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venerdì 23 maggio 2014

Puericultura.

 
















Il vero scopo delle scie chimiche era separare gl'ignoranti dagli stolti. Bastava studiare le reazioni sui social network.
Gl'ignoranti gnoravano. Continuavano a spammare le proprie attività effimere, o a postare citazioni poetiche nella speranza di rimorchiare; o quantomeno a far battute per far ridere i loro compagni.
Gli stolti nvece fremevano di sdegno e ribollivano di frustrazione. Le loro bacheche erano un coacervo di violenza solo verbale e rabbia mai espressa verso bersagli pertinenti.

Era una buona iniziativa, questa del Governo. Perlomeno funzionava. Con la Lira pesante e l'€cu il successo non era stato tanto netto. Una parte della popolazione ne era comunque infastidita. Piccola, ma chiassosa.
Anche quella volta in cui il Governo si era speso tutta la paghetta che gli passi ogni settimana per comprarsi degli aeroplanini F-35 tutti rotti. Perché protestare? Perché indignarsi?

Una volta, avrò fatto l'asilo, mi hanno dato una di quelle bellissime banconote verdi da Cinquecentolire, e mi hanno mandato al giornalaio a comprare Il Tempo e Il corriere dello sport. Questo in epoche in cui si permetteva di uscire ai regazzini senza stare a preoccuparsi della pretofilia odierna.
Insomma, come arrivo vedo un bellissimo giornaletto, tascabile ma spessissimo, dal titolo 'Gatto Silvestro pocket'. Scritto in alto - nero in campo bianco. In copertina c'era lui in persona: Gatto Silvestro. Teneva tra le zampe la gabbietta di Titti e si leccava i baffi, su sfondo tutto azzurro. Il copertinista non aveva ritenuto di dedicarsi ai particolari, dato il livello intellettuale dell'acquirente medio.
Lo guardo a lungo, e intensamente lo desidero. Ma le mie, di Cinquecento lire settimanali, erano destinate a Topolino. Non potevo saltare un numero, facevo la collezione.
Al che, quel provvidenziale giornalaio fa festoso: “Corriere dello sport e Tempo sono finiti!”. Il dado è tratto. Torno trionfante col mio doppio bottino fumettistico. Spiego a mio padre la meccanica dell'accaduto, e non mi stupisco del tutto del suo biasimo. “Potevi provare a un altro giornalaio, e comunque quei soldi non erano tuoi. Quelli tuoi li avevi avuti”. Non fa un piega. Quindi mi sequestra entrambi i giornaletti.

Prima di due ore, viene in camera e porgendoli mi dice “Puoi tenerli”.
Io faccio l'offeso, per appena due minuti. Poi li prendo, ma non sono soddisfatto. Il mio apparente successo ha un gusto amaro. Riesco a percepire il sentore dell'errore.
Capito? Elabora anche il peggio regazzino, o il Governo più monello. Anche se al momento non sembra. Questo è 1 paese a sfondo cattolico. C'è sempre il tempo per 1 ravvedimento.

Tu, popolazione sparuta e infastidita, mi ricordi quelle coppie di mezza età che non hanno mai avuto figli. I Governi, si sa, sono come bambini piccoli. Sono chiassosi e capricciosi. Pretendono da te attenzioni spesso ingiustificate. Ti salgono sui divani colle scarpe, non se le puliscono bene sullo zerbino, e fanno chiasso col pallone durante la tua pennichella pomeridiana.

Ma richiamarli in continuazione, o peggio ancora reprimerne le manifestazioni, è un sistema educativo sorpassato. Un Governo deve esprimersi, anche se in modi fastidiosi. Esso vuole capire sessei gnorante o stolto perché ama sondaggi, questionari e censimenti, che sono
i suoi giocattoli. Non devi biasimarlo perché non lo capisci: un tempo bramavi anche tu trottole e cavallucci. E poi, se reprimi 1 Governo da piccolo, ne farai 1 adulto insicuro e privo di equilibri. E 1 adulto può incasinarti molto più di quanto possa un bambino piccolo. Ad esempio, un sacco delle tue tasse serviranno a pagargli lo psicologo; e allora era meglio essere più tolleranti prima.

Non so te, ma sin da da piccoli i miei cuginetti e io ci rendevamo conto benissimo di questa differenza. Gli zii che avevano generato cuginetti erano più simpatici degli altri che invece no. Così come i miei nipotini sostengono che, fra gli amici del papà, i più simpatici siano quelli che fumano tuttinsieme certe sigarette fatte da loro.
Quindi, non ti lamentare per i centrini decentrinati sui tuoi tavoli. Il Governo ha bisogno di spazi per colorare i suoi disegni di legge. Non invidiarne i privilegi e l'inoperosità, mentre tu ti alzi tutte le mattine e affronti il traffico. Sei stato piccolo anche tu, e le pulsioni che avevi non erano tanto distanti dalle sue.

O forse no? Tu mi dici che a te qualche schiaffone te lo davano, e con questo lassismo educativo chissà dove andremo a finire?

Ti capisco. Anch'io, in effetti, a volte.
C'era questo fratellino piccolo di una mia amica. Aveva una decina di anni meno di noi, frutto evidente di precauzioni mal riuscite. Ma non se ne aveva a male, ed era l'entità più molesta che si potesse per sbaglio concepire.

Da dolescenti non ci lasciava giocare. Qualsiasi cosa facessimo, lui si metteva in mezzo. Ci rovesciava il tabellone del Monopoli. Era il più pericoloso degli Mprevisti. O
gni volta su quel grugno schifoso mi aspettavo una pioggia di schiaffi, la cui portata non riuscivo manco a immaginare visto che io non avevo fatto mai niente del genere, e pure di certe piogge m'ero inzuppato bene.

