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giovedì 24 agosto 2023

Disfunzione erettile

 










La conquista della posizione eretta, oltre a essere un pezzo struggente del Banco, è una gran cosa.

Quella di Scienze diceva che l'abbiamo scelta fra tante (ginocchioni, quattrozampe, a testa in giù, prona, supina, qualsiasi cosa voglia dire) per vedere se arrivano cazzi da lontano.

E infatti, eccoli lì.

Si frappongono fra me e la pizza al taglio. Che non è un gusto, il taglio è insapore ma non indolore, nessuno lo sceglierebbe; semmai una mossa, un gesto da arte marziale, ce lo vedrei un Bruce Lee a somministrare pizze a taglio ai suoi interlocutori. Magari qualche anno fa.

Ho parcheggiato, schivato il posteggiatore abusivo che vi alligna, presso la rivendita intendo, cioè la Taglieria di pizza. Ecco il perché di un campo visivo lungo metri, e dei secondi per formulare strategie. Ad avvistarti i cazzi da vicino ci fai poco. Da lontano invece hai tempo, e distanza. Decine di metri, centinaia se la giornata è limpida, e interi secondi, se non minuti. I secondi volano, i metri sfumano; ma il pensiero è più veloce. Nulla è più veloce del pensiero.

Il posteggiatore l’ho schivato parcheggiando lontano; ma non lui. Staziona presso la Taglieria, non c’è modo di evitarlo. Impossibile scavare tunnel, o avvalersi dell’intuizione colombiana in barba ai terrapiattisti, specie per un pigro come me. Non mi guarda. Non guardano mai, fino all'ultimo, quando è troppo tardi per scappare. Sanno calcolare la distanza tra due punti, problema di geometria analitica che impegna da secoli gli studenti. E anche tu, che leggi distratto; ti ci voglio vedere alla lavagna, pur con l'aiuto di un piano cartesiano, ad applicare il teorema di Pitagora, famoso costruttore di quadrati su cateti e ipotenuse, incalzato da Quella di Matematica.

Invece, lui. Guarda da un’altra parte, ma le rotelle processano. Un punto è lui, l'altro sei tu. Raggiunta la distanza minima, vince in un momento l’inerzia delle sue borse, e mi punta addosso gli occhioni.

Dai quali, dune sabbiose m’ipnotizzano. Spazi infiniti, predatori che predano, prede che fuggono. L’estinzione del più lento. Terre riarse, mosche che hanno pance rigonfie per giacigli. LA FAME, mentre in altri emisferi raffinati e oziosi si disserta di gusti taglienti poco saporiti.

L'amigdala suona allarmi di adrenalina, e cerca in memoria informazioni utili. La conquista della posizione eretta ha svincolato gli arti superiori dal peso del corpo, e ha permesso di impugnare cose. La mano corre al cellulare.

Alle volte il trucco aiuta. Una poggia l'apparecchio sulla tempia, l'altra lo indica. Le sopracciglia si inarcano a indicare che la faccenda è ineluttabile, e il rammarico di non poter valutare la proposta d'acquisto, senz'altro interessante.

Ma briciole di segnale hanno raggiunto la corteccia cerebrale,  e vengono elaborate. La coscienza informa che gli sguardi si sono incrociati per un attimo. Il telefono è una scusa vigliacca occidentale. Non vorrò che gli occhioni mi guardino, mi soppesino, mi biasimino, mi ridicolizzino. Sciocco cervello, propaggine saccente, è proprio vero che allontani la felicità.

Che fare? Andare avanti? Addurre la vacuità dell’acquisto? Calzettoni di spugna in pieno agosto? Poi io uso solo calzini corti neri, di spugna d’inverno, invisibili d’estate. I fantasmini, da adolescente, li ho inventati io; tagliando calzini vecchi dentro le scarpe per non farli vedere, mostrando stile del vestire, prevenzione dei cattivi odori, scioltezza nel vivere. Quando i negozi hanno iniziato a venderne ho indugiato tra la fierezza di essere stato un precursore e il rammarico di non averli brevettati prima. Poi quei colori, bianco fino al ginocchio, e a fine polpaccio uno striscione rosso con striscette verdi parallele sopra e sotto. Bianco rosso e verde; forse pensa che siano i più appropriati nel buffo paese dove s'è ritrovato. Ma dall’amalgama risulta chiara l’incompatibilità cromatica con qualsiasi altro vestiario. Una volta ne ho comprati. Giacciono in fondo al secondo cassetto a sinistra, quello della biancheria. Mai messi, neanche a casa, i calzettoni lunghi mi frenano la circolazione nei polpaccioni. Un’altra ho proposto di accettare l’euro, ma tenersi la mala merce. L’ho fatto prudente, poiché i miei sensi di ragno prudevano per avvisarmi che potevo risultare antipatico. La fierezza di quegli occhi mi ha fulminato. Se n’è andato. A nulla è valso rincorrerlo. Anzi sì: a ciò che giace intonso nel secondo cassetto a sinistra.

Ragioni tutte ottime. Ma gli occhioni direbbero: non è merceologia, è Fame. Come puoi contrapporre le convenienze, le compatibilità, il Bel Vestire, al diritto di sfamare me e i miei figli, le mie mogli, le mie suocere innumerevoli e invadenti? Non vedi come staziono sotto il sole agostano, mentre tu per un pranzo spendi il mensile del mio paese? Come osi non prenderti i tuoi calzo di cazzini?

Un euro per dei calzini, poi, è pochissimo. Come fa? Che margine di guadagno, su quell’euro, per produttori, rivenditori e mafie che tengano lontani i concorrenti?

Povere mafie. Ne hanno anche loro di problemi.

Questo annus horribilis mi ha regalato una barba candida come il raziocinio di chi ha creato la Vita, nel senso semantico e micotico del termine; e con lei, saggezza nuova. E allora affermo che la posizione eretta è conquista temporanea. La migliore, e definitiva, è la distesa; ricoperti, se possibile, a evitare l’imbarazzo del decadimento, come certi gatti mummificati sugli asfalti. Sottoterra le posizioni erette sarebbero difficili da ricoprire.

