sabato 31 gennaio 2015

Il passo del granchio

















È ora che mi dia credito anche tu. Sarà otto anni che sono morto, conterà qualcosa il mio parere al riguardo.

Mettiti comodo, che ti racconto. La prima cosa da menzionare è che per quanto ti sforzi è impossibile ricordare come sei morto. Più ci pensi e più ti sfugge.
Sembra lì lì per venirti in mente - magari pesa il fatto che le rotelle non girano più come una volta - ma scappa in continuazione. Probabilmente è per la traumaticità dell'evento. Il fatto di perdere tutte le percezioni sensoriali in un solo colpo dev'essere stato un bello shock. Non è che per questo si manchi di consapevolezza; in caso contrario, come potrei trasmetterti queste informazioni? Fatti domande piuttosto sulla consapevolezza tua. In cambio acquisti un altro livello di coscienza. Più statica. Immaginala simile a quella di un sasso, paciosamente edotto della sua grave sassosità.

Altra cosa poco chiara è che lavoro facevi in vita: non è che un vago ricordo. Infermiere? Pilota di aeroplani? Castratore di gatti domestici? Potrebbe essere. Non è strano che te lo scordi. Il più delle volte erano scelte casuali del destino. Roba poco avvincente, che tendi a dimenticare veloce. Conosci forse qualche bambino che mentre giochi a ricreazione coi compagnucci esclami all'improvviso: “Sì, queste macchinine mi divertono. Ma la comparsa di quel micio da sotto la siepe mi ricorda l'ambizione sfrenata che avrò un giorno di incidere ai suoi discendenti lo scroto, per estrarne e reciderne i testicoli”?

Invece sai benissimo gli hobby che avevi, o per che squadra tifavi. Tutti gli ex delle tue ex ragazze. Ricordi che costoro non ti erano indifferenti. Provi a richiamare quel miscuglio di timore e odio che sentivi, ma niente. Non ci riesci più. Eppure ti avevano causato non pochi grattacapi. La fame, la sete. Il periodico masturbarsi. Addirittura le sigarette, non cerchi più.

Che dire. Si sta meglio. Pur mantenendo (se ne avevi in vita) la tua predisposizione agli stupori, conservi un certo distacco dalle cose. Ma molte di loro continuano a divertirti. In modi meno appassionati, ma più sereni. Guarda per esempio i miei cari. Con che gravità, con quale commozione hanno disperso le mie ceneri in mare. Da vivo avevo scelto la cremazione. Troppi racconti di Poe. Non mancavo di informare chiunque della mia avversità a essere inumato. Però ero perplesso. Come fanno le ceneri di un intero cadavere, dei vestiti che indossa al momento, delle cataste di legno necessarie alla pira funebre, a essere contenuti in un'urna di piccolo taglio? Foscolo se lo sarà mai chiesto? Mi sarebbe dispiaciuto costringere qualcuno a versare lacrime su un ciocco di pioppo carbonizzato, o sul polsino bruciacchiato di chissà quale camicia, guardando a una mensola del proprio salone. No no: spargetemi in mare. Così potrò finalmente fare il bagno per tutto il tempo che voglio. Senza madri apprensive o polpastrelli corrugati che mi segnalino che è tempo di emergere dalle salaci acque che tanto amo.

Poi, arrivato al momento, scopro che il forno ha due livelli. La cassa e i vestiti bruciano all'istante, formando ceneri simili a quelle del caminetto di casa, ma più leggere, che scivolano dalla graticola di supporto. Per la grossa percentuale di acqua che contiene, il corpo ci mette più tempo. Si asciuga per il calore, la pelle brucia e così i capelli. Sempre che ti siano stati fedeli fino all'ultimo, quei farfalloni volatili. I muscoli si contraggono, i tessuti molli vaporizzano. Ti resta solida la sola struttura scheletrica, in fosfati di calcio, sodio, potassio e altri minerali minori. Carbonio e zolfo vengono vaporizzati nel processo di combustione. Questo mi ricordò quella zia a cui i ladri avevano svaligiato casa, portandosi via tra le altre cose l'anello di fidanzamento diamantato a cui teneva tanto. “Il mio solitario, il mio solitario!”, gemeva e piangeva in quella valle di lacrime. “Cara zia,” le avrei detto se non avessi avuto le labbra tanto secche e screpolate senza panetti di burro di cacao a portata di mano, “perché soffrite così? Cosa dovrei dire io, che ho perso all'istante tutto il mio Carbonio organico, sia pur meno mirabilmente cristallizzato del vostro?”

