martedì 30 ottobre 2018

Nobbadi laix Saputelly


















Il digitale ha ucciso il cartaceo. Prendi ad esempio il porno vintage, nella persona della Donnanuda di cellulosa: il porno a legna. Che giustamente per delle seghe era ottimo.
Il virtuale ha massacrato il reale. I cellulari hanno ripreso ogni evento, ogni posto, ogni cosa. Non gli resta che riprendersi tra loro, partorendo celerini arrabbiatissimi che per il bene reciproco se le diano di santa ragione.

Quella che mi accingo a raccontarti, bambino, è una favola dei nostri giorni. E le favole dei nostri giorni, come quelle dei giorni più remoti, ti fanno addormentare con un semino nella testa. Germoglierà domani, facendoti più inquieto e attento; in altre parole, adulto.

La favola dei saputelli è il miglior esempio dello scempio di un ecosistema. Di quanto possano devastare un territorio vergine una specie aliena che entra in concorrenza con gli autoctoni, obbligandoli a spostarsi. Sterminandoli, addirittura.

I saputelli comparvero nel web fin dalla sua nascita. Ma è sul finire del XX secolo che la loro diffusione risultò fuori controllo.

Nel web i saputelli trovarono condizioni favorevoli: anonimato, inviolabilità fisica, spazi e temi virtualmente infiniti. Nessun osservatore all'inizio era allarmato. Notoriamente inabili alla riproduzione, si pensò a fenomeni isolati. Era divertente osservarli, sulle prime. Come nelle aule scolastiche, essi iniziarono a dispensare suggerimenti e consigli non richiesti. Iniziarono a primeggiare per le loro nozioni, nonostante i propri rachitismi. Pinguedini, verginità, basse stature e calvizie incipienti erano palpabili anche da dietro il cristallo liquido. Nel dosaggio di maiuscole e minuscole qualcosa ne svelava la voglia di rivalsa.
Poveri quelli che capitavano su un sito alla ricerca di consigli! “Quale sarà lo schermo migliore?” “Quale frigorifero consumerà di meno?” “Quale lavatrice durerà di più?”. Il saputello lo sa, o finge di saperlo. Ma non lo dice. Ti deride per come formatti la tua richiesta, per come sbagli sezione, per la facilità con cui vai off topic. Per lui tu sei un newbie, un incompetente. Finalmente, più inetto di lui. Sorvola sul tuo bisogno di informazioni, e ne ride. Sa tutto di te; anzi, lo sa meglio. Come si scattano le tue foto, come si educano i tuoi figli, come conviene porsi coi tuoi colleghi. Si esprime per sigle, ama gli acronimi. È il giocatore più molesto di una partita a Trivial Pursuit. L'etere lo carica a mille, la virtualità lo rende invincibile. Colpisce impunito, più persone alla volta. Si apposta sui social network mimetizzato da amico e attende passi falsi da puntualizzare. Gli scontri più sanguinolenti avvenivano sui tecnicismi. Se chiedevi un parere su un bios, su una scheda madre, sulla velocità di rotazione di un hard disk, eri spacciato. Sapevano apparire competenti, rivelando della loro pretesa competenza solo rari barlumi.

I primi testimoni sorridevano, respirando l'aria giovanile di mille cancellinate sulle fronti degli impudenti, e i vapori di gesso che ne esalavano. Ma i lanciatori non miravano. I cancellini non partivano. Rapidamente i saputelli si spostarono, dalle aule scolastiche, dagli uffici, dalle strade, dai raduni. Lesto fu il passaparola. Nelle palestre riposero i loro lievi manubri sulle rastrelliere, e partirono in una delle più fulminee e devastanti migrazioni che la storia ricordi.
Impararono l'arte del celare la conoscenza, ostentandola come un maglio pronto a calare sulle schiene degli sprovveduti. Inventarono la scienza di tirare le somme sorvolando sulla mancanza di tutti gli addendi. La conquista dell'autorevolezza in cambio di quattro nozioni snocciolate con reticenza. Al saputello furono perdonate le gobbe e fu concessa la fiducia. Divennero infallibili, e nessuno si preoccupò di smascherarli finché il loro numero era esiguo. Assunsero un'aura sacerdotale, e dubitarne divenne eresia. Erano irraggiungibili. Se tu desideravi triturarne le carni, schiacciargli la testa sotto un macigno o affumicarli lentamente con accendini monouso, ti scontravi subito con la loro impalpabilità. Quegli esseri filiformi, ridotti a un silenzio impaurito per ere geologiche, avevano alzato il capo. E non v'era modo di decollarglielo.

Vana era l'evidenza. Le nozioni dei saputelli sono parziali, incomplete. Praticamente inutilizzabili, se non per impressionare l'interlocutore. Capire la dimostrazione di un teorema di geometria e saperla esporre senza saltarne i passaggi, cogliere la sintassi di una versione di latino, ti porta a diffidare della fobia per le scie chimiche. Ma come usare questa consapevolezza, senza permettere al saputello di far leva sulle tue debolezze?

Commissioni di studiosi si riunirono ad analizzare il caso. Il problema, convennero, è che il bullo, nemico naturale del saputello, nulla poteva, se ostracizzato dalla realtà fisica. L'universo era contaminato, e la minaccia si espandeva. L'estinzione del buon senso era alle porte. I saputelli imperversavano, commentando saccentemente perfino le tavole rotonde che li volevano distrutti. Dileggiavano gli scienziati. Fu una fortuna. Le persone perbene esitano, di fronte alle soluzioni finali. Quelle celie, quelle facezie diedero nuova linfa alle ricerche. I laboratori si mobilitarono. L'ingegneria genetica sfornò il suo migliore capolavoro. Il Troll.

Da un'idea della mitologia celtica, si conferì al bullo in carne e ossa una fisicità virtuale. Il bullo archetipico venne privato di ogni residuo d'intelligenza. La sua refrattarietà alle obiezioni, pertinenti e impertinenti, era totale. La velocità nella digitazione, leggendaria.
I primi esemplari di Troll vennero testati in rete nei primi giorni del nuovo Millennio. Il successo fu strepitoso. I saputelli sgomenti venivano sconfitti dal pensiero laterale con cui i Troll scartavano obiezioni e contrattacchi dettati dalla logica. Le argomentazioni venivano sorvolate. Comportamenti fuori etichetta ne falcidiavano a centinaia.
Chi non simpatizzava per il fiero cipiglio di codesti buffi animaletti? Uno dei più chiari intellettuali dell'epoca si produsse nel noto saggio “Elogio del Troll”, in cui si attribuiva l'esaltazione del saputello a una poetica risorgimentale ormai superata, rilevando come l'allegra anarchia del Troll fosse la base del dubbio e del metodo scientifico con cui ogni mente sana doveva affrontare il nuovo millennio.
Presto però ci si rese conto che la rimozione di ogni intelligenza rendeva il Troll incontrollabile. Si rivolgeva all'utente normale come al saputello colla stessa brama di sterminio. Celebre l'esperimento del Burraco On-line, in una partita fra saputello, Troll e due ricercatori spacciatisi per giocatori comuni. Il primo a farsi avanti fu il saputello, che contestò al suo partner (uno dei due ricercatori) la convenienza di scartare un 6 di picche che gli sarebbe valso una scala a incastro col 5 e il 7 in suo possesso. Prima che il ricercatore potesse obiettare di non poter avere idea delle carte del compagno, visto che le regole del gioco le volevano vicendevolmente coperte, fu il Troll che con una velocità orripilante sovraimpresse nella chat “nobbadi laix saputelly”. Ora, è noto che il saputello tiene fra le onte più ignobili quella di essere tacciato di saputellismo, in una strana procedura ricorsiva. Mentre il saputello indignato iniziava a contestare un uso improvvido della lingua inglese, il Troll iniziò a vomitare alcune fra le più bieche offese dialettali del globo terracqueo. Il saputello decise allora di sfidare il Troll sul suo stesso campo, sfoggiando le sue migliori parolacce. Fu un suicidio. Gli insulti fanciulleschi che utilizzava erano istantaneamente surclassati dalle orribili maledizioni vomitate dal troll. Data la mala parata il saputello ripiegò sul dileggio, chiedendo al Troll che studi avesse mai fatto nella vita. A questo punto, il più debole di stomaco dei due ricercatori supplicò le due cavie di recedere, attirandosi le ire di entrambi.

