lunedì 22 settembre 2014

Il peggiore amico dell'uomo
















Stavo al pc a giocare a Spider, quando nella stanza si levò un sospiro. Era il dannato sacco di pulci.

Non c'era da sbagliarsi. Coi suoi sospiri il bastardo voleva dire: 'Che inizi a fare un'altra partita, se quando sbagli fai CTRL+Z? Lo Spider di XP almeno faceva annullare solo fino all'ultimo cambio di carte, e qualche volta si poteva perdere. Con Windows 7 puoi tornare indietro fino all'inizio. Si vince sempre. C'è solo un piccolo contatore di mosse in basso a destra, a segnalare l'imbroglio'.

Il bastardo aveva ragione. Ho una percentuale di vittorie del 100%. Ma se i programmatori hanno lasciato la possibilità di annullare, perché mai non dovrei servirmene? Perché 'non vale'? Ma che vuol dire 'non vale', se nessuno ti controlla? Dovresti essere tu, a controllarti? E se sgarri che succede? Metti su peso? Ti esce il sangue? Piange Gesù?
Lo ignoravo e ricominciavo. Ma l'eco di ogni sospiro rimbalzava sull'intonaco per minuti. E quando la coda dell'eco pareva smorzarsi, ecco che ne partiva uno nuovo.


Sospirava, e basta. Sapeva che una protesta più esplicita avrebbe ottenuto rimproveri e punizioni. Niente strattoni o suoni molesti. Solo sospiri. Insopportabili. Isolati ma regolari. Gocce dal rubinetto che non ti fanno addormentare. Il primo sospiro potrebbe sembrare casuale, ma dal secondo in poi ne intuisci una lunga catena.
Vediamo quale schiena si spezza per prima, la sua o la mia. Quale ha le vertebre più fragili.

Ma ignorarli è peggio. Si manifestano segni nuovi.
Sono segni di piccola taglia. La pelle invecchia più in fretta. I peli del naso e delle orecchie crescono più veloce. Gli occhi perdono più gradi del solito. Le sopracciglia diventano lunghe e si ispessiscono, come quelle dei vecchi che giocano a carte nei bar, senza annullare mai.


Quell'animale lurido ti segue dappresso e non ti molla più. L'hai svezzato quando era un cucciolo inetto. L'hai cresciuto, corretto, educato. L'hai nutrito, e con le forze che ne ha tratto ora s'impone.
Per lui giocare a Spider non è uno spasso. Sa bene che si vince sempre e si perde tempo.  Vorrà andare a pisciare sulle cose. Annusarne altre. Ringhiare contro i suoi simili e cercare di riprodursi. In società non manca mai di imbarazzarti. Le sue terapie ti fanno spendere una fortuna dallo specialista. Le sue pappe sono altezzose e costosissime. E se vai al risparmio, t'indurranno sensi di colpa. I suoi svaghi, periodici e inderogabili. Pretese assurde, per uno non autonomo come lui.

Metti un aperitivo al bar. Siedi a una tavolata di amici. All'aperto. Ti godi il clima mite, e la lista degli aperitivi. Chiaramente hai dovuto portare anche lui. Lo sciogli, e per la felicità si mette a saltellare dappertutto.
Quando vieni da una giornata di lavoro, e il primo momento in cui provi a rilassarti è 
questo aperitivo, non c'è niente di più molesto di una carogna appena sguinzagliata. Sei lì che sorseggi il tuo drink, facendolo durare il più possibile per legittimare l'occupazione del tavolo presso il gestore del bar. Cerchi di disprezzare in pace i tuoi vicini, che come te non propongono argomenti di conversazione, ma guardano la gente che passa e poi si arrendono al proprio smartphone. Come puoi impegnarti nelle tue faccende, coi suoi latrati eccitati in sottofondo? Qualcuno prova a ignorarlo. Altri tirano qualcosa lontano, nella speranza di guadagnare qualche secondo. Ma lui ritorna sempre. E non provare a tenere in mano roba vagamente commestibile. Nella migliore delle ipotesi starà lì a guardarti, sbavando sui tuoi migliori jeans. Nella più probabile, abbaierà finché non lo farai partecipare alla tua mensa.

Ma adesso basta divagare. Sono a un punto morto. Non rimane che un cambio di carte, e ho completato solo un seme. Farei prima a ricominciare, 'CTRL+Z' fino all'inizio. Ma se ricomincio io, ricomincia pure lui. Stacco gli occhi dallo schermo e lo considero. Immagino di guardare la sua faccia senza espressioni legata al guard-rail, dallo specchietto della mia macchina che riparte.

“Ok bastardo”, faccio staccando indice e mignolo dai tasti M ('Suggerisci mossa') e D ('Dai carte'). “Andiamo al parco a leggere un libro”.
La sua eccitazione è palpabile ma composta. Sa bene che al minimo errore la passeggiata va a puttane.

Preparo guinzagli, museruola e medagliette. Pastoie, con le quali condurlo in ambiti urbani. Mi comporto bene, io. Ci tengo alle convenzioni sociali. La responsabilità per i danni causati dal suo comportamento ricade sempre su di te. E comunque devi sempre raccoglierne le stronzate, e avere con te strumenti idonei alla raccolta delle stesse.

Entriamo in macchina. Faccio partire il cd. La traccia che ascoltavo l'ultima volta è Shaker song, dei Manhattan Transfer. Pare gradirla. Sostiene che gli provochi orripilazioni piacevoli. Difficile dire se sia vero, ma in effetti dà i brividi anche a me. Tranne il finale, dove hanno appiccicato gli assoli più forsennati e pacchiani. Quando invece non siamo soli, se faccio partire la musica protesta. Sembra quasi che voglia concentrarsi sulla conversazione. Anche qui, non gli do torto. Se si ascolta musica bisogna alscoltare la musica. O almeno commentarla. Sennò si sta zitti, o la si spegne per parlare più comodi.



Arriviamo al parco. Scelgo una panchina e mi ci siedo. Sciolgo il bastardo e apro il libro.
Ci sono altri botoli, coi loro accompagnatori. Non sempre educati, né i primi né i secondi. I padroni basta osservarli, e qualche dettaglio te ne svela le qualità di educatore. Può essere la suoneria techno di un cellulare, lasciata suonare per un tempo non funzionale
da un signore di mezza età. O, più esplicitamente, un richiamo non fatto al momento giusto, o lanciato senza convinzione. Io, lo ripeto, continuo a comportarmi bene. Mi preoccupo molto che il mio non dia fastidio a nessuno.

A questo punto tu, che hai fatto altre scelte, potresti chiedermi: ma chi te lo fa fare?

È vero. Ci sono un sacco di lati negativi. Tutti quelli che ho detto, e non solo. Però ce ne sono anche di positivi.
Ad esempio, hai un rapporto semplificato con un essere che puoi controllare quasi completamente. Può fare tutti i capricci che vuole, ma l'ultima parola spetta a te. In quali altre relazioni puoi assaporare sensazioni di potere così totale?
Devi solo rinunciare ad alcune delle tue libertà personali, in cambio. Perché, tu ti credi libero? Ognuno si sceglie i propri gradi di libertà. E poi, non ti senti mai solo.
Detta così sembrerebbe una scelta saggia. Eppure da valutare c'è anche altro. Ti racconto un fatto.