Fatto sta che le ossa sono ormai calcinate. Terminata la cottura, vengono lasciate raffreddare. Non ti viene in bocca - tu che ne hai una - anche una certa acquolina, per questa ricetta? Mi hanno ridotto in polveri trattandole a mano. Altri vengono macinati in una specie di mulino, da sfere rotanti. Da morto vieni a sapere un sacco di cose, non tutte interessanti. È invece il momento di vagliarle, le ceneri. Si fa a mano, o con magneti potenti. Anche i meno ferromagnetici fra chiodi e cerniere della cassa non sanno resistere. Io avevo dell'oro, nascosto in un molare incapsulato. Non tantissimo. Penso che l'inserviente che si è occupato del mio caso avrà offerto a qualcuno una bella cenetta romantica, nelle sere successive. In altri tempi questo pensiero mi avrebbe seccato. Potendolo, avrei scelto di dare quella possibilità a qualcuno che conoscevo meglio. Ma, da quei frangenti in poi, non c'è pensiero che arrivi a turbarti.
Ah, tarassia. Unica via. L'Atarassia: tutte le teste si porta via.

Non c'è legno oltre quello della cassa, ad alimentare il forno crematorio. Il mio andava a gas naturale, altri a propano. Quindi, il contenitore sigillava esclusivamente le ceneri delle mie ossa, per un peso totale di circa due chili e mezzo. Le preoccupazioni che avevo da vivo erano state vane. Quelle, come tante altre. Il cordoglio dei miei cari avrebbe colpito dritto il suo bersaglio.
Una mattina d'estate, come da mia richiesta, qualcuno avrà noleggiato un'imbarcazione. Saranno andati al largo, perché nei mesi estivi il turista vuole sguazzare solo negli inquinamenti suoi, meno tristi di qualsiasi residuato funebre. A tal fine egli pretende un limite di almeno 500 m dalle coste, quando negli altri mesi ne bastano 100. Ignaro in tutto questo dell'azione delle correnti, che ogni volta che nuoterà a bocca aperta lo vedranno partecipare eucaristicamente alla mia mensa.

Quel giorno le correnti erano forti, e mi hanno fatto schivare le bocche spalancate dei più allocchi fra i natanti, depositandomi sul bagnasciuga. Me ne sto qui a prendere il sole. La risacca mi rinfresca, mente osservo la progressiva levigatura di ciottoli, legni e pezzi di vetro. Certe volte contribuisco ad essiccare le meduse tratte a riva da qualche bagnante vendicativo. Da vivo mi avrebbe disgustato la prossimità lunghissima con le gelatine agonizzanti. Delle meduse temevo lo schifo che provavo nel vederle, più delle punture che amavano somministrare. Da morto tutto è naturale. Le esperienze più estreme non turbano più di un'avvenuta fotosintesi.

