lunedì 5 aprile 2010

Death dies.

Sto comprando queste ristampe che escono adesso in edicola, le storie di Topolino di Floyd Gottfredson, di quando Topolino era un giovane sorcio gagliardo che incarnava il New deal che non so bene cosa voglia dire, e di tanto in tanto combatteva Hitler che naturalmente non disdegnava di avvalersi dei servigi di Gambadilegno.

In omaggio danno le copie anastatiche del Topolino-libretto, ristampe del Topolino dell'immediato dopoguerra. Dai redazionali, dai giochi e dalle pubblicità si percepisce la voglia di ripartire. Che strano, non esserci stato. E che culo – oppure no? Mi sto pure a finire di leggere un libro dell'autore da cui hanno tratto quel film di fratelli Scamarci, uno sinistro vincente e l'altro loser destrorso. Quest'altro libro che mi sto leggendo io invece parla della bonifica dell'Agro Pontino, ma soprattutto della costruzione di centinaia di città razionaliste nel Lazio ma anche in Sardegna, in Puglia, in Dalmazia per volere di quel mattacchione di Mussolini.

Ora, è un fatto. A me il Razionalismo mefampazzì. Come l'Eur, o gli spaesaggi di Dechirico. E come peraltro la propaganda d'altra sponda, la grafica sovietica o cinese. Quando vado a Sabaudia, oltre al litorale più geniale di tutti i tempi, girare per il paese a fare incetta di caffè scecherati mi fa sbroccare. Mi sono scaricato anche il font fascista che campeggia sulle insegne più vecchie, si chiama Mostra, è lo stesso dei bellissimi manifesti pubblicitari dell'epoca, vorrei iscrivermi cubitali porcodii sui bianchi muri di casa mia, ma in omaggio ai miei adorabili genitori (che vengono a trovarmi colle facce timorose magari proprio di questo) non lo farò.

Quei primi dieci numeri di Topolino del '48 ristampati anastaticamente, me li ero fregati con un complice, assiduo lettore di questo blèc blog (ehilà, ciao), da una vetrina di una fumetteria che ho comunque continuato a frequentare negli anni, passato un breve periodo di sicurezza, avvalendomi del fatto che nel frattempo avevo perso grasso e capelli e mi sentivo, oltre che irriconoscente, irriconoscibile.

È incredibile come ogni volta io non abbia la minima idea di cosa scrivere, ma solo la voglia. Fosse così, la vita.
Il fatto è questo. Anche se quelle storie le conosco a memoria e perdipiù sono tutte spezzettate, non posso fare a meno di rileggermi quelle triste fotocopie perché leggere tutto ciò che mi capita di comprare è uno dei miei coglioni di Achille. A nulla mi è valsa la lettura di quel libro di Pennac
, quel forzoso simpaticone più buonista di Weltroni e Dylandog messinsieme, in cui esso si erge a difensore del lettore e del suo diritto di interrompere le sue letture qualora non risultino di suo gradimento. Cosa che non mi è riuscito di fare neanche con quel suo pajo di scempiaggini che m'ero comprato, attratto dai titoli che avevano.

Comunque, sono tanti gli obblighi di cui non riesco a fare a meno. Uno, che finalmente riguarda quei foto-copiosi topolini, è leggermi tutto. Addirittura le letterine che gli scrivevano i bambini.
Sono travestiti da figlio di Ladri di biciclette, nella foto hanno i capelli ingelatinati colla riga da una parte, come me trent'anni dopo. E la giacca, e i calzoni corti. In bianco e nero. Sorridono.

Probabilmente, di quello che durante quei sorrisi speravano per il loro futuro, ora non c'è più traccia.

Quando ritratti a figura intera, hanno i calzini bianchissimi. Per la foto. Si capisce che sono bianchissimi, e non uno degli tanti toni di grigio. Non c'è sporco su quei calzini, e non c'è ombra su quei sorrisi. Mandano disegni, certe volte. A dieci anni sono andato coL Riccioletto e suo fratello in gita a Pompei, con la scuola in cui insegnavano le nostre madri. Io e iL Riccioletto stavamo in stanza insieme, nonostante a quell'epoca fossi più amico di suo fratello, e il fratello stava col primo della classe della madre. L'ho visto in televisione qualche mese fa che, da sotto a una magnifica calvizie integrale, conduceva una trasmissione che parlava della Lazio.

Pensa il secondo della classe, allora, che fine avrà fatto. Senza nulla togliere alle capacità didattiche della madre deL Riccioletto.
Facevamo un gioco, in quella gita. Io andavo dagli alunni della madre e gli chiedevo “Senti, ma com'è la Xxxxx?”. Loro, tutti calmi, facevano “no no, è brava”. Poi loro andavano dagli alunni della mia. Ah, mi ricordo: erano andati da Giannini. Uno né dei primi, né degli ultimi. Né fra i più svegli, ne fra i più soggetti. Cicciottello, era l'incarnazione perfetta del Campione statistico rappresentativo. La voce silenziosa del popolo.

Tenendomi a distanza, li vedo parlottare. Giannini a testa bassa, uno dei due gli fa la fatidica domanda. Da lontano vedo Giannini alzare le braccia e gesticolare. Tornano indietro, ridacchiando. Io, con la faccia consapevole e rassegnata, non ho bisogno di chiedere niente.

