sabato 3 gennaio 2015

Radioattività













La sentiva cantare dalla camera da letto “Show must go on” mentre con il phon si asciugava i capelli. Avevano appena scopato.

Non che amasse più di tanto il termine 'scopare'. Gli sembrava riduttivo. 'Farsi una pippa' per esempio andava bene, coglieva l'istantaneità del momento. Ma 'scopare' non rendeva tutte le implicazioni dell'avere a che fare con un'altra persona.
C'era 'fare l'amore', ma non gli sembrava il caso. Primo, era perplesso sull'amore. Perplesso, non scettico. Tutti ne parlavano, ma in modi mai convincenti. Secondo, c'era di mezzo Mynah Joy. Gli era arrivata dietro, mettendogli le mani sul pacco. Ricavatane la reazione idraulica pertinente, gli si era portata avanti e gli aveva passato sulle labbra la lingua come rossetto, facendogli vedere il bianco degli occhi. Mosse tutte giuste, per carità. Ma era quello, 'fare l'amore'? Terzo: 'fare l'amore' era mainstream.

Mainstream come “Show must go on”, programmata dalle emittenti massimaliste che sentiva Mynah quando si asciugava i capelli. Si era appena fatta la doccia, e adesso toccava a stRambo. Così lo chiamava Mynah, quando si sentiva affettuosa. Lui aveva dell'eroe macho il fisico scolpito e l'inespressività; ma con fino al 1000% di stramberie in più. stRambo stava per entrare nella cabina doccia, quando da sopra il sibilo del phon la voce di Mynah era esplosa sul ritornello.

C'era qualcosa di sbagliato. Non la voce. Quella era intonata. Neanche sulla canzone poteva dire niente. Era toccante, drammatica. Forse anche troppo. A stRambo non andavano bene quelli che la strillavano sui loro phon. Diffidava dei comportamenti collettivi, ma anche delle sottoculture, dei generi alternativi, degli underground presunti tali. Come uno dovrebbe diffidare di entrambe le facce di una medaglia falsa.

In effetti, stRambo era strambo. La sua era una storia come altre. Dopo l'adolescenza aveva perso il filo per problemi dozzinali. Il suo era stato avere i brufoli. Tanti.
Che poteva fare? Si era fatto crescere i capelli, per coprire lo scempio. Portava magliette strappate, con scritti a caratteri gotici i nomi di gruppi di musica estrema, con su camicioni di flanella a quadri, sempre aperti. Roba che, come puoi immaginare, aprì una lunga stagione di scazzi familiari. Ma stRambo non è che poteva dire “Babbo, mamma: vogliate tollerate le mie folte chiome, giacché mi servono per nascondermici sotto i brufoli”. Era un duro, lui. Copione, questo sì, mainstream come pochi altri. Ma per lui era la prima volta, ed era - come dire – un atto unico. Non desiderava certo repliche. Quindi lo interpretava con passione. Si allenava nelle arti marziali. Girava sempre con le cuffie. Quando la curiosità superava la diffidenza, qualche sua compagna di classe gli chiedeva: “Cosa ascolti?”. Lui diceva cose piene di allitterazioni. “Ma a te, che musica piace?” “Metal e classica”, rispondeva.
A pensarci adesso, gli venivano i brividi. Certe volte in piena notte si alzava a sedere sul letto col fiato spezzato, e da sveglissimo ci bestemmiava su. Metal e classica. Come a dire, 'Amami porcodio, amami! Non vedi che sotto questa dura crosta di pus batte un quore tando senzibbili?'

Braccato dalle sue paranoie, si era ficcato in uno dei tanti possibili vicoli ciechi. Si era cercato le etichette meno accattivanti, e se le era impecettate addosso. 'Starà a lei, staccarmele di dosso per scoprirmi. A lei, la mia donna futura! L'Essere Perfettissimo, creatore di ogni mia felicità. Che ci vuole, a staccare qualche scritta adesiva'.

Ci voleva. Per dio, se ci voleva. Quell'Essere Perfettissimo, come vari dei Suoi colleghi, era piuttosto un Non Essere. Per anni stRambo era stato cercato solo da ciccione coi capelli viola, piene di piercing e tatuaggi, a cui una mummia bendata in garze rumorose andava bene. Aveva consumato esperienze deplorevoli senza un briciolo di divertimento, per poter vantare prede nei confronti venatori cogli altri maschi. Che lui quei cerotti se li apponesse solo per coprirsi i brufoli, non interessava a nessuna ragazza normale. Quando provavano ad avvicinarsi, a malapena ricevevano grugniti. Le stRambe tattiche ginorepellenti, suo malgrado, sembravano funzionare.

