martedì 12 agosto 2014

After Dark

















Quante parole si dicono al giorno?
Facciamo un calcolo. In un libro famoso come I promessi sposi, nella traduz. di A. Vacconi, ce ne sono 220.174. Per 550 pagine, ediz. Immondadori. 400 parole a pagina.
Quanto tempo ci vuole, per leggerne una a voce alta? Facciamo 5 minuti.
Quanto si parla in media in un giorno? Supponiamo 3 ore.
Sono 14.400 parole.
In un anno non bisestile, più di cinque milioni.

After Ego era superiore. Pur facendo una vita poco mondana, la quantità di cose che era capace di dire quando era in forma, e il numero di ore in cui poteva parlare ininterrottamente e prendendo fiato pochissime volte, raddoppiava il totale precedente.
After Ego era uno da almeno dieci milioni di parole all'anno.

Per il lavoro che faceva, doveva sempre parlare un sacco. Ma ora era in vacanza. I mesi estivi li trascorreva al mare, nel paese di origine della famiglia paterna. Cogli amici di una vita teneva banco per ore e ore, senza stancarsi mai.


Era un abitudinario. Le sue giornate erano tutte uguali. Sveglia a metà mattinata. Corsa sul bagnasciuga, o esercizi a corpo libero. Mare per tutto il giorno. Pranzo di macedonie, caffè e sigarette nel capanno da cui erano usciti i più bei dischi degli anni '80, e spuntati ogni estate i migliori gelati. Verso le sette, aperitivo analcolico cogli amici. Cena in famiglia rigorosamente alle otto. Nel paese d'origine After Ego tornava figlio anche da grande. Partita a carte cogli zii, e dalle undici in poi faceva le ore piccole al Chiosco, nella Villa Comunale.

Questo Chiosco aveva una storia. Era una costruzione, piccola e ottagonale, di parecchi anni prima. Forse dei primi del novecento. Ricovero di ragazzini durante il giorno, che quando finivano di giocare a pallone vi facevano pipì. Di sera, luogo di iniziazioni dei più grandi.
Quando After era passato allo status di Più Grande, era a disagio nel farsi passare le cannette seduto nell'antico pisciatoio. Ricordava bene il suo punto preferito, sul lato a ore 2 coll'ingresso alle spalle. S
ulle prime tendeva a evitarlo. Poi aveva pensato che ogni centimetro quadrato era stato annaffiato da chiunque, e quello era tornato il suo posto preferito. Anche per sedersi. Almeno la pipì era la sua.

Uscendo di giorno dal Chiosco, specie nelle ore più calde, eri stordito dal frinire delle cicale, e dall'odore degli aghi di pino che rosolavano al sole. Di notte invece l'umidità ti trafiggeva con aghi più gelidi.
Da ritrovo di tossici e ragazzini incontinenti, preso in gestione da tipi del posto, era diventato il riferimento diurno di colazioni, pranzi e aperitivi per famiglie vacanziere. E di notte, il centro di attrazione gravitazionale di chiunque avesse dai 20 ai 35 anni.

In una di queste sere, After Ego era in pieno delirio logorroico. Gli amici non smettevano di passargli le cannette, e lui si lasciava uscire ogni pensiero senza filtri. After era contento. Certe volte temeva di incarnare il vecchietto dei saloon, a cui si offrivano cicchetti perché ballasse. Ma a lui andava bene così. La sua lingua per ballare non aveva bisogno di schivare i colpi di una Colt.

A un certo punto, da un tavolo lontano, ecco entrare in scena Johanna Dark. Comparve da contesti meno pirotecnici della sua storica omonima. Stava con altra gente. Emanava un qualcosa. Quel qualcosa riuscì a distrarre After dai suoi conati verbali.

Lui ne cercava gli occhi. Provava per istinto a iniziare una di quelle storie di sguardi, infinite e sostitutive di storie più concrete, che intraprendeva con le ragazze che riuscivano a catturare la sua curiosità.