Quanto tribolavo. Senti questa.
Conosco una. In chat, d'estate. Ci scriviamo un sacco. Tratti somatici nipponici, ho sempre avuto un debole per le orientali. Riscontriamo comunanza di referenti culturali, non tutti elevati. Tornati in città, finalmente è appuntamento. Come la vedo, dico “Ammazza quanto sei bella”. E proseguo. “Sei sicura che presentarti co'tanta bellezza al seguito sia stato opportuno, strategicamente? I casi sono due. O hai grande fiducia nelle mie doti di concentrazione nel conversare, o le tue valutazioni tendono a essere superficiali. In entrambi i casi questo caffè rischia di imbarazzarci entrambi”.
Invece il caffè va bene. Per quanto ci distraggano altre cose. Le voci che abbiamo, i vestiti, gli sguardi. Tutta roba che da un epistolario non traspare.
A un certo punto faccio “Ma tu. Spiegami bene i punti che ti hanno fatto propendere per questo caffè con un quasi estraneo. Quali cose di quest'estraneo ti interessavano?”.
Me le spiega. Non mi riesce di rammentarli. Saranno stati apprezzamenti, altrimenti quel tavolino all'aperto sarebbe stato vuoto. Ma ricordo ciò che dissi io, perché finito di esporre toccò a lei chiedere. “Eri bella nella foto del profilo. In più, tu mi sembri una che le cose le capisce. Di questi tempi, merce rara”.

O almeno questo, avrei fatto. Invece non ci siamo mai incontrati. Però ricordo altro.
La stessa estate avevo raccontato a qualcuno di questa conoscenza, fino all'autunnale esito negativo. Tra gli altri l'amico Man. Jim Hatow, al secolo.
Li rivedo a casa mia durante le vacanze natalizie, per la consueta sessione di videoproiezioni. La memoria di massa è quella di un mio portatile, collegato al televisore. Sui 50 pollici dello schermo le icone del mio desktop, fortunatamente non compromettenti, sono ingigantite. Scorgo quella della mia keyboard pal estiva.
“Ehy Man, mò ti faccio vedere la cinesca di quest'estate. Com'era bella, sigh”.
Man resta serissimo. “Ma tu hai solo questa foto?”
“Sì, perché?”
“Guarda, mi dispiace dirtelo. Questa che vedo è una pornostar coreana, pur non famosissima. Cerca” - e fa un nome e cognome di taglio orientale, che dimentico già digitando.

È difficile ricordare sensazioni, quando i tuoi organi di senso sono gratinati. È facile sapere, invece – all'improvviso si sa tutto. Ma le emozioni di un tempo ti restano inaccessibili.

Provo a frugare negli archivi. Ricordo due cose, contrastanti. La rabbia che sale per essere stato raggirato, nello scoprirsi stupido. Lo stupore, enorme, di non saperne immaginare i motivi, o le convenienze. 'Ma perché mi rispondeva ogni volta? Sembrava sincera. Come poteva impegnarsi al punto di sembrarlo? Che ne aveva da guadagnare?'

“Ma – ma questa non è lei! Non c'entra niente.”

Man rimane imperturbabile. “Può essere che ho fatto confusione col nome. Comunque, è una famosa.”

Non so se la pietà - ma Man notoriamente non ne ha alcuna - o più probabilmente per la convinzione di avere definitivamente intrappolato la sua preda, ma costui si mette finalmente a ridere. Non infierisce neanche più di tanto.

Io ero passato di botto ad altre sensazioni, non meno contrastanti. Un "Figlio di puttana”, comunque sollevato a non so bene quali altezze da un parallelo 'fiùuu'. Ma soprattutto ero ammirato dal lavorio di un'intelligenza superiore. Ero rimasto ammirato anche altre volte, nel passato. Per esempio qualche estate prima. C'era Man anche quella volta, ma stavolta a intelligere superiormente era stato herr Nestow.
Arrivati in spiaggia, c'era da prendere il primo bagno. Propongo una gara verso le acque. Traccio col calcagno una linea di partenza sul bagnasciuga, badando al parallelismo colla riva. Invento la punizione che dovrà fare il perdente, cioè l'ultimo che arriverà non è chiaro dove. Spiego il conteggio, non bisogna partire prima del 'Via'.
Per tutto il tempo, herr Nestow ridacchia. Non lo vedo granché concentrato sulla corsa.
Inizio a enumerare. “Uno, due, tre: via!” Sto per sprigionare tutte le mie energie, anche se in genere mi diverte più spenderne a inventare giochi che a impegnarmi per vincerli.
Partono tutti, tranne me ed herr Nestow, la gamba del quale interrompe il moto del mio piede d'appoggio.
Faccio un bel volo, quasi capriolato. Tra i bagnanti, già avvinti dalla mia chiassosa presentazione delle regole, è un gran ridere. Dovrei schiattare dalla vergogna e forse lo faccio, vatti a ricordare. Ma sono abbastanza sicuro che anche in quel caso sono stato il primo ammiratore del prodotto di un'intelligenza superiore.