Questo vado pensando, mentre riconquisto la posizione seduta e metto in moto verso il Cinese, presso il quale latitano postulanti e parcheggiatori, segno che le mafie locali hanno altre percentuali da spartirsi.

venerdì 19 agosto 2022

Dialogo della natura e di un irlandese


Arrivano le elezioni e i politici hanno sempre più a cuore gli Italiani.

Dibattono sui loro bisogni, litigano addirittura. Non menzionano il proprio tornaconto, tengono agli Italiani più che a sé stessi.

Schiavo delle mie preoccupazioni, io agli Italiani non penso molto. Non mi vengono proprio in mente, ammetto che non mi interessino granché; infatti ho meno probabilità di vittoria del politico più defilato.

Però mi chiedo: gli Italiani sono volubili, capricciosissimi. A far loro del bene se ne accorgerebbero?

Capisco che le ferite di guerra con gli Inglesi siano ancora fresche, e che per lo stesso motivo sia strano interessarsi al benessere dei Tedeschi. Per non parlare delle contese enogastronomiche coi Francesi, o della diatriba sulla scoperta delle Americhe con gli Spagnoli.

Ma gli Irlandesi? Una volta li ho visti: sono simpaticissimi. Inclini allo scherzo, alla risata, al ballo sui tavoli, a offrire una pinta pure a me che non bevo. Che gli Irlandesi stiano meglio mica mi spiacerebbe.

Potrei votarlo, un politico che includa nel suo programma gli Irlandesi. Farebbe un bel gesto visto che il voto da un Irlandese non lo otterrebbe.

lunedì 5 novembre 2018

Pretofilia

Migliaia di preti abusati, centinaia di zone infestate da bimbi pretofili che gli educatori si limitano a trasferire da un asilo all'altro, ostacolando le indagini della polizia. Commissioni d'inchiesta, condanne, scuse pubbliche (“Non lo fazzo più!”) che secondo gli esponenti del clero non possono bastare.

Nel 2002 in Australia il bimbo R. E., di 7 anni, fu condannato per aver abusato di numerosi preti, fra cui il suo catechista di 32 anni. S. A. , un altro bimbo di 8 anni di Tucson (Arizona) fu giudicato colpevole per aver sedotto 830 volte il suo confessore, inducendolo a tentare il suicidio. In Texas, nell'Arcidiocesi di Houston nel 1995 il governo aveva deciso di occuparsi del problema costituendo un “Comitato di vigilanza infantile sugli abusi pretofili”. Uno dei membri più noti era R.M., di 11 anni. Quando lo nominarono, i vertici del comitato sapevano già che era sotto inchiesta per diversi casi di abusi clericali. Più tardi sarebbe stato descritto dai suoi stessi superiori come un “predatore sessuale” (“Houston, abbiamo un problema”). E le condanne continuano.

La grande ipocrisia della società contemporanea, pronta a stracciarsi le vesti per ogni nuovo caso di pretofilia che venga alla ribalta, nei fatti ignora il dramma di migliaia di preti che ogni anno subiscono violenza. Per questo, benché si tratti di un argomento estremamente doloroso, anche alla luce del suo triste e rapido aumento è quanto mai opportuno occuparsene, per approfondirlo e - possibilmente - prevenirlo.

Spesso siamo portati a immaginare il bimbo pretofilo come una sorta di sporcaccione, lascivo e trascurato. Se così fosse sarebbe piuttosto semplice individuarne quelli che presentano evidenze pretofile, ma purtroppo le cose sono diverse. Molti bimbi con questa patologia scelgono aree di gioco in cui possano interagire con i religiosi, poiché esserne idealizzati come figure candide e innocenti li aiuta a mantenere un immagine positiva di se stessi.

Altro aspetto da non sottovalutare è la crescente diffusione in rete di materiale preto-pornografico. Oltre allo scambio di foto di sacerdoti, suore, canonici colti in atteggiamenti religiosi e pii, si denotano tentativi di adescamento online di esponenti del clero da parte di bimbi che cercano di formare rapporti di fiducia, se non di vera e propria amicizia, finalizzati a richieste di sesso virtuale o di incontri al di fuori della rete. Per il ministro di un qualsiasi culto diventa sempre più difficile tirare fuori il proprio i-Ped senza rischiare le moine di un bimbo.

L'indignazione dei mass-media per l'ennesimo caso di abuso pretofilo si scontra con l'ipocrisia di una società che per molti versi tollera o addirittura perdona le manifestazioni di natura pretofila. Si dà il caso di un bimbo veneto che, processato per aver abbordato il vescovo che lo stava cresimando, s'è visto riconoscere dal giudice le attenuanti generiche perché “il sentimento era vero”. Ancor più grave, se possibile, è stata la vicenda del bimbo pretofilo siciliano accusato di aver molestato almeno 116 seminaristi, cinque dei quali ridotti in fin di vita, che ha inciso diversi cd musicali con un noto coro infantile, tuttora acquistabili su piattaforme online, per i quali “riceve regolarmente i diritti d'autore”.

Ensemble di voci bianche, catechismi, asili tenuti da istituzioni religiose; tutti luoghi che pullulano letteralmente di abbordaggi a cielo aperto, di bimbi che muovono boccoli d'oro e guance rosee all'indirizzo di chi dovrebbe educarli ai più alti valori morali. Ed è insopportabile la spocchia con cui costoro, questi bimbi, si ergono a campioni di innocenza e a modelli di candore. I bimbi dovrebbero rallegrare i cuori, e non intristirli. Dalle sagrestie, bimbi pretofili travestiti da chierichetti lanciano i loro sguardi voluttuosi agli officianti fino agli altari su cui essi celebrano le funzioni religiose. In alcuni diari infantili sono stati trovati elenchi di abusi fatti, episodi, memorie, fino a veri e propri manuali per restare impuniti. Una volta appostati nei conventi, nelle canoniche, negli oratori, è tutto un fiorire di nasi che colano, ginocchi che si sbucciano, occhi che implorano, e ogni altra attività cui tipicamente si dedica il bimbo licenzioso. 