Ma Jo non si girava. Rideva cogli amici suoi. Poi diventava seria, e stava zitta a bere per interi minuti. E dopo un po', tornava a ridere.
Quella sera After Ego la finì così. In silenzio. Strano, pensavano gli amici
suoi. Ma alle sue stranezze si erano abituati.

Il giorno dopo After si allenò distratto. Diverse volte nel farsi la barba si sgarrò (“Che hai usato oggi, una bottiglia rotta?” - “No. Carta vetrata”). Andò al mare. Prese svogliato i suoi bagnetti, e mangiò con poco appetito la macedonia di frutta sigarette e caffè. Aperitivò silente. Cenò, perse a carte in fretta e andò a vestirsi bene per la serata. Scese al chiosco, localizzò gli amici e si sedette al tavolo. Lei non era ancora arrivata.

Lo fece un'ora dopo. Era nervosa. Sembrava turbata. A un tavolo c'erano le persone con cui era stata la sera prima. Qualcuno After lo conosceva, ma erano più piccoli di lui
di qualche anno. In un posto dove vai in vacanza fin da ragazzino qualche anno crea muri generazionali. Un altro tavolo, rispetto alla sera precedente. Ma sempre lontano.
Lei arrivò parlando nel suo cellulare, li superò senza salutare, e andò a sedersi su una panchina periferica.

Durante il giorno s'era informato. Senza far trapelare il minimo interesse. Johanna Dark era originaria del luogo pure lei, un po' più piccola di lui, e al mare ci andava in agosto. After ad agosto era stato sempre trascinato in montagna. I suoi amavano la montagna. In montagna bisognava camminare. Portare indumenti sacrileghi, quando nel resto del mondo pianeggiante fiorivano le estati. Non si prendevano bagnetti praticamente mai, anche se After aveva aperto gli occhi sott'acqua per la prima volta in Trentino, in una piscina all'aperto, a 25 anni.

In più Johanna aveva un fidanzato
storico. Egli era in lite cogli intraprendenti imprenditori del Chiosco. Così anche Johanna l'aveva sempre evitato. Si diceva che fra i due si fosse incrinato qualcosa, quell'estate. Ed eccola là, su quella panchina periferica. Lei, il suo cellulare e una bottiglia.

Ci sono muscoli involontari, nelle orecchie. Stapedi, si chiamano. Responsabili dell'aumento dell'acuità uditiva. Quando in una conversazione vuoi concentrarti su un parlante specifico, si tendono come i tiranti di un tamburo. Automaticamente.
Quella sera After Ego riusciva a controllarli. Nonostante la distanza, di intellegibile captò un “No!”, e un “ma porca puttana,” seguiti da frasi meno chiare.
Poi il cellulare si staccò dalla sorgente di quelle emanazioni così magnetiche. Finì in una borsa, e a godere il privilegio della vicinanza toccò alla bottiglia.

Di alcune persone non si vede mai il coraggio. Poi magari, dopo anni di remissioni, di fronte a un sopruso anche minore all'improvviso reagiscono mandando l'imprudente k.o.

After Ego era famoso per la sua inconcludenza con le ragazze. Quando andava all'università, per anni interi era stato capace di arrivare in orario, lui così poco puntuale, nelle lezioni frequentate dalla Ragazzina Dai Capelli Rossi. Anzi, arrivava 10 minuti prima. Si piazzava sulle scalette che portavano alle aule, e fumava una Chesterfield light (prima di aver scoperto che era meglio il tabacco sciolto). La guardava arrivare, e abbassava lo sguardo per primo. La tattica pareva funzionare. Un giorno lei era scesa a testa bassa, mentre l'amica guardandolo fisso a un certo punto disse “Lui?”.
Tutto il resto di quella Ragazzina era diventata più rosso dei suoi capelli
rossi.