Questo, era il problema. La scienza aveva coniato una nuova minaccia, anch'essa mortale. Il progetto di introdurre un'altra specie invasiva si rivelò un completo fallimento. Così come i saputelli si moltiplicavano per l'assenza dei loro naturali predatori, i Troll non facevano distinzioni tra le prede designate e le altre; e iniziarono a fare stragi di utenti comuni, del tutto privi di difese. Per non parlare, abusando di preterizioni, dei danni occorsi ai proprietari di piattaforme online, server, compagnie di telefonia e provider di ogni sorta di servizio, che videro decimati i loro proventi. Il consumo indiscriminato di risorse da parte di una minima parte di utenti, unito alla naturale erosione dei terreni, contribuì alla desertificazione irreversibile di vaste aree del World Wide Web.
La favoletta morale - edificante come poche - che ti ho appena narrato; cosa edifica?
Il fatto che la natura non può essere controllata, o almeno non coi pochi mezzi di cui disponiamo al giorno d'oggi. A volte la cura può essere peggiore del problema, e l'uomo dovrebbe smettersela una buona volta di giocare con l'ambiente.

domenica 30 settembre 2018

L'uomo schizoide del XXI secolo



Alla fine degli anni '10 il 56% della popolazione non sapeva leggere né scrivere su carta, Internet esisteva solo da una ventina di anni e la stragrande maggioranza di case, negozi e città usava ancora l'ADSL. La fibra c'era solo nelle città più grandi, stazioni e aeroporti erano quasi completamente vuoti, mentre autobus e metropolitane erano stipate fino all'inverosimile. Fare viaggi fisici e non virtuali era retaggio di pochi ricchi, o di fasce del sottoproletariato disposte a indebitarsi per generazioni pur di trarne selfie da pubblicare online. Il teletrasporto non esisteva, le auto elettriche erano considerate un capriccio che non avrebbe mai sostituito il motore a scoppio. La società era divisa in classi sociali invalicabili: i Connessi e i Non Connessi. La Globalizzazione si estendeva su Frosinone, Cinisello Balsamo, Bitonto, Voghera, Battipaglia, Scandicci. Posti in cui la popolazione era lontana dalla cultura e dalla mentalità dei social network, vuoi per calcolo, vuoi per mancanza di campo. Gli abitanti di quelle zone venivano considerati dai Connessi degli outsider, incompetenti e nullafacenti. Essi detenevano la leadership nelle grandi città, mentre i Non Connessi vivevano in pace e laboriosi sulle montagne più alte e nelle coste meno turistiche.

Da anni era palpabile una tensione permanente fra Connessi e Non.  Il conflitto si accentuò per i flussi migratori dei lavoratori e dei fuori sede, e finalmente esplose.

Il 28 giugno 2022, di fronte al “Ma anche no” di una ragazza che corteggiava, un giovane di etnia ciociara impazzito dal dolore si apposta negli studi televisivi di Cologno Monzese, e al termine delle registrazioni uccide il comico televisivo che aveva creato quello e altri slogan di successo, subito divulgati dalla Rete.

È la Guerra, quella Grossa. Ci si divide in interventisti, neutralisti e non interventisti. Gli scontri sono sanguinosi, ci si accusa a vicenda tra familiari e vicini. Scattano presto le alleanze: sotto la guida degli utenti di Linkedin, vera e propria intelligencija per tutto il conflitto, si mettono quelli di Facebook e Instagram, nonché i seguaci dei maggiori programmi d'intrattenimento e in generale dei canali televisivi a diffusione nazionale. Nel fronte opposto i reietti, i tagliati fuori, quelli che per impossibilità o per scelta ponderata non hanno saputo integrarsi. Uno schieramento più vasto, ma difficile da organizzare. Per gli scontri si pronostica una durata breve. I Connessi optano per manovre rapide e travolgenti (la Guerra-lampo), destinate a sfondare le eterogenee linee nemiche nei punti più deboli, per poi procedere all'accerchiamento e alla distruzione delle unità isolate senza dare la possibilità di reagire. Uno sforzo minimo, per il massimo risultato. I Non Connessi mancano infatti della prerogativa più importante: una lingua comune. Di diversa etnia e provenienza varia, all'inizio restano frastornati dalla propaganda nemica, criptata spesso in codici complicati (“Quoto”, “Apericena”, “Renzusconi”), e arretrano perdendo posizioni. Ma poi si attestano sulle roccaforti naturali di provenienza, mai raggiunte da alcun segnale; e da lì si trincerano in un'estenuante guerra di posizione. Gli eserciti si fronteggiano per mesi, i mesi diventano anni. Nel frattempo i Non Connessi si organizzano in contro-slogan (“Ciaonarcazzo”, “Adoro vuole il complemento oggetto: dateglielo, stronzi”), e sembrano rispondere all'offensiva colpo su colpo.

I Connessi danno il meglio di sé. Dallo stato maggiore agli avamposti più avanzati. Piovono, anche sulle popolazioni civili, i “Tanta roba”, i ”Fa riderissimo”, i “No ma falle due gocce”. Applicano suffissi, sembra che ogni parola debba terminare con -errimo. Il sangue dalle orecchie scorre a fiumi. In questo periodo, nero per l'umanità, si diffonde negli eserciti un clima di sfiducia. Nelle menti dei soldati dell'uno e dell'altro schieramento v'è la paura di essere uccisi, e il rifiuto di uccidere. Le fughe e le diserzioni sono all'ordine del giorno, per non parlare di fraternizzazioni con il nemico e automutilazioni delle orecchie per non andare al fronte. Crescono disperazione e malcontento. Tutte le popolazioni, anche quelle lontane dai campi di battaglia, subiscono fame, privazioni e carestie. Scoppiano scioperi e scontri di piazza. Il papa chiede la fine dei combattimenti, e invita i guerrafondai a rinunciare ai loro interessi in favore di quelli generali dell'Umanità; con suo grande stupore non viene ascoltato.

“Tornerete prima che dagli alberi cadano le foglie”, avevano promesso i generali alle truppe in quel Giugno fatidico. Troppi Giugni si susseguono. Spogli di foglie, fiori e frutti. Fioriscono nuove correnti artistiche e generi letterari. La Grossa Guerra dà linfa nuova. Pittori e letterati dai loro alberi autunnali scrivono le pagine più ispirate dei loro poemi.

Ma la minaccia di essere messi nella friend-zone dà vigore ai Non Connessi, nonostante i Connessi nei cinegiornali di regime si dicano Sul pezzo. Di fronte al nemico che fa le virgolette con le dita il Non Connesso ribatte colpo su colpo. Taglia fibre ottiche. Oscura campi elettromagnetici. Produce interferenze. Sovraccarica impianti elettrici. Nulla possono gli “E i marò?” e la Resilienza del nemico. I Non Connessi sono in soprannumero, destinati a vincere.

Ciononostante non c'è vincitore, ma solo sconfitti. Le vittime si contano a milioni, e a molti più i feriti. Vengono fatti i primi studi sul disturbo post traumatico da stress. Il reinserimento dei superstiti e dei reduci, gravemente segnati e menomati a vita, è lento e doloroso, e mai definitivo. Il mondo ne esce profondamente mutato.

