domenica 5 ottobre 2014

Vita di un povero stronzo

















Tanto per cominciare, nacque. Mostrando già una certa propensione alle stronzaggini più povere.

Presto iniziò a manifestare curiosità.
“Perché il cielo è azzurro?” Perché devo fare sempre quello che dici tu?” “Dove andiamo quando moriamo?” “Come si fanno i bambini?” “E io dov'ero, prima di nascere?” “Come si scompone il quadrato di un binomio?”. E anche domande più difficili.
Anche qui c'era un vago sentore di merda. Come fai a porre quesiti complessi, in un mondo che viaggia a folle velocità? Chi vuoi che abbia il tempo di rispondere? L'autoferrotranviere? Il farabutto? Il voltatore di pagine per pianisti?
Anche la mamma aveva sempre da fare, preoccupata com'era di allevare la propria proiezione di figlio.

Quando fin dall'inizio vedi che tutti si lasciano inghiottire dall'alta velocità, facile che decida di rompere gli indugi. Salti anche tu su un treno in corsa. Il primo che ti passa vicino. Nella fretta, solo un mago o un indovino prenderebbero informazioni sulla sicurezza. Per non parlare della destinazione. No. Preoccupato dalle perdite di tempo, il tizio medio prende e sale. Dimenticando presto ogni interesse. Personale, soprattutto.

Ultimati gli studi, eccolo incappare in un lavoro senza senso fino all'ultimo giorno. T'interessa davvero quale sia? Vuoi vedere se è meglio o peggio del tuo?
Io fossi in te non rischierei. Basterà appena per la spesa al supermercato. Le bollette. La tessera dell'autobus. Più raramente, per qualche litro di benzina.

Strano come ci si interessi a un personaggio tanto dozzinale. Non è vero? Fino adesso, non è che spicchi per originalità. Cos'è, immedesimazione? Fossi in te mi preoccuperei.

Veramente, qualcosa di peculiare c'è.
Vuole sempre bene a tutti. Sorride sempre. Tutti lo calpestano.

Facciamo finta che lavori in un'edicola. Non di proprietà, naturalmente.
Infestata da vecchi in pensione. Sfogliano le riviste fin dalle prime ore di luce, proseguendo per un sacco di tempo. Tutta la mattina. Arrivati quasi alla fine, le rimettono nel raccoglitore. Spiegazzate. Poi si allontano brontolando, lasciando il resto della giornata a categorie più produttive di persone.

Nel frattempo il nostro amico ha riflettuto su ogni vecchietto. Sulla scoppola d'altri tempi. La giacca che indossa, colle toppe sui gomiti. Gli raddrizza la gobba. Gioca con la sua faccia. Gli ringiovanisce i lineamenti. Se lo immagina alle elementari, o addirittura all'asilo. Se ha la mascella squadrata lo pone tra i prepotenti. Chissà perché erano così prepotenti, i prepotenti. Quali angherie li avranno resi tali? Quali soprusi, subiti chissà da chi. Invece un mento aguzzo e sfuggente, una bassa statura o dei baffi grigi, glielo fanno immaginare ai margini dei giochi, a guardare gli altri bambini che si divertono. Gli si stringe il cuore. Per tutti.

Qualche volta potrebbe passare il titolare. Rimproverarlo per lo scrocco e l'usura dei beni. Deriderne la dabbenaggine.
In questo caso, lui lo guarderebbe muovere la bocca. Affascinato. Penserebbe 'Mi dispiace, veramente. Chissà che litigata colla moglie, stamattina. Anche la moglie, poveretta. Perché è sempre così nervosa? Forse una ruga in più, scoperta nello specchio? La menopausa? Deve essere brutta per forza, la menopausa'.

Vuoi sapere altro, su di lui? Cosa t'interessa? Se è sposato oppure no? Se lo fosse, gli invidieresti mai la moglie? Oppure, se fosse single, pensi che riuscirebbe a spassarsela?

