venerdì 23 maggio 2014

Puericultura.

 
















Il vero scopo delle scie chimiche era separare gl'ignoranti dagli stolti. Bastava studiare le reazioni sui social network.
Gl'ignoranti gnoravano. Continuavano a spammare le proprie attività effimere, o a postare citazioni poetiche nella speranza di rimorchiare; o quantomeno a far battute per far ridere i loro compagni.
Gli stolti nvece fremevano di sdegno e ribollivano di frustrazione. Le loro bacheche erano un coacervo di violenza solo verbale e rabbia mai espressa verso bersagli pertinenti.

Era una buona iniziativa, questa del Governo. Perlomeno funzionava. Con la Lira pesante e l'€cu il successo non era stato tanto netto. Una parte della popolazione ne era comunque infastidita. Piccola, ma chiassosa.
Anche quella volta in cui il Governo si era speso tutta la paghetta che gli passi ogni settimana per comprarsi degli aeroplanini F-35 tutti rotti. Perché protestare? Perché indignarsi?

Una volta, avrò fatto l'asilo, mi hanno dato una di quelle bellissime banconote verdi da Cinquecentolire, e mi hanno mandato al giornalaio a comprare Il Tempo e Il corriere dello sport. Questo in epoche in cui si permetteva di uscire ai regazzini senza stare a preoccuparsi della pretofilia odierna.
Insomma, come arrivo vedo un bellissimo giornaletto, tascabile ma spessissimo, dal titolo 'Gatto Silvestro pocket'. Scritto in alto - nero in campo bianco. In copertina c'era lui in persona: Gatto Silvestro. Teneva tra le zampe la gabbietta di Titti e si leccava i baffi, su sfondo tutto azzurro. Il copertinista non aveva ritenuto di dedicarsi ai particolari, dato il livello intellettuale dell'acquirente medio.
Lo guardo a lungo, e intensamente lo desidero. Ma le mie, di Cinquecento lire settimanali, erano destinate a Topolino. Non potevo saltare un numero, facevo la collezione.
Al che, quel provvidenziale giornalaio fa festoso: “Corriere dello sport e Tempo sono finiti!”. Il dado è tratto. Torno trionfante col mio doppio bottino fumettistico. Spiego a mio padre la meccanica dell'accaduto, e non mi stupisco del tutto del suo biasimo. “Potevi provare a un altro giornalaio, e comunque quei soldi non erano tuoi. Quelli tuoi li avevi avuti”. Non fa un piega. Quindi mi sequestra entrambi i giornaletti.

Prima di due ore, viene in camera e porgendoli mi dice “Puoi tenerli”.
Io faccio l'offeso, per appena due minuti. Poi li prendo, ma non sono soddisfatto. Il mio apparente successo ha un gusto amaro. Riesco a percepire il sentore dell'errore.
Capito? Elabora anche il peggio regazzino, o il Governo più monello. Anche se al momento non sembra. Questo è 1 paese a sfondo cattolico. C'è sempre il tempo per 1 ravvedimento.

Tu, popolazione sparuta e infastidita, mi ricordi quelle coppie di mezza età che non hanno mai avuto figli. I Governi, si sa, sono come bambini piccoli. Sono chiassosi e capricciosi. Pretendono da te attenzioni spesso ingiustificate. Ti salgono sui divani colle scarpe, non se le puliscono bene sullo zerbino, e fanno chiasso col pallone durante la tua pennichella pomeridiana.

Ma richiamarli in continuazione, o peggio ancora reprimerne le manifestazioni, è un sistema educativo sorpassato. Un Governo deve esprimersi, anche se in modi fastidiosi. Esso vuole capire sessei gnorante o stolto perché ama sondaggi, questionari e censimenti, che sono
i suoi giocattoli. Non devi biasimarlo perché non lo capisci: un tempo bramavi anche tu trottole e cavallucci. E poi, se reprimi 1 Governo da piccolo, ne farai 1 adulto insicuro e privo di equilibri. E 1 adulto può incasinarti molto più di quanto possa un bambino piccolo. Ad esempio, un sacco delle tue tasse serviranno a pagargli lo psicologo; e allora era meglio essere più tolleranti prima.

