domenica 17 febbraio 2013

L'importante.

Solo per dirti che alla fine ci sono andato, a quella mostra che facevano al Maxxi di quel noto architetto, Le Coubertin. Giacché tu non sai mai niente, te lo dico io: è quello di “L'importante è vincere”.

Ci volevo proprio andare, per capire se poi vincere fosse davvero così importante, cosa che mi taglierebbe fuori da una serie di campi. Tanto era lo zelo che stavolta manco ho aspettato l'ultimo giorno ma il penultimo. Un lento ma inesorabile cammino, il mio, verso la maturità.



Quindi niente, m'incammino col Riccioletto a inaugurare il sabato pomeriggio chiacchierando del più & del meno. Meno amore, ma più risate crasse.



Chiaramente già che ci siamo passiamo per il suo & il mio liceo, riandando a quelle notti in cui vi entravamo per farne scempio, rievocandone le buie mattine medioevali nelle brughiere del Villaggio Olimpico, per quei prati brinosi e gelidi dove si giocava a pallone, sulle cui espressioni collinari si facevano le pinne coi motorini.

Percorriamo via Guido Reni, dove c'era la saletta in cui avevamo suonato insieme nel nostro primo gruppo. Attraversiamo per la prima volta il Ponte della Musica, stupendoci di quanto sarebbe stata fangosa e umida quella traversata, solo qualche anno prima.



Dopo il caffè il Riccioletto mi saluta, la sua faccia di schivatore di Mostre mi fa pensare alla mia davanti alla proposta di una qualsivoglia funzione religiosa. Oh beh, ognuno ha le sue Mostruosità.

Prendiamo accordi per una serata, di chiacchiere, visioni filmiche e Tiaccacì - salute – grazie.



Io quindi entro. Avevo anche proposto a una di andarci insieme, ma poi no. Poco male, mi piace andare alle mostre da solo. Non come al cinema o al ristorante, dove l'Italiano fa a gara per affogarti nel disagio coi suoi sguardi corrucciati.



Non so bene che dirti, sulle cose Mostrate. C'è una serie di acquerelli, schizzi e foto che mi dicono poco. A me piacciono l'architettura e il design. Però al piano di sopra c'è un'esposizione penso permanente di modelli e plastici davvero fica, che mi fa venir voglia di andare in cantina a cercarmi i Lego, o addirittura di mettere al mondo un figlio e giocarci con lui. Ma anche di disegnarci, insieme.



In effetti ci sono disegni che mi fanno ricordare che da piccolo ero bravo, a disegnare. Poi di colpo, niente più. Chissà qual è stato l'ultimo disegno che ho fatto. Una delle idee che mi frulla per la testa è fare un pezzo sulle cose importantissime che uno non si ricorda più.



Mi andrebbe di saper disegnare. E questa mostra, dove abbondano anche opere di gente a me sconosciuta, un po' mi risveglia quell'istinto ludico che posso sfogare nella musica e nei testi, perché ne posseggo mezzi che mi bene o male mi soddisfano. Ma non nel disegno, anche se mi riprometto di portare a termine qualche idea che già avevo in mente, più qualche altra.



Se la morale di tutto questo è che l'importante è vincere, l'abbandono del disegno, per la voglia di esprimermi l'istanza ludica anche con lui, rappresenta indubbiamente una sconfitta. Dirò di più: un processo d'invecchiamento prematuro, che di consolatorio ha solo il fatto di poter essere reversibile. Mi stupisce di avere pensieri di vecchiaja, poiché di solito sono talmente sbadato da non averne quasi mai. Tranne in effetti una volta, che vado tosto a raccontarti.



Nonostante abbia oramai alunnetti che, quando lo Stato Italiano riteneva di potermi attribuire ben 40/60esimi di Maturità, manco erano nati, finora c'è stata solo quella volta lì, in cui mi sono quasi sentito vecchio veramente.



A ben vedere anche stavolta gli alunnetti c'entrano, quegli mpertinenti.

Si era tutti davanti scuola, in una delle pause-sigaretta che io puntualmente favorisco, da quando ho pervicacemente ripreso a fumare. Si parlava di uno di loro, che da un pajo di settimane mancava alle lezioni.



“Ha la varicella” - “che sfiga” - “meglio così, che da più grandi è peggio” - “macché, quello vale per le femmine”.
Al che anch'io ritengo opportuno di ficcare un fumetto dal gusto maturo, in una pagina costellata da tanti ben più imberbi.



“Io non ricordo mai l'unica delle Sette Malattie Infettive che non ho avuto.”

“Come, Sette? non erano quattro”, fanno randòmici alcuni di loro. “Ma come Quattro? erano sette.”, ribatto io. E ingenuamente continuo: ”Morbillo, varicella, orecchioni, scarlattina...”.



Non posso andare avanti, perché timida ma ferma s'ale una risata. “Ma come scarlattina? sé vabbè, allora pure Vaiolo, Tifo, Lebbra, ahah!”.