Un vantaggio della situazione, lo saprai anche tu, è che al parco è facile rimorchiare. Il sacco di pulci va a caccia di prede con cui accoppiarsi. Le prede si tirano appresso le loro accompagnatrici. Non sempre graziose o tali da interessarmi. Ma talvolta sì. Si inizia a parlare, ci si siede insieme, si commentano le loro evoluzioni. A volte si concordano accoppiamenti. I loro, e non solo i loro.
Mi alzo dalla panchina, stavolta in compagnia.

Ci mettiamo d'accordo per un aperitivo.
Si vuotano i bicchieri. “Io per stasera non ho impegni. E tu?”
“Nulla a cui non possa rinunciare”.
Sogghigno pensando che finalmente c'è riuscito, il bastardo, a farmi passare la voglia di premere CTRL+Z.

Devi sapere che, con uno di questi leccastronzi appresso, difficile che ti facciano entrare al ristorante. Gli altri avventori tengono alle buone maniere. Ma stavolta è un vantaggio: vengo invitato a cena, direttamente a casa sua. Finalmente il bastardo si sdebita della mia dedizione, almeno in parte, facendomi bruciare le tappe.


Lei cucina bene, ma io penso ad altro. Lo penso e poi lo faccio. Seduti sul divano, all'improvviso le sfioro una guancia e le do un bacio. Come per una malattia incurabile, perdiamo presto i vestiti.
Lei sembra eccitata. Questo eccita sempre anche me. Da quel bacio scendo più in basso, ne do altri in posti diversi, le vado sopra e le sono dentro. Inizio a darmi da fare.

Dopo un po', qualcosa mi distrae. È quel'aborto pulcioso. Non le basta la sua, di preda. Mi ha percepito distolto da lui, e rivuole attenzioni. Lo sento abbaiarmi nella testa.
La sua compagna è più educata. Resta tranquilla e al posto suo. Si vede che è abituata a lasciare in pace la padrona, quando è opportuno. Alla fine non ero mica tanto bravo, come addestratore.

Inizio a sudare. Molto. Le gocce si staccano. Rischiano di finire addosso alla mia partner. Provo a deviarle, ci riesco per un po'. Poi mi arrendo.
“Hai dei fazzoletti?”
“Prendi un asciugamano dall'armadio”.
Mi stacco, e tutto finisce.

Il problema di rimorchiare in questo modo è che poi una volta a letto vorresti stare tranquillo e lasciarti andare. Ma come si fa? Quella sporca bestia ansima anche lei. Vuole giocare. Essere della partita. Mica puoi alzarti e prenderlo a calci. Rovineresti tutto.

Prima di allevarne uno tuo, pensaci bene. Da piccoli sono carini. Curiosi, sempre allegri.
Poi a un certo punto li spereresti in grado di badare a se stessi. E invece no. Lontano da te sono perduti. Gli abbandoni sono proibiti. Non vuoi certo finire al telegiornale, nel generale
raccapriccio. E poi, come potresti separartene. Non sarebbe mica possibile. Al limite potresti sedarlo. Anche per sempre. Definitivamente.

Perché, contrariamente a quanto hai pensato finora, il miglior nemico dell'uomo è il cervello.
Non il cane.

domenica 3 agosto 2014

Tempo scaduto.















Le puttane gratis sono le più dispendiose e le meno soddisfacenti. Questo finora mi ha illustrato la vita. E allora perché?
Perché non fare il gran salto monetario, nel senso. Riserve morali non ne ho.

Non certo con quelle per strada. Minorenni sfruttate e ricattate, probabili ricettacoli di germi, poco igieniche sicuramente. Una sera, avrò avuto vent'anni, ne ho vista una. Tutta smanacciata da una specie di rospo dell'Est, sceso da chissà quale tir o impalcatura di tubi, almeno loro Innocenti. Puzzava di birra. Si appoggiavano sulla colonnina di un benzinaio chiuso, lungo un viale a scorrimento veloce della città.
L'avevo notata in attesa, già mentre cercavo parcheggio. Solita procedura. 'Anvedi che' – 'ah, ma è na' – 'poraccia'. Ancora non sapevo quanto. Ero con una, gratis ma non puttana. Scendendo dalla macchina le passiamo vicino. Vaghi sensi di colpa da uomo,
potenziale puttaniere. Poi smarrimento. Cosa augurare a quella ragazzina? Che il rospo non si fosse mai fermato? Che passasse tutta la notte in attesa di altri rospi? Che a un certo punto da una carrozza trainata da una pariglia di cavalli bianchi scendesse un principe azzurro, per farle il culo? E perché io e la mia amica, poco più grandi di lei, invece andavamo a vedere un concerto d'estate, e poi al mare domani, e chissà se quella notte dormivamo insieme? Cosa non andava bene, nel posto e nell'epoca in cui era nata? Che si poteva fare, per raddrizzare le cose?
Votare il meno peggio? 

È terribile quando hai domande buone, ma non le risposte. È ancora peggio quando hai entrambe, ma ti comporti come se invece no. Quelle che ricevono a casa non sono sfruttate. Lo sostengono Internet e alcuni conoscenti, supportati da informazioni di prima mano. Spesso sono donne, straniere e non, che arrotondano così. Lavori di merda ce ne sono tanti. Forse ancora più subdoli, nella loro normalità.

Insomma. Ero reduce da un rapporto logorante. E gratis. Soprusi piccoli e grandi. Soprattutto medi. Anche nel sesso. Non mi sentivo libero di chiedere quello che volevo, o darlo. Nella migliore delle ipotesi ricevevo nervosismi. Anche risate, una volta.


Ci pensavo da un po'. Giocavo spesso a pallone con questo mio amico. Se ne forniva da 15 anni. Ci andava di media un paio di volte al mese. 12 mesi per 15 anni: fa 360 puttane. Sulle centomila le prime, 50/70 euro le più recenti. Tranne qualche sfizio occasionale da 250.
Contando anche solo 50 € per tutte quante, ha speso sui diciottomila euro. Senza valutare abitini sexy e gadget acquistati, che mi assicurava costituiti solo da manette di vari tipi.

Probabilmente era vero. A pallone non era uno particolarmente falloso.
Cifre comunque da capogiro, per le ripetizioni di matematica con cui campo al momento.

Ma nel frattempo, qual era stata la mia contabilità di puttaniere gratis?
Almeno un paio di uscite serali alla settimana. Cene o concerti. Spesso pagate da me. Diciamo 70 euro. La benzina, sempre la mia. Mettiamo un pieno alla settimana: 60 euro. Questo esige una puttana gratis. Storce anche la bocca, se la macchina in questione è un'utilitaria di 6 anni. Vacanze costose, anche in posti che non m'interessano. Regalini e regaloni.
Alla luce di questo bilancio non mi sento più tanto virtuoso. Tantomeno furbo.