Addirittura studiava. In sala lettura, chiaramente. Si diceva che la Ragazzina Dai Capelli Rossi ogni tanto vi apparisse pure lei.
In una delle sue pause frequenti era uscito per un mocaccino al distributore. Rientrato, l'aveva scorta sistemarsi le cose nel posto affianco al suo. Il suo cuore impazzito aveva preteso che riuscisse subito. Non nei suoi intenti, ma da quel sacro luogo di studio. Egli aveva con sé il suo pacchetto di Chesterfield light e l'accendino. I pochi spicci che aveva, gli erano già valsi i favori della macchina del caffè. Niente telefono, portafogli, chiavi della macchina.
Rimase nei corridoi, digiuno di vettovaglie e
amori per tutto il giorno. A sera, dopo averla vista uscire da lontano, poté ritirare le sue cose, e tornarsene a casa.

Un'altra volta, a fine luglio, era in città a preparare l'ultimo esame. Avendone scoperto sul foglio delle prenotazioni il numero di casa, le aveva fatto diverse telefonate mute.
Alla fine s'era rassegnato.

Come in trance agonistica, After s'alzo. Sentiva i commenti mordaci degli amici, che all'improvviso sapevano il perché delle domande durante il giorno.
Andò verso la periferia, e si sedette sulla panchina.

Lei aveva gli occhi gonfi e beveva. Lui le porse una delle due sigarette che aveva confezionato. Lei allora lo guardò.

Un'altra informazione carpita in mattinata era che gli occhi di Johanna Dark spaccavano i culi.
Tanti, negli anni, ne avevano spaccati. A 11-12 anni After si appassionò alla pesca dei granchi. Si portava appresso il fratello e le cugine più piccole, e se ne andava al molo in bicicletta. Dopo pranzo non si poteva andare al mare. Il sole bruciava, ed era un pericolo per le pelli delicate degl'infanti. Stranamente il divieto non valeva per posti altrettanto solatii. Sul molo il sole picchiava. Picchiava di brutto. Quei ragazzini riuscivano comunque a starci sotto, chini sugli scogli. Fino alle quattro, quando i divieti balneari si sbloccavano.


Per la pesca del granchio ci volevano: un secchiello, e un coltello appuntito.
Arrivando al molo in bicicletta passavi accanto a un'incannucciata. Colla parte tagliente del coltello tagliavi la tua canna. Una volta giunti, cercavi una lenza. Non troppo aggrovigliata. I  pescatori ne lasciavano sempre in quantità. Poi, colla punta, staccavi una patella. Buttavi via la conchiglia e la infilzavi in un bastoncino corto, che legavi al terminale della lenza. La facevi calare lentamente vicino alla tua preda. Il granchio, se non scappava, iniziava a interessarsi. Aspettavi che la attaccasse colle chele, e quando era attaccato lo tiravi su. A quel punto entrava in gioco il secchiello.


Il gioco finì l'estate dopo. Un signore a pancia nuda, da sotto il suo berretto da pescatore, disse loro: “Quanti ne avete presi. Che bravi! Ma poi, che ci fate?”
In effetti, mica sapevano quale fosse il fine ultimo delle ore spese nella pesca al granchio. Dev'essere così che finisce la maggior parte dei giochi infantili. Scoprendo che non hanno altro scopo che il divertimento contingente.

“Poi li ributtiamo in acqua”.
“Ma no! Guardate qua. Dovete prenderli” - ne prese uno - “, levargli le zampe” - sfogliandolo come la margherita dell'innamorato - “, staccargli la corazza” - sollevandola, asportandogli ad esempio gli occhi - “ e poi sentite quanto è buono.”

Quello, per i ragazzini, fu l'ultimo giorno di pesca. Per After specialmente. Da quel giorno non poté più toccare un invertebrato. Già i granchi li faceva liberare dal fratellino più piccolo, visto che a lui facevano impressione.



Ma non è dei granchi e degli orrori conseguenti che parla questa storia.
Fra l'incannucciata e il molo c'era un tratto scoglioso. Fin da ragazzino After lo guardava con curiosità. Era una specie di rimessaggio. Ti ricordi cosa spaccavano, gli occhi di Johanna Dark? I culi. Spaccavano i culi. Su quel tratto scoglioso, di anno in anno più coperti dalla salsedine, After ne aveva notato i primi pezzi. Nessuno li spostava, o ne rubava. Se n'era chiesto l'origine. Ora che i mezzi culi erano una distesa sterminata, quell'origine la conosceva. Gli strati di salsedine ne decretavano l'età meglio del carbonio 14.