Invece niente. Non una zia, una sorella, una nonna, un padre, una madre. “No-no; non si fa”. Oppure: “Insomma, sei proprio impossibile!”, quando la cosa era proprio grossa. Era evidente che quel moccioso pestifero se ne beava. Anzi: avevo l'impressione che con provocazioni sempre più grandi e reazioni appena meno modiche questa esecrabile marionetta impazzita si tarasse il fondoscala, esplorando i limiti del suo universo conosciuto.

Da più grandi, il Monopolio che aveva su di me quella mia amica passò oltre.
La pubertà aveva ridisegnato gli equilibri. Lei adesso era detentrice di FREGNA,
traendo da ciò superpoteri nuovi. Era femmina, eppure mi cagava. Mi telefonava a casa, addirittura. Quello su cui adesso in equilibrio precario camminavo era un filo talmente sottile che per non rischiare di spezzarlo non osavo nemmeno farmici le seghe. Chiacchieravamo per delle ore. Sembrava provarne anche piacere. Certe volte rideva anche di brutto. Boh.
Quel pezzo di merda di scimmia
madornale ascoltava le nostre conversazioni su un'altra linea. Mandava a memoria le mie sternazioni più goffe, e al rivedermi le virgolettava tutte davanti ai genitori.

Io ti capisco. Anch'io a volte vorrei prendere il Governo a calcioni nel sedere facendogli salire le scale quattro a quattro. E, arrivati al quinto piano, arrampicarlo sulla terrazza condominiale, appendermelo per le orecchie tra le mani, stancarmele dondolandolo sul vuoto sottostante, guardarmelo negli occhi e dirgli: “Tu adesso cambi, capito? Non rompi più i coglioni. Mai più. Perché altrimenti io tornerò qua con le tue recchie, e col tuo moto ondulatorio metterò a prova più dura le mie maldestre dita di pianista”.

Non vergognarti di quello che provi. Avrai avuto anche tu, le tue suore alle Lementari. Colle loro cure-Ludovico, hanno provato a estirparti la cattiveria e i bassi istinti. Ora che sei grande, non negarli più. Essi esistono. Non è ignorandoli che ti migliori. Cerca piuttosto di tollerare. Se non di amare, addirittura.
Ama il Governo, ora ch'è piccolo: da grande lui saprà ricompensarti.

Quel regazzino orribile è cresciuto. L'ho incontrato nella metro, tempo fa.
Mi dice che è chirurgo. Nel suo praticantato, il professore gli ha preso le mani e gliele ha messe sul cuore aperto del paziente addormentato. V
iene un brivido, pensando a cosa poteva combinare la scimmia non ammaestrata di una volta. “Non affonderai mai il bisturi, se hai paura di toccare. Ecco, premi bene e guarda: non succede niente”.

Hai capito? Incredibile, non è vero?
Calmo, maturo, equilibrato. Piacevole a tratti, addirittura. Giusto un tantino un po' prolisso.
Pensa come mi avrebbe operato male, trovandomi a sterno sollevato su di un tavolo peratorio, se lo avessi davvero scosso per le recchie.
Non ti piacerebbe che anche i più immaturi fra i Governi ti effettuino 1 giorno perazioni favorevoli?

Stempera il tuo odio con le riserve giuste. I Governi, poverini, hanno la mortalità infantile più elevata. Non credere che i paesi che ne detengono il primato siano i soliti, i più esotici. L'Africa sub sahariana. L'Asia occidentale. L'America latina. Sorprenditi pensando che certe città europee sono non da meno. La disoccupazione galoppante. Il debito pubblico. La sanità privata.
 
Non so se è tempo perso, questo in cui ti spiego. Più ci penso, più mi sembri uno di quei cittadini insofferenti e di mezza età che non ha mai avuto un Governo. O se ce lo ha vuto, gli è morto fin da piccolo.

venerdì 12 luglio 2013

Puntualità.

Viviamo in tempi disordinati. Compriamo razzi difettosi, per difenderci da nemici pericolosi al punto di essere invisibili. Pubblichiamo sulle nostre sigarette elettroniche le aberranti foto di chip bruciati o di fusibili rotti, per dissuaderci dal suggerne surrogati poco tossici.

“Ordine e disciplina” è spressione dagli echi sinistri, negli mmaginari comuni. Ma questo talvolta è un punto di vista riduttivo. Se io voglio imparare a giocare a scacchi, ho bisogno di apprendere un sistema di regole che mi permetta di esprimermi le strategie. Devo sapere al più presto che, se necessario, il cavallo scavalca gli altri pezzi, com'è opportuno per un animale come lui, e lo fa trotterellando a “elle”. Non potrò pretendere di arroccare una regina coi suoi pedoni, poiché prerogativa rigidamente monarchica. Le regole ha senso infrangerle una volta note, per tentare di produrre qualcosa di originale e purtuttavia valido.

La struttura, vincolandoti, ti dà gli spazi per esprimerti. Lungi dall'essere castrante, questo meccanismo è invece ricco di stimoli. Specie quando le tue strutture sei capace di creartele da te.

“Ordine e disciplina” è poi mprescindibile quando, per esprimerti, decidi di avvalerti di codici condivisi.
Decifrare un codice, noto o ignoto, è un'impresa che non tenterei mai, se perfino quel rissoso, irascibile, carissimo Umbertoeco nei suoi saggi sterminati spesso non fa altro che sterminarmi l'entusiasmo con cui tento di approcciargli le semiotiche.
Più modestamente cercherò di riferirti quello che, più che lo studio, l'esperienza di osservazione più che di vita (tanto per cambiare) mi ha insegnato sull'interpunzione.

