sabato 31 gennaio 2015

Il passo del granchio

















È ora che mi dia credito anche tu. Sarà otto anni che sono morto, conterà qualcosa il mio parere al riguardo.

Mettiti comodo, che ti racconto. La prima cosa da menzionare è che per quanto ti sforzi è impossibile ricordare come sei morto. Più ci pensi e più ti sfugge.
Sembra lì lì per venirti in mente - magari pesa il fatto che le rotelle non girano più come una volta - ma scappa in continuazione. Probabilmente è per la traumaticità dell'evento. Il fatto di perdere tutte le percezioni sensoriali in un solo colpo dev'essere stato un bello shock. Non è che per questo si manchi di consapevolezza; in caso contrario, come potrei trasmetterti queste informazioni? Fatti domande piuttosto sulla consapevolezza tua. In cambio acquisti un altro livello di coscienza. Più statica. Immaginala simile a quella di un sasso, paciosamente edotto della sua grave sassosità.

Altra cosa poco chiara è che lavoro facevi in vita: non è che un vago ricordo. Infermiere? Pilota di aeroplani? Castratore di gatti domestici? Potrebbe essere. Non è strano che te lo scordi. Il più delle volte erano scelte casuali del destino. Roba poco avvincente, che tendi a dimenticare veloce. Conosci forse qualche bambino che mentre giochi a ricreazione coi compagnucci esclami all'improvviso: “Sì, queste macchinine mi divertono. Ma la comparsa di quel micio da sotto la siepe mi ricorda l'ambizione sfrenata che avrò un giorno di incidere ai suoi discendenti lo scroto, per estrarne e reciderne i testicoli”?

Invece sai benissimo gli hobby che avevi, o per che squadra tifavi. Tutti gli ex delle tue ex ragazze. Ricordi che costoro non ti erano indifferenti. Provi a richiamare quel miscuglio di timore e odio che sentivi, ma niente. Non ci riesci più. Eppure ti avevano causato non pochi grattacapi. La fame, la sete. Il periodico masturbarsi. Addirittura le sigarette, non cerchi più.

Che dire. Si sta meglio. Pur mantenendo (se ne avevi in vita) la tua predisposizione agli stupori, conservi un certo distacco dalle cose. Ma molte di loro continuano a divertirti. In modi meno appassionati, ma più sereni. Guarda per esempio i miei cari. Con che gravità, con quale commozione hanno disperso le mie ceneri in mare. Da vivo avevo scelto la cremazione. Troppi racconti di Poe. Non mancavo di informare chiunque della mia avversità a essere inumato. Però ero perplesso. Come fanno le ceneri di un intero cadavere, dei vestiti che indossa al momento, delle cataste di legno necessarie alla pira funebre, a essere contenuti in un'urna di piccolo taglio? Foscolo se lo sarà mai chiesto? Mi sarebbe dispiaciuto costringere qualcuno a versare lacrime su un ciocco di pioppo carbonizzato, o sul polsino bruciacchiato di chissà quale camicia, guardando a una mensola del proprio salone. No no: spargetemi in mare. Così potrò finalmente fare il bagno per tutto il tempo che voglio. Senza madri apprensive o polpastrelli corrugati che mi segnalino che è tempo di emergere dalle salaci acque che tanto amo.

Poi, arrivato al momento, scopro che il forno ha due livelli. La cassa e i vestiti bruciano all'istante, formando ceneri simili a quelle del caminetto di casa, ma più leggere, che scivolano dalla graticola di supporto. Per la grossa percentuale di acqua che contiene, il corpo ci mette più tempo. Si asciuga per il calore, la pelle brucia e così i capelli. Sempre che ti siano stati fedeli fino all'ultimo, quei farfalloni volatili. I muscoli si contraggono, i tessuti molli vaporizzano. Ti resta solida la sola struttura scheletrica, in fosfati di calcio, sodio, potassio e altri minerali minori. Carbonio e zolfo vengono vaporizzati nel processo di combustione. Questo mi ricordò quella zia a cui i ladri avevano svaligiato casa, portandosi via tra le altre cose l'anello di fidanzamento diamantato a cui teneva tanto. “Il mio solitario, il mio solitario!”, gemeva e piangeva in quella valle di lacrime. “Cara zia,” le avrei detto se non avessi avuto le labbra tanto secche e screpolate senza panetti di burro di cacao a portata di mano, “perché soffrite così? Cosa dovrei dire io, che ho perso all'istante tutto il mio Carbonio organico, sia pur meno mirabilmente cristallizzato del vostro?”