Ah, che struggenza. Che tenerezze al ricordo di tanti momenti. Belli e non solo, come emerge dagli esempi. Tutta l'entropia molecolare con cui la vita ti percorre è senz'altro corroborante.

Ma ti dirò.
C'è qualcosa di consolatorio, nell'attuale condizione. Da vivo non coltivavo bene i miei rapporti. Perdevo pezzi, sotto forma di persone a cui pure avrei voluto tenére. Il contatto fisico che bramavo mi era inaccessibile. La consapevolezza mi era cara e mi dannava al tempo stesso. Sapevo e soppesavo, ma agivo raramente. Con mio disappunto mi sfrecciavano attorno gli uomini d'azione. Mancavano di molti miei processi intellettivi. Si facevano bastare i più elementari, per valutare la giusta direzione in cui muoversi. Non verso l'acquisto di un gratta e vinci, troppo scarse le possibilità di vincere. Meglio pronunciare frasi, visitare posti, finalizzare azioni. E in quei rari casi in cui intelligenza e ottusità fossero calibrate alla perfezione, li vedevo dirigersi a grandi passi verso la realizzazione delle proprie aspirazioni.
Adesso vado dove capita. Mi concateno in carbonati con chiunque. È un tripudio di legami chimici. Ionici, dorici, corinzi, covalenti. Alla fine si è rivelata consolatoria anche l'inerzia.

Ci penso mentre sono la chitina di un granchio, e corro laterale tra gli scogli.
Verso una meta che non ho deciso io, ma su cui non ho nulla di preciso da eccepire.


sabato 3 gennaio 2015

Radioattività













La sentiva cantare dalla camera da letto “Show must go on” mentre con il phon si asciugava i capelli. Avevano appena scopato.

Non che amasse più di tanto il termine 'scopare'. Gli sembrava riduttivo. 'Farsi una pippa' per esempio andava bene, coglieva l'istantaneità del momento. Ma 'scopare' non rendeva tutte le implicazioni dell'avere a che fare con un'altra persona.
C'era 'fare l'amore', ma non gli sembrava il caso. Primo, era perplesso sull'amore. Perplesso, non scettico. Tutti ne parlavano, ma in modi mai convincenti. Secondo, c'era di mezzo Mynah Joy. Gli era arrivata dietro, mettendogli le mani sul pacco. Ricavatane la reazione idraulica pertinente, gli si era portata avanti e gli aveva passato sulle labbra la lingua come rossetto, facendogli vedere il bianco degli occhi. Mosse tutte giuste, per carità. Ma era quello, 'fare l'amore'? Terzo: 'fare l'amore' era mainstream.

Mainstream come “Show must go on”, programmata dalle emittenti massimaliste che sentiva Mynah quando si asciugava i capelli. Si era appena fatta la doccia, e adesso toccava a stRambo. Così lo chiamava Mynah, quando si sentiva affettuosa. Lui aveva dell'eroe macho il fisico scolpito e l'inespressività; ma con fino al 1000% di stramberie in più. stRambo stava per entrare nella cabina doccia, quando da sopra il sibilo del phon la voce di Mynah era esplosa sul ritornello.

C'era qualcosa di sbagliato. Non la voce. Quella era intonata. Neanche sulla canzone poteva dire niente. Era toccante, drammatica. Forse anche troppo. A stRambo non andavano bene quelli che la strillavano sui loro phon. Diffidava dei comportamenti collettivi, ma anche delle sottoculture, dei generi alternativi, degli underground presunti tali. Come uno dovrebbe diffidare di entrambe le facce di una medaglia falsa.