L'11 Novembre viene firmato l'armistizio, chiudendo così quella che da allora chiamiamo la Grossa Guerra. I comandanti delle milizie dei Connessi, rovinati da una guerra dichiarata troppo in fretta, sono processati e condannati. Spesso alla  disconnessione a vita. Molti scelgono il suicidio prima della lettura della sentenza. I superstiti devono firmare un elenco di 14 punti, fra i quali si sancisce il divieto a Perplimersi e a Lovvare chicchessia. Il linguaggio, si scrive, deve nascere spontaneamente e con lentezza, diffondendosi dal basso e senza mai arrivare in alto del tutto. Come nel passato era stato mutuato il gergo delle sottoculture, traendo i Na cifra, Sto a ròta, Intripparsi, Sballare, Schizzato, Sto a svortà, dallo slang dei tossicodipendenti, ma in un processo lungo decenni. E mai più partire e imporsi dall'alto dei tormentoni di qualche personaggio televisivo, in modo acritico e repentino, subito pubblicati su bacheche accessibili alle menti più indifese. Per l'Umanità, davvero un Buongiornissimo.

venerdì 21 settembre 2018

Statuaggi






















Ora, per esempio. Questa mania dello statuarsi.
Non si sa bene quando o da chi sia partita. Su queste cose non ci si mette d'accordo. Ti sembrerà strano, ma un tempo si nasceva completamente tatuati. Cioè la pelle era pigmentata e policromatica. Tutta. Poi qualcuno decide di scolorarsi a zone. Per esprimere che so, la propria identità spirituale, o l'appartenenza a una casta. O magari per fare lo spiritoso e far ridere i suoi compagni. E lo fanno i giovani, ma giovani per davvero, poiché esempi mummificati se ne trovano fin dalle epoche più acerbe dell'umanità.

Uno visita un santuario, e subito si fa decolorare una scritta o un motto votivo. In certe culture lo statuaggio ha funzione decorativa. In altre sancisce contratti. Certe spose si statuano motivi floreali di buon auspicio, o il nome della famiglia del marito. A volte è lo schiavo a essere statuato, colle iniziali del proprio padrone. Oppure si depigmenta a fuoco la fronte del ladro e del brigante, a monito della sua pericolosità sociale. Statuaggi di carattere amoroso, cuori trafitti, nomi di amanti, si perdono nella notte dei tempi.










Successivamente lo statuaggio cade nell'ombra, associato alla degenerazione morale del delinquente. E infatti vaste zone di pelle nuda emergono su detenuti, fanti di prima linea, criminali e disertori.

Poi, la riscoperta. Un fremito attraversa le sottoculture giovanili, i movimenti hippy, i motociclisti. Spinte dalla popolarità dei personaggi pubblici che li sfoggiano per primi, persone di ogni età e censo scelgono lo statuaggio come imperativo sociale.

È la corsa all'oro. Fioriscono le tecniche, dai metodi più classici a quelli più grossolani. Statuatori improvvisati alla ricerca di strati intonsi di epidermide scarnificano con lame e uncini arroventati. Medici prestati al nuovo business puntano laser sui loro ricchi pazienti. Chimici riciclati sintetizzano i composti dermoabradenti più aggressivi. Contro ogni previsione nasce una corrente di tatuatori (cioè professionisti - difficile da spiegare - che, qualora esistessero corpi non coperti di tatuaggi, si occuperebbero di apporne di nuovi) alla ricerca di un pigmento che imiti il colore della pelle naturale. Pigmento che, come ricorderai dai tuoi disegni infantili, semplicemente non esiste.


Gli istituti di sanità pubblicano statistiche. Le epidemie si diffondono. Gli ispettori compilano verbali salatissimi. Le consulte propongono di vietare lo statuaggio ai minorenni, anche se autorizzati dai genitori. Dolori, granulomi, allergie, epatiti, herpes, infezioni, pus. Fotosensibilità. Disturbi della coagulazione. Tendenza a emorragie. Affiorano ettari di epidermidi ignude, dai corpi di chiunque. Ragazzine adolescenti di buona famiglia chiedono di essere statuate come regalo dei diciott'anni. Diaconi, suore, preti; per loro il nuovo cilicio è lo statuaggio. Ma i corpi da cui spuntano più strati di pelle fresca sono di gente che non ha soldi per comprare pannolini e omogeneizzati ai figli piccoli, e si lamenta delle proprie condizioni di vita. Statuarsi costa. Dipende dalla parte del corpo da decolorare, dalla complessità della cancellatura, dai dettagli. Si vende cara la pelle. Al metro quadro.



E si va in spiaggia a ripassare i numeri romani. Farfalle, rondini, tribali, si inseguono intrecciando corpi di grandi e piccini, fino a lasciarli nudi come vermi. Si affida la propria unicità a grandi citazioni. Chiavi di violino o addirittura di basso fioriscono su chiunque abbia una fruizione anche solo passiva della musica. Simboli dell'infinito si susseguono in mille permutazioni, ossimori disperati sulla cute dei mortali. D'altronde, Mariorossi vive significa che è morto, e la dicitura Professionale su arnesi e apparecchiature ne decreta infallibilmente la fallibilità. L'indignazione cresce; e questo è il punto.

Molti sono gli indizi della vecchiaia.

Aver bisogno degli occhiali da zio, per leggere da vicino. Quelli del supermercato, col cordoncino, da pochi €cu. Vedersi orecchie e nasi infestarsi di peli, se non si è svelti colle pinzette. Essere nati nel secolo scorso. Ma per sapere di esser vecchio di merda c'è una prova sicura.

Avere in spregio i giovani.
Già Socrate ai tempi, o almeno il vecchiodimmerda ritratto da Platone, blasta l'invenzione della scrittura pronosticando per i gggiovani un futuro da smemorati. Proprio non caga la crescita di informazione che ne sarebbe conseguita, tanto è eccitato dal dire 'ai miei tempi la scuola era una cosa seria'. Poi che c'entra, è pur vero che da lì parte l'equivoco tra competenze e opinioni per sentito dire, e qualsiasi sciochimico possa dire la sua dall'alto dei principali social network. Ma è al Vecchiodimmerda che si confà la visione apocalittica del puro Andare avanti, direzione da cui costui rischia di avvistare la morte per primo.

Che dire poi delle cariatidi che da versioni di latino difficilissime si scagliano contro le nuove generazioni? Davvero ti stupisci che il liceale si contenti di sufficienze stiracchiate, e aneli solo alle pizzette sul tavolo del bidello? I giovani sono carini. Curiosi più dei vecchi, scoprono nuova merda tutti i giorni e ci vanno in fissa. Sappiamo bene quanto la merda propria incuriosisca, e quanto disgusti quella altrui. Merda secca batte merda fresca? Mah. La prima puzza meno, la seconda concima di più. Ma sono brutte entrambe, a levarsi da sotto il carrarmato.

mercoledì 8 agosto 2018

Mille £ike al mese

Ho fatto una canzone.




martedì 29 maggio 2018

C'era una volta















C'era una volta Mattarella, Old Stupidino e la famiglia Oath.

So che è da pivelli, ma non riuscivo a resistere. Proruppi quindi in un - candido come le chiome cui mi rivolgevo – "Mattare'! Io non ci capisco più niente. Sui Social Network si legge tutto e il contrario di tutto, e i giornali certo non aiutano. Me lo puoi dire a me, sinceramente, se hai fatto bene o hai fatto male? Ti giuro che non lo dico a nessuno, ma tu: dimmi la verità". Mi trattenni dal modulare "Perché la verità - tu non l'hai detta mai" sulle note di Little Tony. Poteva sembrare una caduta di stile.
Però lo stesso gli infilai una mano nei capelli. Forse fu un errore, ma non riuscii a resistere. Credevo di carezzarli, ma furono loro a carezzare me. Che morbidi. Evocavano mille rosari, sciorinati nel fresco di una chiesa. Quando tirai fuori la mano sembrava ringiovanita. Era come tersa, in non zo più quale competizione.
Mattarella, buono come un pane di cui si potrebbe unicamente vivere, aprì la bocca, rosa come i fiori di pesco Di Battista. Ma ecco che la famiglia Oath, più sincrona d'una sezione orchestrale di metronomi, gonfiò i polmoni per iniziare una lunga e articolata puntualizzazione.