In realtà, molte delle sue puttane erano da considerarsi con ripetizione. Più che le cifre mi interessavano percentuali e sociologie. Le sue erano queste:


35% dalla russa con cui si trovava a meraviglia
25% da una colombiana di poco inferiore
10% da un'altra colombiana, cugina della precedente, da non buttarsi via neppure lei
  5% altre quattro: una brasiliana
palestrata e plastificata, una milf sessantenne che gli ricordava la professoressa di matematica, una mulatta dal seno enorme e naturale e l'unica asiatica che avesse mai trovato a non dare fregature
  5% un'altra decina di professioniste, per un solo paio di volte
20% botta secca senza tornare, o perché si era trovato male (diversa dalle foto o con decine di anni o di chili in più – frettolosa o insofferente dopo aver percepito salario – tatuaggi terrificanti – grossi nei in posti primari – cicatrice del seno rifatto in bella vista – poca igiene – alito non buono) o perché costavano £iradiddio.

L'ultimo 20%, calcolato sui 360 appuntamenti totali, ammontava a 72 signorine. O signoracce, piuttosto. Questo intristiva lui e preoccupava me. Quanto bisognava spendere, di tempo e soprattutto soldi, per trovarne una buona?
Lui di davvero buone ne aveva trovate 3 su 90. Inoltre, da forum o discorsi con altri avventori, e per la sua stessa esperienza, dichiarava che almeno per le prime 10 volte i nervosismi fanno combinare poco.


~~~

Il resoconto poteva finire qui. Ma se tu necessitassi di un oncologo, per costi e fallimenti sarebbe possibile compilare percentuali analoghe. Quanti metodi Di Belli, quante limonate mattutine bicarbonate e calde, quante chemioterapie invasive inutilmente, quanti aliti cattivi prima di trovarne uno buono? Questo è un approccio emotivo e non scientifico. Inoltre, la mia fonte mi informa che per le puttane a pagamento esistono siti internet e ricchi forum di utenti che recensiscono. Per gli oncologi no.


Quindi vado.
Straordinario. Un vero sottobosco. Ce ne sono per tutte le tasche, e io piano piano mi faccio uno know-how.
Gli acronimi sono incomprensibili, più che in altri settori merceologici. Lentamente li imparo.

B&S
Esca e Cambio (Bait and Switch). Persona diversa dalle foto.

BBJ 
Orale scoperto (Bareback BlowJob); oppure

OWO
Oral WithOut.

BLS
Ball Licking and Sucking.

CIM 
Cum In Mouth.

Extraball
Una in più, come nei flipper.

FK 
French Kiss.

GFE 
Come con la tua ragazza (GirlFriend Experience).

HM 
Vettura di molti chilometri (High Mileage).
 
Incall 
Riceve.

Outcall 
Accorre.

LTR
Fino al mattino dopo (Long Time Rate).

PSE 
PornStar Experience.

rose
Valuta in corso (es. 50 rose = 50 €).

TGTBT 
Too Good To Be True.

TUMA 
Tongue Up My Ass.
       
Poi i migliori:

RAI 1 
Lato A.

RAI 2 
Lato B, di ricezione non sempre garantita.

VU 
Velocità Urbana = 50 km/h = 50€.

E io che mi ritenevo un pornologo.
 

Ok, le informazioni ci sono. Il bilancio economico torna. La convenienza scientifica pure. Cosa rimane?
Igiene. Malattie. Essere beccato sul pianerottolo da uno a cui do ripetizioni. O peggio ancora dalla madre. Poter tronfiamente dire “Ah-ah! Io non ho mai pagato 1 donna”, ma è già chiaro quanto ciò sia ingenuo.

Pagare cash è una faccenda schietta. “Qual è il costo di questa merce?”
“X euro”
“Spiacente. Il prezzo che sono disposto a pagare è Y ≤ X. Per importi maggiori la transazione non andrà a buon fine”
“A Y potrei proporti quest'altro prodotto”
“Ok. L'esito della contrattazione mi soddisfa”.

Sbagliare regalie e scoprirlo da musi storti è meno soddisfacente e ben più disonesto. Ci vuole del fegato, a essere non gratis. Rischi di sentirti ridere in faccia, quando reciti il tuo tariffario. Al diavolo l'igiene, al  massimo scarterò le BBJ. Non le bacerei mica volentieri, ammesso che consentano il FK. Non temo pianerottoli. Ne sceglierò in aree poco battute della città. In fondo le mie magre scolaresche mi vivono quasi tutte in zona.


Quindi consulto. Scarto candidate, copioincollo le papabili. Nelle sottocartelle del mio computer si viene a creare il file “cash”. Presto giunge l'ora di telefonare; però rimando. Ma due notti con dentro lo stesso sogno pieno di sensi di colpa catto-borghesi mi sbloccano. Nel digitare il primo numero sulla tastiera del cellulare, il cuore mi batte. È come tuffarsi, o approcciare una ragazza. Mentre stai per proiettarti il baricentro oltre la confort-zone, ti senti guardato da tutto il mondo. Lui invece continua a farsi come sempre gli affari suoi. Chi senti borbottare è quello che ti hanno ficcato o ti sei ficcato da solo nella testa.

I numeri sono spesso irraggiungibili. O sono in pieno esercizio, oppure hanno cambiato città. Sono in tour, come loro amano dire. Tendo a scartare le linee più movimentate, preferirei non dovermi mettere in fila. Quando suona libero mi ausculto tremare dentro e fuori. Mi risponde la prima. La mia voce malferma s'informa su costi e orari, ma si scorda di chiedere l'indirizzo. Per la vergogna non richiamo, e vado oltre.

C'è questa russa che dalle foto è incredibile. Mi faccio condizionare dal mio terzino, che con la sua si è trovato bene: una vera GFE. Alla fine della telefonata chiedo “Ma le foto che ho visto, sei davvero te?” “Ahah, certo!”. Mi faccio scappare un “Madonna, ma allora sei proprio bella”, di cui mi vergogno
immediatamente.

Voglio essere il primo. Mi riprometto di andare il giorno dopo per le 13.00, all'inizio della sua alacre giornata lavorativa. L'ultima che frequentavo gratis iniziava a sbraitarmi contro dalle sette del mattino.


~~~

Il giorno dopo mi alzo presto. Mi
lavo i denti, mi faccio bene la barba e la doccia. Voglio essere irresistibile. Per strappare un prezzo vantaggioso, ma soprattutto per sentirmi apprezzato, per una volta.

Mi reco in zona. Accentuo le spiegazzature del Tuttocittà, la mia utilitaria di sei anni non ha navigatore. Aria condizionata alta, per non arrivare sudato. Scelgo un parcheggio lontano dalle case. Qualsiasi pedone sembra giudicarmi, come quando da adolescente facevo incetta di giornaletti pornografici. Perfino la giornalaia che li vendeva.