Non so te, ma sin da da piccoli i miei cuginetti e io ci rendevamo conto benissimo di questa differenza. Gli zii che avevano generato cuginetti erano più simpatici degli altri che invece no. Così come i miei nipotini sostengono che, fra gli amici del papà, i più simpatici siano quelli che fumano tuttinsieme certe sigarette fatte da loro.
Quindi, non ti lamentare per i centrini decentrinati sui tuoi tavoli. Il Governo ha bisogno di spazi per colorare i suoi disegni di legge. Non invidiarne i privilegi e l'inoperosità, mentre tu ti alzi tutte le mattine e affronti il traffico. Sei stato piccolo anche tu, e le pulsioni che avevi non erano tanto distanti dalle sue.

O forse no? Tu mi dici che a te qualche schiaffone te lo davano, e con questo lassismo educativo chissà dove andremo a finire?

Ti capisco. Anch'io, in effetti, a volte.
C'era questo fratellino piccolo di una mia amica. Aveva una decina di anni meno di noi, frutto evidente di precauzioni mal riuscite. Ma non se ne aveva a male, ed era l'entità più molesta che si potesse per sbaglio concepire.

Da dolescenti non ci lasciava giocare. Qualsiasi cosa facessimo, lui si metteva in mezzo. Ci rovesciava il tabellone del Monopoli. Era il più pericoloso degli Mprevisti. O
gni volta su quel grugno schifoso mi aspettavo una pioggia di schiaffi, la cui portata non riuscivo manco a immaginare visto che io non avevo fatto mai niente del genere, e pure di certe piogge m'ero inzuppato bene.

Invece niente. Non una zia, una sorella, una nonna, un padre, una madre. “No-no; non si fa”. Oppure: “Insomma, sei proprio impossibile!”, quando la cosa era proprio grossa. Era evidente che quel moccioso pestifero se ne beava. Anzi: avevo l'impressione che con provocazioni sempre più grandi e reazioni appena meno modiche questa esecrabile marionetta impazzita si tarasse il fondoscala, esplorando i limiti del suo universo conosciuto.

Da più grandi, il Monopolio che aveva su di me quella mia amica passò oltre.
La pubertà aveva ridisegnato gli equilibri. Lei adesso era detentrice di FREGNA,
traendo da ciò superpoteri nuovi. Era femmina, eppure mi cagava. Mi telefonava a casa, addirittura. Quello su cui adesso in equilibrio precario camminavo era un filo talmente sottile che per non rischiare di spezzarlo non osavo nemmeno farmici le seghe. Chiacchieravamo per delle ore. Sembrava provarne anche piacere. Certe volte rideva anche di brutto. Boh.
Quel pezzo di merda di scimmia
madornale ascoltava le nostre conversazioni su un'altra linea. Mandava a memoria le mie sternazioni più goffe, e al rivedermi le virgolettava tutte davanti ai genitori.

Io ti capisco. Anch'io a volte vorrei prendere il Governo a calcioni nel sedere facendogli salire le scale quattro a quattro. E, arrivati al quinto piano, arrampicarlo sulla terrazza condominiale, appendermelo per le orecchie tra le mani, stancarmele dondolandolo sul vuoto sottostante, guardarmelo negli occhi e dirgli: “Tu adesso cambi, capito? Non rompi più i coglioni. Mai più. Perché altrimenti io tornerò qua con le tue recchie, e col tuo moto ondulatorio metterò a prova più dura le mie maldestre dita di pianista”.