Se tu ti articoli i diti sulla tastiera alfanumerica, non puoi confondere i Duepunti col Punto&virgola, che è l'errore più noto. O il Trattino colla Barra. Se lo fai, improvvisi in una neolingua più orwelliana dell'originale, che invece di espanderti i confini e le possibilità, ti relega nel detto male, nel non espresso, nel poco chiaro. Impoverisci la mente tua e del tuo interlocutore, e alimenti l'inquinamento e il degrado mentale, intaccandomi l'ecosistema pezzo per pezzo; irrimediabilmente. Eccoti quindi un bugiardino, di cui leggere attentamente le avvertenze e le modalità d'uso, per guidarti a un uso più puntuale delle scelte interpuntuali. Partiamo dall'inizio.



Il Punto (“.”)

Non è una faccina. Non cominciare. Sai bene quanto m'innervosisci, quando tiri fuori chiavi dalle tue serrature cabalistiche. Le virgolette servivano a creare un'oasi semiotica in un flusso semantico precedente e sequenziale.

Il Punto è unico nella sua essenza geometricamente adimensionale. Anche una modica Virgola (v. prossimo paragrafo) ha estensioni lineari e superficiali (quando addirittura spaziali, nel suo spessore tipografico) non trascurabili.

Eppure, in qualsivoglia sintassi, è il Punto a detenere il massimo potere conclusivo. Esso chiude ogni discorso, lasciando a te la scelta se farlo in modo temporaneo o definitivo. Usa un mezzo potenzialmente devastante come il “Punto” sempre con la massima sapevolezza.



La Virgola (“,”)

La virgola serve a respirare. Il cantante e lo strumentista accorto la utilizzano come apice tra le note, per deciderne il fraseggio. Melodie pure azzeccate diventano soffocanti, se non inframezzate da virgole opportune. Se troppe, causeranno fenomeni di iperventilazione, e conseguenti svenimenti.



I Due punti (“:”)

A che pro, incastonarti due punti in verticale nei discorsi? per ejaculare una conclusione da un onanismo verbale precedente. Ciò che segue ai Due punti chiosa, riassume, conferma. Oppure nega, sorprende, stupisce. Ma sempre, ciò che lascia eruttare è l'effetto di quanto precedentemente costruito.
Non avvalertene, se stai per dire cose avulse dal contesto.



Il Punto&Virgola (“;”)

Fra i segni interpuntuali più simpatici. La perentorietà del Punto, stemperata dallo scivolo lessicale della Virgola. Quando ne fai uso, inchiodi su un acceleratore che, con la sua energia cinetica, rinculerà il lettore sulla conclusione successiva. Scegli di offrire nel discorso una pausa veloce alle macchinette del caffè, da cui non si può che uscirne rinfrescati, e mentalmente più attenti. Pronti per cogliere proficuamente il frutto del lavoro precedente.
Non a caso, nelle faccine degl'imbecilli, esso semioticamente vale l'ammicco di un “occhietto”.



Il Punto interrogativo (“?”)

Non dubitare mai del dubbio. Esso è foriero di ogni certezza futura.
Non rafforzarlo soprattutto, copiancollandolo in una ripetizione selvaggia. Non esistono domande, o richieste, vaste al punto da meritarla, poiché sono tutte tendenti all'infinito. Sortiresti piuttosto l'effetto contrario: la banalizzazione. Come quando leggi “Professionale” su un attrezzo che palesemente non lo è. Anzi: la dicitura “Professionale” ne decreterà di norma il contrario.
Molto bello il Punto interrogativo inverso (“¿”), di uso spagnolo. Anche in musica una tensione va preparata, anticipandola e lasciandola fuoriuscire in fade-in da una precedente consonanza.



Il Punto esclamativo (“!”)

In un discorso scritto non va mai usato. Denota quasi sempre arroganza, quando non addirittura insicurezza sui contenuti esposti. Un uso singolo è ammissibile solo per colorare di ronia la proposizione. Va invece benissimo nella narrazione, nel fumetto, o in ogni caso di sospensione dalla realtà, che infatti favorisce. Anche qui, copiaincollaggi selvaggi e rovesciamenti ispanici provocano le stesse, diversissime, sensazioni esposte nel paragrafo precedente.



I Puntini di sospensione (“...”)

Non ce n'è alcun bisogno. Mai.
Un loro utilizzo denota vigliaccheria dialettica. Come a dire, Potrei dire, ma per delicatezza o superiorità non dico. O anche: I miei contenuti sono traboccanti, te ne lascio solo intuire la portata poi basta perché sennò rimarresti devastato dal mio spessore. Non ti dico, però; e non dicendo non ti do modo di soppesarlo, questo mio spessore presunto e dunque presuntuoso. Il che immediatamente ne rende il fruitore figlio di Troia per niente archeologica.
Mai sospendere. Tenere aperto, se necessario; oppure chiudere. Buoni per ambientazioni esclusivamente favolistiche. Un loro utilizzo da te effettuato, assieme ai copiaincollaggi precedenti (interrogativi e sclamativi), è il trucco più veloce per svanirmi dalla considerazione.



Le Virgolette

Sintomo inequivocabile di definizione, citazione o discorso diretto. Disegnamone in aria il meno possibile, se non vogliamo restare catturati in un ruolo di scimmia imitatrice di chissà quale comico televisivo antesignano.
Scolastiche sono quelle Basse (“<< >>”), d'uso comune i doppi apici (“ “” ”), indicanti spesso un flusso di pensieri in contesti narrativi quelli singoli (“ ' ' ”).


Le Parentesi

Con la loro presenza, ti ricordano che al mondo vi sono infiniti livelli possibili. Che individuano una dinamica altrettanto infinita. Tu puoi prestare attenzione a quello da cui vieni e a cui tornerai, mentre loro ti hanno appena aperto una botola sotto i piè.
Permettono una funzione di supervisione del testo presso il lettore.
Possono essere tonde (“()”), quadre (“[]”) o graffe (“{}”), e acquisire vari gradi di priorità in contesti meramente matematici. In quelli narrativi, la presenza delle quadre indica rimozioni testuali, qualora racchiuda puntini di sospensione nel loro unico uso giustificabile.