Faccio il numero, e lei assurdamente risponde. Ha una voce molto dolce, l'ho scelta anche per questo. Mi dice che può, però alle tre. 'Porca troia!', penso. Ma mi pento di pensare così di una così dolce. Certo, che vuol dire 'alle tre'? Che devo raccattare quanto percorso manco da 1, ma da 2 avventori precedenti? Che fastidio. Però ieri mi ha detto che in queste mattine è alle prese con un trasloco, forse è questo ciò che la impegnerà fino alle tre.

La paura è scomparsa. Resta solo la voglia. Una voglia furiosa, assoluta, che non ammette deroghe. Io oggi andrò da una puttana cash. Sguaino il cellulare. Utilitario e di sei anni anch'esso. Dal suo mini-display mi metto a cercare sui siti ormai noti, maledicendomi per non avere dietro il file “cash”. La navigazione è estenuante, e io metto in moto la macchina per cercarmi una spremuta di pompelmo. Chiamo un paio di professioniste promettenti, ma hanno iniziato a praticare dalla mattina presto, e a me le orme di animali selvaggi mi confondono. Anche se oggi potrei diventarne uno anch'io.
Fra una cosa e l'altra si fanno le tre.

Torno al vecchio parcheggio. C'è ancora. Richiamo. Mi chiede di sentirci quando starò davanti al civico per darmi informazioni più precise. Rosico a bestia. Cosa penserà la gente di uno che chiama al cellulare davanti a quel laido palazzo? Il mio travestimento di cappelli con visiera e grossi occhiali neri non basterà. Decido di fingere la telefonata da ben prima di arrivare.


Da indicazioni telefoniche imparo che da una fontanella pubblica parte un vialetto. Lo devo percorrere, fino all'ultimo portoncino. Ne vedo vari, nel frattempo. Ognuno è corredato da finestre a tenda scura. Per dio, questo è l'antro del piacere. La voce nel telefono è superata in volume da quella dietro la porta. Che si apre.

Gambe nude. Quaranta e passa anni. Chioma bionda. Canottiera rossa trasparente e reggicalze dello stesso colore. Tacchi alti, almeno loro. Il resto non supera il metro e sessanta.
Questa è l'unica informazione che combacia. La persona in questione non è quella delle foto. Sono incappato in un chiaro caso di B&S.


Ma non fa niente. Sembra dolcissima, come la voce con cui parlavo. Gli occhi mi sorridono da dietro  fessure strette. Ha le fossette. Proprio il tipo protettivo di cui hanno bisogno le mie gambe tremolanti.
Entro, ed è più scuro. Ci baciamo su entrambe le guance. Mi fa sempre strano baciarsi sulle guance con una che non ho mai visto. Ma lei non è come le altre: lei è cash.
 

Al proposito le chiedo “Quanto ti devo dare per una chiacchierata, un po' di carezze e fare l'amore? L'orale non mi interessa particolarmente”. “Una cosa tranquilla, 50 euro”. Prendo il portafogli, lei bisbiglia un “non fa niente...”. Lascio comunque la banconota in anticipo e sul comodino, come si addice a un vero gentiluomo.

Devo andare al bagno, trattengo da tempo una pisciata incommensurabile. Mi dà della carta da un rotolo grandissimo. Urino e mi lavo uccelli e mani. Torno dentro. La banconota non c'è più.

“Senti. È la prima volta. Mi tremano le gambe. Mi devi aiutare tu.”
Apre appena le fessure, meno stupita di quanto mi aspetto. Non ho da preoccuparmi, secondo lei. Certo non ho mai trovato facilità di comunicazione ed empatie simili, nel gratis.
Si sdraia sul letto matrimoniale, e mi dice di spogliarmi.

Dice bene, lei. Mostrarmi nudo è sempre stato un dramma. Ma lei non è una qualsiasi. Lei è cash. Quindi vado.
D'altronde sono in forma, e nonostante gli acquazzoni dei giorni scorsi ho una discreta abbronzatura. Mi spoglio e la raggiungo. Non mi sembra colpita dalla mia muscolatura. Eppure, oh!


“Mmm, sei dotato”. Una buona cosa, se non lo dicesse probabilmente anche a chi ce l'ha concavo anziché convesso. Ci sdraiamo. Io sul fianco destro e lei sul sinistro. Inizio a carezzarle una coscia. Faccio scorrere le unghie sulla pelle, delicatamente. “Sei bella, sposiamoci”, mento. Ma la trovo bellissima, lei è cash. Cerco di baciarla in bocca, ma è un modello che non supporta il FK. Più tardi, a causa di quel buco spaziotemporale dalle 13.00 alle 15.00, me ne rallegrerò.
Non demordendo, le lecco un lobo e il collo. Ma la mia barba la pizzica, e teme che ciò le arrossisca la pelle. A suo modo è timida. Ciò mi mette a mio agio. “Non leccarmi così, o poi dovrò farmi una doccia”. Questo m'insegna che sul lavoro tende a non farsene.


“Come ti piace?”, faccio io e non lei. Le spiego che mi eccita vedere la mia partner eccitarsi. Che mi piace essere guardato negli occhi, e vederle spesso la lingua in bella mostra. Me la concede per un attimo sulla mia, e mi guarda negli occhi per un tempo ancor più breve. Sembra veramente timida, il che non mi dispiace.
“Tu sopra e io sotto, si sente di più”. Sarà vero? Non l'ho mai capito bene, dalle mie gratis.
“Però salimi sopra
tu per un attimo”.

Lei allora prende qualcosa da una ciotola sul comodino, che mi era sembrata contenere decine di bustine di tè, e m'infila in un secondo il preservativo. 'Ah! Ecco cosa', penso io in uno dei miei caratteristici lampi di genio.
Nonostante i miei input ci va di bocca. Non mi è mai piaciuto particolarmente. Specie col preservativo. Poi ti sembra di baciare un tubetto di Crystal Ball.


Però si ricorda di iniziare a starmi su. Non mi calza fino in fondo, solo il primo tratto. Non piace granché a nessuno dei due. “Adesso stammi sopra tu”, e si sdraia di schiena.
Me lo prende e se lo infila. Mi piace quando non sono io a dover trovare il buco. Ehi! È bella stretta! Davvero incredibile, l'universo cash. Così inizio a darci dentro.

Ho un amoreggiare movimentato. Una volta
ho ritrovato il letto a mezzo metro dalla parete su cui poggiava. Anche questo oscilla parecchio. Mi distrae sbattendo contro il muro. Avrei preferito una struttura più massiccia. Vado lento e poi veloce. A un certo punto, molto veloce. Mi tengo su a palmi aperti e poi a pugni chiusi, cavalcando in un attimo ogni corrente parlamentare. Lei risponde poco, ma si lubrifica completamente. Questo mi conforta, spingendomi a far bene.

Le poggio l'addome sulla pancia. Infilo le braccia sotto le sue, e prendendola per le spalle me la spingo contro. Mi piace sentire le pance sudate, e i buffi rumori che fanno. Specie la mia, dura e tagliente, su una ben più morbida. C'è un ventilatore sul comodino. Anche lui fa il suo lavoro. Tutto lavora per il bene comune.