Questo voler bene a tutti, indiscriminatamente. Questa prerogativa, così originale. Che pretesa assurda, quando tu e gli altri viaggiatori del treno in corsa cercate altro, con determinazione feroce.

Per esempio, farsi volere bene. Da tutti. Da chiunque. Non è ben più urgente anche per te?
Trovi quasi imprescindibile farti voler bene da tizi che neanche conosci, neanche stimi, neanche t'interessano.

Oppure, essere cattivi. Il titolare dell'edicola sei tu. Sei tu il bullo che si rivale delle proprie frustrazioni sul più debole. Sei la megera triste per le sue rughe, che vuole vedere gli altri tristi più di lei.

Tipi come quel poveraccio t'innervosiscono. Come fa a essere calmo, con tutti i rospi che butta giù? Come può sopportare una moglie scialba, o peggio inesistente? Come fa a uscire dal letto caldo in un'alba fredda, per darsi in pasto a pensionati e nullafacenti, ogni mattina della sua vita? Chi lo trattiene dal mollare ganci a quelle mascelle inopportune? O almeno, dal rigargli l'automobile?

Cosa avrà da sorridere, quel mentecatto. Guardalo commuoversi dietro ai suoi vecchietti e a ogni altro rammollito. Non ci crederesti, ma ha davvero gli occhi rossi. Si gira e li asciuga per non farsi vedere. Poi torna a sorridere. Risus abundat in ore stultorum. Che povero stronzo. Che bellissimo stronzo. Non ha occhiali alla moda. Niente camicie colle iniziali in basso a destra. Moto o macchine degne di attenzioni. Nessuno lo vede, nessuna lo guarda. Le opportunità gli sfrecciano attorno. Correnti frettolose lo levigano come un ciottolo millenario. Che nervi, che rabbia. Lo prenderesti a schiaffi, non è vero? Solo a guardarlo ti fa venire l'orticaria. Ma non s'era detto che nessuno lo guardava? Bisognerebbe andare lì in tre o quattro, che lo tengono fermo, e scaricargli i pugni nello stomaco. Schiaffeggiarlo miliardi di volte, con schiaffi piccolissimi, ma numerosi al punto di estirpargli le guance, e a lungo andare la vita. Varrebbe la pena consumarcisi le mani, su guance così stupide. Vedere se poi sorridono ancora. Non ne avrebbe più la capacità gestuale; ne avrebbe la voglia, ancora? Forse dopo milioni, ma miliardi no. Imparerebbe cosa sia la cattiveria.

La cattiveria. Della gente cattiva veramente. Quella che urla contro chi la schiaccia sul vagone pieno, su cui era salita schiacciando gli urlanti precedenti. Quella che in fila alle poste si lamenta della gente, che in fila alle poste sa solo lamentarsi. Che quando va a votare il consueto schieramento s'indigna coi votanti che votano, nonostante tutto, sempre gli stessi candidati.

Questa, è cattiveria. La vera cattiveria. Che inaugura ulcere e stimola gastriti. Che sradica i sorrisi dalle vite. Che non ne tollera altri su altre facce, impermeabili agli orrori quotidiani, affezionate a lavori folli e criminali, a rapporti piatti e putrescenti. Facce amichevoli perfino con te, che volentieri gli faresti da microschiaffeggiatore seriale, pur di schiacciarti i bubboni dell'intolleranza e spurgarne fuori il pus.

Solo allora smetteresti, fino al prossimo episodio. Non tolleri la calma, quando non ne disponi tu. Non la bellezza, la ricchezza, l'umorismo. La tolleranza, la sobrietà, gli slanci. Sottometti i deboli, perché coi forti non ce la fai. Per placare la tua rabbia tenti di uccidere la serenità altrui, continuando nel frattempo a cercare di piacere a chiunque. Cani e porci. Sei talmente assurdo da essere geniale, se solo non fossi una replica di miliardi di esemplari di ogni epoca e luogo.

Sei un povero stronzo, ma incuriosisci.
Tanto da scriverti la biografia.

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