In effetti, stRambo era strambo. La sua era una storia come altre. Dopo l'adolescenza aveva perso il filo per problemi dozzinali. Il suo era stato avere i brufoli. Tanti.
Che poteva fare? Si era fatto crescere i capelli, per coprire lo scempio. Portava magliette strappate, con scritti a caratteri gotici i nomi di gruppi di musica estrema, con su camicioni di flanella a quadri, sempre aperti. Roba che, come puoi immaginare, aprì una lunga stagione di scazzi familiari. Ma stRambo non è che poteva dire “Babbo, mamma: vogliate tollerate le mie folte chiome, giacché mi servono per nascondermici sotto i brufoli”. Era un duro, lui. Copione, questo sì, mainstream come pochi altri. Ma per lui era la prima volta, ed era - come dire – un atto unico. Non desiderava certo repliche. Quindi lo interpretava con passione. Si allenava nelle arti marziali. Girava sempre con le cuffie. Quando la curiosità superava la diffidenza, qualche sua compagna di classe gli chiedeva: “Cosa ascolti?”. Lui diceva cose piene di allitterazioni. “Ma a te, che musica piace?” “Metal e classica”, rispondeva.
A pensarci adesso, gli venivano i brividi. Certe volte in piena notte si alzava a sedere sul letto col fiato spezzato, e da sveglissimo ci bestemmiava su. Metal e classica. Come a dire, 'Amami porcodio, amami! Non vedi che sotto questa dura crosta di pus batte un quore tando senzibbili?'

Braccato dalle sue paranoie, si era ficcato in uno dei tanti possibili vicoli ciechi. Si era cercato le etichette meno accattivanti, e se le era impecettate addosso. 'Starà a lei, staccarmele di dosso per scoprirmi. A lei, la mia donna futura! L'Essere Perfettissimo, creatore di ogni mia felicità. Che ci vuole, a staccare qualche scritta adesiva'.

Ci voleva. Per dio, se ci voleva. Quell'Essere Perfettissimo, come vari dei Suoi colleghi, era piuttosto un Non Essere. Per anni stRambo era stato cercato solo da ciccione coi capelli viola, piene di piercing e tatuaggi, a cui una mummia bendata in garze rumorose andava bene. Aveva consumato esperienze deplorevoli senza un briciolo di divertimento, per poter vantare prede nei confronti venatori cogli altri maschi. Che lui quei cerotti se li apponesse solo per coprirsi i brufoli, non interessava a nessuna ragazza normale. Quando provavano ad avvicinarsi, a malapena ricevevano grugniti. Le stRambe tattiche ginorepellenti, suo malgrado, sembravano funzionare.

Poi un giorno i brufoli erano spariti. Nel giro di qualche mese, completamente. Ma non i dona ferentes. Non l'indotto di traumi e problemi. Le ferite erano arrivate al cuore prestissimo, e da lì non sarebbero mai più sloggiate.
Portava un taglio più moderno. Sul viso quasi non aveva segni, e quelli che c'erano lo rendevano interessante. Ora poteva mettersi quello che voleva. Odiava i vestiti firmati. Di quell'odio volpino per l'uva acerba, visto che i suoi al liceo non gli passavano quasi nulla. All'università aveva deciso di smettere con l'indigenza, e quando sosteneva un esame, poi di quella materia dava ripetizioni. Come politica non era male. Prendeva bei voti, e dopo le cose le capiva ancora meglio, e se ne giovava nei corsi successivi. I professori si stupivano della maturità della sua preparazione. Si andava facendo un bel quadro generale.

Presto la voce girò, e le ragazze iniziarono a litigarsi i suoi appunti. La sua chitarra smussò gli spigoli e si arrotondò. Acquistò addirittura una dodici corde.
Non solo gli appunti, si litigavano. StRambo non era affatto male. Il suo carattere ombroso faceva sfracelli. La faccia tagliente e il fisico scolpito da anni di karate semiagonistico mietevano vittime.