Di contro, non sono rari i preti che raccontano gli abusi subiti ai superiori, vescovi o cardinali; ma spesso ricevono ammonimenti e perfino botte. Anche in presenza di casi conclamati ci si scontra spesso con un muro di silenzio. I preti molestati non vogliono quasi mai parlare della loro esperienza, che può arrivare a comprometterne il successivo equilibrio psicofisico. Ciò non è dovuto solo a sentimenti di vergogna, di diffidenza verso un estraneo, o alla paura di ritorsioni ecclesiali. Le vittime tentano di rimuovere quanto vissuto e le angosce connesse, in modo tanto più rigido quanto più grave sia stato il trauma affettivo. I preti si convincono che ciò che hanno subito dai bimbi è giusto, ed è accaduto per colpa loro, perché hanno bisogno dell'ideale di un bambino “buono” e ne negano la componente abusativa e violenta. Il ragionamento che si snoda nelle loro menti è lineare e disarmante: “I preti buoni vengono amati, io invece non sono stato amato e quindi sono un prete cattivo”.

Sovente il bimbo ritiene il comportamento sessuale l'unico mezzo utile per una comunicazione affettiva e relazionale con il prete, e dà luogo all'abuso. Inutili gli ammonimenti con cui le gerarchie ecclesiastiche tentano opere di prevenzione (“Non accettare caramelle dai bimbi sconosciuti”). I preti sottoposti a esperienze coercitive dimostrano in genere una grande fragilità e diffidenza, e una paura eccessiva degli altri preti. Anche quando da un punto di vista giuridico si configura per le vittime la possibilità di risarcimento (intere comunità infantili costrette a farvi fronte dichiarano ogni giorno bancarotta), tali risarcimenti non bastano a pagare anni di psicoterapie.

Molti preti che subiscono l'abuso sessuale in un contesto di gioco non avvertono un trauma reale, grazie come detto a meccanismi difensivi difficili da aggirare. Esistono vari test indicatori d'abuso, utili a cogliere la verità senza traumatizzare il prete. Eccone alcuni:

  • il gioco con bambole o bambolotti, nei quali siano riprodotti in dettaglio collari sacerdotali, paramenti sacri e tonache religiose; spesso l'elaborazione fantastica, la chiarezza semantica, il livello di coerenza delle dichiarazioni e una conoscenza della psiche infantile inadeguata per l'età, aiutano ad individuare i casi più nascosti.
  • analisi mediche e di laboratorio (test del Muco, delle Caccole e della Sporcizia infantile), che dovrebbero essere condotti con cautela al fine di evitare esperienze intrusive.
  • analisi comportamentali ed emotive, che possano rilevare disturbi del sonno e dell'alimentazione, depressioni, paure, erotizzazione dei comportamenti, disinteresse per le attività religiose.


La letteratura scientifica dimostra che il primo passo da percorrere con il prete è cercare di fargli capire che ciò che ha vissuto non coincide con le "normali" esperienze che un soggetto della sua età di solito vive.

Sarebbe sbagliato assumere un atteggiamento ottusamente critico nei confronti di ogni fascia di età infantile. Il mondo è pieno di bimbi innocenti ed equilibrati, che in questo momento sono impegnati solo a giocare. Per colpa di alcune mele marce non si può gettare tutta la cesta nella pattumiera. E occorre sopra ogni cosa aiutare le vittime. Che se ancora c'è al giorno d'oggi un prete che riesce a scappar via battendo in velocità il sinite parvulos, cioè quei sciagurati regazzini animati dal tristo sentimento della pretofilia, il pover'uomo merita tutta la comprensione di cui siamo capaci noi scampati.

sabato 13 febbraio 2016

Millennium bugs


Già per voi, nati nel secolo scorso, non dev'essere stato facile abituarsi a quello nuovo. Pensa per noi che siamo del vecchio millennio.

Ah, il Vecchio Millennio. Sembrano passati secoli, ma io ancora me lo ricordo.
Le Crociate. La peste nera. La scoperta dell'America. Il Rinascimento. Le Eresie. La rivoluzione industriale. L'Illuminismo. L'esplosione demografica. Il capitalismo - il comunismo, arf arf, che ridere! Noi del millennio passato usciamo indenni da due guerre mondiali e dalle bombe atomiche; abbiamo fatto la rivoluzione informatica e conquistato lo Spazio.
E voi, pischellanze neomillenarie? checciavete? Il bosone di Higgs?

Voi, marmaglie male educate, vi titillate colle mucche pazze, le SARS, le influenze aviarie e suine. Partorite emo. Mandate i negri alle Case Bianche, mai i bianchi alle Case Negre - razzisti. Scureggiate ancora combustibili fossili, pur disdegnandoli in società per darvi un tono. Continuate a viaggiare su vecchi aerei analogici, e vi titillate coi digitali terrestri. Tanta è la vs. noja che come vedete 4 gocce (“Tempeste d'acqua”!) gli date un nome di femmina - che fantasia, che modernità; quando i nostri avi comuni pascolavano le bestie nei Diluvi Universali. Battete monete €uropee e subito ve ne pentite. Vi amplificate gli scemi del villaggio a suon di smartphone e social network. Stolti! Noi del Vecchio Millennio siamo nauseati dalle vostre camminate whatsappanti.

Avete fatto sparì una categoria: il rivenditore di giornaletti zozzi. Che fine gli avete fatto fare? Me l'immagino a un angolo di una strada coi suoi giornaletti, tutti ripuliti, che proprio per questo non interessano più a nessuno.