Io non so come faccia una famiglia intera, di dove non so pure, a essere così affiatata. Ho sempre letto di famiglie erose dalle invidie, dai diritti ereditari e dai rancori. Ma non era quello il caso. Senza patriarchi o matriarchi, la famiglia Oath sul punto di prendere la parola metteva paura. Più solida di un territorio colmo di carrarmatini, sgorgati da un tris appena cambiato. Se provi a ribattere colpo su colpo non finisci più, se non con la tua dipartita - e si sa, dipartire è un po' morire's. Puoi solo scappare, a meno che non ti sia già giocato lo spostamento.
S'era al culmine, dunque. Mattarella modulava la bocca di rosa in guisa di pesce gatto d'innanzi a un pasto di lombrichi. La famiglia Oath produceva un frastuono d'inferno, roteandosi i dadi rossi tra le grinfie. Regnava, stagnante e malarico, il mutismo. In quel momento successe l'imprevedibile. A rompere il silenzio fu Old Stupidino.

"Stupidini miei," disse, "non ce la faccio più: scancellatemi! Sono pieno di scritte. Alcuni compagni, che credevo buoni, approfittando di un'assenza della maestra mi ci hanno riempito. Proprio quando stavo per avere successo! Voi non mi crederete, ma mi vergogno tantissimo. Non me le posso leggere ma devono essere terribili. Non escludo che siano parolacce. Forse anche disegni osceni. Voi che siete sensibili come me, nonché figli di buoni diavoli, raschiate le mie carni. Sopprimetemi, non leggetemi. Non tentate di decifrarmi. Non mi lasciate sospeso nei media. Ho freddo e ho paura. Suono imbarazzante, prematuramente invecchiato, quando la mia tenera età lascerebbe presagire spremiture di brufoli allo specchio, davanti al quale non posso stare per la paura di cogliere il senso di quelle frasi, e l'angoscia di non capirle vedendole riflesse al contrario"; e nel dirlo, per la foga pestò una merda.

La tensione, poverina, si tagliava con il coltello. Vuoi per il gran ridere, vuoi per la figura retorica che stava facendo. Qualcuno degli astanti si apprestava a farne imbottitura di panini. La famiglia Oath, venuta da chissà quali Niente ma piena di premure minacciose, si caricava di più arie. Quand'ecco che successe l'Irreparabile.

Il muto Mattarella - con le boccucce, ricorderai, rimaste aperte - disarticolò quasi slogando le mascelle, e incurante della merda pestata e della tossicità di certi inchiostri, avvolse Old Stupidino in una stretta mortale, facendone un sol boccone.
Niente masticazioni, né  i sangui conseguenti. Il bolo elementare che un tempo era stato Old Stupidino si stagliava andreotto sulla schiena del canuto Presidente. I succhi gastrici abradevano le spiacevoli incisioni, che tanto avevano amareggiato la vita del povero innocente. Chissà se in quell'attimo, restituito al suo candore epidermico, abbia goduto di sapersi né più Old, né più Stupidino.

La famiglia Oath, piena di più arie di un soprano d'altri tempi ma privata della loro naturale estroflessione, mai si riprese. Smise per incanto di tendere agguati dai disclaimer della colazione. Per il resto della vita, l'aerofagia di cui sofferse le alienò ancora più attenzioni. Si estinse senza eredi, dimenticata dalla memoria delle masse. Mattarella proseguì un processo secolare di gestioni e smaltimento scorie, che non ebbe inizio con lui né con lui avrà fine. Saranno i posteri a nominarlo eroe, criminale o martire.
Quanto a me, imparai a non sottovalutare gli allarmi dei Social Network. Essi giacciono sugli schermi, scorrendo senza posa i cristalli liquidi. Ma chi può assicurarsi del loro fondamento? Forse il me incauto carezzatore di chiome ammaliatrici?

Mai sarò capace di scernere i pericoli.


mercoledì 19 luglio 2017

Riti di iniziazione

















Chi ti riga la carrozzeria della macchina? Non una riga sola, pronunciata, diritta. Frutto di un parcheggio azzardato, un carico sporgente, una manovra sovrappensiero. Righe leggere, frettolose, nemmeno parallele. Come sottolineature di un presbite.
Chi sono quelli che rigano le macchine in sosta, lasciate diligentemente in fila lungo i marciapiedi da persone fiduciose del loro contesto sociale?
Ragazzini.

Prendi quei due, per esempio. Uno alto, grosso. Grasso al punto di non avere pomo di adamo. Senza l'ombra di barba. Capelli lisci, riga da una parte. Corredo genetico di padre ricco, avvocato di successo avanti cogli anni, e madre svampita, più giovane e bella, che si tiene in forma ogni mattina in palestra, facendosi di the deteinato e pasticcini gluten-free colle amiche il pomeriggio, raccogliendo fondi in serate mondane per gli orfani della nazione stuprata del momento. Genitori distratti di un pargolo ciccione, che lancia sguardi cattivi e ostenta gesti violenti, aiutato dalla sua mole, cercando di spronarsi i testicoli a secernere testosterone.

O il suo amico. Anche più alto, ma magro. Allampanato, qualsiasi cosa voglia dire. Gli occhi a palla che guardano intorno e ridono sempre. Spalle larghe, che sta pensando di irrobustire con la palestra. Fra qualche anno si accorgerà di avere un bel fisico, e ne avrà il successo conseguente. Nel frattempo è cresciuto troppo in fretta, ed è completamente scoordinato.

Hanno provato a entrare nella squadra di rugby del liceo, attratti da codici paramilitari e slogan destrorsi. Accolti con entusiasmo dall'allenatore, sempre a caccia di giovanotti nerboruti e di vittorie ininfluenti con cui riscattarsi una carriera sportiva stroncata dal valzer di un pilone sul ginocchio destro. Ma c'erano troppe controindicazioni. Fatica, sudore, allenamenti. Regole, soprattutto.


Meglio, molto meglio beccarsi il pomeriggio. Soprattutto se hai in tasca i soldi mai versati del trimestre al rugby. Dici che vai, ma hai smesso da un pezzo. Tra quelli e la paghetta settimanale di una famiglia bene c'è da stare allegri. Lo spilungone citofona al ciccione. Scendono chiavi in mano, formula distruttiva per le altre macchine. Vagano per il quartiere senza meta. Un quartiere benestante e relativamente nuovo, di commercianti arricchiti e rampanti professionisti. Gente che sfoggia benessere recente, abbronzature artificiali e mammelle ancora calde di chirurgo estetico. Figli di operai che si sono fatti il culo, ripagati dalla vergogna dei rampolli per la loro ignoranza, che hanno ereditato, elaborato e moltiplicato in nuove aridità tutte loro.

Tappe obbligate una lattina di Coca-Cola, e la rete metallica con dentro i culi di ragazzina che giocano a pallavolo nella scuola di suore. La gelateria, sebbene la panna montata su un cono non sia il massimo per sembrare cattivi. La pubertà è un affare troppo recente per resistere ai richiami della gola.

La chiave ideale non è quella lunga, stondata e ingombrante delle porte blindate. Le chiavi di casa restano appese al moschettone nel passante dei jeans. Quelle dello scooter lavorano meglio. Spigolose, angolari. Tagliano come e più del diamante. Le vernici metallizzate smettono di rilucere all'istante. Sono le migliori. Si aprono come il Mar Rosso ai piedi di Mosè, sanguinando più cromo delle pazze carrozzerie pastello anni ottanta. Gli United Colors of Benetton stanno per finire.

I culi di ragazzina sanno di essere guardati. Continuano a giocare come se niente fosse, lanciando giusto qualche risolino in più. Biasimano i teppismi che rendono famosi il ciccione e lo spilungone, eppure si lusingano dei loro sguardi. Questione di tempo e qualcuno dei giovani bacini, i più prosaici, riterranno quei riti di iniziazione sufficienti, e vi si protenderà contro. C'è sempre un'utenza, per qualsiasi prodotto. L'importante è che sia ben pubblicizzato. Questione di tempo, e il ciccione e lo spilungone avranno i loro bacini. Smack.