Il Trattino (“-”)

Trae dal suo contesto aritmetico una valenza sottrattiva, richiamando a sé l'attenzione dal contesto precedente. Ha una funzione parentetica meno sospensiva delle Parentesi. Chiede esplicitamente la tua attenzione, senza distoglierti pienamente. In quanto tale, è un ammicco appena meno appagante del Punto&Virgola. Alle volte ti permette, se lo vuoi, di sillabare.


La Barra (“/”)

Anche qui, come nel Trattino, importiamo un significante aritmetico per rendere l'idea di divisione tra termini o concetti. Equivale per l'appunto alla congiunzione “o”, “oppure”. Costituisce disgiunzione inclusiva (in latino vel, XOR in algebra booleana), a differenza del trattino (aut e OR negli stessi contesti) che disgiunge più esclusivo, più radical, più chic.



Quindi non dire che non ti ho avvertito. Apprezzami il lavoro fatto, che per quanto modico è notevole quando ne sia autore un pigro. Ora, se a me ti vuoi rivolgere, accetta almeno l'uso che dei segni d'interpunzione io ti propongo. Non farmi respirare convulso, con il tuo virgolare forsennato o assente. Non pretendermi reazioni emotive, coi tuoi perentori esclamativi o interrogativi insulsi.

Oppure ammetti che io, sui tuoi modi e la tua indole, mi faccia delle idee conseguenti e mie.

domenica 26 giugno 2011

Guida alla calvizie per principianti.

Adesso che finalmente siamo giovani, dobbiamo stare tutti attenti alla fine che possono farci i capelli.

I capelli sono un fenomeno irripetibile. Essi avvengono una sola volta nella vita – tralasciando quelli che si disegnano certi brutti ceffi coi Carioca, poiché è chiaro che così non vale.


Insomma, quello che voglio dire è che nei prossimi minuti ti farò da guida nei meandri della Calvizie. Che è una cosa che ha delle meccaniche complesse, quanto a conseguenze teorico-pratiche. Per evitarti di travisare, soffrire, sperimentare, ti elenco un piccolo alfabeto di trucchi. Ventuno lettere di un autentico alfabeto, italiano al 100%, con cui far fronte all'incoming alopecia. Se vuoi puoi ritagliarti la parte di monitor che ti colpisce di più, e attaccartela colle calamite sul frigorifero. Oppure ricavare dal cristallo liquido un concentrato di succhi preziosi. Specie in stagioni torride come questa, nelle quali è a rischio disidratazione il vecchiodimmerda che sembri esser tu, stante la tua calvizie presente o futura.




A) Essere calvi è una cosa che avvicina alla morte. Avere la forma del teschio così all'infuori ricorda a te e agli altri come ci si polverizzi facile, a una certa. Dev'esser questo a provocare tutte quelle esplosioni di ilarità al riguardo.

B) Per conseguire una calvizie soddisfacente, tu devi accorgerti che stai perdendo i capelli solo per ultimo. Vuoi per incuria, vuoi per sbadataggine (mi riferisco a quelle del Tuo dio, che come vedi dalla parziale majuscola io rispetto; non come faccio col mio, e non solo per la sua dispettosa indole depilante). Perché che tu li stessi perdendo era chiaro da un pezzo.
Tutti devono accorgersene, tranne te. All'improvviso perdi la capacità di leggere indizi semplicissimi quali:


- risolini alle spalle
- essere chiamato con nomi di noti calvi
- lo scarico che si intasa ogni tre docce
- colori nuovi che ti compaiono nel sottobosco dei bulbi piliferi.

C) Ogni volta in cui ti trovi in mezzo alla gente, sull'autobus, a una lezione universitaria, la proporzione tra te e i non-calvi ti deve scioccare. Conseguentemente, ti devi percepire come l'essere più sfortunato e infelice della terra.

D) Devi sentirti morire ogni volta che si parli di pettini, di phon, di shampooing, di doppie punte, piastre, colpi di sole, permanenti. Certe volte ti scoprirai ad attraversare la strada solo per evitare di passar sotto all'insegna di un parrucchiere.
Solo dopo un sacco di tempo inizierai a crocifiggere il tuo prossimo con gragnuole di battute autoironiche sulla tua condizione di calvo, uscendone in modo se possibile ancor più patetico.

E) Dopo un transitorio iniziale, preso atto della tragedia imminente, puoi provare a pettinarti i capelli all'indietro, se hai iniziato a cimentarti con la chierica. O sfoggiare frangette fraticensi, se invece il tuo problema è che ti fai di giorno in giorno più sfrontato.

F) Se sei pazzo, puoi scegliere di farti Calvo da Riporto. Regalando ai tuoi intimi la tua assurdità di quando esci dal mare o dalla doccia. Acquisirai in compenso l'istantaneità chiropratica di generarti sulla testa situazioni tricologiche partendo da materiali pressoché nulli ma infinitamente lunghi.

G) Molto, molto meglio il buon vecchio tana libera tutti, e far tabula rasa.


H) La prima rasatura può rivelarsi la più memorabile. Ti ricorderai tutto, di lei. Quando. Dove. Con chi. Sessei 1 tipo che sta allo scherzo, sperimenterai tra varie alternative buffe. Puoi raderti solo sopra, e vedere l'effetto che farai tra quei 5 min. che ti mancano per divenire 1 vero calvo. Altrimenti, se sei un tipo vintage, ti radi ai lati lasciandoti la striscia di Mr. T sopra, e fai le facce incazzose allo specchio.