Fatto sta che le ossa sono ormai calcinate. Terminata la cottura, vengono lasciate raffreddare. Non ti viene in bocca - tu che ne hai una - anche una certa acquolina, per questa ricetta? Mi hanno ridotto in polveri trattandole a mano. Altri vengono macinati in una specie di mulino, da sfere rotanti. Da morto vieni a sapere un sacco di cose, non tutte interessanti. È invece il momento di vagliarle, le ceneri. Si fa a mano, o con magneti potenti. Anche i meno ferromagnetici fra chiodi e cerniere della cassa non sanno resistere. Io avevo dell'oro, nascosto in un molare incapsulato. Non tantissimo. Penso che l'inserviente che si è occupato del mio caso avrà offerto a qualcuno una bella cenetta romantica, nelle sere successive. In altri tempi questo pensiero mi avrebbe seccato. Potendolo, avrei scelto di dare quella possibilità a qualcuno che conoscevo meglio. Ma, da quei frangenti in poi, non c'è pensiero che arrivi a turbarti.
Ah, tarassia. Unica via. L'Atarassia: tutte le teste si porta via.

Non c'è legno oltre quello della cassa, ad alimentare il forno crematorio. Il mio andava a gas naturale, altri a propano. Quindi, il contenitore sigillava esclusivamente le ceneri delle mie ossa, per un peso totale di circa due chili e mezzo. Le preoccupazioni che avevo da vivo erano state vane. Quelle, come tante altre. Il cordoglio dei miei cari avrebbe colpito dritto il suo bersaglio.
Una mattina d'estate, come da mia richiesta, qualcuno avrà noleggiato un'imbarcazione. Saranno andati al largo, perché nei mesi estivi il turista vuole sguazzare solo negli inquinamenti suoi, meno tristi di qualsiasi residuato funebre. A tal fine egli pretende un limite di almeno 500 m dalle coste, quando negli altri mesi ne bastano 100. Ignaro in tutto questo dell'azione delle correnti, che ogni volta che nuoterà a bocca aperta lo vedranno partecipare eucaristicamente alla mia mensa.

Quel giorno le correnti erano forti, e mi hanno fatto schivare le bocche spalancate dei più allocchi fra i natanti, depositandomi sul bagnasciuga. Me ne sto qui a prendere il sole. La risacca mi rinfresca, mente osservo la progressiva levigatura di ciottoli, legni e pezzi di vetro. Certe volte contribuisco ad essiccare le meduse tratte a riva da qualche bagnante vendicativo. Da vivo mi avrebbe disgustato la prossimità lunghissima con le gelatine agonizzanti. Delle meduse temevo lo schifo che provavo nel vederle, più delle punture che amavano somministrare. Da morto tutto è naturale. Le esperienze più estreme non turbano più di un'avvenuta fotosintesi.

Quanto tribolavo. Senti questa.
Conosco una. In chat, d'estate. Ci scriviamo un sacco. Tratti somatici nipponici, ho sempre avuto un debole per le orientali. Riscontriamo comunanza di referenti culturali, non tutti elevati. Tornati in città, finalmente è appuntamento. Come la vedo, dico “Ammazza quanto sei bella”. E proseguo. “Sei sicura che presentarti co'tanta bellezza al seguito sia stato opportuno, strategicamente? I casi sono due. O hai grande fiducia nelle mie doti di concentrazione nel conversare, o le tue valutazioni tendono a essere superficiali. In entrambi i casi questo caffè rischia di imbarazzarci entrambi”.
Invece il caffè va bene. Per quanto ci distraggano altre cose. Le voci che abbiamo, i vestiti, gli sguardi. Tutta roba che da un epistolario non traspare.
A un certo punto faccio “Ma tu. Spiegami bene i punti che ti hanno fatto propendere per questo caffè con un quasi estraneo. Quali cose di quest'estraneo ti interessavano?”.
Me le spiega. Non mi riesce di rammentarli. Saranno stati apprezzamenti, altrimenti quel tavolino all'aperto sarebbe stato vuoto. Ma ricordo ciò che dissi io, perché finito di esporre toccò a lei chiedere. “Eri bella nella foto del profilo. In più, tu mi sembri una che le cose le capisce. Di questi tempi, merce rara”.

O almeno questo, avrei fatto. Invece non ci siamo mai incontrati. Però ricordo altro.
La stessa estate avevo raccontato a qualcuno di questa conoscenza, fino all'autunnale esito negativo. Tra gli altri l'amico Man. Jim Hatow, al secolo.
Li rivedo a casa mia durante le vacanze natalizie, per la consueta sessione di videoproiezioni. La memoria di massa è quella di un mio portatile, collegato al televisore. Sui 50 pollici dello schermo le icone del mio desktop, fortunatamente non compromettenti, sono ingigantite. Scorgo quella della mia keyboard pal estiva.
“Ehy Man, mò ti faccio vedere la cinesca di quest'estate. Com'era bella, sigh”.
Man resta serissimo. “Ma tu hai solo questa foto?”
“Sì, perché?”
“Guarda, mi dispiace dirtelo. Questa che vedo è una pornostar coreana, pur non famosissima. Cerca” - e fa un nome e cognome di taglio orientale, che dimentico già digitando.