Lo spilungone e il ciccione camminano. Il ciccione è serio e nervoso, mentre gli occhi a palla dello spilungone ridono come sempre, ruotati qua e là dal suo collo a periscopio. “Tira la mascella in fuori”, dice il ciccione. “Perché?” “Ti fa più cattivo”. Camminano sul marciapiede tenendo il mazzo delle chiavi in mano. La più affilata tra pollice e indice, lasciata scorrere sulla fiancata delle macchine parcheggiate. Prima il ciccione, rancoroso. Poi lo spilungone, divertito da ogni graffio come fosse il primo. Procedono così, a velocità di crociera. Si fermano. Tentano una sigaretta e tossiscono, col piede sul paraurti di una macchina particolarmente sfortunata, che avrà ghirigori anche sul cofano posteriore, segni inarticolati, scritte, talvolta cazzi. La loro passione sono gli stemmi. Ne sfoggiano vari, cuciti allo zaino. I più facili da staccare sono le stelle Mercedes. Una botta sicura e via, lasciando al proprietario il problema di estrarre la vite spezzata da dentro il supporto. Conservano a casa i migliori trofei. Un Jaguar originale il ciccione, uno scudo Porsche lo spilungone. Sognano di imbattersi in una Rolls-Royce, per mettersi alla prova i riflessi. Lo Spirit of Ecstasy (questo il nome della statuetta alata, si documentano i nostri, altroché) si ritrae all'interno dell'alloggiamento, se toccato da malintenzionati. Una volta, bevendo a una fontanella, accostò una Testarossa. Il proprietario scese a comprare le sigarette. Si trattava di strapparlo e scappare, lo scatto a piedi non è tra le skill del ferrarista di mezza età. Si guardarono senza parlare. Il cavallino nitriva alla loro volta. Un anelito di libertà? Chissà. Ma vano. Il panciuto signore, a sigaretta accesa, poté dar di sprone al cavallino intonso, rimasto impastoiato sulle liste cromate del radiatore. Sai tu perché? La freschezza dell'acqua? L'indivisibilità dell'oggetto? Una forma ancestrale di rispetto per un mito nazionale, forse. Non infrequente in culture anche più primitive.

Certe volte si accaniscono sulle scritte. “CITROËN” si smonta e diventa “CITRONE”. La cosa di cui vanno più fieri è aver rimosso - erati bi - da una Maserati Biturbo. Come ridevano, quel giorno, gli occhi dello spilungone! Perfino il ciccione abbozzò un sorriso. Trovavano un senso le estati in cui i bambini più magri giocavano a pallone, mentre lui le scandiva in settimane Enigmistiche.


Altre volte staccavano le antenne dai tetti di due macchine, e le incrociavano sfidandosi. “In guardia, fellone!”, “In guardia, marrano!”. Del tutto ignari dei codici cavallereschi da cui quei termini derivavano, non dissimili dagli altri più etici, penali, civili, e da tutti gli altri dogmi che avrebbero volentieri fatto a pezzi. Incuranti del disagio in cui sarebbero incorsi i proprietari delle autovetture. Piacerebbe anche a te rinchiudere questi pseudoteppistelli figli di papà nel riformatorio di una città degradata? L'unico reality cui varrebbe la pena di assistere. Se tu fossi una vecchietta, una di quelle che prendono il the (perché le vecchiette prendono il the e non lo bevono, semplicemente?), con la tua vocetta flebile diresti: “Ma perché questi ragazzoni si comportano così?”. Io ti risponderei che il ciccione prima credeva. Poi, data la sua pinguedine, ha dubitato. Prima faceva il bene per non far piangere Gesù; adesso fa il contrario per sortire proprio quell'effetto. Troverà un giorno, tra i due estremi, il suo equilibrio? Capirà che il bene, proprio e altrui, è sempre la scelta più conveniente per sé e per tutti? Mai lo sapremo, se con la tua voce contraffatta continui a farmi divagare così. Allo spilungone il teppismo è capitato per caso, finendo al ginnasio nello stesso banco del ciccione. Altri ragazzini amano invece i trattori, o i dinosauri. Nel frattempo, ai malcapitati in età scolare di questa terra si continua a dare in risposta un Congresso di Vienna (1814), il coefficiente angolare di qualche retta o una perifrastica. Come a un vecchio cane un osso.

Quel pomeriggio di primavera inoltrata le occasioni mancavano. Faceva caldo, e i culi di ragazzina aspettavano ore più fresche per sfidarsi. Le macchine parcheggiate erano dozzinali. I pedoni mancavano, rendendo la trasgressione del graffio meno elettrizzante. Troviamo i due, curvi sul dorso di una FIAT Panda. Uno stacca lettere col coltellino. L'altro gliele tiene e gliele passa alla bisogna. In genere il braccio è lo spilungone, il ciccione è la mente. Quella volta no, il ciccione fa entrambe le cose. Consulta le sue tessere. Calcola, permuta, anagramma; e alla fine, fattosi passare l'attaccatutto dallo spilungone, si risolve per un FinTa. Niente di che. Ordinaria amministrazione. Ma anche un cabalista mediocre sa che variare l'Ordine delle lettere può essere pericoloso. Ecco staccarsi dall'orizzonte una sagoma.

Conoscevo uno convinto che il termine che designasse un tipo di uomo basso e magrolino fosse fruscello. Questa persona, nella sua esilità, del fruscello era l'archetipo. Alla distanza si rivelò spiacevole; ma nel lapsus era stata toccata dalla luce. Certi termini equivoci possono rivelarsi migliori dell'originale. Quella erre infilata nel mezzo ci stava divinamente, un tremolio che dava meglio l'idea della magrezza. Non sarebbe bellissimo fermare tutto e dire “Alt! Siamo in presenza di una parola migliore; occorre subito una riforma del vocabolario”?

La sagoma apparteneva ad un ragazzetto già uscito, anche se di poco, dalla pubertà. Il ragazzetto, oltre che esile, era basso. Confrontato ai due, uno corpulento, l'altro allampanato, sembrava una popolazione ridotta di un quarto. Era chiaramente il guidatore della Panda. Addirittura il proprietario, forse. L'abbigliamento non tradiva un grande potere d'acquisto. Se la FIAT Panda apparteneva a lui, doveva aver firmato molte cambiali per possederla.

Potremmo, io e te, continuare con l'osservazione del ragazzetto. La camminata spavalda, la testa alta per darsi sembianze di cui la bassa statura necessitava, tradivano un'appartenenza ai ceti inferiori. Sai quelle comitive di ragazzetti che fumano presto, sputano in terra, a cavalcioni del motorino su marciapiedi che non sai se percorrere sperando di non essere notato, o abbandonare attraversando la strada, rischiando i dileggi conseguenti?


Di certo era meglio che a osservare andasse avanti il ciccione. Avrebbe notato un setto nasale storto, indice di pratiche pugilistiche non banali. Ad avanzare era un buon peso mosca dilettante, dove il diletto escludeva professionismi e non abilità. Non gli si sarebbe parato davanti, tronfio della sua mole, subito imitato dal compare spilungone. Non avrebbe iniziato la frase “Checciai da guarda'”, arrivata neanche ai due terzi. Ma siamo ottimisti, io e te. Anche capendo, si sarebbe sentito al sicuro dietro il numero doppio. Se pure avesse provato a fuggire, il fruscello lo avrebbe raggiunto agilmente, e avrebbe subìto la stessa sorte. Non avrebbe tentato i pugni dell'inesperto, da sopra a sotto come in un film di Bud Spencer. Solo lì quei pugni possono andare. Un pugno, per funzionare, non può limitarsi al peso di un braccio, che per quanto ciccione varrà dieci chili. Deve partire dal terreno, ampliarsi nella rotazione del tronco, e caricarsi della massa non del solo fruscello (che tende a zero), ma dell'intero pianeta (che rispetto a mfruscello tende a infinito). Nella circostanza, dopo una schivata appena accennata, l'intero pianeta finisce nel fegato del ciccione, che si piega su se stesso, raggiunto da altri colpi su mento e tempie, perdendo all'istante i sensi. “E lo spilungone? Che fa? Non interviene?”, dici allora tu. Lo spilungone, come ogni altro fessacchiotto inetto alla vita, scappa via e guarda tutta la scena da dietro un angolo. D'altronde al ragazzetto non interessava, vedendolo come un qualsiasi elemento del paesaggio. Per quanto ne sapeva lui, a lavorare di temperino sulla carrozzeria era stato il ciccione.