L'entropia per una volta cresce poco. Mi stacco dalla sua pancia rotonda e mi metto in ginocchio da lei senza sfilarlo. Le prendo le gambe e me le schiaccio sul petto. Cosce sode sugli addominali, asciutti e sudati al tempo stesso. Buona intuizione. La mia parte sensibile le tocca il finisterrae. Mi sento in forma.

Le sise girano per i miei colpi. M
oto antiorario quella a destra, mentre l'altra a sinistra va al contrario. La frequenza della rotazione segue la mia velocità.
Perché non girano solidalmente? Verso orario per entrambe, o antiorario? Sarebbe lo stesso, il verso, nell'emisfero australe? È il caso o no che io ne parli con lei, in questi frangenti? Lo sarebbe, se fossimo in un contesto di puttane gratis? O addirittura con la propria ragazza?
 

Se non se ne andava prima del tempo, magari potevo chiederlo a mia moglie.


Tesoro, hai problemi?
Ora che ci penso, vado avanti da un po'. Del cash sto per varcare le colonne d'Ercole.
“No no, che problemi. Potevo venire un sacco di volte”. Mi diverto molto. Per l'entusiasmo decido di leccare quello che ho intorno, e di forse pulito le trovo i malleoli.

Lecco e succhio, succhio e lecco e sono a posto. Lei lo prende tra due dita e lo leva con cautela, stando attenta che non si sfili il preservativo. Non vorrà mischiare le razze. Corre in bagno, indicandomi la carta. Io me lo levo e ne faccio una pallottola, con cui centro il cestino al primo colpo. Dum-de-dum. La vita è bella, e il suo costo è basso.

Mi andrebbe di chiacchierare sdraiati. Abbracci e carezze. Dalla sua espressione mutata capisco che non è il caso, e dovrò rivestirmi in fretta. Mi disoriento. Forse era questa, la speranza del Gratis.

Afferra alcuni tra i telefoni che giacciono su un tavolo. Prima non li avevo notati. Si infila un auricolare e risponde a una suoneria muta. Parte in italiano, ma da un “Da” in poi parla in una lingua che non è più la mia.


Io mi rassegno e mi vesto. Occhialoni neri di nuovo, visiera ben calcata sulla fronte e sono fuori. Naturalmente, traggo dalle tasche gli ingredienti per confezionarmi un'ottima sigaretta. Percorro il vialetto, arrivo alla fontanella e poi alla macchina. La mia utilitaria di 6 anni mi ha atteso fino all'ultimo, come farà certa gente a denigrarla. Metto in moto e m'incammino.

La sigaretta è buonissima. Ho la lingua strana. Mi ricordo di aver leccato. Un pensiero mi trafigge. E se le stesse zone in precedenza le avessero scelte dei portatori di mustacchi? Ho dei fazzoletti di carta. Non si può leccare un fazzoletto di carta. Ci sputo dentro quello che posso.
 

Quasi a casa c'è un camioncino scoperto, guidato da un rumeno. Vuole sbucare da una traversa tagliandomi la strada. Gli suono e lo guardo. Male e negli occhi. Lui abbassa lo sguardo e frena.
Dev'essere questo, ciò di cui parlano. Come si chiama? testosterone.


venerdì 11 luglio 2014

Cefalee cosmiche.

 



















Leggo sugli strumenti che ho lavorato come uno schiavo per tutto l'anno. Zero vita sociale. Zero donne, scludendo una parentesi pur piacevole ma breve. Lavoro, psicoterapia e palestra. In tutte le permutazioni possibili. Dovrei trasferire le domiciliazioni bancarie delle mie utenze domestiche sul nuovo conto. Ma posso farlo nel pomeriggio.
Sai l'euforia di quando ti compri nuovi capi d'abbigliamento? Ci sono i saldi, ora piglio la macchina e vado a fare una passeggiata in centro.

Sotto casa lavori in corso. Sventrano la strada, per la terza volta nell'anno. Prima l'illuminazione stradale. Già non funziona più. Poi le fognature,
straripate e navigabili per le alluvioni di sei mesi fa. Adesso il gas. Si marcia a sensi alterni. A lternarli, un Playmobil in livrea rancione, con paletta rossoverde d'ordinanza e tutto il resto. Tempo di percorrenza 30 minuti, per un tratto di 2 chilometri.

Non sarà questo a scaturirmi pentimenti. Neanche gli stronzi che mandano sms dalla corsia di sorpasso ci riusciranno.
La radio scrausa della mia scrausa utilitaria salta rbitrariamente, alternando frammenti di Message in a bottle e le previsioni del traffico. La trasmissione è disturbata, visto che dei ragazzini m'hanno fregato l'antenna. Probabilmente per giocarci agli spadaccini. Per chilometri, ai bordi della tangenziale, volanti della polizia dicono “Adagio!” dai loro tabelloni elettronici. Ottimo consiglio. Senza, l'italiano rischierebbe di perdersi una macchina ferma col triangolo e il suo proprietario che parla al cellulare indossando il regolamentare gilet giallo fosforescente.


La testa inizia a pulsarmi. Dopo vari giri parcheggio lungo un marciapiede transennato. Si rischia un po', ma alternative non ci sono. E poi non si paga il parcheggio sulla fascia blu. Solo il pericolo di una multa. Mi sbrigherò.
C'è il mercato. L'odore della frutta che prende il sole nelle cassette
mi raggiunge.
Ogni negozio si è organizzato con un suo questuante personale. C'è la zingara col bicchiere di carta, il mutilato, il vecchietto dei santini. L'africano invece è peripatetico. Mi aspetta al varco colla sua borsa piena di calzettoni. N
elle mani ne ha vari campioni. Il calzettone di spugna: articolo irrinunciabile, in un'estate torrida. Io temo lui. Egli per prima cosa mi sottoporrà al suo moderno saluto tribale: schiaffetto a mani aperte, pugnetto contro pugnetto, mani che toccano il cuore e poi non ricordo più. Nel rispetto di una procedura che ignoro. Non sono all'altezza, cannerò sicuramente il timing. Ma perché mi deve far fare la figura del bianco?
“Ciao fratello, come stai?” “Bene scusa grazie devo scappare”, tenendo
la falcata costante. “Almeno un euro per un caffè”.

Mi fermo e lo guardo. “Come, per un caffè? Un caffè con questo caldo, e questo dore di frutta che va a male? Non ci credo. Tu non useresti il mio euro per un caffè”.
Lo Sguardometro registra massima intensità. Il quadrante indica “Sguardo di uomo nero che colpevolizza uno sfruttatore bianco”. Ecco perché le favole mettono in guardia i bambini dagli uomi neri.
“No fratello, hai ragione, non è per un caffè. Te lo dico, se prometti di non ridere.”
Lo prometto. “È per pagarmi gli studi. Sono iscritto a un corso privato di Laurea in Economia e Commercio di Calzettoni di spugna. Ti prego, comprami un paio di calzettoni. Non farmi andare fuori corso”.