I) Se invece sei un filodrammatico, devi farti rasare da terze persone. Un amico, un parente, la fidanzata. Chinerai la testa sul lavandino. In questo caso, è bene che tu sappia che rialzandoti la tua vita non sarà più la stessa. Per la prima volta scorgerai nel tuo specchio lo sconosciuto con cui convivrai per il resto dei tuoi giorni. Scoprirai quanto determinante sia una qualsivoglia chioma, ai fini di una corretta fisiognomica. Senza una chioma, infatti, a qualificarti non rimangono che un pugno di miseri lineamenti.

L) La prima notte il cuscino sarà di un fresco sorprendente. Quindi temerai per i rigori invernali cui le tue nuove nudità saranno sottoposte. Scoprirai che tra calotta cragnica e cuoio scapelluto ci sono pochissimi sensori termici, tipo si sente molto più freddo sul naso o sulle recchie. O magari sono io che ho una vita cerebrotermica così incalzante da non risentire delle temperature più fredde. In ogni caso, conoscendoti, buona fortuna.

M) Ben presto ti attaccherai morbosamente a qualsiasi villosità facciale. Ti accorgerai per la prima volta di quanto importanti siano ciglia e sopracciglia. Per mitigare il tuo fresco anonimato proverai coi baffi, col pizzetto. Sarai tentato dalla barba che parte all'improvviso da dietro le orecchie. Ma poi lascerai perdere per l'inconcludenza di una soluzione tanto sbilanciata e asimmetrica.
Due consigli. Occhio a quando ti radi di fretta. Se ti asporti senza volerlo un baffo o pezzo di pizzo dovrai far piazza pulita di tutto, e sarà come uscire di casa colla faccia coperta di bianchetto. Attenzione anche alla penuria di accendini. Le sigarette accese sul fornello diverranno fonte dei più grandi dispiaceri, segnalandoti l'errore attraverso la puzza di pollo bruciato che emanerai.

N) Se tutto questo ti capita entro il 1995, automaticamente sarai per tutti un fascista. Le vecchiette di paese si commuoveranno al tuo arrivo, riandando a quando erano giovani. Scorgerai nelle loro gengive scoperte un salivoso desiderio di baciare.

O) Tutti diranno “Beato te, risparmerai 1 casino di parrucchiere”. Ma tu saprai il costo di lamette e schiume da barba quasi quotidiane, oltre al tempo perso e al sangue versato inutilmente in sacrificio per voi e per tutti in remissione dei peccati.

P) Quando ti esponi ai primi soli, c'è un posto nuovo su cui spellarti.

Q) Chi è fissato per l'olio toscano, chi dice che quello pugliese è troppo forte; chi apprezza il ligure o il siciliano. Fatto sta che anche tu ne diverrai un grosso produttore. Depositerai sui cuscini ove dormirai il tuo olio cranico in dosi imbarazzanti per ogni donna che avrà avuto il fegato di coricarsi con 1 autentico calvo quale sei tu.

R) Già, ogni donna. Se tu che leggi tanto coinvolta sei donna, allora è un bel guajo. Per i maschi, l'alopecia può rivelarsi in fin dei conti una spiritosa avventura. Ma per te - e solo te, donna - è 1 autentica sciagura. Sei rarissima, per non dire unica. E non in modi che possano essere interessanti. Sei vittima di un atroce scherzo del Destino, chiamiamolo così quel furtivo Majale. Ma non preoccuparti. Fra pochissimi, secoli l'alopecia sarà comune nelle donne quanto negli uomini. Porta pazienza ancora un po'.

S) Sei uno sportivo? Scoprirai una funzione che non avresti mai ipotizzato in un banale cosmetico quale I Capelli. Essi, assieme a ciglia e sopracciglia, sono indispensabili a trattenere il sudore. Il quale, in loro assenza, trova subitissimo la strada diretta per arrossarti gli occhi come un uomo-lupo o un donna-lupo, se hai avuto in sorte la disgrazia suprema di confluire nel punto R)

T) Sulle prime, indosserai un cappello. Potrai uscire scalzo, o anche nudo; ma mai senza cappello. Sei un tipo giacca & cravatta? diventerai un tipo giacca, cravatta & cappello. In genere di quelli da baseball, con visiera, perché la cosa che più ti mancherà è nasconderti lo sguardo sotto qualcosa.

U) Percepirai l'esistenza di un nuovo parametro. L'estetica della testa. In questo frangente potresti scoprire che la tua testa presenta scalini, bozzi o bitorzoli d'ogni genere. Buona fortuna.

V) Niente più sigarette sull'orecchio. Cascano.

Z) Se per caso è il 2006 e si svolgono i Mondiali di Francia, molti vorranno prenderti la testa tra le mani e baciartela come Laurent Blanc faceva con Fabien Barthez.


Insomma, se ti organizzi un minimo, con le delizie della calvizie c'è da divertirsi.
Ma non per te.

domenica 21 novembre 2010

Questo folle sentimento.













 

La cosa bella di Fare l'amore è che poi, indubbiamente, hai Fatto l'amore.

C'è qualcosa di nuovo, poi, nell'aria. Anzi: d'antico? Checcazzo ne so, io.
Io so solo che è molto molto diverso da ciò che si respira dopo altri piaceri. Dopo aver mangiato, dopo aver preso lo stipendio, dopo aver mandato affanculo uno che andava pianissimo sulla corsia di sorpasso.

