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mercoledì 8 agosto 2018
martedì 18 giugno 2013
Mal di ali.
1. Parole
I motivi per cui sono qui, com'è vidente, sono vasti e ancor più vari; ma soprattutto, poco meno che noiosi.
Traumi infantili? No, non mi sembra. O almeno, non che io ricordi. Le cose solite.
Un rapporto conflittuale con la madre, che poi tendo a ricrearmi nella coppia, per tentare di dargli alfine un lieto fine. Mi scordo puntualmente che è impossibile, da dentro un rapporto che si vuole paritario. Mi sconvolge di esserne, da un punto razionale, consapevole. Se all'orizzonte c'è il miraggio dello scambio affettivo, ci casco dentro come il peggiore degli assetati stronzi.
Traumi infantili? No, non mi sembra. O almeno, non che io ricordi. Le cose solite.
Un rapporto conflittuale con la madre, che poi tendo a ricrearmi nella coppia, per tentare di dargli alfine un lieto fine. Mi scordo puntualmente che è impossibile, da dentro un rapporto che si vuole paritario. Mi sconvolge di esserne, da un punto razionale, consapevole. Se all'orizzonte c'è il miraggio dello scambio affettivo, ci casco dentro come il peggiore degli assetati stronzi.
L'incapacità di privilegiare la realizzazione di me, piuttosto che delle mie pigrizie.
L'averla in qualche modo sempre fatta franca.
Ma queste non sono che facce di un poliedro più complesso.
Il poliedro che mi disarciona puntualmente nasce dall'obbligo che ho assolto, evidentemente male, di farmi da figlio a gente. Da cardine di attenzioni a comparsa periferica. Io sono figlio, e lo rimango. Non solo per coerenza genetica. Ma perché acquisto informazioni dai miei sensi. Che sono solo miei. Perché le elaboro con un cervello tutto mio. Ciò mi rende velleitario agli occhi di altri. Quando invece, se ho fatto un buon lavoro, mi sembra di esser fiero della mia oggettività. Sono figlio perché me ne resta l'indole infantile. È sano? è malato? Non lo so. Di certo, di me infante, conservo inalterati slanci generosi e indifferenze crudeli. Si cambia, con l'età? lo si fa davvero? secondo me, no. Certo m'impressiono, quando guardo le puntate dei cartoni che vedevo da bambino. Le stesse sensazioni, affardellate dall'inumana o troppo umana quantità di tempo che è passato, di nesperienze fatte. E che mi ha solo suggerito modi e trucchi per urbanizzarmi, regolarmi per essere sociale. Ma, dietro questi, rimango me.
Trovo la gente orribile. La guardo mentre aspetta i miei autobus, mentre compra o solo guarda quasi le stesse merci che guardo o compro io, quando si scopre col caldo e si protegge dal freddo, sembrando copiare i miei costumi. La maggior parte è brutta. Fronti basse, teste piatte, spalle scoscese. Varici sul viso, niente stile nel vestire, attenzioni decadute nella buca di potenziale del proprio cellulare.
Avviene ben di rado che la gente m'interessi. Per proporzioni armoniche. Per l'involucro che tradisce i contenuti – e, no, non sono lombrosiano. Per interessi a loro volta interessanti.
Allora con quelle genti interessanti nascono difficoltà, da fronteggiare. La mia invadenza possibile, e il rischio di farsela scappare. E in mezzo il bilico, che dà vertigini. Divergenze e incomprensioni. Pazienti “inculate date e prese”. L'urgenza di alcune convergenze, e l'impeto distruttore che ne deriva. Il timore di una fatica che poi risulti vana, per incapacità proprie o per abbagli nella stima; e quindi la rinuncia, spesso preventiva.
Me ne sono accorto qualche anno fa.
Come al solito volavo verso soli che avevo sempre percepito raggiungibili. Sintomi vaghi, ma non irrilevanti. Ho iniziato a coglierli. Fastidi locali, piccoli disagi, tensioni tenui eppure persistenti.
A differenza dell'indole, il corpo muta. I tessuti cambiano, per usura o invecchiamento. Si irrigidiscono, callificano, si sfibrano. La cera, che pure aveva tenuto fino a llora, non riesce più a tenerli coesi. Lo sappiamo bene noi, sempre presenti ai nostri allenamenti. Da giovani per recuperare da qualsiasi trauma basta una buona notte di sonno. O almeno questo sembra, perché invece corpo e cervello gareggiano per serbarne traccia, presentando il conto in un primo volo malato, in cui il segnale premonitore si farà, da allora, permanente.
La fatica di lavorare. Di lavarsi, radersi, nutrirsi. La noia intollerabile di funzionare e basta. Le somatizzazioni.
Ma non è niente. Io sto bene. Questo divano, piuttosto, su cui sono sdraiato. È di pelle, no? L'ex-occupante di questa pelle, lui si che ne ha, di rogne. Uno dovrebbe commuoversi, a pensarci. Io al confronto sono un privilegiato.
L'unica è imparare i nuovi ritmi. Riconoscere gli avvisi. Recuperare il giusto. Fare molto, ma molto, allungamento muscolare.
È per questo che sono qui. Lei può allungarmi i muscoli? È un muscolo, il cervello? Volontario, nel caso, o involontario, per quanto m'illuda di sapermene avvalere? che dice la sua Scienza?
E soprattutto: la cura psichica, i farmaci prescritti, l'accanimento terapeutico cui lei mi sottoporrà, sono mutuabili, Dottore?
Ma queste non sono che facce di un poliedro più complesso.
Il poliedro che mi disarciona puntualmente nasce dall'obbligo che ho assolto, evidentemente male, di farmi da figlio a gente. Da cardine di attenzioni a comparsa periferica. Io sono figlio, e lo rimango. Non solo per coerenza genetica. Ma perché acquisto informazioni dai miei sensi. Che sono solo miei. Perché le elaboro con un cervello tutto mio. Ciò mi rende velleitario agli occhi di altri. Quando invece, se ho fatto un buon lavoro, mi sembra di esser fiero della mia oggettività. Sono figlio perché me ne resta l'indole infantile. È sano? è malato? Non lo so. Di certo, di me infante, conservo inalterati slanci generosi e indifferenze crudeli. Si cambia, con l'età? lo si fa davvero? secondo me, no. Certo m'impressiono, quando guardo le puntate dei cartoni che vedevo da bambino. Le stesse sensazioni, affardellate dall'inumana o troppo umana quantità di tempo che è passato, di nesperienze fatte. E che mi ha solo suggerito modi e trucchi per urbanizzarmi, regolarmi per essere sociale. Ma, dietro questi, rimango me.