Siete tutti pelati, quando pure il più fesso di noi era capellone; o al limite faceva ridere i suoi allegri compagni sfoggiando riporti che manco nelle addizioni alle elementari. Vi fanno male gli stomaci poiché fin dalla culla mangiate merda colorata dalla chimica delle E majuscole, voi che deridevate i nostri Panioli&zuccheri.

È incredibile quante parole nell'unità di tempo riusciate a digitare sulle tastiere dei vostri touch screen capacitivi, alcune delle quali anche di senso compiuto se prese singolarmente, senza mai far uso delle cervella. I correttori automatici vi raddrizzano i caratteri, e neanche tutti; ma mai le idee.

Rigettate i nostri vaccini come un complotto di vecchi babbioni, mentre v'inculate da soli i sieri positivi.
Sguazzate nelle Torri Gemelle, negli sgozzamenti kosher, nel vostro être Charlie. Ma che ne sapete dello stare tipo foglie sugli alberi autunnali? Dell'ardere sulle pire inquisitorie, delle teste rotolanti dalle ghigliottine perché le vostre possano toppare 1 suffragio universale dopo l'altro? Noi ciavevamo i Leonardi, i Cristoforicolombi, i Copernici, i Galilei. I Newton, i Bach, i Voltaire, i Rousseau. I Kant, i Beethoven, i Darwin, i Freud, gli Einstein. Gli Andreapazienza. I Beatles.
Voi replicate con Justin Bieber.

Eppoi non vi accontentate mai di niente. Noi con una invenzione ci svoltavamo tanti pomeriggi, lieti e semplici. La stampa a caratteri mobili cià regalato secoli di piacevolezze. La polvere da sparo, interminabili sterminii. La macchina a vapore – dio, com'era allegro il suono di quelle rotaje vaporizzate! Il volo umano, roba che ancora non pare vero.
Noi, nel tempo libero, ci radunavamo nelle nostre polis.
Voi sciamate come zombi nei vostri centri commerciali il sabato pomeriggio, e non uscite di casa se ciavete l'i-Phone minore di N.

Quindi, checcazzo ciavete da ridere? Da sentivve superiori, solo perché ancora vivi? Colle vite allungate, e le vecchiaje infinite che vi partono sin dalle più tenere età, cogli smogs che vi attanagliano, coi rumori delle monnezze urbane che vi squassano le periferie degradate dove dormite?

Noi eravamo giovani, voi siete vecchi. Noi, morire era un attimo. Denti che si guastavano, stomaci che si laceravano, femori che si rompevano e vualà. Ma prima eravamo vivi, di una vita scandita da cicli e riti di passaggio ben definiti. L'infanzia. L'adolescenza. I primi accoppiamenti, senza tante storie. L'ingresso nel mondo del lavoro. L'autonomia residenziale. Il matrimonio. I figli.
Voi, è tutto un rifiuto. Siete piccoli e volete crescere. Siete cresciuti, e indugiate tra la fanciullezza e la maturità, senza mai scegliere. Dipendete dai genitori fino alla loro lentissima consunzione; e quando riuscite ad andarvene di casa restate a 10 km dalla famiglia, se non sullo stesso pianerottolo. Avete un'aspettativa di vita da sballo, rasentate la centenarietà. Ma non avete tempo neppure per dormire.
Vi abbuffate di grassi idrogenati e cancerogeni edulcoranti, poi vi spossate di diete e sport per recuperare vita. Provate uno a caso dei nostri assedii medievali, per dimagrire davvero.
Nella società delle telecamere siete pervasi dall'insicurezza. Noi, quando ci avventuravamo in un bosco, manco sapevamo se saremmo tornati a casa con tutti gli arti.

Vi fotoritoccate, vi fotoritoccate. Ottenendo più cose.
La prima, la frustrazione di vedere gli altri e voi stessi incompatibili cogli standard più diffusi.
La seconda, la sparizione della Bellezza, che trova definizione dalla presenza del suo contrario.
La terza, l'autocancellazione dalla memoria futura.

Ma soprattutto, attenzione.

Avete perso l'Attenzione. Siete distratti. Da cosa, poi. Link che va di moda cliccare. Video che è necessario vedere. Inviti a eventi impossibili da raggiungere. Scrive chiunque, aforismi e massime, denunce e moralismi. O almeno copia. L'arte, finalmente, è di tutti. Ognuno disegna, suona, compone. Quantomeno fotografa, sfornella, trucca. Le dinamiche, ipercompresse, spariscono. Rapporti facili ad aversi e a perdersi. Suoni e colori brillanti e ultravivaci. Confezioni curate più dei loro contenuti, spesso insalubri, talvolta tossici. Codici e gesti che appartengono a culture vittoriose quanto lontane. Nozioni e spunti immediatamente raggiungibili, quindi poco interessanti.
Noi le cose ce le conquistavamo. Ammirare un quadro richiedeva lunghi viaggi, o l'acquisto di cataloghi costosi. Sapere chi avesse suonato su un disco era difficilissimo, se non era scritto nei crediti. Conoscere il liceo frequentato da David Gilmour era impossibile, senza un lavoro di ricerca di mesi (grazie Ricciolé). Era comodo? No davvero. Ma almeno, le tue energie le riservavi a ciò che conta, per te stesso soprattutto, scoprendo e sviluppando un gusto personale, senza finire invischiato nei milioni di visualizzazioni decerebranti dell'ennesimo burattinaio patinato.

La sovrabbondanza dell'informazione genera noja. Noja semantica. Inesattezze. Contraffazioni più o meno palesi. Complottismi consolatori e autoindulgenti. Credete negli extraterrestri (a che pro, poi) e consultate oroscopi, finendo per arricchire imbonitori più assurdi dei nostri peggiori stregoni.