A differenza di queste altre cose, più convenzionali, dovrei dire?, dopo aver Fatto l'amore, per molte ore a venire, hai la percezione di una normalità strana. Ti sei dato una sistemata. Guardi le facce, le stesse facce che coL Riccioletto ogni tanto ci diciamo “Ma hai visto che facce che ciànno, tutti quanti? tutti che fanno i vaghi, tutti che sembrano assolutamente non interessati al Fare l'amore, guarda come procedono al piccolo trotto sui marciapiedi, nei loro fasci di rette parallele eppure divergenti; tutti che cercano di ssimulare la loro gran voglia di Fare l'amore, eppure tutti che ivi si regolano le trajettorie. Guarda quel signore che ha appena comprato il giornale, sperando di leggerlo subito prima o subito dopo aver Fatto l'amore; o quel ragazzo là, che porta a spasso il cane nella speranza di attaccar bottone con qualche proprietaria di cane fino a Farci l'amore. Quell'adolescente che esce dal negozio coi plettri nuovi per schitarrare ai falò e cercare di Fare l'amore, o quella donna dal parrucchiere, a farsi un taglio che accresca l'imminenza del suo Fare l'amore. Tutti che fanno finta di niente, eppure tutti nati da tizi che hanno Fatto l'amore. Quanto amore, dio maldestro; e allora com'è possibile che su quelle facce serie non ci sia lo straccio di 1 indizio di amore Fatto o Fatturo?”

Io non lo so, ma quelle rare volte che poi Faccio l'amore, poi mi viene da ridere. Dopo aver Fatto l'amore mi guardo attorno, tutta quella gente che dissimula, e nella testa gli dico “ci credo che dissimuli, stavolta se c'è uno che ha Fatto da pochissimo l'amore e che per questo per un po' sta a posto, quello stavolta sono io. Ahr ahr, chissà da quando tu, o tu laggiù, non Fate l'amore. Che ne sapete voi: stronzi”.

Che ridere, dopo aver finalmente Fatto l'amore. Non so, ti viene mai da ridere a te, dopo aver mangiato qualche alimento, per quanto buono? provi forse il desiderio di correre e saltellare per tutta la città, dopo esserti dissetato coccqualche bevanda particolarmente fresca? Io non lo so, ti vedo sempre così poco preso dalle cose, così poco entusiasta. A me un amore Fatto mi basta per non so quanti mesi o anni di risate, poi però è vero, torno triste, e allora ho bisogno nuovamente di pensare a come riFare l'amore.

In questo, trovo che Fare l'amore sia veramente particolare. Anche se odio l'aggettivo “particolare”, mi sembra da decerebrati farne uso, troppo spesso la gente per darsi parvenze sofisticate (bleah) giudica una cosa particolare senza specificare per cosa, e d'altronde se lo specificasse non servirebbe a niente aver premesso la sua particolarità, che nel frattempo sarebbe diventata pleonastica. Eppoi ciò leva a me che non centr'o niente la serenità di definire particolare il Fare l'amore, e dimmi tu se non ho ragione a trovare particolare questa pratica così, come dire, particolare.

È particolarissimo, che tu lo voglia o meno, che un piacere poi sfumi e perduri in sensazioni così allegre. Io quando sono satollo di altri piaceri (“Groan! sono satollo”) sono contento, ma non è che ci trovi niente da ridere. Mentre l'amore, quando finalmente l'hai Fatto, è così esilarante. Ti rimette a posto, io non posso dire che il mangiare o il respirare “ti rimettano a posto”, perché più che altro se non li pratichi regolarmente, da un posto ti ci levano, e cioè dall'elenco dei vivi. Invece l'amore Fatto ti stende i lineamenti, ti spiana le rughe, ti fluidifica per bene all'interno e all'esterno, ti concede finalmente di concentrarti sulle cose senza più quel ronzio di sottofondo per cui stai sempre a rrovellarti sul come Fare l'amore.

E poi e poi, din din, din din din din din din - c'è quel fatto che dopo, nello Zucchino d'oro in cui usualmente
ti fai i ragionamenti, ti senti veramente furbo. Furbo, furbo, FURBO!
Furbissimo.

Se accetti un buon consiglio, cerca di Fare un po' di più l'amore. È l'unica cosa che ti solleva per 1 po' dal dover Fare sempre l'amore.

giovedì 22 luglio 2010

Teorema.



Facciamo un gioco.

Io, che sono sempre così logorroico, ti voglio dimostrare una cosa.

Però tu hai fatto tue un mucchio di idee arbitrarie tanto per darti un tono, e adesso le difendi collo stesso accanimento con cui 1 contadino abbruzzese cercherà sempre di spostare un po' più in là i paletti del suo orto, nella nobile urgenza di usucapire le cose che lo circondano.

Quindi scusami sai, ma la prendo un po' alla lontana.

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Ti sottopongo un testo. Tentiamone insieme un'analisi. Ti va?
Non udendo risposta vado.

Procederò numeroelencandone le frasi, e intercalandole con delle brevi osservazioni.



1) Ave Maria

dall'imperativo latino (h)ave del verbo "avere", nel senso di abbi buone cose.
Un po' come dire “Bella [sorte] pe tte, Marì”.



2) piena di grazia

sì ok, perché no



3) il signore è con te

veniamo al dunque, “to the point”, direbbero nelle Americhe aL Riccioletto;



4) tu sei benedetta fra le donne

il che sembra preludere alla proposta d'acquisto di una bella collezione di tomi enciclopedici, da acquistarsi in comode rate pluriennali



5) e benedetto il frutto del seno tuo Gesù.
Ciò che sembra preparare un climax erotico (“seno”), introduce invece un personaggio famoso.



6) Santa Maria

altro personaggio famoso? Si cita un noto attore cinematografico contemporaneo, ma staccato; nel frattempo la tensione spirituale sale.



7) madre di Dio

Alea iacta est: il “matronimico” declina le reali generalità dell'oggetto dell'invocazione.
Viene usata una tecnica spietata ma efficace: la celebrazione di Una avviene attraverso la degradazione delle Altre. Tutte le altre Marie compiaciutesi sinora fanno 1 passo indietro mogie mogie, e rientrano nella mediocrità di una vita in cui mai sapranno generare una prole dotata quanto questo “Dio” (come egli stesso amerà farsi chiamare dagli amici e dalle prostitute che redimerà attraverso varie procedure).