Per un po' si era comprato qualche capo di marca. 'Me lo sarò pure meritato un premio, che cazzo'. Poi aveva imparato a scegliere marche costose al punto da presenziare con loghi minimi su maglioni e jeans. Si stupiva delle attenzioni che riceveva. Era eccitato al pensiero di raccogliere qualcosa anche lui, dei frutti del giardino di cui aveva solo pestato i concimi merdosi.

Ma qualcosa non gli tornava. Le Fattrici Amorose latitavano. Le Scopatrici sulle prime lo avevano illuso, per rivelarsi alla fine come tali. Non che le disdegnasse - ok stRambo, ma fino a un certo punto. Solo che dopo la doccia cantavano canzoni mainstream a squarciagola.

A essere mainstream non erano solo canzoni. Un'estate era nei pressi del capanno sulla spiaggia del paese in cui da sempre andava in vacanza con la famiglia. Era una sera, fresca e umida. Arriva Bee Folco, che aveva appena staccato dal bar. Anche lui è un portento di etichette. La scritta catarifrangente “Dolce&Gabbana” copre quasi per intero l'acetato della tuta. “Calvin Klein”, recita l'elastico delle mutande. Scarpe da basket che avrebbero imbarazzato anche Magic Johnson. Ma ciò che è troppo è il maglione. A collo alto, con la zip. Rosa coniglietta di Playboy.
Dalla macchia mediterranea retrostante spuntano le pinne dei primi pescecani. Sono gli amici di Bee Folco, quel rosa è troppo anche per loro. Lo indicano, sghignazzano, chiedono spiegazioni. “Ma è di Baci&abbracci!”, protesta offeso Bee. Sembra stupito. Forse costoro non sanno leggere la scritta che gli campeggia glitterata sui pettorali?

Quei marchi non erano più ridicoli di quelli che marcavano stRambo nell'adolescenza insieme ai brufoli. Le etichette, scopriva stRambo, servivano a demandare gusti atrofizzati a certificazioni più autorevoli. Le persone continuavano a dipendere dall'approvazione altrui. Anche da adulte. Non avevano avuto purulenze a salvarli.

Nello stesso paese marino aveva un conoscente, che essendocisi trasferito già da grande non aveva mai imparato a nuotare. Fatto imbarazzante, in posti in cui buona parte della giornata si svolgeva dentro l'acqua. Costui amava fare il bagno comunque, e quando i suoi amici si allontanavano dai punti in cui toccava, li seguiva dentro una grossa ciambella nera gonfiabile, di quelle in cui i bambini possono sdraiarsi dentro. Senza alcuna vergogna. Una sera ci aveva chiacchierato per un'ora e mezza. Cioè, più che altro lo aveva ascoltato parlare. Aveva raccontato a stRambo di una delle sue passioni. Si recava nei luoghi in cui erano state girate scene di film o serie televisive che gli erano piaciute. Saltava agevolmente da prodotti di qualità a soap opera da casalinghe. L'elenco era lungo, e stRambo doveva riconoscere di essersi goduto la conversazione anche grazie al fatto di aver molto fumato.

Aveva un amico, pacifista integerrimo, stregato dalle armi. Ne collezionava. Aveva spade, sciabole antiche, perfino qualche pistola. Aveva preso il porto d'armi per poterne acquistare. Era più forte di lui.
StRambo amava la gente così, sintonizzata su se stessa. Quando ne frequentava, si sentiva schermato dalle interferenze. Poteva rilassarsi ed essere frivolo, finalmente. Era un sollievo.