Non vergognarti di quello che provi. Avrai avuto anche tu, le tue suore alle Lementari. Colle loro cure-Ludovico, hanno provato a estirparti la cattiveria e i bassi istinti. Ora che sei grande, non negarli più. Essi esistono. Non è ignorandoli che ti migliori. Cerca piuttosto di tollerare. Se non di amare, addirittura.
Ama il Governo, ora ch'è piccolo: da grande lui saprà ricompensarti.

Quel regazzino orribile è cresciuto. L'ho incontrato nella metro, tempo fa.
Mi dice che è chirurgo. Nel suo praticantato, il professore gli ha preso le mani e gliele ha messe sul cuore aperto del paziente addormentato. V
iene un brivido, pensando a cosa poteva combinare la scimmia non ammaestrata di una volta. “Non affonderai mai il bisturi, se hai paura di toccare. Ecco, premi bene e guarda: non succede niente”.

Hai capito? Incredibile, non è vero?
Calmo, maturo, equilibrato. Piacevole a tratti, addirittura. Giusto un tantino un po' prolisso.
Pensa come mi avrebbe operato male, trovandomi a sterno sollevato su di un tavolo peratorio, se lo avessi davvero scosso per le recchie.
Non ti piacerebbe che anche i più immaturi fra i Governi ti effettuino 1 giorno perazioni favorevoli?

Stempera il tuo odio con le riserve giuste. I Governi, poverini, hanno la mortalità infantile più elevata. Non credere che i paesi che ne detengono il primato siano i soliti, i più esotici. L'Africa sub sahariana. L'Asia occidentale. L'America latina. Sorprenditi pensando che certe città europee sono non da meno. La disoccupazione galoppante. Il debito pubblico. La sanità privata.
 
Non so se è tempo perso, questo in cui ti spiego. Più ci penso, più mi sembri uno di quei cittadini insofferenti e di mezza età che non ha mai avuto un Governo. O se ce lo ha vuto, gli è morto fin da piccolo.

domenica 18 maggio 2014

Invertebrati, eusociali e no.

 













Portava un maglione in lana d'ombelico, che esaltava il profilo della sua ascella volitiva. Era basso, grasso, calvo e quarantenne. Ci si può accanire con qualcuno più di così?
Il suo nome non importava a nessuno.
È strano che sia proprio tu, a interessartene. Pare che la madre un tempo lo strillasse dalla finestra, richiamandolo a sé per cena.

Lavorava fin da ragazzino in un bar. Alla vendita dei tabacchi. Tutto il giorno lì. Sapeva la marca preferita di ciascuno, ma non porgeva mai il pacchetto finché non lo chiedevano.
Era il re, dietro il suo banco. La sua corte frettolosa blandirlo, doveva. Prendeva le giocate al totocalcio. Dispensava sfortunati gratta e vinci. Cambiava i gettoni al videopoker. Pagava per commissione multe all'erario di stato. Ma ciò che più amava erano le sigarette.
Ricordava il primo pacchetto venduto a ogni ragazzino timoroso, che adesso gliene chiedeva tossendo due-tre pacchetti al giorno. Sapeva di avere un ruolo importante nella selezione della specie.
Lui, non fumava.

La sera andava a casa. Una mansarda, ricavata nel sottotetto del palazzo del bar in cui lavorava. Casa e chiesa diresti tu, avido come sempre di metafore stantie. Mangiava quello che voleva, schifezze per lo più. Senza nessuna cura per l'igiene alimentare. Tanto, ormai. Non fumava, né beveva. Niente alcol. Solo bibite zuccherate e acqua minerale ben gasata. “Non ci si può fidare di ciò che esce da un rubinetto”, pensava in un residuo di salutismo. Poi si metteva davanti al televisore, e vedeva una serie dopo l'altra. Di tutti i tipi, ne vedeva. Soprattutto di belle. Criminali dai sentimenti nobili, eroi con un lato oscuro, fantascienza rivisitata. Quindi sapeva tutto, della vita.
Era la vita a non sapere niente di lui.