“Non posso aiutarti: come vedi, non ho i piedi”. Infatti, aumentando la concentrazione e le conseguenti pulsazioni alla testa, mi faccio sparire i piedi. Lui abbassa gli occhi per controllare, e cambia espressione. Mi guarda e fa “Alla mia università c'è una laurea in Deambulazione Senza Piedi! Ti prego, accetta un euro per i tuoi studi. Aumenta la qualità della tua vita”.

Lui mi nsegue per un po'. Ma io,
balzando di moncherino in moncherino, scappo più lesto.

Arrivo alla meta gognata. “Il paradiso del surfista”. Io che sono ateo e ho esperienze di surfista lontane e pisodiche, entro. Il commesso mi saluta con calore. Nessuno conosce i rispettivi nomi, ma chissà perché lui crede che un tempo eravamo amici. O
gni volta che arrivo nel suo negozio abbiamo almeno un pajo di minuti di conversazione forzata, e me ne vado coi sensi di colpa se non ho preso niente. Mi guarda le scarpe. Da skateboarder. Le mie sperienze di skateboarder sono meno episodiche, ma ncor più lontane. “Dove le hai prese? Sono quelle di Halo?” “Sì. Io manco sapevo che era. Mi sono disintossicato dai videogiochi 22 anni fa. Ho capito cos'era da domande tipo questa”. Quindi ci separiamo, colla promessa che gli avrei chiesto tutto quello che mi occorreva.

Quello che mi occorreva erano alcuni capi della mia taglia. Dopo vari ngorghi ricordo che avevo una teoria. È inutile andare per saldi. Non trovi niente. Se trovi qualcosa, non cianno la taglia. E se pure ce l'hanno, era meglio pagare un prezzo pieno pur di entrare a negozio vuoto e provare le cose con calma.


Buco nell'acqua. Vado a fare la spesa. Altra faccenda che rinviavo da tempo. Negozio bio. Sono tornate le orecchiette di crusca. Yum. Aromatizzate alla prugna. Che delizia per i miei crassi ntestini. Prendo sempre le stesse cose. Orecchiette di crusca. Germe di grano. Kamut soffiato, cus-cus di kamut. Seitan fresco, the verde. Semi di zucca, certe volte. Il parcheggio è adiacente a un campo nomadi. Ne entrano alcuni, di tenera età e piccola taglia. Scalzi e semi gnudi. Ciascuno prende un ghiacciolo-bio, pagandolo con una quantità incredibile di spiccioli. Che mentre carico la spesa in macchina rivogliono da me. “Signore, che ciai degli spicci?” “Io no, e tu?” “Ciabbiamo comprato appena adesso questi ghiaccioli, non vedi?” “Io invece queste orecchiette di crusca aromatizzate alla prugna, ecc”. Per fortuna tutto si svolge a operazione ffettuata, altrimenti sarei stato bbligato all'esborso, per l'incolumità dell'utilitaria con cui mi metizzo nella popolazione.

Al supermercato incontro una che conoscevo. C'è anche il ragazzo, conoscevo anche lui. Portano all'anulare sinistro degli anelli, che indicano che il tempo almeno per qualcuno passa davvero. Chiacchieriamo bene. Scopriamo di abitare vicini. Ci promettiamo di aggiungerci su di un social network.

Tornando a casa la temperatura dell'abitacolo mi fa temere per i miei surgelati. Corro come un pazzo. Non ne posso più. Voglio tornare alla base.
Nei miei progetti si nterpone una signora. Con tanto di nserti in pura plastica. Vasti e vari. Cosa se ne troverà nella bara, quando sarà ora di ridurne la salma? Essa ttraversa fuori dalle strisce, gli occhi proni sullo smartphone, immobile in mezzo alla curva. Io che vado fortissimo decelero rudemente, e questo a lei non va giù. Stacca a fatica lo sguardo truccato e lo pone su di me. È una signora della zona Nord della città.


“Non si va così forte. Se c'era un bambino col pallone che attraversava la strada che facevi, lo mettevi sotto?”
“Signora. Lei non è un bambino col pallone che attraversa la strada. Lei è una signora rincoglionita che manda i messaggini stando ferma in mezzo alla curva, lontano dalle strisce”.
“Brutto pelato maleducato!”
Bel pelato maleducato, vorrà dire”, omettendo considerazioni sull'estetica delle sue chirurgie.
 

Arrivo a casa. La borsa mi guarda. Dovrei andare agli allenamenti. Ci sono andato per tre giorni consecutivi. Ci andrò per i prossimi tre, prima di partire. Sono stanco. Il caldo mi ha fiaccato, come segnalano gli ndicatori ascellari.
Metto su una pentola di ortaggi surgelati, tonno, salmone, cus-cus di kamut. Ci aggiungo cinque acciughe sott'olio, in luogo del sale. Un pizzico di alte mperature. Una spruzzata di curry e olio extra vergine di oliva. Mangio davanti al computer con sul monitor un vecchio fumetto dei Fantastici 4, in cui il Dottor Destino si allea col Teschio Rosso. Ne leggo 150 pagine, le altre 150 le leggerò un'altra volta davanti a una pentola con forse dentro la stessa cosa.

Vorrei prendere il sole. Il sole non vuol prendere me. Mi frappone una densa coltre di nubi. Mi rassegno a procedere con le operazioni on-line.

Ho tre computer. Uno per la navigazione. Uno per i progetti musicali. Poi un netbook, con cui vado a letto. La relazione più significativa degli ultimi anni. Ce n'è anche un quarto, con cui suonavo dal vivo l'anno scorso; ma se ricordi quest'anno ho lavorato come uno schiavo. Quel quarto non si tocca. Ha internet disinstallato. Forte della sua performanza musicale e del suo costo spropositato,
obsolesce sulla scrivania.
Nessuno dei tre funziona. Mi hanno piantato, tutti nsieme. Questo rende difficili le operazioni di travaso bancario che mi accingo a compiere. Quello di nternet non si connette. Lo consulto solo per leggere le password tutte diverse che uso online. Il netbook non si avvia due volte su tre, però mi svela le grazie di intenet dai suoi dieci pollici. Fa mezzo pollice per ogni finestra che tengo aperta.
Nulla va per il verso giusto. La burocrazia della nuova banca non coincide con quella dei fornitori di acqua, energia elettrica, gas, nettezza urbana, abbonamenti a riviste, telefonie mobili e fisse. Chiamo il primo numero verde. Ascolto tutte le tracce di un disco senza mai ncappare in un operatore organico. Rinuncio. Tento col secondo fornitore. Mi risponde un indiano, facendomi rimpiangere il long-playing di prima. È strano farsi parte attiva in uno scontro fra culture tanto diverse. Per adesso lui è solo uno piccolo fra i miei problemi. Se mai avessi discendenti, i suoi surclasserebbero i miei.


