sabato 27 febbraio 2016

Tutti i colori dell'Autogrill




















'Hai finito di lamentarti per ogni cosa?', mi dice mia madre nella testa mentre sbuccio le mele. Lei non si lamentava mai, quando mi faceva la macedonia a colazione.

Qual era il suo segreto? Il nero della frutta. Il bianco delle fragole. I semi da rimuovere. I torsoli, la buccia. Il costo. La deperibilità. Una barretta di Mars costerebbe un quinto. Il suo incarto, semplicissimo da rimuovere.

Ma io devo dimagrire. Dimagrire, dimagrire, dimagrire. Caffè, quattro sigarette e vacuazione. È strano come la puzza della merda altrui disgusti e la tua ti rassicuri. T'incuriosisca, a tratti. Dev'esserci una lezione nascosta da qualche parte, ma non mi va di cercare.
Poi allenamenti. Tiro di boxe. Al ritorno, insalata con tofu e avocado. Niente olio. Imbustata. Già pulita. Costi pazzeschi. Praticamente, è importante che la pelle aderisca in rilievi e avvallamenti sugli addominali, da sotto la maglietta. Anche se non ci sono occasioni sociali per esibirla, la pelle, data la stagione poco marittima. Però però: come farne a meno?

Che poi è una ricerca, tutta una ricerca. Ho fatto un calcolo. In un anno di privazioni, i mesi di standard soddisfacente saranno sì e no due. Anche qualora siano compatibili con una spiaggia, andandoci al mare non succede mai niente. Però, alle prime piogge, non si può mancare all'appuntamento colle pubblicità fotoscioppate. Anche se non si gireranno mai, loro, a dirmi 'Uau! Complimenti'.

Esco di casa e salgo in macchina. Accendo la radio, anzi no. È certo che il politico dia in escandescenze dopo qualche minuto del suo comizio, o che Vasco Rossi sul ritornello s'incazzi. Non ho bisogno di sperimentarlo ulteriormente.

Dice il tabellone dalla tangenziale: “Al Comune, vota A. Màmmeta!”
Promette di chiudere i campi nomadi, come assicurano gli esponenti di tutti i punti cardinali governativi. I ROM saranno espulsi, e potremo camminare sicuri sul nostro bel suolo italiano. Peccato che la maggior parte dei ROM abbia cittadinanza italiana anch'essa, e la probabilità che ciò si verifichi sia pari a quella di espatriare A. Angela, o A. Vespucci, o A. Vitali.
Di certo l'ipotesi solletica qualsiasi altro italiano, fatti salvi quelli degli schieramenti più sinistri, che i ROM se li affratellano a parole purché da sopra le decine di metri quadri dei loro terrazzi sui centri storici. Il Destro, il Centrodestro, il Centrosinistro, vanno in solluchero quando hanno conferma della bontà della prossima loro scelta elettorale, come se la rimozione sicura di quell'hardware sia un'esclusiva dei propri beniamini politici.

Sicuramente il bestione di mezza età che prova a centrarmi da dietro i baffi arleidevidsoniani apprezza, stando al tintinnio dei guantini che gli pendono dalla cavezza d'oro che porta al collo, sopra la celtica. Ma non c'è verso. Gli sfuggo saltellando, e ogni tanto gli porto i miei saluti con un gancio al fegato. Potrei incattivirlo, e a guardarlo non converrebbe. È uno col core demmerda quattro volte il normale. Un performantissimo quad-core. Ma per avere paura della morte bisogna prima essere vivi. Comunque poi gli batterò il guanto sul suo, e sorridendo di circostanza lo ringrazierò per la sparringpartnership. Più tardi, dalle docce uscirà l'eco di un suo acuto “Ahò, vorrei avé 'r cazzo de Paoletti e i sòrdi de Ciuffini!”. 'Ciò implica la tua penuria di entrambi', potrei fargli notare, ma non lo faccio. La mia è una forma di silenzio – assenzio.


Torno a casa. Vado di corsa, ma perché? Rendermi conto mi mette di malumore. C'è il sole dopo pranzo, e io cerco di contrastare portando a spasso il bicipite testé tonificato. Sarà caffè ai tavolini del bar sotto casa, con le due sigarette conseguenti. Scendo.
È un bar di nuova gestione, ammodernato. Bonificato. Adesso i vecchietti e le loro carte da gioco non sono ben visti, e i dipendenti hanno i cartellini con su il nome.
Ho un'ispirazione. Che gelato sia. Gelato sì, ma ipocalorico, alla frutta.
Leggo sul petto dell'inserviente, appena sotto delle sue sopracciglia a gabbiano, 'Gèssico'.

'Gessico. Ma checcazzo di nome è?', faccio perplesso io.
Tradotto simultaneo nella lingua usata convenzionalmente in questo genere di conversazioni, suona:
“Mi fai 1 cono da Treccinquanta, per favore?”

'Gessico! Il maschio di Gessica! Come Debboro di Debbora, coll'Acca o senza' mi fa lui sorridente. Che invece si dice:
”Checcimettiamo?”