8) prega per noi peccatori


Ecco a cosa mira il latore della presente. La sua opera si rivela essere una cauta lettera di raccomandazione. Solo in chiusura, dopo aver riconosciuto l'autorità del destinatario, costui si permette di avanzare richieste.
Di cui peraltro viene surrettiziamente sminuita l'entità. Si chiede alla “madre di Dio” di “pregare”, cioè di chiedere vantaggi per il mittente, intercedendo presso il di lei figlio. È evidente come il parlante, rivelando un vena autenticamente ruffiana, ne abbia testé sottolineato l'ascendente genitoriale, e speri di veder realizzati i propri desideri da quel figlio ognipotente, invocando la materna minaccia di una riduzione della paghetta settimanale o di essere mandato a letto senza cena.
Da rilevare come quello che si rivela essere il kernel testuale sia preceduto da lunghe formule di saluto dalla valenza chiaramente adulatoria. Alcuni commentatori ne sottolineano inoltre la funzione magica e litanica, pari a quella di un mantra o dello stesso Rosario.
Il “noi” è da leggersi come plurale maiestatico, o meglio ancora come tentativo di farsi portavoce di una comunità adorante, e in quanto tale costituisce l'ennesima manifestazione di viltà.


9) adesso e nell'ora della nostra morte

 
l'invocazione termina colle circostanze della richiesta, pretendendo un esito dalla durata indefinita che potrebbe rivelarsi consistente. Nelle speranze del parlante, “adesso” vorrebbe estendersi sino all'“ora della nostra morte”, sottovalutando il rischio di suscitare nel destinatario (la cui prole, ribadiamolo, si vuole ognipotente) una noia mortale letteralmente, e vedere così i due istanti temporali drammaticamente riavvicinati.



10) amen.

letteralm. “sia così”. Vi si scorge un possibile indignazione, qualora una così ben formulata invocazione non venga smaltita con buon esito, e al contempo incredulità (“speriamo che ci caschi”).


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Scusami del tedio che ti ho procurato. Dev'essere dura esser trascinati in un'analisi testuale in una notte estiva tanto calva e umida. Ma “un bel gioco non può durare poco” (cito a braccio da una mia canzone, che devo aver pur scritto da qualche parte), e anche a spiegare le regole di una cosa semplice come Nascondino Ketty Kredy, mica si fa tanto prima (fino a quanto si deve contare, e con quale scansione metronomica? in quale modo ci si assicura che chi si acceca non possa realm. vedere? qual è il perimetro entro cui vale nascondersi? ci si può appostare dietro chi si acceca o dietro la sede del suo acceccarsi e "fare tana" non appena sia finita la conta?)
A meno che tu non fossi uno di quei disgraziati che giocava facile & noncurante.

Comunque dai, se più o meno convieni anche tu sui dieci punti suesposti abbiamo quasi finito.

Fra parentesi, detto in $oldoni: non sembra anche a te un tantino ingenua, questa preghierina? rivolgersi in modo tanto querulo a un personaggio che i più vogliono di fantasia? si aspetta davvero, lo sfortunato postulante, di essere esaudito?
 
Non varrebbe la pena scegliere a caso da un elenco di potenti della terra, dai per gioco, prendiamone uno che va per la maggiore; Silvio Berlusconi?

Dai, ma dimmi la verità: tu porresti più speranze nella preghiera di cui sopra, o nel parallalismo giocoso che adesso ti propongo:

1) Grande Silvio
2) generoso con gli amici
3) gli italiani hanno scelto te
4) tu detieni il potere, nonché il fascino che ne consegue
5) perché sei furbo, brillante e chiaro quando parli.

6) Potente Silvio
7) unto da dio
8) facci fare uno stagino in una delle tue aziende private o pubbliche
9) entrando in vigore la ns. richiesta da adesso al conseguimento dell'età pensionabile (perifrasi per "ora della ns. morte", ndr)
10) mi raccomando.

 ?


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È del tutto comprovabile che esista Silvio Berlusconi. Che sia allegro, ottimista, scaltro, potente. Che sia inoltre un fiero anticomunista, cosa che a una grossa parte dell'elettorato fa sempre un bell'effetto. Che su di lui l'adulazione faccia una presa ben maggiore, rispetto a una che su un piano scientifico neanche esiste.

Dal che si evince che, rispetto alLa madonna, Silvio Berlusconi è oggettivam. di gran lunga più adorabile.

Questo è il mio teorema, e ho detto tutto.


sabato 17 luglio 2010

dio li fa e poi li accoppa.


Ahahah, chette possino caricatte: se al post di prima non volevo fare quello che vede un potenziale Speaker's Corner in ogni dominio gratis del web, ora invece eccomi qua a illuminarti sulle tue iterative vicissitudini.

Mi chiedi il perché di questo improvviso voltafaccia? non saprei. Era 1 po' che ti vedevo rabbujato dallo sbattere le corna sempre sullo stesso luogo. A proposito: tu la sai, la semiotica delle Corna? quelle di quando si vuole insinuare a qualcuno di essere 1 po' Cornuto?







Dicono che c'era come una leggenda. Tipo il padre di quello che poi diventerà Il Minotauro chiede a 1 dio dei tanti che giravano all'epoca di mandargli 1 toro fichissimo per non so più quale concorso di tori. Sembra incredibile ma quando di dèi ce n'era a josa, pur non mancando competizioni a chi fosse il più puzzone, quasi mai quei dèi erano rognosi quanto quel sozzo Babau il cui figlio sembra sia invulnerabile alle croci. Tanto è vero che quel dio quel toro fichissimo a quel re glielo dà quasi subito.
Ed è fichissimo per davvero!