Provo col terzo. Qui ho un problema diverso. Ieri il numero verde mi aveva segnalato il numero di un ufficio specifico cui richiedere i dati necessari. Mi risponde uno serio, che si nnervosisce praticamente subito. Io non riesco a spiegare le mie necessità, e sto per innervosirmi anch'io. Mi trattengo, poiché reduce da una discussione col mio psicoterapeuta da cui forse non c'è soluzione. “Io ho una laurea in Contraddizioni! Lei cos'ha?” “Io insegno Fisica in un corso universitario, ma non sono laureato.” “Ecco, vede?”, mi fa con la faccia che sogghigna dalla cornetta. Non la vedo, ma la percepisco da un aumento specifico dell'entropia segnalato dagli strumenti.

Il fatto è che ha ragione lui, scoprirò più tardi, e i suoi “pfui – colleghi” del numero verde sono davvero incompetenti. Seguendo le sue colleriche indicazioni almeno un'utenza l'avrò attivata.

Il resto domani. È ora di bere il the verde propedeutico agli allenamenti, fare pipì e andare.

Durante il mio stretching si avvicina il maestro. Egli è molto solo. Certe volte alla fine non resta a farci fare sparring, perche deve scappare a Catechismo. Non “da” Catechismo, ma “a”. È arrivato quest'anno. Pensavo fosse incappato in un qualche matrimonio religioso, da cui io scampo coltivando problemi esiziali coll'altro sesso, e in secondo luogo col mio Sbattesimo. Poi, riscontrandolo allupatissimo in varie occasioni, ho capito di no. La sua deve ssere una libera scelta.

Nella sua solitudine, aggiungiamoci il mio carattere apparentemente remissivo, come mi vede si squalifica. Nel senso che fa sé squalo, e me naufrago
inerme. Io sto lì a fare i miei esercizi preparatori, sudando moltissimo e non potendo scappare. Lui mi circostanzia come la mina attorno all'ago del compasso. Finge di aumentare il proprio raggio, ma torna sempre a chiudersi su di me. Può essere il fine settimana a Praga che sta progettando, se trova qualcuno con cui andare. Oppure il ribadirmi la sua pagina Facebook, “Eh, ma io non lo uso mai”, “Vabbè! Quando ce capiti aggiungime”. Oppure, l'organizzazione della cena di fine anno. O ancora, le sue operazioni al ginocchio. “L'artra volta a lezione ce stavano 'n sacco de ragazze!”. “Me devo comprà un tàbblet, tu ce capisci?”. “Oh! Ieri una che lavora ar magazzino co me ha menato ar Capo! Nun pòi capì checcasino! È arivata la polizia! Tutti che me chiamavano pe fasse raccontà!”. Egli è molto buono, e io mi sento molto in colpa a non sopportarlo quando si squalifica in modi simili. Certe volte però m'innervosisco. Forse m'innervosisco troppe volte - dovrei rifletterci su. Quelle volte provo a dirgli mentre mi parla “Mongoloide! a voce sempre più alta, senza farmi sentire. Tanto qualsiasi cosa dica io, lui non ascolta mai.