Noi del Millennio passato non vi capiamo. Non ci adattiamo. Vi disprezziamo. Ed è per questo che la nostra ora è giunta.
Ricordo ancora le cassandre dei millenni scorsi. Si decantava l'arte della Scrittura, come farmaco della memoria e fonte di conoscenza divulgata. Sarebbe stata sapienza apparente, ribattevano loro. Possedendo e leggendo cose scritte avremmo creduto di conoscerle. Ma senza elaborazione, senza insegnamento, ci saremmo trasformati in portatori di opinioni, invece che sapienti.

Esageravano? O è successo davvero?
Non lo sappiamo. Noi alla fine l'abbiamo trovato, un nostro modo.
Se l'accelerazione non ci schiacciasse nelle tombe, se l'attrito non consumasse le nostre spoglie, saremmo curiosi di vedere il vostro.



venerdì 23 maggio 2014

Puericultura.

 
















Il vero scopo delle scie chimiche era separare gl'ignoranti dagli stolti. Bastava studiare le reazioni sui social network.
Gl'ignoranti gnoravano. Continuavano a spammare le proprie attività effimere, o a postare citazioni poetiche nella speranza di rimorchiare; o quantomeno a far battute per far ridere i loro compagni.
Gli stolti nvece fremevano di sdegno e ribollivano di frustrazione. Le loro bacheche erano un coacervo di violenza solo verbale e rabbia mai espressa verso bersagli pertinenti.

Era una buona iniziativa, questa del Governo. Perlomeno funzionava. Con la Lira pesante e l'€cu il successo non era stato tanto netto. Una parte della popolazione ne era comunque infastidita. Piccola, ma chiassosa.
Anche quella volta in cui il Governo si era speso tutta la paghetta che gli passi ogni settimana per comprarsi degli aeroplanini F-35 tutti rotti. Perché protestare? Perché indignarsi?

Una volta, avrò fatto l'asilo, mi hanno dato una di quelle bellissime banconote verdi da Cinquecentolire, e mi hanno mandato al giornalaio a comprare Il Tempo e Il corriere dello sport. Questo in epoche in cui si permetteva di uscire ai regazzini senza stare a preoccuparsi della pretofilia odierna.
Insomma, come arrivo vedo un bellissimo giornaletto, tascabile ma spessissimo, dal titolo 'Gatto Silvestro pocket'. Scritto in alto - nero in campo bianco. In copertina c'era lui in persona: Gatto Silvestro. Teneva tra le zampe la gabbietta di Titti e si leccava i baffi, su sfondo tutto azzurro. Il copertinista non aveva ritenuto di dedicarsi ai particolari, dato il livello intellettuale dell'acquirente medio.
Lo guardo a lungo, e intensamente lo desidero. Ma le mie, di Cinquecento lire settimanali, erano destinate a Topolino. Non potevo saltare un numero, facevo la collezione.
Al che, quel provvidenziale giornalaio fa festoso: “Corriere dello sport e Tempo sono finiti!”. Il dado è tratto. Torno trionfante col mio doppio bottino fumettistico. Spiego a mio padre la meccanica dell'accaduto, e non mi stupisco del tutto del suo biasimo. “Potevi provare a un altro giornalaio, e comunque quei soldi non erano tuoi. Quelli tuoi li avevi avuti”. Non fa un piega. Quindi mi sequestra entrambi i giornaletti.

Prima di due ore, viene in camera e porgendoli mi dice “Puoi tenerli”.
Io faccio l'offeso, per appena due minuti. Poi li prendo, ma non sono soddisfatto. Il mio apparente successo ha un gusto amaro. Riesco a percepire il sentore dell'errore.
Capito? Elabora anche il peggio regazzino, o il Governo più monello. Anche se al momento non sembra. Questo è 1 paese a sfondo cattolico. C'è sempre il tempo per 1 ravvedimento.

Tu, popolazione sparuta e infastidita, mi ricordi quelle coppie di mezza età che non hanno mai avuto figli. I Governi, si sa, sono come bambini piccoli. Sono chiassosi e capricciosi. Pretendono da te attenzioni spesso ingiustificate. Ti salgono sui divani colle scarpe, non se le puliscono bene sullo zerbino, e fanno chiasso col pallone durante la tua pennichella pomeridiana.

Ma richiamarli in continuazione, o peggio ancora reprimerne le manifestazioni, è un sistema educativo sorpassato. Un Governo deve esprimersi, anche se in modi fastidiosi. Esso vuole capire sessei gnorante o stolto perché ama sondaggi, questionari e censimenti, che sono
i suoi giocattoli. Non devi biasimarlo perché non lo capisci: un tempo bramavi anche tu trottole e cavallucci. E poi, se reprimi 1 Governo da piccolo, ne farai 1 adulto insicuro e privo di equilibri. E 1 adulto può incasinarti molto più di quanto possa un bambino piccolo. Ad esempio, un sacco delle tue tasse serviranno a pagargli lo psicologo; e allora era meglio essere più tolleranti prima.

Non so te, ma sin da da piccoli i miei cuginetti e io ci rendevamo conto benissimo di questa differenza. Gli zii che avevano generato cuginetti erano più simpatici degli altri che invece no. Così come i miei nipotini sostengono che, fra gli amici del papà, i più simpatici siano quelli che fumano tuttinsieme certe sigarette fatte da loro.
Quindi, non ti lamentare per i centrini decentrinati sui tuoi tavoli. Il Governo ha bisogno di spazi per colorare i suoi disegni di legge. Non invidiarne i privilegi e l'inoperosità, mentre tu ti alzi tutte le mattine e affronti il traffico. Sei stato piccolo anche tu, e le pulsioni che avevi non erano tanto distanti dalle sue.

O forse no? Tu mi dici che a te qualche schiaffone te lo davano, e con questo lassismo educativo chissà dove andremo a finire?

Ti capisco. Anch'io, in effetti, a volte.
C'era questo fratellino piccolo di una mia amica. Aveva una decina di anni meno di noi, frutto evidente di precauzioni mal riuscite. Ma non se ne aveva a male, ed era l'entità più molesta che si potesse per sbaglio concepire.