Trovo la gente orribile. La guardo mentre aspetta i miei autobus, mentre compra o solo guarda quasi le stesse merci che guardo o compro io, quando si scopre col caldo e si protegge dal freddo, sembrando copiare i miei costumi. La maggior parte è brutta. Fronti basse, teste piatte, spalle scoscese. Varici sul viso, niente stile nel vestire, attenzioni decadute nella buca di potenziale del proprio cellulare.
Avviene ben di rado che la gente m'interessi. Per proporzioni armoniche. Per l'involucro che tradisce i contenuti – e, no, non sono lombrosiano. Per interessi a loro volta interessanti.
Allora con quelle genti interessanti nascono difficoltà, da fronteggiare. La mia invadenza possibile, e il rischio di farsela scappare. E in mezzo il bilico, che dà vertigini. Divergenze e incomprensioni. Pazienti “inculate date e prese”. L'urgenza di alcune convergenze, e l'impeto distruttore che ne deriva. Il timore di una fatica che poi risulti vana, per incapacità proprie o per abbagli nella stima; e quindi la rinuncia, spesso preventiva.
Me ne sono accorto qualche anno fa.
Come al solito volavo verso soli che avevo sempre percepito raggiungibili. Sintomi vaghi, ma non irrilevanti. Ho iniziato a coglierli. Fastidi locali, piccoli disagi, tensioni tenui eppure persistenti.
A differenza dell'indole, il corpo muta. I tessuti cambiano, per usura o invecchiamento. Si irrigidiscono, callificano, si sfibrano. La cera, che pure aveva tenuto fino a llora, non riesce più a tenerli coesi. Lo sappiamo bene noi, sempre presenti ai nostri allenamenti. Da giovani per recuperare da qualsiasi trauma basta una buona notte di sonno. O almeno questo sembra, perché invece corpo e cervello gareggiano per serbarne traccia, presentando il conto in un primo volo malato, in cui il segnale premonitore si farà, da allora, permanente.
La fatica di lavorare. Di lavarsi, radersi, nutrirsi. La noia intollerabile di funzionare e basta. Le somatizzazioni.
Ma non è niente. Io sto bene. Questo divano, piuttosto, su cui sono sdraiato. È di pelle, no? L'ex-occupante di questa pelle, lui si che ne ha, di rogne. Uno dovrebbe commuoversi, a pensarci. Io al confronto sono un privilegiato.
L'unica è imparare i nuovi ritmi. Riconoscere gli avvisi. Recuperare il giusto. Fare molto, ma molto, allungamento muscolare.
È per questo che sono qui. Lei può allungarmi i muscoli? È un muscolo, il cervello? Volontario, nel caso, o involontario, per quanto m'illuda di sapermene avvalere? che dice la sua Scienza?
E soprattutto: la cura psichica, i farmaci prescritti, l'accanimento terapeutico cui lei mi sottoporrà, sono mutuabili, Dottore?
2. Musica
venerdì 24 maggio 2013
Troppe canzoni.

1. Parole
L'orecchio non ha palpebre. È completamente nudo. Nudo come un verme, diresti tu, sempre propenso alla metafora stantia.
Ma perché lo paragoni a un verme? Non avrà una forma bellissima, in effetti. L'occhio è di gran lunga più grazioso, o almeno certi occhi. Ma di certo, per quanto buffe siano quelle nervature sul padiglione auricolare, esso non merita una tale esposizione agli eventi sonori.
Quindi tu, e peggio ancora io, non possiamo difenderci in nessun modo da lavori stradali, camion della nettezza urbana che ci svegliano la mattina presto o non ci fanno dormire la sera. Arrotini e coltellai. Traffico stradale. Campane delle chiese.
A te l'incarico di decidere quali di questi siano davvero funzionali. Io, in cuor mio, ho già deciso.
Non ha iridi, l'orecchio, che con la loro contrazione dosino sul timpano la quantità di stimolo. Non può adeguarsi ai posti in cui tu e io lo portiamo a spasso.
Ad esempio, se io passo sotto le finestre di un adolescente costretto a prendere coscienza di sé dai suoi esercizi al pianoforte, piuttosto che dalla TV o da Internet come invece converrebbe, il padiglione mi convoglia quello strimpellare pallido e assorto nel canale uditivo, avido imbuto che non mi perde mai nemmeno una goccia. Da lì l'impulso acustico è trasdotto in segnali elettrosciocchi, con cui il nervo acustico mi pizzica le corde del cervello. Le quali vibrano sul ricordo mai sopito delle mie analoghe torture. Scale maggiori e minori, armoniche e melodiche, Richter & Mercalli. Dai pioli spesso dissestati. Metronomi e sordine. Con l'unico scopo di non farmi troppo rimproverare da insegnanti e genitori, mentre là fuori i miei compagni imparano la vita.
Ecco perché nuotare sott'acqua mi piace. Per ascoltare il silenzio assoluto. Sordo a ogni richiamo di quei nuovi lettori subacquei di audio digitale. Per riappropriarmi del silenzio. Per sentire finalmente l'effetto che fa. Riassaporare la mia possibilità di romperlo, eventualmente solo per una voglia tutta mia.
L'orecchio interno manca del tutto di fonorecettori diversificati che si adeguino alle varietà dell'ambiente in cui si propaga l'onda prima di colpire. Non come la retina oculare, coi suoi coni e bastoncelli che raccolgono gli uni i colori nitidi diurni, i movimenti notturni gli altri, pur sfocati.
Come so queste cose, vuoi sapere? Perché quel giorno del liceo, come in tanti altri, saltai la lezione di biologia e feci sega. Quindi il pomeriggio andai da Alessandra a prendermi gli appunti, che il giorno dopo potevano benissimo interrogarmi. Lei per sommi capi me li riassunse. Poi si sdraiò stancamente sul suo letto, guardandomi. Io invece continuai a guardarle il quaderno coi coni e i bastoncelli, poiché ero un ciccione. Un ciccione miserabile. Ecco perché per tanti altri anni non persi la verginità. Primo, perché non sono distratto come te. Quindi difficile che mi perdo qualcosa. Anzi dovrei stare più attento, perché le rare volte che la perdo, spesso poi quella cosa la ritrovo. Secondo, perché il cervello mi rimugina come e più del ruminante più goloso. Ecco quindi perché coni e bastoncelli mi stanno marcati a fuoco nella corteccia. Perché hanno transennato un bivio fondamentale della mia vita. Inutile starti a dire le volte in cui, su quell'indotto potenziale di coni e bastoncelli, per anni e anni mi ci sia fatto seghe più prosaiche.