Poi un giorno i brufoli erano spariti. Nel giro di qualche mese, completamente. Ma non i dona ferentes. Non l'indotto di traumi e problemi. Le ferite erano arrivate al cuore prestissimo, e da lì non sarebbero mai più sloggiate.
Portava un taglio più moderno. Sul viso quasi non aveva segni, e quelli che c'erano lo rendevano interessante. Ora poteva mettersi quello che voleva. Odiava i vestiti firmati. Di quell'odio volpino per l'uva acerba, visto che i suoi al liceo non gli passavano quasi nulla. All'università aveva deciso di smettere con l'indigenza, e quando sosteneva un esame, poi di quella materia dava ripetizioni. Come politica non era male. Prendeva bei voti, e dopo le cose le capiva ancora meglio, e se ne giovava nei corsi successivi. I professori si stupivano della maturità della sua preparazione. Si andava facendo un bel quadro generale.

Presto la voce girò, e le ragazze iniziarono a litigarsi i suoi appunti. La sua chitarra smussò gli spigoli e si arrotondò. Acquistò addirittura una dodici corde.
Non solo gli appunti, si litigavano. StRambo non era affatto male. Il suo carattere ombroso faceva sfracelli. La faccia tagliente e il fisico scolpito da anni di karate semiagonistico mietevano vittime.

Per un po' si era comprato qualche capo di marca. 'Me lo sarò pure meritato un premio, che cazzo'. Poi aveva imparato a scegliere marche costose al punto da presenziare con loghi minimi su maglioni e jeans. Si stupiva delle attenzioni che riceveva. Era eccitato al pensiero di raccogliere qualcosa anche lui, dei frutti del giardino di cui aveva solo pestato i concimi merdosi.

Ma qualcosa non gli tornava. Le Fattrici Amorose latitavano. Le Scopatrici sulle prime lo avevano illuso, per rivelarsi alla fine come tali. Non che le disdegnasse - ok stRambo, ma fino a un certo punto. Solo che dopo la doccia cantavano canzoni mainstream a squarciagola.

A essere mainstream non erano solo canzoni. Un'estate era nei pressi del capanno sulla spiaggia del paese in cui da sempre andava in vacanza con la famiglia. Era una sera, fresca e umida. Arriva Bee Folco, che aveva appena staccato dal bar. Anche lui è un portento di etichette. La scritta catarifrangente “Dolce&Gabbana” copre quasi per intero l'acetato della tuta. “Calvin Klein”, recita l'elastico delle mutande. Scarpe da basket che avrebbero imbarazzato anche Magic Johnson. Ma ciò che è troppo è il maglione. A collo alto, con la zip. Rosa coniglietta di Playboy.
Dalla macchia mediterranea retrostante spuntano le pinne dei primi pescecani. Sono gli amici di Bee Folco, quel rosa è troppo anche per loro. Lo indicano, sghignazzano, chiedono spiegazioni. “Ma è di Baci&abbracci!”, protesta offeso Bee. Sembra stupito. Forse costoro non sanno leggere la scritta che gli campeggia glitterata sui pettorali?

Quei marchi non erano più ridicoli di quelli che marcavano stRambo nell'adolescenza insieme ai brufoli. Le etichette, scopriva stRambo, servivano a demandare gusti atrofizzati a certificazioni più autorevoli. Le persone continuavano a dipendere dall'approvazione altrui. Anche da adulte. Non avevano avuto purulenze a salvarli.

Nello stesso paese marino aveva un conoscente, che essendocisi trasferito già da grande non aveva mai imparato a nuotare. Fatto imbarazzante, in posti in cui buona parte della giornata si svolgeva dentro l'acqua. Costui amava fare il bagno comunque, e quando i suoi amici si allontanavano dai punti in cui toccava, li seguiva dentro una grossa ciambella nera gonfiabile, di quelle in cui i bambini possono sdraiarsi dentro. Senza alcuna vergogna. Una sera ci aveva chiacchierato per un'ora e mezza. Cioè, più che altro lo aveva ascoltato parlare. Aveva raccontato a stRambo di una delle sue passioni. Si recava nei luoghi in cui erano state girate scene di film o serie televisive che gli erano piaciute. Saltava agevolmente da prodotti di qualità a soap opera da casalinghe. L'elenco era lungo, e stRambo doveva riconoscere di essersi goduto la conversazione anche grazie al fatto di aver molto fumato.

Aveva un amico, pacifista integerrimo, stregato dalle armi. Ne collezionava. Aveva spade, sciabole antiche, perfino qualche pistola. Aveva preso il porto d'armi per poterne acquistare. Era più forte di lui.
StRambo amava la gente così, sintonizzata su se stessa. Quando ne frequentava, si sentiva schermato dalle interferenze. Poteva rilassarsi ed essere frivolo, finalmente. Era un sollievo.