Da dolescenti non ci lasciava giocare. Qualsiasi cosa facessimo, lui si metteva in mezzo. Ci rovesciava il tabellone del Monopoli. Era il più pericoloso degli Mprevisti. O
gni volta su quel grugno schifoso mi aspettavo una pioggia di schiaffi, la cui portata non riuscivo manco a immaginare visto che io non avevo fatto mai niente del genere, e pure di certe piogge m'ero inzuppato bene.

Invece niente. Non una zia, una sorella, una nonna, un padre, una madre. “No-no; non si fa”. Oppure: “Insomma, sei proprio impossibile!”, quando la cosa era proprio grossa. Era evidente che quel moccioso pestifero se ne beava. Anzi: avevo l'impressione che con provocazioni sempre più grandi e reazioni appena meno modiche questa esecrabile marionetta impazzita si tarasse il fondoscala, esplorando i limiti del suo universo conosciuto.

Da più grandi, il Monopolio che aveva su di me quella mia amica passò oltre.
La pubertà aveva ridisegnato gli equilibri. Lei adesso era detentrice di FREGNA,
traendo da ciò superpoteri nuovi. Era femmina, eppure mi cagava. Mi telefonava a casa, addirittura. Quello su cui adesso in equilibrio precario camminavo era un filo talmente sottile che per non rischiare di spezzarlo non osavo nemmeno farmici le seghe. Chiacchieravamo per delle ore. Sembrava provarne anche piacere. Certe volte rideva anche di brutto. Boh.
Quel pezzo di merda di scimmia
madornale ascoltava le nostre conversazioni su un'altra linea. Mandava a memoria le mie sternazioni più goffe, e al rivedermi le virgolettava tutte davanti ai genitori.

Io ti capisco. Anch'io a volte vorrei prendere il Governo a calcioni nel sedere facendogli salire le scale quattro a quattro. E, arrivati al quinto piano, arrampicarlo sulla terrazza condominiale, appendermelo per le orecchie tra le mani, stancarmele dondolandolo sul vuoto sottostante, guardarmelo negli occhi e dirgli: “Tu adesso cambi, capito? Non rompi più i coglioni. Mai più. Perché altrimenti io tornerò qua con le tue recchie, e col tuo moto ondulatorio metterò a prova più dura le mie maldestre dita di pianista”.

Non vergognarti di quello che provi. Avrai avuto anche tu, le tue suore alle Lementari. Colle loro cure-Ludovico, hanno provato a estirparti la cattiveria e i bassi istinti. Ora che sei grande, non negarli più. Essi esistono. Non è ignorandoli che ti migliori. Cerca piuttosto di tollerare. Se non di amare, addirittura.
Ama il Governo, ora ch'è piccolo: da grande lui saprà ricompensarti.

Quel regazzino orribile è cresciuto. L'ho incontrato nella metro, tempo fa.
Mi dice che è chirurgo. Nel suo praticantato, il professore gli ha preso le mani e gliele ha messe sul cuore aperto del paziente addormentato. V
iene un brivido, pensando a cosa poteva combinare la scimmia non ammaestrata di una volta. “Non affonderai mai il bisturi, se hai paura di toccare. Ecco, premi bene e guarda: non succede niente”.

Hai capito? Incredibile, non è vero?
Calmo, maturo, equilibrato. Piacevole a tratti, addirittura. Giusto un tantino un po' prolisso.
Pensa come mi avrebbe operato male, trovandomi a sterno sollevato su di un tavolo peratorio, se lo avessi davvero scosso per le recchie.
Non ti piacerebbe che anche i più immaturi fra i Governi ti effettuino 1 giorno perazioni favorevoli?

Stempera il tuo odio con le riserve giuste. I Governi, poverini, hanno la mortalità infantile più elevata. Non credere che i paesi che ne detengono il primato siano i soliti, i più esotici. L'Africa sub sahariana. L'Asia occidentale. L'America latina. Sorprenditi pensando che certe città europee sono non da meno. La disoccupazione galoppante. Il debito pubblico. La sanità privata.
 
Non so se è tempo perso, questo in cui ti spiego. Più ci penso, più mi sembri uno di quei cittadini insofferenti e di mezza età che non ha mai avuto un Governo. O se ce lo ha vuto, gli è morto fin da piccolo.

lunedì 29 luglio 2013

(venti)Sei personaggi in cerca di Ammore.





















Nella mia vita interminabile ne ho viste, di cose normali.
Non ci credi? strano. Sei sempre incline a credere alle cose più pazze, poi ti stupisci di affermazioni lineari come questa. A differenza di me, che non credo mai in niente e dico sempre la verità. Tranne quando mi sbaglio, o decido di dirti una bugia.

Comunque, per non perdere tempo, meglio che io ti sottoponga subito un elenco ordinato di prove. Tu sai quanto io abbia il pallino degli elenchi ordinati e del controllo delle cose in generale. Ma non divagare.



Alpha vuole un compagno perché a breve sull'orologio biologico le suona l'allarme;

Bravo vuole una compagna perché sennò si mbarazza quando i colleghi parlano dei figli al distributore dei caffè;

Charlie la vuole perché rischia oramai di non far conoscere ai nonni i loro nipotini;

Delta lo vorrebbe per essere al centro delle totali attenzioni di qualcuno;


Echo perché ha paura di essere guardata dai parenti a natale come una zitella;

Foxtrot perché non ce la fa più a fare le cose senza condividerle;

Golf perché ha immani carenze di affetto;


Hotel perché a mangiare da solo al ristorante si vergogna;

India perché ha bisogno che qualcuno la ccompagni in macchina dove deve andare;

Juliet vedrebbe in un compagno una scorciatRoia per avere una posizione;


Kilo perché alla sua età non sa più con chi fare le vacanze;

Lima perché, dopo un disastroso rapporto col genitore dell'atro sesso, spera di avere una seconda opportunità;

Mike perché non saprebbe da chi farsi soccorrere da vecchio, in caso di rottura del femore nella vasca da bagno;