In compenso, una delle tre materie che anche quell'estate presi per settembre, era Biologia.
Sembrerebbe totalmente vulnerabile, l'orecchio. Solo un muscolino, a difenderlo. Lo stapedio. Da una certa intensità di suono in poi, la sua contrazione frena la corsa dei tre ossicini, che altrimenti trasmetterebbero amplificata la vibrazione del timpano all'orecchio interno, limitando così la percezione sonora sovrabbondante.
Muscolo involontario, peraltro. Il più piccolo presente nel corpo umano, appena un millimetro. Con un tempo di attivazione di dieci millesimi di secondo. Sembrerà basso, al tuo livello di superficialità. Ma non ti salverà i timpani dalla lacerazione, se nei pressi ti esplode una bomba.
Consigli? tieni la bocca aperta. Probabilmente già lo fai, nel tuo quotidiano, dallo stupore delle migliaja di cose che non ti spieghi. Ma stavolta l'aria che ti entra dalla bocca forzerà l'apertura delle trombe di Eustachio, e ti entrerà nell'orecchio medio, equilibrando la pressione sulle facce interna e sterna del timpano.
Ma soprattutto, fatti più domande. Chiediti ad esempio perché la gente si esploda le bombe nei tuoi pressi.
E allora. Pare dunque che siamo in balìa di qualsiasi tipo di rumore. Peggio ancora: di suoni.
Mi si viene incontro, praticamente ogni giorno, offrendomi tutta una serie di canzoni che accompagnino i vari momenti delle mie giornate.
Se devo comprarmi dei jeans, ecco che da un tronco d'albero posto accanto a un manichino vestito da cowboy scaturisce del country-western. Non ho modo di liberarmi le risorse di sistema per meglio valutare l'opportunità dell'acquisto. Anzi, la fonodiffusione proprio a questo mira.
Poi, coi miei jeans sbagliati, torno a casa in metro. Lungi dal precisarmi le ntità del ritardo dei convogli, gli altoparlanti autotunano voci necrofile di gangsta e sista, che coi miei pur caotici referenti culturali non hanno alcuna intersezione.
Quindi vado in palestra a llenarmi. Non bastano i sudori e le fatiche. Vi si aggiunge della dance commerciale ai cui 120 bpm adeguarmi il cuore, spietatamente spezzettato da casse in quarti ipercompresse. Seghettato acidamente dalla lisergia di crudi riff.
Uscito in qualche modo da queste delizie, devo sbrigarmi a fare la spesa. Mi viene incontro il supermercato, colla sua scelta musicale a corredo dello scatolame che mi trabocca dal carrello. È un tripudio sanremese, con punte di vera poesia Ligabovina o Giovinotta.
Comunque, persino io che colla musica ciò un rapporto di grosso amore - grosso odio, mi infurio, e a volte addirittura non approvo, che della musica si diano per scontate solo alcune funzioni. Spesso, le più surrettizie. Molto poche, rispetto al potenziale che ha.
Per esempio, tanto per citarne una. Nessuno parla mai della funzione orripilante della musica. La musica può essere un ottimo rripilante. Quando vinco la mia pigrizia e metto su pezzi come Surf's up dei Beach Boys, Ladies of the road dei King Crimson, Questione di cellule di Battisti-Mogol, ecco che l'effetto orripilante mi favorisce la rasatura pressoché totale a cui mi sottopongo, meglio di qualsiasi crema idratante o gel da barba.
Inoltre una canzone dovrebbe rivelare. Far cogliere. Suggerire.
Dovrebbe dare una tensione, un buono premio per uscire finalmente dalla propria comfort zone. Un'evasione dal proprio punto di vista.
Io devo essere richiesto, della mia utorizzazione. Anche se hai una buona idea, e ci credo poco, e ritieni di illustrarmela con delle buone intuizioni musicali, e ci spero ancora meno, non pretendere che io sia nel giusto mood. Non puoi darmi per scontato, quale testimone delle tue amorose insensatezze. Specie se di mie ne ho già fin troppe. Non ti approfittare dei tuoi decibel, o di quelli di altri urlatori velleitari che mi emani negli mbienti. Perché io non posso evadere. Oppure non voglio. O non ritengo giusto farlo.
E invece no. Ti approfitti vigliacco delle mie vulnerabilità, e spietatamente mi canzoni.
Questo apparato è fiacco, lacunoso. Come e più di tanti altri che abbiamo in dotazione. Più fallato dell'equipaggiamento di un italiano in Russia nel '43.
Si sta come d'autunno, sui fisici le orecchie. Gettati allo sbaraglio su un pianeta inospitale.
Dal che si evince, a differenza di quanto sostieni nelle tue preghiere più accorate, la natura pigra, frettolosa, irresponsabile o quantomeno crudele del tuo demiurgo.
Ma perché lo paragoni a un verme? Non avrà una forma bellissima, in effetti. L'occhio è di gran lunga più grazioso, o almeno certi occhi. Ma di certo, per quanto buffe siano quelle nervature sul padiglione auricolare, esso non merita una tale esposizione agli eventi sonori.
Quindi tu, e peggio ancora io, non possiamo difenderci in nessun modo da lavori stradali, camion della nettezza urbana che ci svegliano la mattina presto o non ci fanno dormire la sera. Arrotini e coltellai. Traffico stradale. Campane delle chiese.
A te l'incarico di decidere quali di questi siano davvero funzionali. Io, in cuor mio, ho già deciso.
Non ha iridi, l'orecchio, che con la loro contrazione dosino sul timpano la quantità di stimolo. Non può adeguarsi ai posti in cui tu e io lo portiamo a spasso.
