzio di sottofondo per cui stai sempre a rrovellarti sul come Fare l'amore.

E poi e poi, din din, din din din din din din - c'è quel fatto che dopo, nello Zucchino d'oro in cui usualmente
ti fai i ragionamenti, ti senti veramente furbo. Furbo, furbo, FURBO!
Furbissimo.

Se accetti un buon consiglio, cerca di Fare un po' di più l'amore. È l'unica cosa che ti solleva per 1 po' dal dover Fare sempre l'amore.

venerdì 10 settembre 2010

La Vacanza.






















Salve! permette una parola?

Prego.

È da un po' che La vediamo capitare da queste parti. Forse il signore è interessato a uno dei nostri pacchetti last-minute? ne abbiamo di magnifici, c'è molta scelta e a condizioni davvero interessanti.

No, in realtà giro, sì, ma non ho una meta precisa.

In questo caso voglia accomodarsi un attimo, prego. Le presenteremo le nostre offerte migliori in un minuto.

Ma sì, perché no, devo ammettere che mi ha incuriosito.

Non faccia caso al viavai che vede, qui è normale e dopo un po' ci si abitua, io non ci faccio nemmeno più caso. E poi, deve ammettere che, per un posto come questo, un tale flusso di persone in ingresso e in uscita sia la migliore pubblicità.

Ma mi dica, la prego.

Ahah. La Sua peculiare determinazione mi fa ritenere che anche Lei potrebbe trovare interessante una destinazione che ultimamente va per la maggiore.

Sì?

Ora provo a descriverla. Mi segua con attenzione, perché sono sicuro che non ha mai immaginato che un posto simile potesse esistere.

La prego, ponga rimedio lei a questa mia mancanza di fantasia.

Mi complimento per il Suo umorismo. Sono sicuro che farlo non sarà affatto difficile.
Si guardi. È fermo, non ha una particolare postura, mi perdoni se Le dico che prima di questa conversazione Lei non aveva l'aria di divertirsi più di tanto. Lei non sembrava affatto prendersela a cuore.
Si immagini adesso arrivare in un posto dinamico, animato da persone sui cui volti si legge una destinazione, ma soprattutto uno stato d'animo, ben determinati ad ogni istante.

Da come lo descrive, quello potrebbe essere esattamente il posto in cui io e lei ci troviamo in questo momento. Cos'ha di diverso al punto da farmi venir voglia di esserci?

Tutto. E questa è anche la chiave migliore, per capirlo. In questo posto c'è Tutto. C'è anche quello che non c'è, perché ce lo porta chi vi viaggia, una volta arrivato, per il semplice fatto di esserci.

Cosa vuol dire “c'è tutto”? come si fa a dire Tutto? ci sono forse cose che a me e a lei, in questo momento, non è dato avere?

Non avrei saputo spiegarglielo con parole migliori. Anzi mi permetta di prendere un appunto, com'è che ha detto? “Cose che
finora non ci era dato di avere”. Se mi permette, lo segnalerò tra gli slogan della prossima stagione.

Faccia pure, ma adesso la prego: venga al dunque. Non mi è affatto chiaro cosa ci sia di interessante in questo posto.

Prima Le chiedevo di notare la Sua, anzi la nostra particolare condizione. Io e Lei stiamo parlando. La nostra conversazione episodica, pur non avendo nulla di particolarmente eccezionale, è qualcosa che ha spezzato una Sua dinamica che in precedenza, mi perdoni l'ardire, era inconsistente.

Sì?

Provi a immaginare questo. Lei arriva in un posto dove trova Tutto.

Tutto che?

Tutto. Ogni cosa. Ogni merce. Ogni clima. Lei potrà aver caldo e sudare. Lei potrà aver freddo, e doversi coprire. Potrà nuotare o navigare sull'acqua, camminare, inciampare, correre sulla sabbia, sulle rocce, sulla terra battuta. Potrà sciare sulla neve. Nel posto di cui parlo sarà giorno e insieme notte. Ci saranno albe e tramonti, e avranno luogo nello stesso istante. Potrà trovarsi al crepuscolo o nella luce del mezzogiorno. O in piena notte, se preferisce. Sono lieto di poterle parlare di come i nostri tecnici abbiano realizzato l'improbabile. C'è un angolo per ogni istante, e gli istanti coincidono tutti insieme e allo stesso momento.

Crepuscolo? notte? mezzogiorno?