C'è poco da ridere, o implume monello. Non rideresti così, se tante delle tue Cinquecentolire di paghetta settimanale fossero state defalcate del pizzo che Suormichela esigeva per i suoi compari lebbrosi. O forse quella modica percentuale era stata determinante per sancirne la scomparsa? Io il mio Duemila l'ho percepito così. Molte meno astronavi di quelle che avevo immaginato. Ma anche molti meno lebbrosi sui media. E molti meno mongoloidi per la città, quando nei '70 entrambe le categorie erano ben più preponderanti.



Però capisco. E in un attimo realizzo che di scarlattina in effetti non è che se ne senta più tanto parlare. E trovo aperto il mio personale cassettino, nell'armadio della Storia, che mi si chiude dietro a doppia mandata appena vi entro.



Nella violenta epifania di sensazioni conseguenti, dalla depressione che mi viene dall'essere stato tanto ingenuo nonostante la mia conclamata età anagrafica, passo a un'euforia strana.

Ora capisco perché tu sfogli questa pagina tanto avidamente. Tu vuoi da me un parere illuminato sul Sentirsi vecchi. Chi meglio di me può esprimersi, quale esperto del Sentire, se proprio io da 13 anni, esemplare più unico che raro, insegno Acustica?



Garzoncello scherzoso, cosa ti racconto stavolta. Se impostiamo una risposta su basi scientifiche rigorose, ti dico che mentre per ciò che riguarda la Fisica posso riferirti pareri oggettivi, chissà poi se veramente esaustivi o davvero corretti, quando del Sentire esploriamo gli aspetti percettivi è sulla statistica che ci si basa. Su campionamenti di popolazioni vaste & varie. E io, il campione statistico più vasto & vario che conosco, te lo porgo in un attimo. Me.



Io non mi sento vecchio per aver fatto in tempo a giocare ai giardinetti su tappeti di siringhe, o aver scritto a caldo alla vedova di Aldo Moro, o aver attaccato il mio Vic 20 al cavo dell'antenna del televisore, o a votare Repubblicano non appena il P.R.I. timidamente usciva dal Pentapartito. Piuttosto, sono contento di aver fatto quello che ho fatto. Anzi, mi piacerebbe aver vissuto anche il beat, e aver composto musica nei '70. Se non altro, per poterci vivere più proficuamente e in generale meglio. Più esperienze mi dai, di più ricordi mi carichi, più io me la godrò.



Io guardo con dispiacere chi sulla carta d'identità cià scritto anni che iniziano col 9 o addirittura sfiorano lo 0, come certi alunnetti impertinenti già si permettono di fare. Perché hanno lisciato cose che mi danno i brividi al solo ricordo. Magari è tutto relativo, e come le giarrettiere e i merletti sanno a me di polvere, a un nato di recente i miei reperti faranno prudere altrettanto il naso.



Io mi sento vecchio, invece, quando la notte sogno che finalmente dico a C che era per lei che scrivo testi e compongo canzoni. Che per ogni mia espressione non c'era fruitore più appropriato di lei, per quel che ho visto finora. Che quando mi regalavano un gioco nuovo, o indossavo nuovi jeans, era davanti a lei che non vedevo l'ora di sfoggiarli con finta noncuranza. Che mi piacerebbe farle un disegno, anche se non lo so più fare. E invece non glielo potrò dire mai, perché da che era lei ad avere un anno più di me, ora sono io che ne ho dieci di più di lei.



Io mi sento vecchio a non averci mai fatto l'amore. E non perché C fosse bellissima, e lo era accidenti. Ma perché solo dopo aver fatto l'amore io riesco, finalmente, a Parlare. Forse che campioni statistici diversi da me riescano a farlo anche senza? Non lo so, dovrei investire di più nella ricerca e non ne ho voglia, vista la fatica che ciò richiederebbe. E a un maschio, bisogna farci l'amore con un maschio, per poterci finalmente Parlare? Ma sarebbe poi possibile, con un maschio, Parlare veramente?



E quando con la femmina io finalmente Parlo, ne traggo allora giovamento?

Io sì. Senza dubbio. È un sollievo vero, e lo è sempre. Ma lei? la femmina? Non la vedo mai rallegrarsi come mi aspetterei, dal mio Parlare. Anzi. Anche quando ne nasce un dialogo, dopo un lasso di tempo variabile il dialogo finisce.

Esiste una potenziale mia Interlocutrice? La troverò mai, come pretendo, senza cercarla in ogni dove? Riuscirò più a rientrare nel mio conto alla rovescia? Mi faccio forse scudo dell'avere un modello onirico che rischia di essere, per chiunque, insuperabile? E se ci avessi poi fatto l'amore, avrebbe conosciuto anche C le mie tremende sparizioni?

Saprei esprimere tutto ciò con un disegno?



Insomma, prima che m'interrompessi come tuo solito, si diceva di de Corbusier.

Sul vincere, ne esco con le idee chiare quanto prima.

Ma mi sembra che abbia la sua importanza anche il partecipare.


Paperblog