Ad esempio, se io passo sotto le finestre di un adolescente costretto a prendere coscienza di sé dai suoi esercizi al pianoforte, piuttosto che dalla TV o da Internet come invece converrebbe, il padiglione mi convoglia quello strimpellare pallido e assorto nel canale uditivo, avido imbuto che non mi perde mai nemmeno una goccia. Da lì l'impulso acustico è trasdotto in segnali elettrosciocchi, con cui il nervo acustico mi pizzica le corde del cervello. Le quali vibrano sul ricordo mai sopito delle mie analoghe torture. Scale maggiori e minori, armoniche e melodiche, Richter & Mercalli. Dai pioli spesso dissestati. Metronomi e sordine. Con l'unico scopo di non farmi troppo rimproverare da insegnanti e genitori, mentre là fuori i miei compagni imparano la vita.
Ecco perché nuotare sott'acqua mi piace. Per ascoltare il silenzio assoluto. Sordo a ogni richiamo di quei nuovi lettori subacquei di audio digitale. Per riappropriarmi del silenzio. Per sentire finalmente l'effetto che fa. Riassaporare la mia possibilità di romperlo, eventualmente solo per una voglia tutta mia.
L'orecchio interno manca del tutto di fonorecettori diversificati che si adeguino alle varietà dell'ambiente in cui si propaga l'onda prima di colpire. Non come la retina oculare, coi suoi coni e bastoncelli che raccolgono gli uni i colori nitidi diurni, i movimenti notturni gli altri, pur sfocati.
Come so queste cose, vuoi sapere? Perché quel giorno del liceo, come in tanti altri, saltai la lezione di biologia e feci sega. Quindi il pomeriggio andai da Alessandra a prendermi gli appunti, che il giorno dopo potevano benissimo interrogarmi. Lei per sommi capi me li riassunse. Poi si sdraiò stancamente sul suo letto, guardandomi. Io invece continuai a guardarle il quaderno coi coni e i bastoncelli, poiché ero un ciccione. Un ciccione miserabile. Ecco perché per tanti altri anni non persi la verginità. Primo, perché non sono distratto come te. Quindi difficile che mi perdo qualcosa. Anzi dovrei stare più attento, perché le rare volte che la perdo, spesso poi quella cosa la ritrovo. Secondo, perché il cervello mi rimugina come e più del ruminante più goloso. Ecco quindi perché coni e bastoncelli mi stanno marcati a fuoco nella corteccia. Perché hanno transennato un bivio fondamentale della mia vita. Inutile starti a dire le volte in cui, su quell'indotto potenziale di coni e bastoncelli, per anni e anni mi ci sia fatto seghe più prosaiche.
In compenso, una delle tre materie che anche quell'estate presi per settembre, era Biologia.
Sembrerebbe totalmente vulnerabile, l'orecchio. Solo un muscolino, a difenderlo. Lo stapedio. Da una certa intensità di suono in poi, la sua contrazione frena la corsa dei tre ossicini, che altrimenti trasmetterebbero amplificata la vibrazione del timpano all'orecchio interno, limitando così la percezione sonora sovrabbondante.
Muscolo involontario, peraltro. Il più piccolo presente nel corpo umano, appena un millimetro. Con un tempo di attivazione di dieci millesimi di secondo. Sembrerà basso, al tuo livello di superficialità. Ma non ti salverà i timpani dalla lacerazione, se nei pressi ti esplode una bomba.
Consigli? tieni la bocca aperta. Probabilmente già lo fai, nel tuo quotidiano, dallo stupore delle migliaja di cose che non ti spieghi. Ma stavolta l'aria che ti entra dalla bocca forzerà l'apertura delle trombe di Eustachio, e ti entrerà nell'orecchio medio, equilibrando la pressione sulle facce interna e sterna del timpano.
Ma soprattutto, fatti più domande. Chiediti ad esempio perché la gente si esploda le bombe nei tuoi pressi.
E allora. Pare dunque che siamo in balìa di qualsiasi tipo di rumore. Peggio ancora: di suoni.
Mi si viene incontro, praticamente ogni giorno, offrendomi tutta una serie di canzoni che accompagnino i vari momenti delle mie giornate.
Se devo comprarmi dei jeans, ecco che da un tronco d'albero posto accanto a un manichino vestito da cowboy scaturisce del country-western. Non ho modo di liberarmi le risorse di sistema per meglio valutare l'opportunità dell'acquisto. Anzi, la fonodiffusione proprio a questo mira.
Poi, coi miei jeans sbagliati, torno a casa in metro. Lungi dal precisarmi le ntità del ritardo dei convogli, gli altoparlanti autotunano voci necrofile di gangsta e sista, che coi miei pur caotici referenti culturali non hanno alcuna intersezione.
Quindi vado in palestra a llenarmi. Non bastano i sudori e le fatiche. Vi si aggiunge della dance commerciale ai cui 120 bpm adeguarmi il cuore, spietatamente spezzettato da casse in quarti ipercompresse. Seghettato acidamente dalla lisergia di crudi riff.
Uscito in qualche modo da queste delizie, devo sbrigarmi a fare la spesa. Mi viene incontro il supermercato, colla sua scelta musicale a corredo dello scatolame che mi trabocca dal carrello. È un tripudio sanremese, con punte di vera poesia Ligabovina o Giovinotta.
Comunque, persino io che colla musica ciò un rapporto di grosso amore - grosso odio, mi infurio, e a volte addirittura non approvo, che della musica si diano per scontate solo alcune funzioni. Spesso, le più surrettizie. Molto poche, rispetto al potenziale che ha.
Per esempio, tanto per citarne una. Nessuno parla mai della funzione orripilante della musica. La musica può essere un ottimo rripilante. Quando vinco la mia pigrizia e metto su pezzi come Surf's up dei Beach Boys, Ladies of the road dei King Crimson, Questione di cellule di Battisti-Mogol, ecco che l'effetto orripilante mi favorisce la rasatura pressoché totale a cui mi sottopongo, meglio di qualsiasi crema idratante o gel da barba.
Inoltre una canzone dovrebbe rivelare. Far cogliere. Suggerire.
Dovrebbe dare una tensione, un buono premio per uscire finalmente dalla propria comfort zone. Un'evasione dal proprio punto di vista.
Io devo essere richiesto, della mia utorizzazione. Anche se hai una buona idea, e ci credo poco, e ritieni di illustrarmela con delle buone intuizioni musicali, e ci spero ancora meno, non pretendere che io sia nel giusto mood. Non puoi darmi per scontato, quale testimone delle tue amorose insensatezze. Specie se di mie ne ho già fin troppe. Non ti approfittare dei tuoi decibel, o di quelli di altri urlatori velleitari che mi emani negli mbienti. Perché io non posso evadere. Oppure non voglio. O non ritengo giusto farlo.