Ti dico solo un aneddoto, che per me ha il sapore della normalità ma che pare sia sintomatico. D
a piccolo mio fratello, dopo i "Bravo somaro!" di una lezione privata che mia madre non aveva alcuna voglia di impartire al malcapitato di turno ma vi era stata costretta per giochi diplomatici di parentele, scandalizzato le fece "ma mamma, lo tratti come un figlio!".

Prima di andare in camera, facciamo in tempo a comprare alla bancarella di un ragazzino appena più grande di noi dei vecchi Topolini che non ho nella mia collezione. Che gioia quando trovavo le bancarelle che vendevano i giornaletti vecchi! o era un'edicola? vatti a ricordare. Ma è uguale, la gioia era nell'accedere al passato, diocane, anche a diecianni.

Insomma, a metà di quel Topolino c'era pubblicata la letterina di un bambino ciccione (è pochissimo che godo dell'uso nonscialante del termine 'ciccione', all'epoca dei fatti quivi narrati mi limitavo a interpretarlo vergognosamente in prima persona). Questo bambino ciccione si era fatto fare otto foto. Ognuna aveva come didascalia il verso di una specie di poesia-preghierina che costui, evidentemente in preda a lirismo ciccionico, aveva de-composto. Io & Il Riccioletto negli anni a venire ci siamo spesso citati le ultime tre. “Sarò buono” - “Te lo prometto” - “(Quando dormo!)”.
Nelle prime due il bambino ciccione aveva le mani giunte, la faccia seria e gli occhi al cielo. Nell'ultima, con il suo sorriso da bambino ciccione, ammiccava al lettore. Cioè, a me & aL Riccioletto. Che prima avevamo riposto i nostri bagagli nei due armadi, uno per uno, di cui era dotata la nostra stanza. Lui aveva messo nel cassetto il paio di mutande e di calzini che aveva di ricambio. Io niente, perché – mi dicevo, complice del sistema che tanto aveva fatto infervorare il povero Giannini – cosa mi porto a fare un cambio di biancheria per una notte sola? Però mi vergognavo: passavo per uno sporco. Ma tanto il giorno avrei avuto un problema tutto nuovo, dimenticando la borsa su qualche rudere di Ercolano. All'epoca mi strussi (che magnifico verbo, ha più calorie lui di Iggy Pop) per la banconota grigia da diecimilalire che essa conteneva, che era tutto il mio oro. La tara sul lordo di decine di paghette, al netto del Topolino settimanale. Forse poi avrei rimpianto più la borsa Superga, superba davvero nella sua essenza vintage, a pensarci adesso.

Ma quel bambino ciccione, secondo te, ammicca ancora? è ancora ciccione? ha ancora disgrazie piccole e grandi, che magari riesce ancora ad ignorare mentre giunge le mani cogli occhi al cielo?

È padre? È solo a casa, questa sera, e ascolta gli Air come me? Gli Air, che sono inesorabili anche nei pezzi più easy. Fanno il loro dovere, in tre minuti, seriamente. Con gravità, dico l'omonima forza. Leggerissima pesantezza. Mi sono pure visto, mentre cenavo, una puntata di Halloween dei Simpson, in cui Homer ammazza La Morte e nessuno può più morire, come in quel libro di Saramago o in quella canzone dei Goblin nella colonna sonora di Profondo Rosso.

Peresempio, adesso stavo lavorando sull'arrangiamento de Il mio funerale, ma non mi va. Secondo me, se un giorno uno m'intervistava perché alla fine ero riuscito a fare qualcosa di buono, e mi chiedeva incuriosito “ma perché è uscito fuori così tardi?”, una buona risposta poteva essere “Eh, sono stato parecchio distratto dall'idea della morte” <;D (*) (*) questo, sia detto per il mio vecchio furtivo complice, era lo smile del Sorriso di Formentera

5 commenti:

Il Riccioletto ha detto...

Da paura sto post cazzo me lo so proprio goduto. Di Pompei i tuoi ricordi sembrano molto più fitti dei miei, estrememaente rarefatti: della stanza non ricordo nulla, e neanche dei giornaletti alla fine - ricordo solo (mi pare che la gita fosse quella) il peroni in pull man, con quelle caramelle charms con un nocciolo di gomma americana, una fioca impressione dei numeri che fece del buono in anfiteatro (quale anfiteatro? questo porcoddio ) ed infine, ovviamente un pauroso flash sui calchi di terrore nel gesso. Thats's it.

Vilipendio ha detto...

Porcaccio quel cornutaccio diddìo!
Le caramelle Charms colla gomma dentro valgono il Peroni denti t'acciaio & scuàdd claciàlo, "Del Buono - Del Buono" e qualsiasi altra cosa presente passata e futura!
Calcola manco gli Offlaga Disco Pax in Cinnamon (sèntitela!) se le erano ricordate, le caramelle Charms che diventano gomme.

Ciò messo una cifra a ricordarmele, porcodio, Il Riccioletto muove e vince in due mosse. E ora godo come un porco divino, ma ci pensi? caramelle che diventano gomme, diocristo, incredibile. La sintesi dei sogni di ogni bambino, Hansel&Gretel je fa na sega. Mannaggialamadonna com'è bella la vita.

Il Riccioletto ha detto...

Esatto esatto aveva l' apparecchio del tipo ogni dente con un minuscolo modulo lunare agganciato sopra. Esatto poi quelle charms, carta celeste-grigia, scomparirono.

Anonimo ha detto...

Io proprio non me le ricordo queste caramelle.
Il post mi è affine in taluni pensieri.
Bello.

Vilipendio ha detto...

Ma porc...! mai una volta che si riscontri un'affinità del cientpecciènt >:(

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