Deteneva chiaramente smodiche quantità di pornografia, amorevolmente catalogata in terabyte. Ciò che la natura non concede sa bilanciarlo con altre regalie. Gli elargiva, in ordine sparso: masturbazione, svaghi televisivi, papille gustative, un apparato evacuativo ben lubrificato, una connessione in fibra ottica. Aveva, in definitiva, la sua isola deserta. Una capanna. Da mangiare, e un arenile senza mai l'orma di piedi selvaggi.

In compenso, nella sua casa ovunque era la polvere dei secoli, in orme varie dal taglio rettangolare. Strenui comodini, valorose credenze e roici tavolini si nterponevano fra il suolo e i grani, sedotti dagli
rresistibili richiami del centro di massa della terra.

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Cosa può succedere, a uno come lui?
Con la tua fretta rovini sempre tutto. Se avevi pazienza avresti saputo senza esporti.

Infatti, il protagonista è un altro. Alto, biondo, atletico. Una sensibilità raffinatissima. Pittore, di tele e non di muri. Aveva i suoi successi fino a poco tempo fa. Ora ha trent'anni, ha litigato coi suoi galleristi per fare le cose sue come dice lui. In effetti le fa, adesso. Quadri piccoli, che in quelli grandi è pigro e si disperde. Non escono mai fuori dal suo studio. Nel frattempo, insegna Anatomia artistica all'Accademia di Belle arti. Soldi nuovi lo guadagnano ogni giorno.

La vita
con lui è stata generosa. Che dire invece della sua generosità verso la vita?
Le sue giornate sono un continuo rimandare. Gravita in terminologie avulse. Snoda manichini privi di lineamenti. Mostra reperti biologici, calchi, preparazioni in tassidermia. Quando ha tempo e non è stanco dipinge un nuovo quadro. Poi lo attacca, in uno dei rari spazi ancora vuoti della sua grande casa; e man mano che la riempie ne rivede
l'assetto e la disposizione, secondo criteri talvolta cronologici, talvolta concettuali. È sempre pronto a illustrarli, ma la sua soglia la fa varcare a pochi. È sempre in forma, ma ogni prova la pospone.

Ma soprattutto, le donne. Ne ha provate molte, poi le ha restituite. Anche per più volte l'hanno fatto loro. C'è da dire che gli piacciono molto. Ma dopo averle provate - e
anche più spesso prima – non ricorda più perché non stia da solo. E solo torna. All'inizio è triste, accusa somatizzazioni varie. Poi gli torna l'euforia. Quasi del tutto impertinente, a ben vedere.
La sua recriminazione è: non se ne trova una che mi piaccia, non solo fisicamente, ma soprattutto come mia compagna di giochi imprescindibile.

Ora ti faccio un esempio di un usuale tuo scambio di battute.

“Ciao! Come stai?”
Bene grazie, e tu?”
"Io ho i cani, da portare la mattina"
"Sì, ma oggi c'è l'arcobaleno"
“Speriamo che prevalga il buon senso”.


Se è così, sarebbe meglio saltarne qualcheduna, e prenderlo piuttosto per il bavero. Ammesso che 'bavero' sia una parola ancora in voga. E a brutto muso dirgli “Guarda, non è tanto che se non cerchi è impossibile che trovi. Quanto il fatto che la zuppa Campbell, più che alla massaia che dovrebbe degustarla, piace al critico che badi all'etichetta. Ora, se tu curi allo spasimo la pettinatura e il tuo vestire, e l'artisticità di ogni tua natomia, getti le reti in un mare il cui pesce non ti piace. Se invece tentassi la battuta a cui vorresti una risposta a tono, forse potresti finalmente udirla”.