Cosa provi ora tu? Ti facevano rabbia, i due giovani mentecatti? E ora che sembrano vedersela brutta? Iniziano a farti pena? Strano come la vita sia povera di toni netti, e ricca invece di sfumature. Non è vero?

Quello che vide lo spilungone, lo tenne per sé. Mai lo raccontò ad alcuno. Né a chiedere ragguagli ulteriori fu il ciccione. Che, dal momento che te l'ho praticamente rivelato, rimase vivo. Quando riprese i sensi aveva i calzoni calati, con fuori le palline non ancora del tutto scese e il pene, anche lui cicciottello. Sentiva del caldo colargli sull'inguine, e quel caldo era sangue. Ci mise un po' a capire cosa gli era successo. Una volta a casa, pulendosi la ferita, fu in grado di ricostruire.


Vedeva allo specchio, incise sul pube, delle lettere. Era difficile decifrarle, sia guardandole dall'alto capovolte, sia riflesse al contrario dallo specchio. “IИPOT”, riuscì a capire poi. La I era alla sua destra, e la T sotto l'ombelico. Come se ne mancassero altre. Come erano state incise? La cicatrice non andò mai via del tutto. Difficile che il solco fosse frutto di una chiave. Lo spilungone aveva visto il ragazzetto metterglisi sopra a cavalcioni, tenendogli le braccia tra le gambe per bloccarlo se fosse rinvenuto. Cosa che non fu. Aveva tirato fuori dalle tasche un taglierino, con cui che ne sai, magari sballava bancali al supermercato. Le aveva incise con quello, profonde e sottili. Non c'erano curve. La O era un rombo, e la curva della P erano due segmenti, come il segno 'maggiore di' nelle disequazioni. La N era rovesciata a specchio. A lungo si chiese se per scarsa dimestichezza con la scrittura, o a perfido rimando alla FInZioNe subìta. Dannata Enigmistica. Era chiaro ciò che mancava al marchio d'infamia: un ente. Ma neanche una mancanza tanto ontologica toglieva senso. Eppure su quello non indugiava, almeno coscientemente. Ad opera chiusa, pure la seconda N sarebbe stata invertita? Riusciva a riflettere solo sui significanti e sulla loro grafia; il significato gli restò per sempre subliminale. Tatuando una vita intera di potenze sessuali potenzialmente dissipate.

Lo spilungone aveva vissuto la scena come in sogno. Avrebbe potuto strillare, chiedere aiuto. Come negli incubi senza voce, era rimasto zitto. Più che per paura, perché affascinato dalla scena. Lo stesso fascino per cui imitava i graffiti metalmeccanici dell'amico ciccione. Sapeva che a metà dell'opera il ragazzetto s'era rialzato perché disturbato da alcuni lontani passanti. Schivando il sangue colante, gli aveva frugato nelle tasche; trovando i soldi del rugby era stato rimborsato, e aveva lasciato perdere. Anche il ciccione, una volta cosciente, a tasche alleggerite lo aveva capito. Oltre all'incisione beffarda, il danno. Alzandosi il ragazzetto gli aveva sputato. Ecco spiegato il sangue diluito di certi punti. Aveva raccolto le lettere mancanti, abbandonate per terra dallo spilungone, e sulla sua FinTa se n'era andato.

Tu, che nelle favole della tua infanzia coglievi sempre un insegnamento, vorresti sapere qual è il senso di tutto questo? Cosa imparare da questa storia? Non so. Né mai conosceremo la reazione dei malcapitati. Si saranno incattiviti ulteriormente? Avranno lasciato perdere certe finzioni da duri? Saranno diventati più accorti nel delinquere, o solo più vigliacchi? L'omissione di soccorso avrà sciupato questa bella amicizia? E le carriere che ci aspetteremmo dai rampolli di famiglie bene come le loro, ne risentiranno?

L'adolescenza è un'età inquieta. E anche il resto non scherza. Uno cerca. Cerca di fare quello che ritiene giusto in quel momento, e che magari per altri può essere sbagliato. La morale è oggettiva per alcuni, soggettiva per altri. Poteva evitarsi, una cosa così? Il lanciatore di sassi dal cavalcavia di prima dei telegiornali l'ha fatta franca, e solo lui conosce il brivido che gli percorre la schiena al sentire invocare la pena di morte per i suoi poveri - perché no? - successori. Ora ha una cattedra universitaria, o è in ospedale a salvare vite, mentre loro completano la loro formazione affettiva in un carcere. Nella vita sei già fortunato se hai fatto in tempo a trovare non dico risposte giuste, ma almeno le domande. Potremmo continuare a infilare luoghi comuni per ore, che è poi la risposta che sceglie la persona di buon senso.

E io, che sembro saperla tanto lunga, quali riti di iniziazione mi sarò inflitto per uscire dall'adolescenza? Che cazzate avrò fatto? Meno o più gravi di queste? M'avrà detto anche peggio, o sarò stato più fortunato?

E te?

lunedì 6 marzo 2017

L'insonnia della ragione




















Mangiare s'è mangiato, bevuto s'è bevuto, di fare l'amore manco a parlarne. In quella domenica piovosa di dopopranzi, l'unica era mettersi a leggere un giornaletto. Ma non uno di quelli che aveva letto diecimila volte. Pur piovendo, decise di andarsene a comprare uno nuovo.
Sulla porta si fermò. Fece a sua moglie: “Oh. Io esco per l'appunto a comprarmi un giornaletto nuovo. Serve niente?”
“No”, disse lei. E poi: “Visto che piove, porta fuori il geranio”.
'Geranio. Maledizione', pensò lui, 'Ha rovinato tutto'. Ora per tutto il tempo avrebbe avuto in mente come ultima parola geranio.

Ma che vuol dire. Cosa vuole, da dove viene. Senti che parola: ge-ra-ni-o. Suonava detta per la prima volta nell'universo. Le parole lo fanno spesso. Più le scandisci nella testa, più suonano assurde e incomprensibili. Per un pezzo. Poi, quando si stancano, perdono il loro potere per sempre, e se riprovi a sillabare quella parola, la stessa che prima ti paralizzava i ragionamenti, la trovi scarica. Ma intanto oggi andava così. In balia di un geranio.

Da ragazzo un'estate non aveva chiuso occhio per un canditi pronunciato in tenda da qualcuno come ultima parola. Canditi. Candy la crocerossina animata, Candy la lavatrice, Mariomagnotta, mignotte candide, micosi infettive, funghi, boleti, amanite muscarie, ovuli buoni e cattivi. Lavagne ingessate da secchioni dell'immondizia. Puzze e rumori che non fanno dormire. Bersagli di settimane enigmistiche. Canditi scanditi, cantati, andati, anditi, diti. Echi che gli spolpavano la scatola cranica dall'interno. Tutti in una sola testa. Con questa cagnara, chi dorme più? Poi si era addormentato, e al mattino canditi era tornata parola morta, foriera solo di carie e pinguedini (pinguedini – vivono solo al Polo Sud? controllare). E quando leggeva un libro? Controllava subito la prima e l'ultima parola. Le aveva trovate coincidenti una volta sola. NelLa collina dei conigli (o sulLa collina dei conigli?). La parola era Primule (primule! senti quest'altra, da sballarci). La coincidenza, ipnotica tanto da occultare trame, contenuti e stile. Stupefacente il rischio corso dall'autore per indugiare a quell'innocente marachella (marachella, sigh).