E invece no. Ti approfitti vigliacco delle mie vulnerabilità, e spietatamente mi canzoni.
Questo apparato è fiacco, lacunoso. Come e più di tanti altri che abbiamo in dotazione. Più fallato dell'equipaggiamento di un italiano in Russia nel '43.
Si sta come d'autunno, sui fisici le orecchie. Gettati allo sbaraglio su un pianeta inospitale.
Dal che si evince, a differenza di quanto sostieni nelle tue preghiere più accorate, la natura pigra, frettolosa, irresponsabile o quantomeno crudele del tuo demiurgo.
2. Musica
domenica 4 settembre 2011
La lampada di Asterione
"Un altra menzogna ridicola è che io, Asterione, sia un prigioniero."
Jorge Luis Borges, L'Aleph.
1 - Parole.
Non invidiarmi.
Non invidiare la mia casa, accogliente e ordinata. I maligni la dicono piccola; ma piccola rispetto a cosa, o a chi?
Non certo piccola rispetto a me. Non più di quanto sia la conchiglia per il paguro o il carapace per la testuggine. Se io cresco, la mia casa cresce con me. Oppure, se mi va, posso cambiarla. A piacimento solo mio.
Posso lasciarla austera, se il mio umore vuole, o glorificarmi nel più meraviglioso dei palazzi. Posso variarne la forma come il più pazzo o incosciente degli architetti non potrà mai. Libero dalle regole della statica da cui tu ti lasci soggiogare. I miei detrattori insinuano che io non ne sia capace, sostenendo che nessuno abbia mai potuto osservarne le modifiche.
Ma, che modifiche? Questa, di casa, preferisco. Non provo alcun bisogno, né ricordo di averne mai provato, di ostentare le mie capacità.
Non invidiare neanche quelle. Anche se so bene quanto magnifiche siano. Ricordo quando mi accorgevo di ciò che posso fare. La mie azioni mi erano normali, ma ne vedevo la grandezza nella meraviglia di chi le osservava. Dunque le allenavo, mi potenziavo, miglioravo. Perché, t'indovino a chiedermi, quando sostengo l'effimero di tutte le cose?
Perché ho pensato di saper compiere cose stupefacenti. Le mie imprese destarono ammirazione, nonché l'invidia che ora chiedo a te di non provare. Ho pensato per un istante che quello potesse essere il mio appagamento, e il mio destino. Attraverso le mie gesta e le mie opere potevo ottenere non tanto glorie e onori, frammenti spiccioli di eternità; quanto ciò che pure a lungo mi stette più a cuore.
L'approvazione. Totale, definitiva, priva di dubbi. La sensazione di sentirmi completamente approvato, più che ammirato. Lo ammetto: in altri tempi mi è stata vitale. L'ammirazione non è che una patina. Ciò che più conta è l'approvazione, e io nella mia vita certamente ne sono stato oggetto.
Ma tu non invidiare neanche questo. Non farlo mai, per quanto possa inebriarti l'approvazione altrui, o per quanto ti inebri la sua mera ricerca. Perché quando la trovi, e ne sei appagato, non puoi non chiederti chi abbia conferito a chi ti approva l'autorità di approvarti.
Chi sono, questi avventori? cosa sanno della tua arte? cosa credono di comprendere, della tua vena? Da loro non voglio premi di latta e fango, non voglio consegnarmi al loro giudizio, non voglio rischiare di essere irriso, io, da un filisteo incompetente, per una mia occasionale distrazione.
Quindi mi fermo, nell'esoscheletro della mia casa, che mi sono costruito a mia misura. È questo il mio potere; non operare magie per allocchi, ma saper prevedere esattamente ciò di cui ho bisogno, e conoscere con precisione ciò che mi piace.
E tu, solo per questo adesso scrivo, non devi invidiare in me nemmeno la facoltà magnifica di saper vedere e capire, in ogni angolo delle cose.
Perché c'è un punto, un punto solo, in cui non vedo. Non distinguo nemmeno se sia lontano o vicino. Se io riesca a nasconderlo con i miei sforzi, o se invece sia in bella mostra al pellegrino stanco che voglia appoggiarci i gomiti per riposarsi, o al villano che decida di sputarci addosso.
Per questo ora sto chiuso nella mia casa, e quando per le intemperie del caso io mi sposto, lo faccio con la svelta goffaggine del paguro, o con la lentezza ottusa della testuggine. Facendomi irridere, e ridendone e piangendone io stesso.
Non c'è tifone o uragano, né tempesta di sabbia o tromba d'aria, che possa stanarmi. Non colpi pesanti né tocchi gentili mi faranno aprire l'uscio.
Non puoi avere invidia per un'entità onnipotente, ma vulnerabile alla carezza. Lamiere si sciolgono, corazze svaniscono, per calcolo sapiente o, forse peggio, contatto inconsapevole.
Ed eccomi al servizio della mano che per studio o fatalità ha saputo sfregare la mia lampada. Depredato dalla velocità, inerme più di un neonato, scervellato e cieco, ad eseguire ciò che un genio crede di dovere.
Perché senza desideri io, io non vivo.
Non invidiare la mia casa, accogliente e ordinata. I maligni la dicono piccola; ma piccola rispetto a cosa, o a chi?
Non certo piccola rispetto a me. Non più di quanto sia la conchiglia per il paguro o il carapace per la testuggine. Se io cresco, la mia casa cresce con me. Oppure, se mi va, posso cambiarla. A piacimento solo mio.
Posso lasciarla austera, se il mio umore vuole, o glorificarmi nel più meraviglioso dei palazzi. Posso variarne la forma come il più pazzo o incosciente degli architetti non potrà mai. Libero dalle regole della statica da cui tu ti lasci soggiogare. I miei detrattori insinuano che io non ne sia capace, sostenendo che nessuno abbia mai potuto osservarne le modifiche.
Ma, che modifiche? Questa, di casa, preferisco. Non provo alcun bisogno, né ricordo di averne mai provato, di ostentare le mie capacità.