Ma fai bene a tirar dritto. Subito vedresti uscirgli rabbia, da uno sguardo ficcante o una mandibola contratta. La rabbia
stessa che da sempre di nascondere ha premura.
Ti farebbe, non del tutto dominandosi, “Ma se ogni volta che lo faccio scappano, o non ridono, o se ridono si stancano!”
Sarebbe vano rispiegargli la faccenda della zuppa. È più facile che il cibo l'affamato se lo cerchi nei secchioni, che dietro la Guernica.

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Ma lascialo invece andare al mare. Perché lì si svolgerà la nostra storia.

È al mare che nei giorni feriali vanno i privilegiati dell'industria del lavoro. Quelli che contano il tempo in anni accademici. Lo scelgono come luogo di ritrovi. Con un libro che esprima i loro gusti, sofisticati ma leggeri, non temono alcuna solitudine. Anche lui stenderà il telo sulla spiaggia, sdraiandosi non lontano dalla sua preda potenziale. Si tufferà quando avrà caldo. Nuoterà, e tornerà a prendere il sole. Poi all'ora di pranzo la raggiungerà sotto l'ombra del bancone, e la soppeserà. La composizione percentuale della sua pelle sarà sempre troppo tatuata. L'inflessione, troppo provinciale. Troppo rientranti, le ginocchia.
E mentre l'esame non porta ad alcun esito, nell'istante di un colpo di tosse vedrà seduta al tavolo l'allegra famigliola del suo tabaccaio. Quello stesso che gli aveva venduto il suo primo pacchetto adolescente.

Lo vedrà attorniato dal chiasso dei figlioli, mentre la moglie li chiamerà all'ordine. Lei sì, ben preparata. Avrebbe saputo tutte le risposte. Li vedrà tornare all'ombrellone, poco distante dal suo osservatorio mimetico. Guarderà il sedere del più piccolo, trainato dal papà per le caviglie, tracciare una pista di palline. Li vedrà scavare tunnel, innalzare ponti, progettare curve paraboliche, piantare bandierine; in una gara che chiaramente il padre vincerà. Poi sarà un tripudio ornamentale di telline sui castelli, di schizzi entrando in acqua, di Algidi cornetti.
Vedrà la figlia media
in acqua coi braccioli, mentre il più grande proverà a battere le gambe sostenuto dalle braccia paterne. Li seguirà con lo sguardo nella familiare, mentre in preda allo stupore affronterà il tramonto scartando il secondo pacchetto della giornata.


Fallo andare al mare, e imparerà da solo. O forse no.
'Favole anche migliori illustrano la sorte della cicala inetta al calcolo', si limiterà a pensare.

domenica 11 maggio 2014

Selfie-control.




















Tutto cominciò quando un'ordinanza governativa proibì i Selfie. Fu la guerra.

D'altronde, come agire diversamente? La gente non lavorava più. I pedoni sbattevano l'uno addosso all'altro, sui marciapiedi. A ogni incrocio un incidente.
Duck face, kissy face, chicken-ass face con cui ammiccavano ragazzine acerbe e  ventenni colla barba. Generavano invidie. Suscitavano indignazione. Altri ragazzini e ragazzine erano meno sicuri della condivisibilità del proprio aspetto. Comitati di genitori si preoccupavano. Torme di professoresse avevano bloccata la didattica.

I selfie nascevano da un'autocelebrazione narcisistica, e finivano al suo opposto. Ansia di affermazione, in un'epoca in cui esprimere sé stessi pareva impossibile. Ricerca di conferme e rassicurazioni, dietro l'alibi di un'espressione buffa. “Io sono qui, e tu no”. In vacanza. A una festa. Ai tropici, quando d'inverno i colleghi lavoravano. Potresti pensare che si autoritraessero solo fisici palestrati e carnagioni abbronzate. Invece no. I rotoli di ciccia non scoraggiavano. L'importante era esserci, si vedesse pure il braccio cadente a reggere il cellulare.