Tanto che quel padre di successivi minotauri (ah! che poi era tipo il re forse di Creta? forse di Micene? o di Focene?), stravince coccquel toro il concorso di bellezza taurina. Però poi non ha più il cuore di sacrificarglielo, contravvenendo agli accordi preventivi che ciò prevedevano. Ora per inciso io mi chiedo: non poteva quel dio crearsi 1 bel toro di sana pianta e sacrificarselo da sé? che bisogno aveva di un intermediario, per di più regale? non poteva accontentarsi di far fare 100 flessioni a Tarquinio il Superbo o giocare allo Schiaffo del Soldato con Romolo Augustolo? Va aggiunto che dio solo sa (in una caleidoscopica procedura ricorsiva) come gli dèi vanno in brodi di giuggiole quando gli si sacrificano le cose salvo quando siano scrause (chiedi a Caino). E allora quel dio ci va in puzza, ma di brutto proprio, perché sta' a sentire cosa gli combina adesso, a quel re di Miccette.
Gli fa innamorare la moglie-regina del toro fichissimo!

Oramai, essa concupisce solo quel tipo di ingroppamento, e tu prova a immaginare i complessi che possono venirti quando la nerchia ti entra in competizione con quella di un toro perdipiù fichissimo.
Niente da fare: "peccquanto quell'imbranato di mio marito non detenga in giardino nessuna pianta dell'omonima erba, io vojo, vojo! èsse sdrumata da quel muccone ganzissimo", oppure "andatevene tutti affanculaccio & lasciatemi sola coccquel vacco da paura", e così via. Al punto che costringe uno dei suoi ingegneri personali a fargli un esoscheletro vaccino di chissacquale materiale biodegradato retrogrado & stantio. Tu pensa: schivi  cancellinate & versioni di greco x tutto il liceo per poi immatricolarti a una facoltà che ti impara x filo & x segno il design dei microchips chepperò purtroppo si svolge solo nella Silicon Valley quando tu invece abiti, dicevi, a Focene? brrr – e che fine fai? o finisci a fare il programmatore sgomitante coi 18enni che d'allalto dei loro diplomi di Perizia Informatica ne sanno molte più di te; oppure, sessei uno di quelli che si svegliava ogni santo giorno alle 4 a.m. per prendere il posto davanti e vederci qualcosa a lezione per potersi laureare in corso coccientodieci&lode, insomma sessei 1 di quelli diciamo proprio bravini, allora ti pigliano le regine come loro pers. ing. a fabbricargli vacconi di fango per le loro tauromachie (“ma caVo, me lo faccia ben + profondo & largo quel condotto vaginale, ma non ha visto la possenza del mio prossimo amante? (ammiccando) vuole forse toccare con mano anche lei? macchentelaricordipiù Meccanica Razionale?”).

Adesso. Indovina un po' fra 9 mesi che si piscerà via dalla cloaca quella povera donna, vittima del Fato? ti ricordi sì, di chi era padre quel povero vincitore di concorsi agricoli?
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Attraverso questa storia io ti voglio trasmettere  diverse lez. di vita, che adesso ti riassumo:

A) gli dei, qualora essi si pregino di esistere e tu gli sacrifichi cose rinunciabili, ti possono procurare tante di quelle rogne che è meglio lasciar perdere;

B) accanna co ingegneria il prima possibbile;

C) quando ti fanno le corna è segno che la vulgata ti vuole coniugato a una layda giovenca ipersensibile alla ficaggine di cierti tori.

D) non ti ci mettere mai, con un potenziale Creativo di nerchie tanto maggiori.


Nel frattempo stavo ascoltando La pennichella di Ninomanfredi, celeberrima sigla di una vecchissima Domenica in, ed è strano come sia lei sia Cicciottella di Lorettagoggi, pezzi contemporanei a 1 periodo conclamatamente meraviglioso, condividano la meraviglia di uno stesso passaggio armonico. Un accordo maggiore, poi modalmente un altro sul II grado della scala con sotto lo stesso pedale di tonica. Quando nel Pop l'armonia modale al giorno d'oggi si è, ahimé purtroppo, praticam. estinta.



Ma tu, dove vuoi andare a parare, con tutti questi giri di parole? non avevi detto che ciavevi chissacquale verità grossissima da farti raccontare da me? non sai più che dire, eh. Fa niente, ti ajuto io.
Sto facendo l'oscuro. Non sei tu, per questa volta, a essere duro di comprendonio. Sono io che sono oscuro, come infatti si addice a un degno oracolo. E ti addice pure bene che io non sia la Sfinge di una volta, che quella quando non gli risolvevi l'indovinello usciva fuori dalla Settimana Enigmistica e ti mangiava.

Ma comunque anche con me non si scherza. Non +, o xlo-, sempre -'s (cioè “D -” detto in Genitivo Sassone, ci sai fà, tu, a Genitivi Sassoni?).
Se io vengo raggiunto da 1 illuminazione e graziosamente con te la condivido, è quanto- giusto che stecchiamo la bolletta.

Quindi, piglia carta & penna e scriviti la mia ultima, fondamentale, verità; quella che volevo dirti sin dall'inizio.

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Le  donne sono affette dal Patriottismo;
gli uomini dal Matriottismo.

Questo genera la maggior parte degli orrori del rapporto di coppia.

Quelle fanno scontare al compagno ogni Patria deficienza,
sgomentandolo per l'ingiustizia della pena.

Questi cercano nella compagna le Matrie consuetudini,
e non trovandole covano rancore.

È tutta una questione di cordoglio ombelicale.

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Non pensare che il mio attuale ascoltare l'incanto portentoso dei Super Furry Animals mi distolga dai tuoi compiti. Hai scritto? Rileggi. O mi stai prendendo per il culo? perché qui ci sono solo io, non c'è nessun altro, qui.
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