November perché deve poter chiedere a qualcuno quale vestito mettersi stasera;

Oscar perché spera di essere compreso fino in fondo da qualcuna;

Papa perché ciò è normale, semplicemente;

Quebec perché è troppo grande per dividere l'affitto con un altro maschietto;

Romeo vuole proprio lei per sentirsi un grande conquistador;


Sierra per vincere definitivamente la propria guerra con la suocera;

Tango perché non può più guardare da solo neanche una cosa ripetitiva come il tramonto, senza sentirsi male;

Uniform perché non sa lavare né stirare né pulire né cucinare;


Victor perché non ha mai sperimentato interessi propri;

Whiskey per sentirsi necessario a qualcuno;

X-ray per poter avere una condotta sessuale eticamente accettabile;

Yankee perché anacerta bisogna pur ritrovarsi in un rapporto stabile;

Zulu per provare l'emozione di essere sopportati da qualcuno.



Fai caso a come ciascun personaggio non brami mai il bene altrui, quanto piuttosto il proprio.

Eppure, per identificarsi i sentimenti in società, continua a usare l'idea platonica di Ammore. Vuoi per sintesi, vuoi per buona educazione. Questo Ammore poi dovrebbe essere una cosa disinteressata, tipo 'Preferirei perdere un braccio piuttosto che farti soffrire' ecc. Come so queste cose? Perché io sono parte di quell'alfabeto fonetico, o lo sono stato o lo sarò; e perché la parte restante è arrivata alle mie orecchie, ai miei sensi e alle mie sperienze.

 

D'altronde, anche il bravo Dinobuzzati lo disse, mentre in uno dei suoi ultimi libri aspettava la morte imminente. Dinobuzzati, sì, proprio lui. Quello che tu confondi sempre con il suo sosia Paolostoppa.
È bellissimo, Dinobuzzati. Non per un libro in particolare, non me ne ricordo nessuno particolarmente bello. Però vale la pena di essere letto tutto quanto, se in mezzo ci trovi una favoletta semplice e breve come questa:



“La ragazza innamorata soffriva tanto, che perfino il demonio se ne impietosì. Andò da lei e le promise l'amato. A una sola condizione: che mai, mai , per tutta la vita, neppure con una semplice carezza, con un semplice pensiero, lei lo tradisse; pena, la morte sua, di lui e dei figli. Singhiozzando, fu costretta a rinunciare.”



Uhm. Dovrei farci una canzone.
Ci andrebbe bene la cassa in quarti.

venerdì 12 luglio 2013

Puntualità.

Viviamo in tempi disordinati. Compriamo razzi difettosi, per difenderci da nemici pericolosi al punto di essere invisibili. Pubblichiamo sulle nostre sigarette elettroniche le aberranti foto di chip bruciati o di fusibili rotti, per dissuaderci dal suggerne surrogati poco tossici.

“Ordine e disciplina” è spressione dagli echi sinistri, negli mmaginari comuni. Ma questo talvolta è un punto di vista riduttivo. Se io voglio imparare a giocare a scacchi, ho bisogno di apprendere un sistema di regole che mi permetta di esprimermi le strategie. Devo sapere al più presto che, se necessario, il cavallo scavalca gli altri pezzi, com'è opportuno per un animale come lui, e lo fa trotterellando a “elle”. Non potrò pretendere di arroccare una regina coi suoi pedoni, poiché prerogativa rigidamente monarchica. Le regole ha senso infrangerle una volta note, per tentare di produrre qualcosa di originale e purtuttavia valido.

La struttura, vincolandoti, ti dà gli spazi per esprimerti. Lungi dall'essere castrante, questo meccanismo è invece ricco di stimoli. Specie quando le tue strutture sei capace di creartele da te.

“Ordine e disciplina” è poi mprescindibile quando, per esprimerti, decidi di avvalerti di codici condivisi.
Decifrare un codice, noto o ignoto, è un'impresa che non tenterei mai, se perfino quel rissoso, irascibile, carissimo Umbertoeco nei suoi saggi sterminati spesso non fa altro che sterminarmi l'entusiasmo con cui tento di approcciargli le semiotiche.
Più modestamente cercherò di riferirti quello che, più che lo studio, l'esperienza di osservazione più che di vita (tanto per cambiare) mi ha insegnato sull'interpunzione.

Se tu ti articoli i diti sulla tastiera alfanumerica, non puoi confondere i Duepunti col Punto&virgola, che è l'errore più noto. O il Trattino colla Barra. Se lo fai, improvvisi in una neolingua più orwelliana dell'originale, che invece di espanderti i confini e le possibilità, ti relega nel detto male, nel non espresso, nel poco chiaro. Impoverisci la mente tua e del tuo interlocutore, e alimenti l'inquinamento e il degrado mentale, intaccandomi l'ecosistema pezzo per pezzo; irrimediabilmente. Eccoti quindi un bugiardino, di cui leggere attentamente le avvertenze e le modalità d'uso, per guidarti a un uso più puntuale delle scelte interpuntuali. Partiamo dall'inizio.



Il Punto (“.”)

Non è una faccina. Non cominciare. Sai bene quanto m'innervosisci, quando tiri fuori chiavi dalle tue serrature cabalistiche. Le virgolette servivano a creare un'oasi semiotica in un flusso semantico precedente e sequenziale.

Il Punto è unico nella sua essenza geometricamente adimensionale. Anche una modica Virgola (v. prossimo paragrafo) ha estensioni lineari e superficiali (quando addirittura spaziali, nel suo spessore tipografico) non trascurabili.

Eppure, in qualsivoglia sintassi, è il Punto a detenere il massimo potere conclusivo. Esso chiude ogni discorso, lasciando a te la scelta se farlo in modo temporaneo o definitivo. Usa un mezzo potenzialmente devastante come il “Punto” sempre con la massima sapevolezza.