Un tempo su pellicola si centellinavano gli scatti. Le digitali invece intasavano ogni chilobyte. L'autoscatto esisteva fin dal primo dagherrotipo; ma ora v'era accesso a ogni singolo fotogramma del quotidiano, anche il più insulso.

Le prime Società di Morigeratezza sorsero spontanteamente nella primavera del 2019, in ogni comune provvisto di fibra ottica. Alcuni movimenti si costituirono in organizzazioni nazionali, influenzando coi loro voti la politica. Da tempo del Selfie si faceva un uso eccessivo, con seguenze spesso devastanti a livello sociale. Il Selfie era responsabile del 25% della miseria, del 37% della masturbazione, del 45,8% della nascita di bambini deformi, del 25% delle malattie mentali, del 19,5% dei divorzi e del 50% dei crimini commessi nel Paese.
All'inizio del XXI secolo s'insinuò la percezione che l'uso di selfie portasse a negligenze sul lavoro, all'assenteismo, allo spendere i soldi in smartphone e non in altri beni generati dal sistema produttivo. Fra i nomi eccellenti che in questo periodo si dichiararono favorevoli alla proibizione totale ricordiamo S. Laurel, O. Hardy, S. Riina, L. Bobbitt e Platinette, i quali finanziarono la Morigeratezza versando enormi quantità di denaro.

Con tali fondi a disposizione, molte Associazioni ottennero grande visibilità. Il loro apporto fu determinante per l'approvazione dell'Emendamento “Selfie-control” del 2020, che prevedeva la “proibizione di ogni produzione e utilizzo, anche moderato, di qualsiasi ripresa statica e dinamica di sé”. Il Senatore V. Luxuria, primo firmatario della legge, dichiarò all'indomani dell'entrata in vigore: "I profili umili presto apparterranno al passato. I server resteranno vuoti. Tutti gli uomini cammineranno di nuovo eretti, tutte le donne e tutti i bambini sorrideranno gli uni agli altri, e non gli uni degli altri. Le porte dell'inferno si sono chiuse per sempre". Gli smartphone furono allora dotati di
sensori di inclinazione e app obbligatorie, che in caso di nfrazione disattivavano il sistema operativo.

La sera del 15 gennaio, data dell'entrata in vigore del provvedimento, migliaia di ultimi scatti si riversarono nella rete. Già alle 00.45 del 16 gennaio tre bande armate assaltarono treni in tre posti diversi, rapinandoli dei carichi di telefonini di vecchia generazione destinati alle discariche differenziali. Si inaugurò così una lunga era di contrabbandi e mercato nero. Le conseguenze della proibizione, logiche a pensarci prima, furono infatti la comparsa di spositivi adulterati, dalle missioni nocive in quanto non soggetti a controlli di qualità. I prezzi salirono alle stelle, controllati da trafficanti coalizzati in cartelli. La polizia veniva sistematicamente corrotta.

L'ordinanza non sortì alcun effetto. I selfie erano uploadati su server di nazioni neutrali, praticamente irrintracciabili. Gli IP dinamici facevano perdere il sonno alle Polizie Telematiche. Il provvedimento, che sulle prime si limitava a punire trafficanti e faccendieri, si estese agli utenti civili. Fu promulgato lo “0-bit” Act. Ragazzini e ragazzine in tenera età, casalinghe disperate e incensurati pater familias si ritrovarono incriminati, e finirono in carcere. Nelle province gli amichetti di una vita erano separati da madri apprensive, che ammonivano i figlioletti a non giocare più con quei monelli, data la loro inclinazione criminale. Agli ultimi non restavano che i margini della società, e un nuovo mondo di frequentazioni illecite.