'Al gusto di quella', indicando una più in fondo, intenta a dire cose nel trasduttore microfonico del cellulare. Ovvero:
“Cocco, limone e fragoline di bosco”.

“Ecco qua”, detto allo stesso modo in entrambi questi idiomi strambi.

È vero. È al gusto di quella. Ma io, come faccio a saperlo se non la conosco?
Questa cosa mi mette ancor più di malumore, e a nulla vale il suo (di lei) 'Vuoi controllare?', che le riempie il telefono di un “Mò esco checcè 1 che mi fissa da mezz'ora”.

Cui ribatto prontamente.
'Taci, stolta. Non sai che il poterlo fare mi fa perdere interesse?', che curiosamente si pronuncia non emettendo suono alcuno se non quello dei passi uscenti dal negozio per lasciarla lì a meditare sui suoi errori esiziali.

La giornata non decolla. Mi soffio il naso in continuazione, devo pulirmi sempre il culo – sempre, non salto un giorno. Non ho i Like su Facebook che vorrei. Nessuno si accorge di me, mai o quasi mai. Eppure – oh, dico! Eppure. Non mi sembro da buttar via. Ma anche i ravioli al tartufo o la lasagna non sono più buoni, se non c'è nessuno ad assaggiarli. Da qui il successo del Piacersi, nelle reti sociali. E forse io sono più una trippa alla romana, che manco mi piace. Corro e ricorro ai soliti sbagli, non fisso mete degne di nota, non focalizzo desideri reali. Anelo a routine di mera sussistenza, inasprita da traguardi precari o irraggiungibili, quando ciò che realmente vorrei sono le strisce di sole filtrate dalle persiane, le pennichelle da nonna la domenica pomeriggio, cogli zii ancora giovani che sentono le partite di calcio dal salone o il rumore della Formula Uno.

Per fortuna, in coda ai gelati poco dietro di me c'è Sturzo. Sturzo è il mio compagno di banco del liceo. Un altro esiliato. Facevamo sempre sega insieme. Andavamo a casa di Bocca, che andava a un'altra scuola e i genitori uscivano presto per andare al lavoro. Tutti andavano, tutti andavamo. Dove, poi. Lui poteva dormire tutta la mattina, e invece andavamo noi e lo svegliavamo. Gli portavamo delle merendine rubate al supermercato per ammansirlo, e tre lattine di cocacola per tutti. Poi giocavamo al calcio del Commodore 64 per tutto il giorno, e io perdevo sempre. È tanto che non lo vedo, Sturzo.

Altre volte, tornando da scuola o fingendo di farlo, giocavamo che Sturzo era handicappato e io il suo accompagnatore. Quindi lui poteva fare quello che gli pareva, e io dovevo scusarmene cogli astanti. Quelli erano i ruoli. Io non sono mai stato buono a fare quello che mi pare, lui un po' più di me. Ho invece sempre avuto un certo talento a scusarmi per qualsiasi cosa. La volta migliore è stata alla Standa del Prima di Berlusconi. In genere ci limitavamo lui a correre in lungo e in largo e io a scusarmene colla gente. Invece quella volta si soffiò il naso in una pelliccia addosso a un manichino, lasciandoci sopra una quantità incredibile di muco giallo tendente al marrone, lasciandomi schifato e affascinato al punto da scordarmi di scusarmene col manichino.

“Ciao Sturzo!”
“Ciao”. 'Famo outing?', nel senso di “Ci mettiamo fuori?”
“Daje”.

Andiamo ai tavolini. Come vicini famigliole, un prete, e poco più in là quella di prima. Oh beh. I porci non apprezzano le perle, ma anche loro dei porci non hanno mai capito granché. Qualunque cosa ciò significhi.

“Bella Stù, meno male che t'ho beccato a tte, stavo popo nero, sai sti wichend che aspetti tutta la settimana e c'è pure il sole, ma al dunque non sai che fartene”.
“Ma ti ricordi quando sparavamo colla cerbottana ai palazzi vicini, e tiravamo le buste d'acqua a quelli di sotto, o di quella volta alla Standa” - “e che, 'n me ricordo” - 

'Quale manina è stata?', dice il prete senza alzare gli occhi dallo schermo del suo i-Ped.

Noi sussultiamo e ci giriamo, gementi e piangenti in questa valle di lacrime. Possibile che siamo stati beccati così stupidamente, dopo tanti anni? Ma certi reati non cadevano in prescrizione? Ma non si stringono le cose quando le lavi, e non si allargano quando le usi?
Che spettacolo affascinante. Che teatrino imprevedibile. Se solo uno prende la briga di fermarsi le cervella, e ammirare il panorama. Ricordarsene è difficile, perché sono ore che viaggi. Ore tutte uguali. Ore di giorni, mesi di anni. Molto più facile fermarsi al Lauto Grill, dove t'incanti a vedere girare a fuoco lento pacchi di caramelle gommose, scaffali di dischi da classifica, copertine di libri da casalinga, cogli altri viaggiatori, vecchi e giovani, belli e brutti.
Mercanzie stracolorate, meravigliose e terribili nel loro insieme, poco attraenti se prese una per una.

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