Provo a spiegarle. La vede, questa lampadina? fa una luce che permette a me e a Lei di guardarci in faccia, in questa stanza.
Vede? in questo momento, si può dire, ci sovrasta. Ma è equidistante da entrambi. Adesso immagini che al Suo ingresso qui, la sua luce fosse esattamente sopra di Lei, e mano a mano che parliamo, essa si spostasse su un binario verso la parte opposta di questa stanza.

Ebbene?

Avremmo creato una lista infinita di illuminazioni in successione. Un Mezzogiorno e prima un'Alba, e alla fine una Notte. Adesso provi a immaginare, per esempio, che il binario possa scorrere su un piano vicinissimo al Suo, o su uno parallelo ma più alto. Lei avvertirebbe il calore, oltre alla luce, di questa lampadina. Avremmo le Estati, gli Autunni, gli Inverni. A esser fortunati, potremmo collezionare Primavere in un numero anche consistente.
Ma ciò che di sbalorditivo ha questa offerta è che il Posto in cui possiamo mandarLa può immaginarselo come la sovrapposizione di ogni singolo fotogramma che Le ho descritto. Un posto in cui c'è una sola, potentissima, lampadina. Che sorge e insieme tramonta, che La scalda e allo stesso tempo è troppo lontana per riuscirci. Tutto insieme; contemporaneamente. Come se stavolta fosse la lampadina ad essere ferma, e la stanza che ci contiene invece si muovesse. Lei si troverebbe ad ogni istante in un punto preciso della stanza, ma in quell'istante esisterebbero infiniti punti per ognuna delle infinite combinazioni di luminosità e calore possibili. Chiaramente, Lei potrà provare una sensazione alla volta, ma una volta sul posto si renderà subito conto di come questa politopia, se così possiamo definirla, sarà possibile.
Naturalmente, la cosa è molto più complessa di come ne parlo. I nostri architetti hanno ideato un sistema di rotazioni combinate, letteralmente Rivoluzionario e a dir poco Celestiale. Ma credo di averne descritto gli effetti in modo adeguatamente funzionale.

Ammesso che questa cosa possa interessarmi, perché dovrei imbarcarmi in un viaggio che immagino avrà un modo e una durata non indifferenti?

Lei ha ragione. Un viaggio che La porti in una destinazione simile non può che essere lungo. Diciamo qualche mese. E come ogni viaggio anche questo, non lo nascondo, presenta disagi e qualche rischio. Ma Lei si sorprenderà delle moltitudini, e della loro varietà, che avranno fatto questo viaggio. In più Le garantisco che, dall'esperienza di molti viaggiatori, di tutta la Vacanza la parte che più rimane impressa e più viene rimpianta, è proprio quella del Viaggio.

Com'è, quel termine che ha usato? la “Vacanza”?

Sì. E questa è un'altra delle condizioni vantaggiose che Le offriamo.

Non capisco.

Ora Le dico. Un attimo fa, parlavamo di Dinamica. Lei entrando qui, e intraprendendo con me la nostra conversazione, ha innegabilmente interrotto la sua condizione preesistente, variando seppur di poco il suo status quo ante. Mi perdoni per la sfacciataggine, ma in questo nuovo momento io La vedo Interessata. Non attribuisco questa sua nuova condizione a mie particolari qualità. Io mi permetto di dirLa Interessata perché ascolto le Sue domande, e Le do delle risposte. Che appagano le Sue curiosità, e ne generano altre. Io La vedo interessata nel momento stesso in cui Lei entra in questa stanza alterando in qualche misura la Sua condizione preesistente. Quando e se L'annoierò, Lei se ne andrà. E allora anche la noia (di cui preventivamente mi rammarico) sarà un nuovo stato d'animo, ed è questa collezione di fasi che io chiamo Dinamica. Dinamica, ovvero Collezione di Intensità. Mi perdoni se dico cose apparentemente scontate; non voglio assolutamente insultare la Sua intelligenza e le Sue capacità immaginative.

Si figuri. Ma deve ancora spiegarmi cosa intende per “Vacanza”.