La Virgola (“,”)

La virgola serve a respirare. Il cantante e lo strumentista accorto la utilizzano come apice tra le note, per deciderne il fraseggio. Melodie pure azzeccate diventano soffocanti, se non inframezzate da virgole opportune. Se troppe, causeranno fenomeni di iperventilazione, e conseguenti svenimenti.



I Due punti (“:”)

A che pro, incastonarti due punti in verticale nei discorsi? per ejaculare una conclusione da un onanismo verbale precedente. Ciò che segue ai Due punti chiosa, riassume, conferma. Oppure nega, sorprende, stupisce. Ma sempre, ciò che lascia eruttare è l'effetto di quanto precedentemente costruito.
Non avvalertene, se stai per dire cose avulse dal contesto.



Il Punto&Virgola (“;”)

Fra i segni interpuntuali più simpatici. La perentorietà del Punto, stemperata dallo scivolo lessicale della Virgola. Quando ne fai uso, inchiodi su un acceleratore che, con la sua energia cinetica, rinculerà il lettore sulla conclusione successiva. Scegli di offrire nel discorso una pausa veloce alle macchinette del caffè, da cui non si può che uscirne rinfrescati, e mentalmente più attenti. Pronti per cogliere proficuamente il frutto del lavoro precedente.
Non a caso, nelle faccine degl'imbecilli, esso semioticamente vale l'ammicco di un “occhietto”.



Il Punto interrogativo (“?”)

Non dubitare mai del dubbio. Esso è foriero di ogni certezza futura.
Non rafforzarlo soprattutto, copiancollandolo in una ripetizione selvaggia. Non esistono domande, o richieste, vaste al punto da meritarla, poiché sono tutte tendenti all'infinito. Sortiresti piuttosto l'effetto contrario: la banalizzazione. Come quando leggi “Professionale” su un attrezzo che palesemente non lo è. Anzi: la dicitura “Professionale” ne decreterà di norma il contrario.
Molto bello il Punto interrogativo inverso (“¿”), di uso spagnolo. Anche in musica una tensione va preparata, anticipandola e lasciandola fuoriuscire in fade-in da una precedente consonanza.



Il Punto esclamativo (“!”)

In un discorso scritto non va mai usato. Denota quasi sempre arroganza, quando non addirittura insicurezza sui contenuti esposti. Un uso singolo è ammissibile solo per colorare di ronia la proposizione. Va invece benissimo nella narrazione, nel fumetto, o in ogni caso di sospensione dalla realtà, che infatti favorisce. Anche qui, copiaincollaggi selvaggi e rovesciamenti ispanici provocano le stesse, diversissime, sensazioni esposte nel paragrafo precedente.



I Puntini di sospensione (“...”)

Non ce n'è alcun bisogno. Mai.
Un loro utilizzo denota vigliaccheria dialettica. Come a dire, Potrei dire, ma per delicatezza o superiorità non dico. O anche: I miei contenuti sono traboccanti, te ne lascio solo intuire la portata poi basta perché sennò rimarresti devastato dal mio spessore. Non ti dico, però; e non dicendo non ti do modo di soppesarlo, questo mio spessore presunto e dunque presuntuoso. Il che immediatamente ne rende il fruitore figlio di Troia per niente archeologica.
Mai sospendere. Tenere aperto, se necessario; oppure chiudere. Buoni per ambientazioni esclusivamente favolistiche. Un loro utilizzo da te effettuato, assieme ai copiaincollaggi precedenti (interrogativi e sclamativi), è il trucco più veloce per svanirmi dalla considerazione.



Le Virgolette

Sintomo inequivocabile di definizione, citazione o discorso diretto. Disegnamone in aria il meno possibile, se non vogliamo restare catturati in un ruolo di scimmia imitatrice di chissà quale comico televisivo antesignano.
Scolastiche sono quelle Basse (“<< >>”), d'uso comune i doppi apici (“ “” ”), indicanti spesso un flusso di pensieri in contesti narrativi quelli singoli (“ ' ' ”).


Le Parentesi

Con la loro presenza, ti ricordano che al mondo vi sono infiniti livelli possibili. Che individuano una dinamica altrettanto infinita. Tu puoi prestare attenzione a quello da cui vieni e a cui tornerai, mentre loro ti hanno appena aperto una botola sotto i piè.
Permettono una funzione di supervisione del testo presso il lettore.
Possono essere tonde (“()”), quadre (“[]”) o graffe (“{}”), e acquisire vari gradi di priorità in contesti meramente matematici. In quelli narrativi, la presenza delle quadre indica rimozioni testuali, qualora racchiuda puntini di sospensione nel loro unico uso giustificabile.



Il Trattino (“-”)

Trae dal suo contesto aritmetico una valenza sottrattiva, richiamando a sé l'attenzione dal contesto precedente. Ha una funzione parentetica meno sospensiva delle Parentesi. Chiede esplicitamente la tua attenzione, senza distoglierti pienamente. In quanto tale, è un ammicco appena meno appagante del Punto&Virgola. Alle volte ti permette, se lo vuoi, di sillabare.


La Barra (“/”)

Anche qui, come nel Trattino, importiamo un significante aritmetico per rendere l'idea di divisione tra termini o concetti. Equivale per l'appunto alla congiunzione “o”, “oppure”. Costituisce disgiunzione inclusiva (in latino vel, XOR in algebra booleana), a differenza del trattino (aut e OR negli stessi contesti) che disgiunge più esclusivo, più radical, più chic.



Quindi non dire che non ti ho avvertito. Apprezzami il lavoro fatto, che per quanto modico è notevole quando ne sia autore un pigro. Ora, se a me ti vuoi rivolgere, accetta almeno l'uso che dei segni d'interpunzione io ti propongo. Non farmi respirare convulso, con il tuo virgolare forsennato o assente. Non pretendermi reazioni emotive, coi tuoi perentori esclamativi o interrogativi insulsi.

Oppure ammetti che io, sui tuoi modi e la tua indole, mi faccia delle idee conseguenti e mie.

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