Non invidiare neanche quelle. Anche se so bene quanto magnifiche siano. Ricordo quando mi accorgevo di ciò che posso fare. La mie azioni mi erano normali, ma ne vedevo la grandezza nella meraviglia di chi le osservava. Dunque le allenavo, mi potenziavo, miglioravo. Perché, t'indovino a chiedermi, quando sostengo l'effimero di tutte le cose?
Perché ho pensato di saper compiere cose stupefacenti. Le mie imprese destarono ammirazione, nonché l'invidia che ora chiedo a te di non provare. Ho pensato per un istante che quello potesse essere il mio appagamento, e il mio destino. Attraverso le mie gesta e le mie opere potevo ottenere non tanto glorie e onori, frammenti spiccioli di eternità; quanto ciò che pure a lungo mi stette più a cuore.
L'approvazione. Totale, definitiva, priva di dubbi. La sensazione di sentirmi completamente approvato, più che ammirato. Lo ammetto: in altri tempi mi è stata vitale. L'ammirazione non è che una patina. Ciò che più conta è l'approvazione, e io nella mia vita certamente ne sono stato oggetto.
Ma tu non invidiare neanche questo. Non farlo mai, per quanto possa inebriarti l'approvazione altrui, o per quanto ti inebri la sua mera ricerca. Perché quando la trovi, e ne sei appagato, non puoi non chiederti chi abbia conferito a chi ti approva l'autorità di approvarti.
Chi sono, questi avventori? cosa sanno della tua arte? cosa credono di comprendere, della tua vena? Da loro non voglio premi di latta e fango, non voglio consegnarmi al loro giudizio, non voglio rischiare di essere irriso, io, da un filisteo incompetente, per una mia occasionale distrazione.
Quindi mi fermo, nell'esoscheletro della mia casa, che mi sono costruito a mia misura. È questo il mio potere; non operare magie per allocchi, ma saper prevedere esattamente ciò di cui ho bisogno, e conoscere con precisione ciò che mi piace.
E tu, solo per questo adesso scrivo, non devi invidiare in me nemmeno la facoltà magnifica di saper vedere e capire, in ogni angolo delle cose.
Perché c'è un punto, un punto solo, in cui non vedo. Non distinguo nemmeno se sia lontano o vicino. Se io riesca a nasconderlo con i miei sforzi, o se invece sia in bella mostra al pellegrino stanco che voglia appoggiarci i gomiti per riposarsi, o al villano che decida di sputarci addosso.
Per questo ora sto chiuso nella mia casa, e quando per le intemperie del caso io mi sposto, lo faccio con la svelta goffaggine del paguro, o con la lentezza ottusa della testuggine. Facendomi irridere, e ridendone e piangendone io stesso.
Non c'è tifone o uragano, né tempesta di sabbia o tromba d'aria, che possa stanarmi. Non colpi pesanti né tocchi gentili mi faranno aprire l'uscio.
Non puoi avere invidia per un'entità onnipotente, ma vulnerabile alla carezza. Lamiere si sciolgono, corazze svaniscono, per calcolo sapiente o, forse peggio, contatto inconsapevole.
Ed eccomi al servizio della mano che per studio o fatalità ha saputo sfregare la mia lampada. Depredato dalla velocità, inerme più di un neonato, scervellato e cieco, ad eseguire ciò che un genio crede di dovere.
Perché senza desideri io, io non vivo.
~~~
Subito perle e gioielli si materializzarono su pesanti vassoi d'oro massiccio.
"Lo crederesti, madre?" disse Aladino. "E' sparito appena un attimo dopo avermi soddisfatto."
"Lo crederesti, madre?" disse Aladino. "E' sparito appena un attimo dopo avermi soddisfatto."
2 - Musica.
La lampada di Asterione by OID music
venerdì 15 luglio 2011
giovedì 2 giugno 2011
Lezione – concerto.
“La lettera Effe dell'alfabeto greco”; bravi, vedo che tra voi c'è chi ha fatto il classico.
“La Sezione aurea, cioè il rapporto tra la parte maggiore e quella minore di un segmento ovvero quello tra il segmento intero e la parte maggiore”; qui abbiamo addirittura degli studiosi di architettura, o di biologia, o di astronomia o di pittura.
“La fase di un'onda, ovvero il punto d'inizio di un'oscillazione”. Uau. Addirittura qualche fisico.
Ebbene, signori miei. Tutte le opinioni espresse sono plausibili, poiché contengono tutte una parte della verità.
“φ” è una lettera – e che lettera, addirittura una Iniziale, nella circostanza. Ed è Aurea, armoniosa come vogliono questi altri. Architettonicamente, biologicamente, astronomicamente e pittoricamente armoniosa.
E - signori miei - “ φ” non è un inizio. È l'Inizio, di ogni oscillazione violenta.
Il fatto è, cari signori, che voi incubate uno dei mali peggiori dei nostri tempi. Siete poco fantasiosamente intrisi di Semantica, mancando colpevolmente di coscienza semiotica. Se ne aveste, avreste riconosciuto senza dubbio il Significato, e non solo alcuni tra i significati.
“φ” è prima di tutto un segno. Un ideogramma, un geroglifico. Quello da cui tutto parte, e tutto spera di arrivare. Guardate a φ graficamente, cari voi, e capirete.
Ancora niente, eh. Ebbene. Necessitate di un ajutino, la rovina del millennio. Eccolo qua.
Ora sì. Questa φ ce l'abbiamo tutti ben presente. Cioè: chi più, chi meno.
Di questa φ stavolta è nota la forza trainante. Che si vuole superiore addirittura a quella bovina, trainante per antonomasia. Potenzialmente e cinematicamente travolgente, stavolta ha intrappolato nelle sue vulve hypnotiche un robò. Accidenti sì: un fresso, inzenzybbile robò.
Lo sentirete contorcersi nei suoi rovelli analogici, angosciarsi nell'ambiguità dei suoi stati continui. Per poi prorompere in un lamento digitale, di improperi a stati discreti ovvero discontinui, in cui i grigi si fanno bianchi sparati o neri buii, le elaborazioni elettroniche superate dai manicheismi numerici.
Ascoltatene la sofferenza, pietosi signori. Prestate orecchio a questo giovine garbuglio d'inesperti circuiti elettrici; e ascoltandolo compatitelo.
Pelo di φ by OID music
venerdì 2 aprile 2010
Identificazioni volanti oggettive.
Senti senti che mi sono ricordato.