Ci arriviamo. Ma mi serve questa lunga premessa, apparentemente banale, perché il posto di cui provo a parlarLe (e che meriterebbe ben altro e più capace mentore) ha delle caratteristiche davvero sorprendenti.
Cerchi di immaginare, adesso, che sia possibile ampliare la gamma di sensazioni possibili da provare. Non c'è più solo curiosità o solo noia, o l'apatia che precedeva il Suo ingresso nei nostri uffici. Nel posto in cui noi possiamo mandarLa, avere sensazioni sarà possibile davvero. In qualità e quantità sorprendenti. Scoprirà, nel momento in cui avremo il piacere di svolgere questo nostro incarico anche con Lei, come le forze che dinamicamente si alternano laggiù (o lassù, perché come le dicevo le direzioni saranno Tutte Insieme ovvero non ci saranno direzioni), quelle forze saranno ben difficilmente resistibili. Lei potrà cibarsi dei cibi più diversi, gustare i sapori più nuovi, e trarne forze imprevedibili. Potrà annusare da un campionario di odori che sarebbe ingenuo provare a raccontare. Vedere posti lontani. Toccare cose nuove. Provare piaceri inconfessabili.
Ma la cosa che veramente costituisce la differenza essenziale tra chi si concede presso di noi una Vacanza e chi no, sta nella Vacanza stessa.

Cioè?

La annoio con un'altra banalità. “Vacanza” vuol dire mancanza. Vuoto. Non sarà la varietà delle fasi, ad ampliarle la dinamica. Ma la loro mancanza.
La genialità della cosa sta nel suggerirle di Prendersi una Vacanza. Riesce a cogliere? Lei non sapendo niente, non manca di niente. Quando Le faremo rendere conto, Lei finalmente prenderà su di sé la Vacanza.
Non avere cibo La farà accorgere dell'esistenza del cibo stesso, come e più dell'averlo. Scoprirà nella puzza (che proprio a questo è necessaria) il senso dell'odore. Nel disgusto, il valore del sapore. Lei Amerà, e ne sarà devastato. Non sarà corrisposto, e tutto perderà di senso. Come perderà senso quando sarà amato, ma in un modo diverso ed estasiante. E Lei saprà cosa sia l'Estasi solo quando conoscerà l'Orrore suo contrario. Per avere dovrà perdere. Dovrà ignorare, per sapere.
Per vivere, dovrà morire.

Io non voglio. Mi sembra immorale, ciò che qui lei propone. Sono sicuro che lei vende la peggiore delle droghe, e visto che non vedo in giro tariffari né mi ha ancora parlato di prezzi, ne concludo che lei sia un sadico, o lo sia chi da lei si fa rappresentare. Non vedo l'ora di essere fuori da qui, signore mio, perché quello che oggi ho ascoltato mi sembra, e questo è il peggio, non del tutto privo di un'attrattiva su una mente selvaggia. Il che poi è il vero pericolo. Voi fate leva sui peggiori istinti, peggio! voi ne fate nascere a chi ne era totalmente privo.

Lei che si immagina felice una volta uscito da questa anticamera, può farlo solo perché oggi vi è stato. Lei mi deve tutto, perché prima di incontrare me non possedeva niente. Niente sapeva. Mentre ora sa.

Mi lasci in pace.

Lei non capisce. Lei ora Desidera qualcosa, o il suo contrario. Tra i nostri clienti abbiamo chi desidera unicamente di partire e chi ne è terrorizzato. Chi, una volta sul posto, si gode ogni momento; e chi maledice ogni istante della sua permanenza. Chi non vorrebbe mai andarsene, e chi lo fa in anticipo, sopprimendo ogni buon senso e attirando su di sé il biasimo di tutti. Sono i meno numerosi, a dire il vero, perché non si rinuncia così presto alle Possibilità. Ma ciò che accomuna l'insoddisfatto al non rimborsato è La Vacanza. Per attirarLa qui, io Le ho dato qualcosa. Curiosità. Lei ne ha presa, e ora sa di cosa manca. Di Tutto. Le dicevo che Laggiù (o Lassù, o a sinistra o a destra o dietro o davanti, o tutt'intorno o in nessun luogo) troverà Tutto. Lo so, ne sono certo, perché è Lei che ce lo porterà. Ne trasferirà per noi l'essenza provandone la mancanza, cioè con la Sua Vacanza. Lei non ha niente, e questo ci dà Tutto. Per ogni cibo che laggiù Le sarà dato, Lei saprà immaginarne infiniti, e li desidererà. Lei li inventerà per Noi, desiderandoli. E così, Lei Ci darà Tutto.

Ora io me ne vado.

Ora lei se ne andrà, e sarà amato ed odiato, amerà e odierà. Spesso senza alcun sincronismo.
Perché il momento in cui Noi le abbiamo rivolto la parola, quello è il momento in cui lei è stato concepito. Prima lei niente sapeva, ed era niente. Adesso per Noi tu sei Tutto, e non finirai mai di esserlo.
Vieni qui, Figlio. E tu spingi, moglie.
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