L'Ultima Parola, ne converrai, ha una responsabilità enorme. Insostenibile. È impossibile farla franca e dormire, se l'ultima parola detta è appena desueta o poco pertinente colla condizione di addormentarsi. L'ideale sarebbe un avverbio, un pronome impersonale, se non un sensatissimo buonanotte. Ma geranio? È subito insonnia. Per non parlare dell'ultima parola detta da una ex, nella litigata definitiva. Spera di essere emotivamente preso e inafferrarla, rinviando l'elaborazione del lutto di mesi per un chiavidicasa, o peggio un mammone.

Per tutta la passeggiata rischiava di avere nella testa geranio, a risuonargli. Manco a dire che poteva provare a dirne altre. Salutare il portiere, chiacchierare con il barista, chiedere l'ora alla fermata dell'autobus. Rischiava ultime parole anche peggiori. E se al ritorno sua moglie fosse morta? L'ultima parola della sua vita sarebbe stata geranio. Vale la pena vivere una vita intera per finire a dire un'ultima parola così? Esiste una parola che giustifichi una vita? Non una, in tutto il dizionario. Geranio. L'ultima parola mai pronunciata da una persona, e in particolare da sua moglie. Sentì spuntare una lacrima. 'Perché-e-e?!' si ululava nella mente, simulando l'eco della vignetta in cui era disegnato tanto male. Gerani del cazzo. E la sua, di parola ultimissima, quale sarebbe stata? 'Eredità' (Ë-řę-D-tÀh!)? 'Bicchieredacqua' (H2O's glass)? 'Soffocando'?

Di certo ne avrebbe avuta una. Perché non zero, o due? Capì che questa nuova domanda poteva farlo impazzire. Provò a distrarsi col giornaletto che stava per comprare. Chissà quale, con pubblicizzato in quarta di copertina chissà cosa. Ma non ci cascò. Se attraversando la strada un'automobile gli avesse esploso i sovrappensieri, l'ultima parola a rimbombargli nei cranii sarebbe stata lei: geranio. Che sciocchezza madornale. Al suo capezzale nessuno avrebbe immaginato che la causa del suo stato vegetativo, della sua morte innaturale, sarebbe stata un geranio. Nessun patologo ne avrebbe scritto su nessun referto. Nessun biografo su nessuna enciclopedia. Nessuna generazione sarebbe stata ammonita a sufficienza.

Guàrdati dunque dal geranio, incauto lettore. Dalle propaggini letali, dalle fronde ammaliatrici. Quanto a lui, sapeva che sarebbe finita così. I gerani hanno bisogno di star fuori a lungo. Aveva concesso a sua moglie di tenerne uno dietro promessa che se ne sarebbe occupata lei. Pure, eccolo qui. A scegliere per forza l'ascensore e le claustrofobie conseguenti. Provaci tu a trascinare al guinzaglio un vaso per le scale, con l'attrito che ne consegue. Goditi la fragilità delle terrecotte, alla prova del gradino. O la lascivia delle plastiche, così inclini a finire nel Chissadove per un abbrivio mal dato. Sfila tu sotto le piogge, di cui i gerani sono avidi. Striscia di portico in portico, di pensilina in pensilina, nel tentativo di ripararti. Lui fu fortunato. Preso il giornaletto nuovo trovò una panchina sotto un platano, il cui fogliame fitto non permetteva alle acque di filtrare. Lasciato il mostro fuori dal fittame, mentre le sue foglie iniziavano a sbronzarsi, tirò fuori dal permeabile le cartapeste pagine per iniziare finalmente a leggere. Tutt'intorno altri gerani, e i loro possessori. Ce ne sono sempre. Qualche marito, consegnato come lui. Per lo più donne. Probabili sodali di sua moglie. Ciascuna con a spasso il suo.

Le donne spassose di geranii sono tutte sceme. Tutte a vantarsi del proprio, il più perfetto.

“Il mio con un litro fa tutta la settimana”.

“Il mio Pelavgonium è intelligentissimo: quando inizia a pioveve ovienta subito la covolla vevso la sua finestva pevsonale per fav capive che vuole uscive”.

“Devi vedere com'è carino quando fa la guardia! E la fa bene, poi! Da quando l'abbiamo preso non si vede più una zanzara”.

Tutti quei gerani. Di taglia grossa, di taglia piccola. Certe volte solo bulbi o talee. Alcuni col cappottino di lana colorata. Gli davano il voltastomaco. Perché allevarli, nutrirli, educarli? Perché non poter entrare all'interno, qualora non ammessa la presenza di geranii? Per cosa avere pazienza, raccogliere deiezioni, essere autorevoli e non autoritari? Nel possessore di gerani l'incapacità di rapporti paritari cogli uguali era evidente. Non avrebbe mai immaginato di avere per tante ore dei gerani nel cervello. Si chiese per quanto si potesse sopravvivere con nella testa un geranio. Che parola assurda, ge-ra-nio. Che incubo mostruoso. Si chiese se, nelle Storie delle Umanità, altri vi avessero pensato altrettanto. Chissà quali parole la gente aveva in testa in quel momento. Quelle donne, ad esempio. A che parole pensavano? Quanto intensamente? Troppo di sicuro, per la sua sopportazione. Pure fossero state ammirevoli faminelmondo, paridiritti, curedimorbiletali. Sotto una pioggia radioattiva non c'è asciutto. Non si sopravvive. Occorre sapere. Inconcepibile dormire, con possibilità mostruose sotto il letto. Bisogna sporgersi e guardare. Doveva chiedere. Tanto forte era l'impulso che dimenticò il rischio di sostituirsi il geranio colle parole ruminate certamente da quelle donne.
“Scusi lei, col guinzaglio retrattile. Che parola ha adesso in testa?”
Lucidalabbra”.
“Invece lei?”
Lexotan”.
“E tu, ragazzina dall'apparecchio ai denti?”
Liposuzione”.
“Quel portatore maschio di gerani in canottiera?”
Rossettotatuatosulcollodevoavere”.
“Il signore colla barba e il panciotto?”
"ConcettodimetaforaneitrattatistidelBaroccoitaliano".
E ancora piastrapercapelli, nascondigliperladroga, cornalmarito, brrruxismo, unghiedarifare. Estetica, sesso, droghe. Pochissimo rock'n'roll. Niente biplani inutili, stolide cerbottane, tute, pisolini, noncalpestarerighemattonelle, alpinismi, dentifrici. Parole vacue, fuorvianti e stupide, le sue. 'Guarigione', aveva in testa un'altra. Puro buon senso. La gente sembrava furba, molto più furba di lui. Provò ancora.
“La ragazza bellina dal sorriso fisso?”
“Niente”.
“Come, 'niente'? Intendi niente come parola o”, senza sperarci più di tanto, “proprio niente?”
“Proprio niente. Perché?”
“Vieni con me.”






2.



Lasciarono i gerani pazzi di gioia alle loro libagioni e si spostarono sotto un altro platano, stavolta senza panchina. Guidava lui – a questo punto dico chi, tu che badi sempre alle etichette: Fransisco, colla esse. Vuoi per un errore all'anagrafe, vuoi per una distrazione tutta tua. 'Piacere'? Non per lui, che manco ha idea di chi tu sia, pur avendo sempre in testa mille cose. Lei invece, nessuna. Semplicemente lo seguiva e basta. Avrebbe seguito chiunque le avesse proposto di farlo con naturalezza. Eppure nessun malintenzionato ne aveva mai abusato, forse per timore del suo sorriso fisso e imperturbabile.