Nessuno cantava mai a pieni polmoni i Gong, o Bugo, o Dusty Springfield. A meno che un regista famoso li ficcasse nei suoi film, o ci rombassero sopra le macchine costose di qualche pubblicità. Allora, come diretti da un grande direttore d'orchestra, tutti gli stronzi sperduti nell'universo ne intonavano in coro i refrain.
StRambo si rallegrava di aver smesso per tempo di biasimare i prodotti del Mainstream solo in quanto mainstream. Ce n'erano alcuni niente male. Doveva ammettere di avere da sempre un debole per i Beatles. I fratelli più giovani di suo padre lo andavano a prendere all'asilo, e mentre la nonna gli cucinava il pranzo, loro sfilavano i vinili dalle copertine, che stRambo si guardava con occhi sognanti, e glieli suonavano sul giradischi. Quei capelloni primordiali di un'altra città portuale non dilapidavano i loro soldi per Baciarsi&Abbracciarsi. Spendevano ogni penny per le prime chitarrette. Per rimorchiare le ragazze, come i musicisti di tutti i tempi. Ma in ogni pezzo potevi percepirne l'intento ludico. Più che in qualsiasi altra band. Per tutte le generazioni a venire.
Eppure, alcuni li odiavano. Senza aver mai provato ad ascoltarli. StRambo era consapevole di questi meccanismi. Sapeva che tante delle sue difese immunitarie adolescenziali erano pregiudizi. Col tempo aveva imparato che a coltivare dei pregiudizi si risparmia tempo, ma solo se davanti all'evidenza si è disposti a promuoverli a postgiudizi. E intanto, cercava i suoi percorsi.
I brufoli gli avevano fatto male. Fisicamente e mentalmente. Le cicatrici continuavano a dolergli. Ma lo avevano fatto deragliare prestissimo. Quasi subito. E deragliando aveva visto che oltre i binari usuali si aprivano miliardi di possibilità. Direzioni che si potevano scegliere, e quasi sempre avrebbero portato a sbagliare strada; e sbagliarla da soli era terribile. Ma l'alternativa erano viaggi organizzati, in compagnia di altri passeggeri ignari.
Quindi aveva deragliato. Dai pub del sabato sera, dagli animatori dei villaggi turistici, dall'amore per i cani (igienicamente intollerabili, in una domotica corretta), dalla sacralità (ah ah) della vita umana. Dal cantare sfrenatamente i Queen e forse qualsiasi altra cosa.

Non c'era niente di male nel cantare i Queen. Tantomeno nell'asciugarsi i capelli. Per la perfezione dei cori, le armonizzazioni della chitarra di Brian May, l'estensione vocale di Freddy Mercury; o solo in quanto piacciono. La cosa assurda era farlo perché captati a caso da una cazzo di antenna. L'enfasi con cui li strillavano legioni di inconsapevoli era troppo imbarazzante. Se il sintonizzatore avesse còlto la hit di qualche talent show del momento, per Mynah sarebbe stata la stessa identica cosa.

Nei cinque minuti della doccia, si maturò una reazione. In accappatoio stRambo entrò in camera, spense la radio, intimò con gli occhi a Mynah di spegnere il phon, e parlò.

“Sì scusami, te ne devi andare”.

stRambò, bloody stRàmboooo!!!”, cantò Mynah su una base immaginaria degli U2. Sorrideva.

“Non è solo perché ho da fare, è che non funziona così”.

Mynah si fece più seria, e imitando al meglio possibile una bambina inglese sibilò “Hey – stRambo – leave us kids alone!”.

“Non riesco a sintonizzarmi – è solo che non riesco a sintonizzarmi. Non ho antenne, o la mia non prende che disturbi. Sono completamente tagliato fuori”.

Shine on you crazy stRambooo”.

“Lo vedi? È inutile. Ίο ϝωρρει λα τυα τηστα, κυαλορα τυ νε αββια  υνα”.
Nel frattempo Mynah, lacrime agli occhi, cominciava a rivestirsi.

“ЛЕ ТУЕ ПАРОЛЕ СТОНАТЕ МИ РИСУЛТАНО ТОТАЛМЕНТЕ ИНКОМПРЕНСИБИЛИ!”

“مَسَاءُ الخَيْرِ ".

“暂时再见”.

E singhiozzando “Voglio – stRàaaaambo!” sulle note Battesimali di Anna, Mynah se ne andò, coi capelli ancora umidi. Lasciando l'oggetto del suo - amore? -  a vomitare gli effetti delle radioazioni sulla moquette.


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