Tanti anni fa una ragazzina è morta.
In quel momento io stavo colla mia prima tastiera, quella ragazzina aveva quattordici anni.
Quindi, come succede, le si fece un funerale. Io ci andai per conoscenze comuni, e mi colpirono tre cose.
La sacralità offensiva dei funerali. Il fratellino che giocava ignaro, apparentemente. La gente che rientrava zoppicando nelle vite di prima.
Erano queste.
Tanti anni fa una ragazzina è morta.
In quel momento io stavo colla mia prima tastiera, quella ragazzina aveva quattordici anni.
Quindi, come succede, le si fece un funerale. Io ci andai per conoscenze comuni, e mi colpirono tre cose.
La sacralità offensiva dei funerali. Il fratellino che giocava ignaro, apparentemente. La gente che rientrava zoppicando nelle vite di prima.
Erano queste.
sabato 27 febbraio 2010
“Why do fools fall in love”.
Io spero che Lamadonna sia fortunata almeno al gioco, perché in amore ne ha combinati di casini. A lei e a noi. Manco frau Klara Pölzl ha sfornato una progenie tanto scellerata & rocambolesca.Fra tutti i campi possibili, vettoriali & non, quello dell'amore è di certo un campo brullo. Brullissimo. “Xlamadonna – pare fare essa stessa – quanto è brullo”. È un tipo di brullismo talmente brullo che nessuno finora havuto il fegato di metterlo su Youtube accanto a naloghi episodi di brullismo.
Tanto per produrre un esempio: come narravo tempo fa, una volta ho fatto 1 brano. Ivi dicevo che la destinataria delle mie attenzioni musicanti rimase impassibile all'ascolto. Totalmente impassibile. Un sangue freddo che, a pensarci adesso, metteva paura. Più imperturbabile di Chuck Norris. Più dell'Haider di adesso. Ma che dico, addirittura più di un Fonzie (quello di Happy days, non la patatina) davanti a 1 interruzione di quell'interruttore, come si chiamava? Lodo Schifani? prima che si desse una calmata apparente, data la carica che poi si è trovato a rivestire.
Almeno, avevo creduto che la destinataria fosse impassibile. Perché invece, dopo un par di mesi, nonostante una storia di versi anni e una convivenza, di botto mi lasciò. Evidentemente poco rasserenata dalla mia serenata.
'Kristo, perké?' mi chiesi struggendomi nella circostanza. Non mi riferisco tanto alla circostanza del lascing, che ogni lascness è persa; quanto piuttosto all'imperturbabilità dell'ascoltatrice. Cavolo, io se una mi si sciorinasse il cuore nella mano, quanto meno m'impressionerei e gli chiederei di rimetterselo subito a posto.
Invece niente. Impassibile proprio. Incredibile eh.
Può essere per il fatto che la melodia in certi punti sembra Spaghetti pollo & insalatina?
Ma no, non può essere per i seguenti motivi,
a) Spaghetti pollo & insalatina è un cromatismo armonico discendente, e invece qui xlo+ si sale. Xlamadonna se si sale.
b) pure fosse, è così bellina quella canzone. Dico Spaghetti pollo & insalatina.
Mah. Comunque a me sta roba piaceva e piace ancora, anche a questa distanza siderale. Piaceva pure a Riccardosinigallia, chiccazzo siamo io & te per contraddire a quaccuno / a cuaccheccosa, casi della vita dativi abbastanza da rientrarvici perché no, anche a Riccardosinigallia.
Mò te la ricanto io com'era all'epoca del cuore di fuori, e se ti viene qualche ipotesi segnalamela, mi raccomando.
domenica 2 agosto 2009
Happiness for dummies. (*)
È una vera ficata. Non so suonare lo strumento della chitarra (complemento di denominazione) e lo faccio in questo e quest'altro pezzo (non certo quello attuale, dove ho usato il Guitar Fynth).
Rifuggo dal parlare la lingua dell'inglese (complemento di specificazione, mi riferisco all'inglese-archetipo quello colla bombetta scimmiottato dAlbertosordi) e lo faccio qui, addirittura per iscritto.
Volevo pure aggiungere il verso “la madòna è molto bèla - se cosparsa di Nutèla”.
Ma poi ciò avuto paura che a Radiomaria me la boicottassero.
Rifuggo dal parlare la lingua dell'inglese (complemento di specificazione, mi riferisco all'inglese-archetipo quello colla bombetta scimmiottato dAlbertosordi) e lo faccio qui, addirittura per iscritto.
Volevo pure aggiungere il verso “la madòna è molto bèla - se cosparsa di Nutèla”.
Ma poi ciò avuto paura che a Radiomaria me la boicottassero.
(*) in effetti il titolo si deve a Littleangel Simon
giovedì 16 luglio 2009
sabato 2 maggio 2009
La lampada di Asterione.

“Un'altra menzogna ridicola è che io, Asterione, sia un prigioniero.
Dovrò ripetere che non c'è una porta chiusa, e aggiungere che non c'è una sola serratura?”
Perché la gente si divide in: quella che si lamenta e quella che fa. Io, mentre tu stavi lì a minchieggiare, stavo a mmortare l'investimento spaziotemporale fatto nel pallosissimo riallestirmi lo studiolo musicale, + bello e funzionale che pria. Evidentemente ora più che scrivere mi va di ammortare. Calcola che a Ingegneria in Ammortamento ciò preso pure 26/30, se ben ricordo l'ammortare del furto.
Quindi ora la mia vit asociale prosiegue senza scosse tra lavoro, ass-licking (che in realtà sarebbe kick-boxing ma fa più ridere me stesso chiamarla così, per assonanza colla famosa branca del porno), letture di giornaletti, contemplazione di e affezione a Futurama e per l'appunto ammortamento. Niente, ciò diversi pezzi in ballo, alcuni buffi, altri tristissimi. Quelli tristissimi non mi piacciono tanto perché mancano di ironia, checcazzo ci devi fa. Questo è proprio uno di quelli senza ironia, ma non riuscivo a essergli indifferente perché di grande attualità. Certo è che nella mia condizione di ridente e fuggitivo in questa valle di lacrime non ciavevo grandi mezzi espressivi, specie per ciò che concerne la batteria. Cheppalle la batteria, non produce manco una nota ma non se ne può fare a meno. Allora faccio così, metto sta roba online e dico a un batterista amico mio se ci vuole mettere qualche volt di batteria lui, sennò niente, rimane così. Mò gli mando una mail e vediamo che dice. Ecco la mail.