E adesso quegli occhi guardavano lui.
Truccatissimi. Johanna era Dark. Ad After
sulle donne non piacevano i trucchi. Ma pur truccati, quegli occhi potevano fare sfracelli. Anche su di lui.

Come reagiresti se, mentre ti lasci col ragazzo, ti si siede accanto uno che non hai mai visto, e con intenzione evidente ti porge la più inopportuna fra le sigarette?

Johanna Dark, sdegnata, fece per alzarsi.
After Ego, che già dirigendosi verso quei luoghi aveva superato sé stesso, veniva da una serie di possibilità che avevano attraversato diverse ere geologiche.

Anni prima, sarebbe stata l'ennesima storia di sguardi inconcludenti.

Anni dopo, all'ennesimo incrocio di sguardi, sarebbe andato e le avrebbe detto “Non pensi che in un paese civile dovrebbe esserci una legge per cui se due persone si guardano negli occhi per la decima volta in una sera verrebbe d'obbligo almeno un caffè?”

Invece, alla contrazione di ogni muscolo elevatore, la mano sinistra di After si spostò sulla spalla di lei in tempi infinitesimi, impedendole l'alzata. Lei ricadde sulla panchina, e prima che le sue ghiandole iniziassero a secernere i sacri ormoni dello sdegno, l'indice destro di After fu davanti al naso del suo padrone. Poi, indice e occhi si sollevarono a indicare un buco tra i pini.

Johanna Dark si trovò a seguire quegli occhi, il dito e il suo stupore, verso il punto indirizzato. E in alto, nel varco tra i pini, c'era la luna.

Niente lune bellissime, quella sera. Era una luna acquosa. Sfumata. Non tagliente come un'unghia, né piena o colorata. Ma annacquava le radiazioni nocive del cellulare, ancora caldo nella borsa. E le voci lontane dei nottambuli. All'improvviso Johanna vedeva come il verde dei pini, i bagliori lunari, l'azzurro del cielo e il bianco delle nuvole, erano tutti dello stesso colore scuro. La luna e i suoi capricci millenari ne filtravano ogni resistenza cromatica. Si trovò tra le labbra la sigaretta rifiutata. Intanto il tempo, sorpreso, tratteneva il fiato.