Nessuno cantava mai a pieni polmoni i Gong, o Bugo, o Dusty Springfield. A meno che un regista famoso li ficcasse nei suoi film, o ci rombassero sopra le macchine costose di qualche pubblicità. Allora, come diretti da un grande direttore d'orchestra, tutti gli stronzi sperduti nell'universo ne intonavano in coro i refrain.
StRambo si rallegrava di aver smesso per tempo di biasimare i prodotti del Mainstream solo in quanto mainstream. Ce n'erano alcuni niente male. Doveva ammettere di avere da sempre un debole per i Beatles. I fratelli più giovani di suo padre lo andavano a prendere all'asilo, e mentre la nonna gli cucinava il pranzo, loro sfilavano i vinili dalle copertine, che stRambo si guardava con occhi sognanti, e glieli suonavano sul giradischi. Quei capelloni primordiali di un'altra città portuale non dilapidavano i loro soldi per Baciarsi&Abbracciarsi. Spendevano ogni penny per le prime chitarrette. Per rimorchiare le ragazze, come i musicisti di tutti i tempi. Ma in ogni pezzo potevi percepirne l'intento ludico. Più che in qualsiasi altra band. Per tutte le generazioni a venire.
Eppure, alcuni li odiavano. Senza aver mai provato ad ascoltarli. StRambo era consapevole di questi meccanismi. Sapeva che tante delle sue difese immunitarie adolescenziali erano pregiudizi. Col tempo aveva imparato che a coltivare dei pregiudizi si risparmia tempo, ma solo se davanti all'evidenza si è disposti a promuoverli a postgiudizi. E intanto, cercava i suoi percorsi.
I brufoli gli avevano fatto male. Fisicamente e mentalmente. Le cicatrici continuavano a dolergli. Ma lo avevano fatto deragliare prestissimo. Quasi subito. E deragliando aveva visto che oltre i binari usuali si aprivano miliardi di possibilità. Direzioni che si potevano scegliere, e quasi sempre avrebbero portato a sbagliare strada; e sbagliarla da soli era terribile. Ma l'alternativa erano viaggi organizzati, in compagnia di altri passeggeri ignari.
Quindi aveva deragliato. Dai pub del sabato sera, dagli animatori dei villaggi turistici, dall'amore per i cani (igienicamente intollerabili, in una domotica corretta), dalla sacralità (ah ah) della vita umana. Dal cantare sfrenatamente i Queen e forse qualsiasi altra cosa.

Non c'era niente di male nel cantare i Queen. Tantomeno nell'asciugarsi i capelli. Per la perfezione dei cori, le armonizzazioni della chitarra di Brian May, l'estensione vocale di Freddy Mercury; o solo in quanto piacciono. La cosa assurda era farlo perché captati a caso da una cazzo di antenna. L'enfasi con cui li strillavano legioni di inconsapevoli era troppo imbarazzante. Se il sintonizzatore avesse còlto la hit di qualche talent show del momento, per Mynah sarebbe stata la stessa identica cosa.

Nei cinque minuti della doccia, si maturò una reazione. In accappatoio stRambo entrò in camera, spense la radio, intimò con gli occhi a Mynah di spegnere il phon, e parlò.

“Sì scusami, te ne devi andare”.

stRambò, bloody stRàmboooo!!!”, cantò Mynah su una base immaginaria degli U2. Sorrideva.

“Non è solo perché ho da fare, è che non funziona così”.

Mynah si fece più seria, e imitando al meglio possibile una bambina inglese sibilò “Hey – stRambo – leave us kids alone!”.

“Non riesco a sintonizzarmi – è solo che non riesco a sintonizzarmi. Non ho antenne, o la mia non prende che disturbi. Sono completamente tagliato fuori”.

Shine on you crazy stRambooo”.

“Lo vedi? È inutile. Ίο ϝωρρει λα τυα τηστα, κυαλορα τυ νε αββια  υνα”.
Nel frattempo Mynah, lacrime agli occhi, cominciava a rivestirsi.

“ЛЕ ТУЕ ПАРОЛЕ СТОНАТЕ МИ РИСУЛТАНО ТОТАЛМЕНТЕ ИНКОМПРЕНСИБИЛИ!”

“مَسَاءُ الخَيْرِ ".

“暂时再见”.

E singhiozzando “Voglio – stRàaaaambo!” sulle note Battesimali di Anna, Mynah se ne andò, coi capelli ancora umidi. Lasciando l'oggetto del suo - amore? -  a vomitare gli effetti delle radioazioni sulla moquette.


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