Stavolta l'argomento è serio. “Na svorta, Vincè. Mò me scrivo a na facoltà universitaria. Me danno na Laura, capito come? Posso fa er Maestro sur serio. Certo ce sò materie, c'è Biologia, c'è Sport, c'è Fisica! Pure Fisica! Capito come? Io che ciò a Terzamedia! Però poi posso fà er Maestro a Tempio Pieno, basta cor magazzino. Na Laurea! Certo devo studià” ecc.

~~~

“Basta così, tenente. Mi ridia il casco, quest'atmosfera pestilenziale mi ha fatto venire il mal di testa. Torniamo alla nave”.

“L'avevo avvertita, Capitano. La composizione dell'aria era respirabile senza conseguenze pericolose, purché per tempi non prolungati. E i rapporti mettevano in guardia dal permanere...”

“Ho detto basta. Avvii la procedura di rientro immediatamente. Io lo sapevo, me lo sentivo, che questo pianeta schifoso non era adatto alla vita”.

mercoledì 25 giugno 2014

Un altro racconto di merda.

 
Nel frattempo anche nelle case più lussuose dentro i muri scorreva la merda.

So bene quello che dico: io faccio un lavoro di merda. Andò così. Fatte le scuole superiori svernavo in un'iversità scelta a caso. In 5 minuti, BANG! Fuoricorso. Al che, il fratello di una con cui uscivo all'epoca mi fa:

“So che cerchi lavoro”
“Non è vero, non ne cerco”
“Io ho da proporti un lavoro di merda”
“Sentiamo, qual è?” 
“Uno che conosco ha una ditta. Cercano gente. Si tratta di incanalare la merda lungo tubi in case di gente che paga bene”.

Perché no. Paga bene. Contenti loro, di averci nei muri la merda.
Eccomi quindi alle prese col mio lavoro di merda. Da anni. Non farmi fare conti. Non sogghignare, soprattutto. So che la merda fa ridere grandi e piccini, ma anche il lavoro che fai tu è una merda, anche se meno letterale. Ma la sua puzza la fa.

La mattina arrivo presto. Un ragazzetto slavo fa le tracce incidendo le mura col bisturi. Un tempo il ragazzetto slavo ero io. Poi sono stato promosso a Signore Italiano. Mi sono adeguato. Indosso pantaloni larghi pieni di tasche, con macchie che sembrano vernice. Alle 10.30 in punto traggo da una busta un incarto di pizza colla mortadella, una Peroni da 66 cl e il Corriere dello sport. Fino alle 10.45 non do retta a nessuno.

Così, il ragazzetto slavo lascia le sue tracce. Quando lo fa, sogghigna. Mi ricordo il perché. Nello scassare i muri della gente perbene c'è qualcosa di straordinario. La signora ti guarda col cuore strizzato, lei che quando vede sul suo pavimento un granello di polvere lo raccoglie col polpastrello dell'indice della mano destra. Vorrebbe indignarsi, ma sa bene che è ridicolo. “Signora, è la sua merda e non la mia. Io sono uno educato.” Al che, seguo le tracce del ragazzetto slavo, stendendo la rete di tubi sanguigni nei quali correrà finalmente la merda. Un attimo dopo, il ragazzetto slavo cicatrizzerà i muri con lo stucco. Se durante un party gli ospiti di quella gentile signora immaginassero la trama di liquami che li avvolge, rimarrebbero di stucco.

Una volta bisognava far passare la merda di prete nei muri di una chiesa. Quel giorno il ragazzetto slavo ha avuto il suo salario giornaliero senza battere un colpo. “Questi sono muri portanti. Ci penso io”. Quale soddisfazione nell'accanirmi contro quelle mura benedette. Naturalmente, in quel percorso di merda ho ideato piccole deviazioni. Ora passava dietro la schiena del Crocifisso. “Non si può fare diversamente. Vede? Solo qui dietro c'è un'intercapedine che si può sfondare. Ai lati abbiamo due muri ladroni in pietra, molto difficili da redimere”. Nel frattempo traevo dalla borsa dei ferri il mio schiodatore di crocifissi nuovo di zecca. Mi prendevano in giro quando l'ho acquistato, ma sapevo che non stavo buttando i miei soldi. Il prete gemeva silenziosamente, ma era ben conscio della mole di merda che produceva. Stavo per aggiungere “così il suo crocifisso avrà la schiena bella calda, visto che anche d'inverno sta a torso nudo”. Ma poi ho lasciato perdere. Non scherzo mai. Non rido mai. Perdi alla svelta la voglia di scherzare, quando il lavoro che fai è di merda.

Tu mi stai disprezzando. Sento le tue pupille indignate scorrere sulle mie riflessioni di merda, biasimando ogni volta che scrivo di merda. Merda, merda, merda!
Non è colpa mia. Hai fatto la tua scelta: detesti costipazioni e occlusioni, e abbisogni di poderosi conduttori per la tua merda. La tua, non la mia.

Quindi la merda scorre. Inarrestabile. Scalda le terga delle icone sacre e i ritratti degli antenati. S'infila dietro la dispensa, incurante delle raffinatezze che contiene. Passa per la camera da letto, osservando sonni popolati da incubi. Parte da vasi di piccolo calibro, e affluisce in grossi tubi arancioni di PVC. Da sistema linfatico diviene apparato circolatorio. Ogni casa ha le sue arterie, in cui scorre acqua pura. E le sue vene. Incrostate di merda. Io tratto la merda.

Un tempo si usavano tubi metallici, smaltati all'interno. Termoisolati. Il costo era alto; si poteva abbattere. Le plastiche diventarono sempre più sottili e porose, trattenendo nei propri alveoli particole di merda che da liquida solidificava. Questa patina ne aumentò la rugosità, quindi gli attriti. Oggi abbiamo merda meno fluente.
Gli sbalzi termici non aiutano. La coibentazione delle case di recente fabbricazione è ridicola. Caldo d'estate, freddo d'inverno. Pieghe, bolle, crepe nelle condutture. Colesterolo né buono né cattivo; semplicemente inevitabile. Hai mai visto dei muri permearsi di merda? Sembra umidità, all'inizio. Poi gli odori ti mettono il dubbio: sarà merda?

Naturalmente all'inizio tenti mille spiegazioni. “È solo che è umido. Quest'odore di chiuso svanirà aprendo le finestre una mezza giornata”. La merda è in effetti diluita, l'acqua la iuta a scorrere nei tubi. Panta rei, ti dici tu; ma non è vero. I liquidi scorrono, i solidi molto meno. Essi amano intrattenersi presso i loro stacoli. Quindi ti stazionano dietro le suppellettili, incuranti della tua repulsione bigotta.
“Senti qui, cara: sarà merda?” - “Oh, Orazio, non so dirti. Certo, sembra merda. Ma come può essere? Abbiamo rifatto l'impianto neanche ventimila anni fa, non può essersi già rotto”. Non può, soprattutto per la gravità delle conseguenze. Quella è casa tua. Il tuo porto franco, il rifugio dai tuoi lavori di merda metaforica, stolto che credi di essermi migliore. Vederlo impregnato di merda vera non è, semplicemente, un'ipotesi accettabile. Pure, è così.

La qualità si abbassa dappertutto. Dicono che sia un processo irreversibile. Un tempo si produceva con amore. Prima la funzionalità. Poi l'abbattimento del costo, l'estetica e la smaltibilità. Non di rado i prodotti avevano un indotto educativo.

A un certo punto, ecco bussare alla porta delle conomie capitalistiche il terzomondo impertinente. Che nel frattempo ha studiato, almeno un po'. Le nuove conomie nascenti. Cinesi. Indiani. Legano te, secolare lavoratore occidentale, al palo della tortura. Chiedono meno, molto meno: certe volte si accontentano di un terzo.
“Perché no?”, ridono gioviali i Cavalieri del Lavoro. Quindi licenziano, subappaltano, delocalizzano. I guasti non sono più riparabili. Bisogna rifare tutto da capo. Fino a inorridire della violenza dei colpi dati dai ragazzetti slavi sui muri delle loro case intrise di merda.

Io stesso, ligio alle tendenze del mercato, ho un disco che richiama il cliente bisognoso di concludere il suo tipico affare di merda. Trascorro le ore più liete, ascoltandolo mentre suona. “Buongiorno. Lei ha chiesto un preventivo per un merdodotto di tipo domestico. Se la casa è in costruzione, e l'impianto è da mettere in opera ex-novo, prema 1. Se l'impianto è preesistente e va ammodernato, prema 2. Lei ha premuto il tasto 2. Se la cubatura della merda prodotta mensilmente non è superiore a 0,02 metri cubi, prema 1. Se la cubatura non è superiore a 0,06 metri cubi, prema 2. Se la cubatura non oltrepassa i 0,10 metri cubi mensili, prema 3. Per quantità superiori, prema 4. Per riascoltare questo messaggio, prema 9. Per tornare al menù precedente, prema 0”.

Fantastico, fantastico. Quando al primo bivio telefonico premi il tasto 2, grande è l'urgenza. Tu non sai quantificarti la merda. Tenti di indovinare le dimensioni lineari di un campione mattutino, e di elevarlo al cubo, moltiplicandolo per i mattini contenuti in una mensilità; ma nel frattempo quel campioncino ostinato non sente ragioni e vuole uscire. Quindi nelle pause del mio disco favorito pronunci i peggiori improperi, augurandomi le più crudeli morti. Tu, col tuo animo candido, che poco fa ti scandalizzavi per la quantità di volte che ho scritto 'merda'. La tua indignazione è ingenua e tenerissima. Credi di avere del problema un quadro completo. Non sai che, a lavori conclusi, dal punto A di origine la tua merda verrà indirizzata in un diverso punto B.

Non ti chiedi mai, di quel punto B. Esso vegeta paziente, in qualche cantuccio dello spazio-tempo. Attende di germinarti le verdure, o il foraggio che foraggerà le tue bistecche. Ti aspetta nei mari in cui sguazzerai nelle tue rigeneranti e costosissime vacanze stive. Coverà le uova dei pesci prelibati di cui ti ciberai nei ristoranti più costosi.

Ognuno ha la sua merda. Il suo lavoro di merda. La sua vita di merda. Tu non mi faciliti le cose. Le tue sigenze sono per l'appunto solo tue. Spesso divergenti dalle mie.

Tu mi chiedi documenti, mi frapponi burocrazie, mi metti voti bassi agli esami, mi levi punti alla patente.
Mi curi le malattie svogliatamente, difendi i miei diritti per parcelle salatissime, commetti a mie spese errori giudiziari. Non mi rappresenti nelle democrazie rappresentative, storni i fondi, ascolti musica caraibica a volumi altissimi la domenica mattina. Stendi asfalti che alla prima pioggia saltano per aria, mi sbagli le previsioni meteorologiche, perdi le prenotazioni delle mie vacanze. Mi blocchi la carta di credito, aumenti i prezzi, vendi biglietti sfortunati, non inventi mai cure contro la calvizie.

Ma adesso ti frego io. Sto per brevettare un sistema di fognature wireless.




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