È difficile ricordare sensazioni, quando i tuoi organi di senso sono gratinati. È facile sapere, invece – all'improvviso si sa tutto. Ma le emozioni di un tempo ti restano inaccessibili.

Provo a frugare negli archivi. Ricordo due cose, contrastanti. La rabbia che sale per essere stato raggirato, nello scoprirsi stupido. Lo stupore, enorme, di non saperne immaginare i motivi, o le convenienze. 'Ma perché mi rispondeva ogni volta? Sembrava sincera. Come poteva impegnarsi al punto di sembrarlo? Che ne aveva da guadagnare?'

“Ma – ma questa non è lei! Non c'entra niente.”

Man rimane imperturbabile. “Può essere che ho fatto confusione col nome. Comunque, è una famosa.”

Non so se la pietà - ma Man notoriamente non ne ha alcuna - o più probabilmente per la convinzione di avere definitivamente intrappolato la sua preda, ma costui si mette finalmente a ridere. Non infierisce neanche più di tanto.

Io ero passato di botto ad altre sensazioni, non meno contrastanti. Un "Figlio di puttana”, comunque sollevato a non so bene quali altezze da un parallelo 'fiùuu'. Ma soprattutto ero ammirato dal lavorio di un'intelligenza superiore. Ero rimasto ammirato anche altre volte, nel passato. Per esempio qualche estate prima. C'era Man anche quella volta, ma stavolta a intelligere superiormente era stato herr Nestow.
Arrivati in spiaggia, c'era da prendere il primo bagno. Propongo una gara verso le acque. Traccio col calcagno una linea di partenza sul bagnasciuga, badando al parallelismo colla riva. Invento la punizione che dovrà fare il perdente, cioè l'ultimo che arriverà non è chiaro dove. Spiego il conteggio, non bisogna partire prima del 'Via'.
Per tutto il tempo, herr Nestow ridacchia. Non lo vedo granché concentrato sulla corsa.
Inizio a enumerare. “Uno, due, tre: via!” Sto per sprigionare tutte le mie energie, anche se in genere mi diverte più spenderne a inventare giochi che a impegnarmi per vincerli.
Partono tutti, tranne me ed herr Nestow, la gamba del quale interrompe il moto del mio piede d'appoggio.
Faccio un bel volo, quasi capriolato. Tra i bagnanti, già avvinti dalla mia chiassosa presentazione delle regole, è un gran ridere. Dovrei schiattare dalla vergogna e forse lo faccio, vatti a ricordare. Ma sono abbastanza sicuro che anche in quel caso sono stato il primo ammiratore del prodotto di un'intelligenza superiore.

Ah, che struggenza. Che tenerezze al ricordo di tanti momenti. Belli e non solo, come emerge dagli esempi. Tutta l'entropia molecolare con cui la vita ti percorre è senz'altro corroborante.

Ma ti dirò.
C'è qualcosa di consolatorio, nell'attuale condizione. Da vivo non coltivavo bene i miei rapporti. Perdevo pezzi, sotto forma di persone a cui pure avrei voluto tenére. Il contatto fisico che bramavo mi era inaccessibile. La consapevolezza mi era cara e mi dannava al tempo stesso. Sapevo e soppesavo, ma agivo raramente. Con mio disappunto mi sfrecciavano attorno gli uomini d'azione. Mancavano di molti miei processi intellettivi. Si facevano bastare i più elementari, per valutare la giusta direzione in cui muoversi. Non verso l'acquisto di un gratta e vinci, troppo scarse le possibilità di vincere. Meglio pronunciare frasi, visitare posti, finalizzare azioni. E in quei rari casi in cui intelligenza e ottusità fossero calibrate alla perfezione, li vedevo dirigersi a grandi passi verso la realizzazione delle proprie aspirazioni.
Adesso vado dove capita. Mi concateno in carbonati con chiunque. È un tripudio di legami chimici. Ionici, dorici, corinzi, covalenti. Alla fine si è rivelata consolatoria anche l'inerzia.

Ci penso mentre sono la chitina di un granchio, e corro laterale tra gli scogli.
Verso una meta che non ho deciso io, ma su cui non ho nulla di preciso da eccepire.


2 commenti:

Cesare Bonzi ha detto...

Sempre avuto la sensazione, benché mai ci abbia riflettuto, di come colei la quale si presenta al caffè co'tanta bellezza pecchi un po' di superficialità

Vilipendio ha detto...

Considera che, in un iverso parallelo, lei avrebbe un blog su cui tu staresti commentando la mia prolissità colla stessa quantità di riflessioni a supporto.

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