“Davvero prima non avevi in testa niente?”
“No, mi pare di no”.
“E adesso? E in genere?”
“Adesso ci sono le sue domande. In generale possono esserci altri fatti”.
“Ma in assenza di fatti o di domande? Non ti capita mai di fissarti su – tipo che so, pensieri specifici? O magari” - esitando - “ parole?”
“Quali parole?”
“Quelle che senti dire. Magari per il tono, o per come ti suonano in un dato momento”.

Si sentiva sempre più scemo. Era da tempo che non provava più a raccontare a qualcuno i suoi affannamenti. L'ultima volta aveva dodici anni. Aveva iniziato a spiegarli a uno zio che si lamentava del volume alto del televisore, che gli impediva di leggere il suo quotidiano sportivo. “Zio. Ma ti capita mai che a disturbarti siano le parole che hai in testa?” “Quali parole?” “Parole... tipo parole che suonano strane”. “Suonano strane a chi?” “Eh, a te, certe volte”. “Parole... extraterrestri?”
Prima che lo zio potesse continuare, Fransisco era scappato.
“Penso di no,” rispose la ragazza - quella bellina, non distrarti come tuo solito. “Niente parole. Ma forse non capisco cosa intende. Perché le interessa come mi suonano le parole?”
“Perché le mie mi rimbambiscono. Perché ho qualcosa in mente sempre”.
“Bè, mi sembra una bella cosa” disse lei, nei cui ricordi ancora riecheggiava l'ammonimento dei corpi docenti. 'Carina ma stupidina', le dicevano. Proprio come aveva pensato prima Fransisco.
“Non lo è”, fece lui scuotendo il capo. “Non è bello per niente. È solo un fardello di rottami, taglienti e arrugginiti. E io non ho fatto l'antitetanica, e non ho mai il numero di uno svuotacantine da chiamare, quando serve. Certe volte mi piacerebbe essere come te”.
'Come te' come? Bellino? Stupidino? Fin da piccolo Fransisco si era sempre sentito piuttosto intelligente, con tutte le parolone e i pensierini che aveva sempre in testa.
“Ma – io penso che siamo tutti qui colla nostra vita, che è come le altre, o magari più bella o più brutta, è inutile che ci mettiamo a invidiare le altre vite, invece godiamoci la nostra, che è così invidiabile da tanti altri pure lei”.

Disse questo e tacque, stupita dal fumetto che le era uscito dalla bocca. Non aveva mai pronunciato tante parole tutte insieme. Neanche a un'interrogazione. Non aveva mai elaborato un pensiero così complesso, soprattutto. Stupita, o stupida? O era veramente stupida, stupida al punto da farsi bruttina all'istante, o era un genio. Fransisco pendeva dalle sue labbra. Veramente riusciva a non avere in testa niente? La sua aveva l'aria di essere saggezza antica. Di quando si mettevano al mondo mucchi di figli anche sotto i bombardamenti, senza trastullarsi colle proprie fobie. Esisteva ancora la speranza? Sul serio c'erano persone così? Del resto, non poteva essere altrimenti. Se i pensieri fossero durati a tutti quanto duravano a lui, la vita sarebbe stata solo un film mentale. Fuori dai suoi palinsesti (brr, che parola da brividi 'fuori', detta non a voce alta per fortuna, quindi non valeva) nessuno avrebbe fatto mai nulla. E invece! Questo capitava solo a lui. I pensieri, i pensieri. Fransisco ricordava le occasioni perse, i voti rifiutati, quelli presi (fuori dal seminario, per fortuna), le sciocchezze fatte, per aver coltivato pensieri. Essere un uomo non d'azione ma di pensiero, di un tipo di pensiero più che altro malato, lo aveva portato a nonvivere. Ai pensieri attecchiscono i principali vibrioni, le malattie più letali, i jingle più pubblicitari. È il pensiero che porta a scegliere un prodotto, lavorare per acquistarlo, indebitarsi a vita. Schiere di giovani uomini si facevano ammazzare sui campi di battaglia per un pensiero. Masse di giovani donne si facevano stuprare dai loro assassini. Orde di stupidi veri, ubriacati dall'enfasi degli oratori. Ce lo vedi tu un branco di antilopi a rompersi le corna su una foresta pietrificata solo perché convinti dalla tua arringa (dico un'arringa tua)? L'atto dettato dal primo pensiero: giocarsi il paradiso per una mela. I coniglietti, i cerbiattini, ci sorridevano dall'alto di cieli disneyani. Era davvero da barattare, quel sorriso disarmato, per sapere quante cavolate si possono commettere? Si può essere più scemi di così?

Questa donna, invece. Questa donna soavissima era un dono dal cielo. La sua bellezza, angelicabile. Lei rosa fresca aulentissima; lui garzoncello scherzoso, soggiogato dai supermarket. Il dialogo tra il signore innamorato e la pastorella aveva rivelato possibilità stilnovistiche. L'assenza di pensiero, finalmente. Da sempre le mamme ammoniscono il pargolo aggravato di pensieri indigesti dal pericolo della congestione. D'improvviso volle riprodursi. Doveva fecondare quella donna. Dai due sarebbe nato un nuovo seme. Di pochi pensieri, pochissimi; ma chiari. Pertinenti. Oppure no? Troppi pensieri, ma impertinenti e stupidi? Cosa avrebbe ripreso dal padre, e cosa dalla madre? Forse prima che fosse troppo tardi era meglio ucciderla.

Fu allora che Fransisco si ricordò di lei, della futura madre dei suoi figli impossibili. Dov'era finita? Bisognava ritrovarla? Ecco che tornavano le possibilità, e con loro i problemi. Probabilmente se n'era andata, qual piuma al vento. Mossa dalle semplici relazioni di causa-effetto che attirano l'elettrone verso il protone, il grave al suolo, il ferro alla calamita. Spinta a volar via da chiaro-veggenze, al vedere lui chiuso in riflessioni tanto scure. Decise di ritirarsi anche Fransisco. Il problema era troppo grande per trovare soluzioni in giornata. Voleva riprendere l'arbusto e ritornarlo a casa.

Al suo ritorno il geranio era sparito. Così: puff. Non dalla sua testa, bensì dalla piazzola di ristoro in cui lo aveva lasciato. Non c'era più. Forse uno smottamento acquitrinoso, o una botta di vita. Fransisco si gettò a capofitto nei pendii giù da basso. Ne trovò i resti in una partita a pallone di certi monelli. Vi saltò a braccia larghe rimediando un'ammonizione (ma anche due goal). Ciò che conta è che ne recuperò le spoglie, che ricompose poi in un vaso nuovo. Lacero e contuso, ferito nell'intimo dalle pieghe della giornata, volse verso casa. Quando aprì la porta sua moglie lo accolse con grandi esclamazioni.

“Ma dove sei stato, con quest'acqua. Sarai zuppo. Levati le scarpe o mettiti le pattine, che ho appena pulito. Ti avevo chiesto una cosa, una sola. Mai una volta che mi dia una mano in casa”.

“Come, 'mai una volta'?! Se la giornata, il mio umore, la mia salute mentale e fisica, l'intera mia esistenza è stata condizionata dalle vessazioni e dai soprusi del tuo geranio!”

“Ma quale geranio. Il geranio inesiste, se non in certe teste bacate e tutte tue. Ti avevo chiesto di uscire quel vaso, di uscirlo perfavore in terrazzo. Ma te ne sei andato, come sempre borbottando”.

'Potrebbe essere. Potrebbe essere', pensò Fransisco. Che però voleva sempre aver ragione lui. Forse troppa. Troppa ragione, e in modi e momenti inopportuni.

“Ma me l'hai detto tu, di portar fuori il geranio!”, omettendo la parte in cui il fuori raggiungeva estensioni velleitarie ed eccessive, e l'arbusto veniva strappato al regno vegetale e ficcato nelle vesti di puro vocabolo.
“Sèee. Inutile ribattere. Tanto sei sempre tu, a voler avere l'ultima parola”.

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