Frequentazioni che infatti prosperavano. I
n un attimo fu la Guerra. Lo stato di New York dichiarò guerra alla Libera Repubblica di Frosinone, importante crocevia di tutti gl'ingegneri elettronici disoccupati del Mezzogiorno d'Italia. Protetta dai colli che circondano la valle del Sacco, gli abitanti resistettero a ogni tentativo di assedio. Fu istituito il Passaporto Cangiante, in pratica vecchie cornici elettroniche abilitate dagli hacker ciociari all'autoscatto, cui doveva prestarsi il richiedente del permesso di transito e circolazione.

Iniziarono i primi bombardamenti di una violenta guerra asimmetrica. La popolazione civile rispondeva con atti di guerriglia
. Il costo in vite umane, insopportabile. L'opinione pubblica fu scossa dall'esecuzione di un infante di 3 mesi, colpevole di essersi maldestramente appoggiato al tasto sul bordo del cellulare lasciato in giro da un genitore irresponsabile, azionando su di sé la fotocamera. “Il massacro degl'innocentie”, intitolarono i mass-media.

La verità era che chi non rinunciava ai selfie, nonostante l'entrata in vigore del proibizionismo, poteva tranquillamente averne ancora. Sorsero club esclusivi a ogni angolo. Un nome amico e la giusta parola d'ordine aprivano porte segrete. Il selfie-addicted vedeva schiudersi un mondo proibito di gangster violenti e pupe discinte ben disposte a ccoglierlo, purché non lesinasse sulle mance. Gli Ava-bar, li chiamavano. I cittadini spendevano per i propri loschi affari molto più tempo e rischi sociali di prima.
Il consumo di una droga profondamente radicata nella società, improvvisamente proibito da una legge, aumentò l'interesse per i selfie. Prodotti
e distribuiti adesso per canali clandestini, trasformando gli ava-bar in catacombe contemporanee, in cui gli adepti ricevevano la loro iniziazione criminale.
Il Governo capì presto la portata dell'errore. La rinuncia alla tassazione dei selfie aveva fatto perdere svariati miliardi l'anno. Ben presto vennero istituite nuove tasse, che colpivano i contribuenti
più ricchi.

I grossi finanziatori del proibizionismo aprirono gli occhi. Essi avevano sostenuto la crociata anti-selfie per il timore delle perdite di tempo sul posto di lavoro. Dovevano ammettere di aver fallito. Fra i primi a farsi indietro, H. Lecter, L. Barbareschi e F. Indovino.

Anche la moglie di quest'ultimo in un'occasione pubblica ebbe a dire "Non vogliamo che i nostri ragazzi crescano nell'atmosfera degli Ava-bar. Prima del proibizionismo i miei figli non avevano il permesso per i selfie, ora ne trovano ovunque”.
Venne applaudita da tutti i parlamentari. Molti di costoro, avendo raggiunto la carica con l'appoggio delle Società di Morigeratezza, non osavano parlare contro la proibizione. Abbracciarono così il fronte antiproibizionista colossi quali la Nestlé, la Monsanto e la G. Rana.

Alle ore 17.27 (ora di Frosinone) di martedì 5 dicembre 2033, si sancì la fine dell'Emendamento “Selfie-control” e dello “0-bit” Act: milioni di civili poterono ritrarsi in orge di selfie collettivi e regolarmente tassati, facendo impennare le entrate del Governo. Con il rifiorire dell'industria dei selfie vennero anche creati circa un milione di posti di lavoro.

Tredici anni di lotte fratricide. Migliaia di affiliati a bande criminali legate al mercato nero del selfie, che da un giorno all'altro
videro andare in fumo un business di miliardi. Ciononostante grazie al “Selfie-control” si radicarono nel tessuto urbano, perfezionando l'arte della corruzione di funzionari e dell'infiltrazione mafiosa. Per poi nvestire i capitali acquisiti attraverso estorsione in azioni legali e società offshore. Evolvendosi in un feroce darwinismo criminale.

Sono soli, i soggetti dei selfie. Anche i loro oggetti sono soli. Lasciamo che le solitudini si parlino tra loro. Tacendosi così, semplicemente.

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