“Senti, che per caso vuoi mettere la batteria su un pezzo dal BPM di 70 che ho fatto io e che trovi qui? Oh, se non ti va non ti fare problemi eh, non mi va a me figurati se ti deve andare a te. Se ti chiedi a che serve questo pezzo ti dico che esso può espletare diverse funzioni, che vanno dal valere la nomina a Imperatore dell'Universo (tanta la ricchezza da esso potenzialmente prodotta, in un qualche modo che poi si può sempre vedere), alla sua mera fruizione nelle lunghe giornate in cui uno medita il suicidio. Qualcosa mi dice più la seconda.
Forse sarebbe da accelerare un po', nelle ultime ore mi sta alquanto allappando il cazzo. O forse no. Sarebbe pure bello appizzàje 1-2 chitarre, visto il percorso fatto negli ultimi decenni dal rock'n roll (ci sarà un motivo se dalle chitarre non prescinde manco uno vestito elegante come Amedeo Minghi), nonché una voce che non sia quella di un ex ciccione.Bella XXXX, con affetto immutato e senza alcuna componente psycoricattatoria nel dirlo."
Vediamo che succede.
venerdì 3 aprile 2009
Che Can(s)ino (*).
Ma ecco finalmento il Vilipendio ai Còni. Premetto che non ciò mai avuto niente contro di essi né contro altri solidi di rotazione né contro tutti gli altri protagonisti della geometria del piano e dello spazio, dei quali anzi ho sempre riconosciuto il sobrio fascino. Quindi ribadisco: niente di personale.Il fatto è, semplicemente & amoralmente, che Vilipendere i Còni mi costituiva occasione di umorismo. 'Ah. E dove si trova quest'occasione? tracciami 1 cartina sennò mi perdo', è la domanda che già ti scorgo nella fiacchezza delle cervella prim'ancora di dar tuttoquesto al www.
Non so, mio ingenuo situazionista. Nelle splendide cattivissime storie di Luciano Bottaro ti divertiva vedere Pippo, non credente nell'esistenza della strega Nocciola, continuare a pretenderle prove della stregaggine mentre le volava sulla scopa? A me sì. Ti farebbe ridere se pur ritenendo inventata di sana pianta la favola dei 3 porcellini tu riuscissi a scoperchiare edifici solo soffiando? Ti emozioneresti anche tu, sapendoti capace di sfasciare le chiese durante le loro erronee sacre funzioni y=f(x) con una pernacchietta sola, o no, sei il solito filisteo?
Io che sono candido come 1 bimbo, io sì, mi ci divertivo e mi ci divertirei tuttora. Mi ci emozionerei. Quindi figurati quando a 1 certo punto riesco a registrare 1 intera canzone con uno strumento di palese fantasia quale la Chitarra. Parlo di tipo 3 minuti di canzone eh, con uno strumento che non esiste, che non può esistere. Cioè, fisicamente esiste una cosa fatta a forma di chitarra; ma è impossibile da suonare. So dove trovarci su le note, gli accordi, le pause, i bequadri (la chitarra è piena di bequadri). Ma checcazzo è impossibile che ci sia qualcuno colle dita di ferro che non ci si faccia un male boja, nel tentativo di mettere in pratica tutti quei nozionismi lì. Tutti quei dischi, col suono magari di pure più di una sola chitarra, è chiaro che li fanno col computer da un sacco di anni; se sono stati sulla luna sia per davéro sia per finta (che in entrambi i casi era 1 bel casino) figurati se non potevano dissimularci l'uso di uno strumento impossibile, sia sui dischi che nei live.
Difatti, cosa è la Pressione? è la Forza diviso la Superficie. Prova a premere fortissimo un dito sul tavolo: non ti fai niente xché xquanto grande sia la Forza, grande è la Superficie. Ora prendi una rosa. Guardala, avvicinatela al naso e cercane il profumo. Poi, colla stessa forza che prima hai riservato vigliaccamente al tavolo, stringine il gambo fortissimo tra le dita in prossimità delle spine, se ciai coraggio. Bravo stronzo in entrambi i casi, se l'hai fatto e anche no (perché sarebbe preferibile che facessi sempre tutto quello che dico io). Ora avrai imparato per sempre cosa è La Pressione. Quindi, che ci sia uno strumento che ci dicano essere suonabile (quando quello strumento cià delle corde di cui potrei anche riferire il calibro cercandolo su Google ma non mi va, e comunque è un ordine di grandezza ben più piccolo del millimetro) è più falso di una capocchia Modigliacea. È come se uno dicesse che Jerry Lee Lewis aveva inciso Great Balls of Fire su un piano a puntine colle puntine mica conficcate nei martelletti, come usa nei piani a puntine, ma incollate sui tasti a punta allinsù. E manco accenno ad altre palesi facezie quali barrè e svisate varie con cui uno dovrebbe trarre altri suoni. Semplicemente dolorosissimi e/o impossibili. Quindi La Chitarra è impossibile, e Il Chitarrista non esiste.
Impossibile che uno sia credulone e/o autolesionista al punto di ritenere suonabile Una Chitarra, dici tu? Hai sbagliato anche stavolta (che campi a fà, dico io), io, io l'ò fatto. Incurante del dolore e dell'apertura dei polpastrelli e degli scoppi di risa che mi procurava in ogni istante la mia stessa condizione di citaredo illusionista, ho suonato più volte su una chitarra questo pezzo, giuro!, e come prova telò pure registrato.
Ora che mi sono cimentato con 1 certo successo nel campo dell'impossibile, forse posso riuscire a prendere a pedate nel culo iddio, o in subordine spaccargli sulla gobba una statua maledetta di Padrepìo. Ce la posso fare, poffarre. Se sono riuscito anche a smettere di fumare, questo & altro. Magari riuscirei anche a rompere alla Maronna l' ”imene di ferro–yes” coll'ugello, se superassi lo skyfo.
(*) Per le consulenze anglolinguistiche si ringrazia Il Riccioletto e i suoi trascorsi.
sabato 9 agosto 2008
Attenzione: sarà il ballo dell'estate.
Che forza, la prima canzone che metto su, con tanto di video, uau!
Speriamo che mi piaccia.
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