La mano destra di After – ricordi dov'era? - dalla spalla sinistra di Jo passò a carezzarle la testa. Leggera, senza pressioni di nessun tipo.
Nessuno sa dire con certezza quanto passò. Probabilmente il tempo di combustione delle due sigarette. Poi, After Ego si alzò, le sorrise e tornò al tavolo a riscuotere il suo pegno di derisioni invidiose dagli amici.

~~~


Il giorno dopo, quando After era al mare, si verificò il secondo fatto strano.
Verso le 18, Johanna fece la sua comparsa.

Da informazioni raccolte, al mare Johanna non ci andava mai. La sua carnagione dark era troppo chiara per i raggi di un sole mediterraneo.
Era un evento, quello. Si fermò al capanno, sotto la veranda. Telecomandato, After si alzò. Fiorivano d'intorno le argute telecronache degli amici. Completamente sordo, gli stapedi stavolta non servivano più a niente, le fu vicino. Lei lo guardava senza sapere cosa. Lui riutilizzò il suo indice d'ascolto, vittorioso la sera prima.

Drizzatosi all'inizio ancora sul naso, stavolta indicava delle amache, astutamente stese dai gestori del capanno. Sdraiati, si sdraiarono la seconda coppia di sigarette. Guardando il mare, fino al tramonto. Poi si alzarono e andarono a cena dalle famiglie rispettive.
Si erano guardati negli occhi solo al loro incontro.

La terza sera toccava ad After, fare il primo passo. Ma quella sera Johanna non si vide.
Nelle ere precedenti sarebbe stata disperazione. 'Sono stato un pazzo a non baciarla. Quel dito lurido. Nel culo, me lo sono messo. Eccomi qua ad aver sprecato la vita. Con lei ripartita? riaccoppiata al ragazzo? Spero che la mia morte arrivi presto e male'.
Nell'era attuale, After non pensò niente. Proprio a niente.


La sera dopo lo videro passeggiare per il paese, dopo cena. Nell'incontrarla alzò il dito, e stette a vedere la sua risposta. Fu quella giusta. Lei lo prese e se lo verticalizzò sul naso.
Si sorrisero. After la prese per mano, e s'incamminarono.

Aveva questa casa sfitta. Era quella in cui viveva colla famiglia anni prima. L'avevano lasciata per una più grande, più sul mare.
Le case estive hanno tutte un loro fascino. Dentro di loro il tempo passa più lento. Ci ritrovi, inalterata e mai sostituita, la mattonella segnata dai graffi delle tue macchinette. La polvere ricopre i giornaletti che vendevano le bancarelle al mare, comprati anni e anni fa, riletti ogni estate.
Entrarono e non accesero la luce. Nessuno a casa sua aveva il cuore di affittarla e vederla profanare da estranei. Quindi avevano staccato ogni utenza, e non c'era corrente elettrica. Se ci fosse stata, avrebbero visto le loro impronte nella polvere.

Nella sua vecchia cameretta invece la polvere non c'era. After era stato là nel pomeriggio, saltando il mare e i bagnetti conseguenti, per pulire. Aveva sbattuto il materasso e cambiato le lenzuola. Aveva aperto le finestre e lasciato chiuse le persiane, ma in modo che dai buchi filtrasse la luce.
Che in effetti, questo faceva. Filtrava. Nelle ultime notti la luna aveva avuto modo di crescere. Era quasi piena, adesso. Raggi di luce pallida indicavano il letto dove fecero l'amore per la prima volta.
Non si erano detti ancora una parola.

~~~


Se ne dissero tante, tempo dopo. Raramente a sproposito. Erano capaci di parlare ore e ore. Ad esempio, nel commentare un film. Ma prima stavano zitti per un bel pezzo. Se c'era da piangere, le lacrime gli facevano a gara sulla faccia. Se c'era da ridere ridevano, ripensando a certe scene, a testa bassa o guardandosi negli occhi.

Delle volte, insoddisfatti dai canali di comunicazione consueti, si facevano un disegno. Lei era bravissima. Lui molto meno. Però qualcosa si capiva sempre. Una mattina lei gli aveva fatto trovare perfino un acquerello. Lui andava meglio con la musica. Si metteva ad arrangiare e a registrarsi le idee, e gliele faceva trovare in un apposito supporto sul cuscino. Anche lei ogni tanto apriva il piano, e con un vecchio mangianastri registrava. Cose buffe, ma non prive di senso.

Dopo il buio - non so dirti se felici e contenti, vicini o lontani - vissero, alla fine.


4 commenti:

Cesare Bonzi ha detto...

La legge del paese civile che disciplina le conseguenze dell'incrocio di sguardi era gia' stata invocata in altro post. Bel cavallo di battaglia!

Vilipendio ha detto...

Sì, ho deciso di riciclarmi qua e là a fini narrativi.
Tanta attenzione mi commuove e mi spinge a dare il massimo, non so di cosa ma certo il massimo.

starless ha detto...

No dai.
È da mesi, veramente tanti mesi, che trascuro la lettura del tuo blog. Ora, in una notte di questa strana estate, trovo il momento giusto e mi dico: riprendiamo dalla fine, dagli argomenti più freschi.
Bello il post. Bello lo stile, come sempre. Belli i riferimenti ai nostri Peanuts.
Ma io - cazzo - ci vado a trovare l'errore. Non è possibile. Dillo che l'hai messo apposta per me. Dillo. Che è tutto un gomblotto.

Vilipendio ha detto...

Oddiaccio perché, c'hoffatto

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